Stranieri. L’operatività della clausola di coesione familiare

Cass. Civ., Sez. I, Ord., 13 maggio 2022, n. 15388; Pres. De Chiara, Rel. Cons. Ferro
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –
Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –
Dott. FERRO Massimo – rel. Consigliere –
Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –
Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
1.B., rappr. e dif. dall’avv. S.M., come da procura allegata in calce all’atto;
– ricorrente –
PREFETTURA DI FERRARA;
QUESTURA DI FERRARA;
– intimati –
per la cassazione del decreto 24 marzo 2021 Giudice di pace di Ferrara, in R.G. n. 2335/2019;
udita la relazione della causa svolta dal Consigliere relatore dott. Massimo Ferro alla camera di
consiglio del 25.1.2022.
Svolgimento del processo
Rilevato che:
1. 1.B. impugna il decreto 24 marzo 2021 del Giudice di pace di Ferrara, in R.G. n. 2335/2019, che
ne ha rigettato l’opposizione al decreto di espulsione già emesso dal Prefetto della Provincia di Ferrara
il 4.9.2019, seguito da provvedimento dello stesso giorno con cui il Questore di Ferrara ordinava alla
ricorrente di lasciare il territorio nazionale;
2. il giudice di pace ha premesso che: a) il provvedimento di espulsione era stato emesso perchè la
opponente, cittadina straniera, era entrata in Italia ivi intrattenendosi in violazione della L. n. 68 del
2007, art.1, comma 3, avendo solo conseguito un permesso di soggiorno per cure mediche, scaduto il
28.2.2019 e da cui erano trascorsi altri 60 giorni; b) non sussistevano i requisiti per un provvedimento
di rimpatrio volontario, poichè la ricorrente dichiarava di non voler far ritorno in Albania e di non
essere interessata alla concessione del relativo termine; c) una prima pronuncia del G.d.P. veniva
cassata con ordinanza di questa Corte n. 29853 del 2020 per carenza di motivazione ed ivi dandosi
atto che era stata trattata la questione della inespellibilità della richiedente perchè madre di minorenni;
3. il giudice di pace ha ritenuto che: a) la ricorrente, in stato di gravidanza, in attesa del rinnovo del
permesso di soggiorno, non ha fatto richiesta di protezione internazionale, nè ha fornito prova di un
reddito minimo al sostentamento; b) non è stata provata la stabile convivenza con il padre dei figli
minori o un “rapporto di coniugio”, nè il radicamento in Italia e così difettando la coesione familiare;
4. il ricorrente propone tre motivi di ricorso, accompagnati da un’istanza di rimessione in termini il
14.5.2021.
Motivi della decisione
Considerato che:
1. con il primo motivo si deduce la violazione dell’art. 113 c.p.c., D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13,
comma 2 bis, avendo il G.d.P. disatteso la ordinanza di cassazione, non avendo dato conto, a fini
concessivi della tutela rafforzata richiesta, della effettività dei vincoli familiari, oltre che della
difficoltà conseguente di dar corso all’espulsione decretata e confermata, in particolare invocando una
nozione di vita familiare che può prescindere dalla coabitazione;
2. con il secondo motivo viene censurata la pronuncia ove, in violazione dell’art. 112 c.p.c., art. 8
CEDU, art. 19, comma 2, lett. c) TUI e sul piano della motivazione, non ha considerato la situazione
familiare della ricorrente, con la presenza in Italia dei figli minori e il relativo diritto a crescere con i
genitori;
3. con il terzo motivo viene reiterata la censura in ordine alla carenza di motivazione sulla mancata
decisione circa la durata del divieto di reingresso;
4. l’istanza di rimessione in termini risulta superata dalla generazione di un primo messaggio di
avvenuta accettazione, da parte del sistema della Corte di cassazione, dell’atto di deposito, secondo
la risultanza del 4.5.2021, dunque in data compatibile con il requisito di procedibilità del deposito nei
venti giorni di cui all’art. 369 c.p.c., apparendo il ricorrente aver notificato il ricorso al Prefetto di
Ferrara in via telematica il 19.4.2021;
5. i primi due motivi, da trattare in via congiunta perchè connessi, sono fondati, con assorbimento del
terzo; a seguito della cassazione con rinvio, decisa da Cass. 29853/2020, il giudice di pace, adito in
sede di riassunzione, era tenuto a superare il vizio motivazionale riscontrato nella prima pronuncia,
in particolare osservando il principio desumibile dal passaggio in cui si è precisato che “in caso di
mancato esercizio del diritto al ricongiungimento familiare, i legami dello straniero nel territorio dello
Stato, per consentire l’applicazione della tutela rafforzata di cui al citato comma 2 bis, devono essere
soggettivamente qualificati ed effettivi; sicchè, il giudice di merito è tenuto a darne conto
adeguatamente, sulla base dell’esame dei vari elementi dedotti a sostegno della relazione affettiva,
che, in presenza di figli minori, dovrà tenere conto anche della difficoltà che la distanza con il paese
di origine determina per mantenere la relazione affettiva con il figlio, tenuto conto della sua età e
della relativa normale limitazione di autonomia negli spostamenti che da ciò deriva (Cass. 4 marzo
2020, n. 11955)”;
6. nella specie, il giudice di merito ha accertato che: a) la ricorrente, priva di un valido titolo di
soggiorno, è in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno e non ha mai fatto richiesta di protezione
internazionale; b) non dispone di un reddito minimo idoneo al sostentamento; c) non è coniugata, nè
convive more uxorio con il padre dei figli minori, nè risulta “depositato alcunchè che dimostri… il
radicamento sul territorio italiano”; la stessa ordinanza dà poi conto, per l’ipotesi di rimpatrio della
ricorrente e dei figli in Albania, della non eccessiva difficoltà di coltivazione della relazione affettiva
con il padre;
7. in realtà, la clausola di coesione familiare che, anche a prescindere da una formale domanda di
ricongiungimento, potrebbe comunque giustificare, ove riscontrata, l’inespellibilità a condizione di
una soggettiva qualificazione dei requisiti della tutela rafforzata di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art.
13 comma 2 bis, non appare considerata, come richiesto dalla più ampia regola di riesame indicata
dalla citata ordinanza di cassazione, in relazione alla convivenza in Italia della madre con almeno due
figli e tenuto conto della effettività del rispettivo rapporto anche con l’altro genitore;
8. nella motivazione della pronuncia impugnata si ammette infatti che in Italia vivono i figli minori
della ricorrente (oltre che il loro padre non convivente) e, a tale stregua, si riconosce come accertata
l’esistenza di un legame della ricorrente, nel nostro Paese, di carattere chiaramente familiare, tale
dovendo qualificarsi quello con i propri figli; tale relazione non sembra controbilanciata, per come
riepilogata nella motivazione espressa dal giudice di pace, da analoghi o paragonabili legami familiari
della ricorrente nel Paese di origine; ne deriva l’apparente irrazionalità, o comunque
incomprensibilità, della giustificazione dell’esito negativo della valutazione di cui all’art. 13, comma
2 bis, cit., demandata al giudice di pace dalla ordinanza di cassazione con rinvio; non è invero
intelligibile per quale ragione, nella valutazione predetta, il giudice abbia del tutto trascurato la
presenza in Italia del legame della ricorrente con la prole, pur a fronte, peraltro, della mancata
valorizzazione di legami della ricorrente nel Paese di origine, in una apparente prospettiva
presupposta per cui i figli della ricorrente debbano necessariamente seguirla in caso di rimpatrio;
9. si tratta di prospettiva tuttavia non condivisibile, essendo sempre salva la facoltà dei figli minori di
restare in Italia e non seguire il genitore rimpatriato (v. art. 19, comma 2, lett. a), t.u.imm., che prevede
il diritto – non già il dovere – dei minori di seguire il genitore espulso), oltre che priva di motivazione
in punto di fatto, essendo pacifico, al contrario, che in Italia legittimamente soggiorna il padre dei
minori stessi; per altro verso, la motivazione del decreto impugnato viola anche il mandato conferito
al giudice di rinvio dalla ordinanza di cassazione, omettendo appunto di valutare la sussistenza di
legami familiari – quali, si ripete, i legami con i figli – in Italia, valorizzando invece elementi,
riconducibili al diverso profilo dell’integrazione sociale in Italia, espressamente subordinati o
accessori rispetto ai citati legami essenziali, secondo detto mandato (come espressamente chiarito
nell’ordinanza di cassazione con rinvio, che esclude sia consentito, “fuori della valorizzazione in
concreto” degli elementi caratterizzanti i legami familiari, “fare riferimento ai criteri suppletivi
relativi alla durata del soggiorno, all’integrazione sociale nel territorio nazionale, ovvero ai legami
culturali o sociali con il paese di origine”);
10. nessun rilievo, infine, può essere attribuito alla circostanza, cui fa vago cenno la pronuncia
impugnata, della gravidanza della ricorrente in corso all’epoca del giudizio di rinvio; si tratterebbe
infatti, con tutta evidenza, di una nuova gravidanza, successiva all’espulsione qui in esame (la stessa
ricorrente, nel ricorso originario al giudice di pace, dava espressamente atto che il figlio era nato e
che erano decorsi i sei mesi dalla nascita alla data dell’espulsione, nè, del resto, in quel ricorso si
faceva questione della violazione dell’art. 19, lett. d), t.u.imm.) e, come tale, non incidente sulla
legittimità della stessa, oltre che di una circostanza nuova non deducibile per la prima volta nel
giudizio di rinvio;
11. il ricorso va dunque accolto quanto ai primi due motivi, con assorbimento del terzo e la
conseguente cassazione della pronuncia del giudice di pace, cui è demandato di ottemperare al
principio già fissato con ordinanza di questa Corte n. 29853 del 2020.
P.Q.M.
la Corte accoglie il ricorso quanto ai primi due motivi, assorbito il terzo, cassa l’impugnato decreto
del giudice di pace di Ferrara 24.3.2021, con rinvio allo stesso, in diversa composizione, anche per la
liquidazione delle spese del procedimento.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 25 gennaio 2022.
Depositato in Cancelleria il 13 maggio 2022

Violenza sessuale e scarsa attendibilità della ricostruzione dei fatti

Cass. Pen., Sez. III, Sent., 13 maggio 2022, n. 18989; Pres. Aceto, Rel. Cons. Macrì
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. ACETO Aldo – Presidente –
Dott. REYNAUD Gianni Filippo – Consigliere –
Dott. NOVIELLO Giuseppe – Consigliere –
Dott. MACRI’ Ubalda – rel. Consigliere –
Dott. ANDRONIO Alessandro Maria – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
Procuratore generale presso la Corte di appello di Caltanissetta nel procedimento a carico di P.G.,
nato a (OMISSIS);
avverso la sentenza in data 17/05/2021 della Corte di appello di Caltanissetta, visti gli atti, il
provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Ubalda Macrì;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale, Dott. BALDI Fulvio, che
ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata;
udito per le parti civili l’avv. S.F. che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso del
Procuratore generale per essere i reati estinti per prescrizione.
Svolgimento del processo
1. Con sentenza in data 17 maggio 2021 la Corte di appello di Caltanissetta, in riforma della sentenza
in data 12 febbraio 2019 del Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Enna, ha assolto
l’imputato dal reato di violenza sessuale aggravata perchè il fatto non sussiste.
2. Ricorre per cassazione il Procuratore generale presso la Corte di appello di Caltanissetta per vizio
di motivazione perchè per l’assoluzione la Corte di appello avrebbe dovuto operare la rinnovazione
dell’istruttoria dibattimentale, sentendo nuovamente la persona offesa.
Sia la parte civile che l’imputato hanno depositato memorie con cui hanno ribadito le rispettive
ragioni.
Motivi della decisione
3. Il ricorso è manifestamente infondato.
L’imputato era stato condannato in primo grado perchè, mentre prestava il servizio di vigile urbano,
era entrato in casa della persona offesa e l’aveva costretta a subire atti sessuali, consistenti in
palpeggiamenti del seno e baci sul collo e sulla bocca.
La Corte di appello invece ha pronunciato sentenza di assoluzione ritenendo perplessa la prova. In
particolare, la persona offesa aveva riferito che, dopo l’abuso, aveva chiamato il suo legale che le
aveva consigliato il da farsi, era uscita di casa e aveva incontrato una vicina alla quale non aveva
detto nulla, quindi, aveva incontrato il fioraio e in lacrime gli aveva raccontato tutto. I Giudici hanno
osservato che dai tabulati non emergeva la prova della telefonata al legale, mentre era anomalo che
la donna si fosse confidata con il fioraio e non con la vicina. Inoltre, un vicino di casa aveva dichiarato
di aver visto la persona offesa dopo la violenza e non aveva scorto alcun turbamento. Ulteriore
elemento di incertezza era costituito dalle ragioni di astio del fioraio e di altro teste nei confronti
dell’imputato. In particolare, il procedimento archiviato nel 2011 era stato riaperto nel 2016 quando
un teste aveva dichiarato di aver saputo da un collega che aveva dichiarato il falso allorchè aveva
confermato l’alibi dell’imputato. Aperto un procedimento per favoreggiamento, la Corte di appello
aveva concluso per l’assoluzione, stante l’inattendibilità accusatoria del teste che aveva determinato
la riapertura del procedimento. I Giudici hanno accuratamente valutato il contesto conflittuale
nell’ambito lavorativo dell’imputato e hanno concluso per l’inaffidabilità sia dei riscontri esterni sia,
come detto, del narrato della persona offesa.
Il Procuratore generale solleva la questione in diritto della necessità della rinnovazione istruttoria per
fondare la pronuncia di assoluzione dopo una sentenza di condanna.
E’ pacifico in giurisprudenza però che il giudice d’appello che riformi in senso assolutorio la sentenza
di condanna di primo grado sulla base del medesimo compendio probatorio, pur non essendo
obbligato alla rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, è tenuto a offrire una motivazione puntuale
e adeguata che dia razionale giustificazione della difforme decisione adottata, indicando in maniera
approfondita e diffusa gli argomenti idonei a confutare le valutazioni del giudice di primo grado (tra
le più recenti, Cass., Sez. 4, n. 2474 del 15/10/2021, dep. 2022, Masturzo, Rv. 282612 – 01). Il giudice
di appello non ha dunque un obbligo di rinnovazione, bensì di motivazione rafforzata, che nella specie
è stato adeguatamente assolto.
Il ricorso del Procuratore generale è pertanto inammissibile.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso.
In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a
norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.
Così deciso in Roma, il 30 marzo 2022.
Depositato in Cancelleria il 13 maggio 2022

La perdita del legame affettivo è perdita attuale

Cass. Civ., Sez. III, Sent., 26 aprile 2022, n. 12987; Pres. Spirito, Rel. Cricenti
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –
Dott. RUBINO Lina – Consigliere –
Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –
Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –
Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso iscritto al n. 8616/ 2020 R.G. proposto da:
Z.J., Z.N., Z.G., I.P.C., Zb.Gi. e B.D., quali esercenti la potestà genitoriale sulla figlia B.R.N., C.,
I.C. e P.S.M., quali esercenti la potestà genitoriale sulla figlia P.G.L., elettivamente domiciliati in
Roma, presso l’avv. P. P., che li rappresenta e difende;
– ricorrenti –
contro
D.L.M. e Informatica D.L. srl, elettivamente domiciliati in Roma, presso lo studio dell’avv. F.R., che
li rappresenta e difende;
– controricorrenti e ricorrenti incidentali –
G. spa, elettivamente domiciliata in Roma, presso lo studio dell’avv. M.V., che la rappresenta e
difende.
– controricorrente –
avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma n. 5128/ 2019, depositata il 25.7.2019 non
notificata;
Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 24.2.2022 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE
CRICENTI.
Svolgimento del processo
Che:
1.- Z.J., Z.N., Z.G., P.I.C., in proprio, e Zb.Gi. e B.D. quali rappresentanti legali della minore B.R.N.,
nonchè P.I.C. e P.M.S., quali rappresentanti legali della minore P.L.G., sono tutti parenti, figli in
particolare, di Z.V., rimasto vittima di un incidente stradale il (OMISSIS), investito mentre
attraversava la strada sulle strisce pedonali e deceduto dopo tre giorni.
2.- I congiunti della vittima hanno agito in giudizio nei confronti di D.L.M., conducente del veicolo,
e della società D.L. informatica SRL proprietaria, nonchè della G. Assicurazioni spa che garantiva il
veicolo investitore, dopo che comunque quest’ultima aveva corrisposto alcune somme a ristoro del
danno inferto dall’assicurato.
3.- In particolare, gli eredi della vittima hanno agito davanti al Tribunale di Roma, per conseguire un
maggio risarcimento rispetto a quello spontaneamente riconosciuto dalla assicurazione, ed il
Tribunale ha riconosciuto la responsabilità del D.L., liquidato un importo complessivamente
superiore a quello corrisposto in via extragiudiziale dalla G., e condannato quindi i convenuti al
pagamento della differenza.
Questa decisione è stata appellata sia dai convenuti che dagli eredi, da parte dei primi, relativamente
alla risarcibilità di alcuni danni, e, da parte dei secondi, relativamente alla quantificazione del danno
nonchè relativamente al mancato riconoscimento di quest’ultimo a favore di una delle due nipoti, che
al momento del fatto era in tenerissima età.
La Corte di appello di Roma ha rigettato gli appelli incidentali ed ha riconosciuto in parte fondati gli
appelli principali, aumentando di poco la somma riconosciuta in primo grado: ha tuttavia escluso il
risarcimento del danno in favore della nipote che all’epoca dei fatti aveva 8 mesi.
4.- I ricorrenti propongono tre motivi di ricorso avverso tale sentenza; per contro si sono costituiti
con controricorso sia la G. spa che la società informatica D.L. e D.M., i quali hanno proposto ricorso
incidentale basato su tre motivi. I ricorrenti hanno, a loro volta, notificato controricorso avverso tale
ricorso incidentale.
Il PM ha chiesto che sia il ricorso principale che quello incidentale vengano dichiarati inammissibili.
Motivi della decisione
Che:
5.- l’ambito del ricorso.
Le questioni poste dal ricorso principale sono essenzialmente le seguenti: la Corte di appello avrebbe
violato le stesse tabelle del Tribunale di Roma, a cui pur ha dichiarato di far riferimento nella
liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale a favore della figlia, con cui la vittima
conviveva, dando a tale convivenza una rilevanza in termini di risarcimento inferiore rispetto a quella
prevista dalle stesse tabelle; la Corte, allo stesso modo, ha attribuito una rilevanza inferiore a quella
tabellare quanto al rapporto parentale tra la vittima e la nipote più grande, quella delle due a cui favore
è stato riconosciuto un risarcimento; infine ha erroneamente negato il risarcimento a favore della
giovanissima altra nipote che, come si è detto, aveva al momento del fatto solo otto mesi.
6.- Invece, il ricorso incidentale contesta alla sentenza impugnata di avere ritenuto provata la
convivenza tra una delle figlie e la vittima, senza che vi fosse alcun elemento di prova di tale
situazione e quindi di avere conseguentemente maggiorato il risarcimento in ragione di tale
convivenza in modo del tutto infondato; di avere comunque presunto in modo errato che in tale
convivenza, ove eventualmente esistente, la vittima contribuiva anche economicamente a favore della
figlia e che quindi la sua uccisione ha comportato per quest’ultima una perdita risarcibile ulteriore; di
avere infine riconosciuto il risarcimento a favore dell’altra nipote, quella di maggiore età, non tenendo
conto che al momento del fatto la vittima risultava essersi comunque allontanata dalla casa in cui
viveva questa nipote, e che quindi non poteva il diritto al risarcimento di quest’ultima essere
giustificato sulla base di una convivenza con il de cuius.
7.- I primi due motivi del ricorso incidentale condizionano la decisione relativa al primo ed al terzo
motivo del ricorso principale che, come si è detto, attengono al quantum del risarcimento a favore
della figlia convivente e della nipote più grande, mentre per l’appunto il ricorso incidentale mira a
contestare l’an di quel risarcimento.
8.- La questione della convivenza della figlia con la vittima.
Il primo motivo del ricorso principale fa valere violazione degli artt. 1226, 2043, 2056, 2059 c.c.
Secondo i ricorrenti, ma il motivo interessa esclusivamente la ricorrente I.C., ossia la figlia ritenuta
convivente con la vittima al momento del fatto, i giudici di merito avrebbero violato le stesse tabelle
a cui hanno fatto riferimento per la quantificazione del danno, ossia le tabelle del Tribunale di Roma,
che alla convivenza tra vittima e danneggiato “di riflesso” fanno discendere un aumento di quattro
punti ed una maggiorazione di 37.000,140 Euro – nella fattispecie – anzichè di 20.000 Euro come
riconosciuto dalla Corte d’appello, che dunque avrebbe fatto erronea applicazione degli stessi criteri
che si era data per la liquidazione del danno.
Questo motivo di ricorso presuppone che si esamini il primo motivo del ricorso incidentale, con il
quale si denuncia violazione dell’art. 115 c.p.c., ed attraverso cui si rimprovera, al contrario, alla
sentenza impugnata di aver dedotto l’esistenza di una convivenza tra la vittima e la figlia I.C. sulla
base delle sole dichiarazioni dell’appellante e del certificato di residenza in atti, elementi insufficienti
a fornire quella dimostrazione.
In sostanza, laddove il primo motivo del ricorso principale mira a contestare l’ammontare del
risarcimento riconosciuto, il ricorso incidentale mira a contestare l’an di tale risarcimento, negandone
il presupposto di fatto, vale a dire la convivenza tra vittima e figlia.
A ben vedere, anche il secondo dei motivi del ricorso incidentale condiziona l’esame del ricorso
principale.
Con il secondo motivo di ricorso incidentale, che fa valere violazione dell’art. 115 c.p.c., e degli artt.
2697 e 2729 c.c., si censura la circostanza di aver riconosciuto una maggiorazione del risarcimento,
sempre a favore di tale figlia convivente, sull’assunto indimostrato che il padre, vittima dell’incidente,
oltre che convivere con quest’ultima, contribuisse altresì al suo sostentamento, almeno in parte.
Va dunque posta attenzione a questi due motivi del ricorso incidentale, che hanno logicamente
influenza su quelli del ricorso principale.
Essi sono infondati.
I giudici di merito ricavano la circostanza che la vittima convivesse con questa sua figlia non solo dal
fatto che aveva trasferito presso quest’ultima la residenza, elemento che potrebbe di suo essere già
sufficiente e che non può considerarsi del tutto irrilevante, ma altresì dalle dichiarazioni delle altre
parti ricorrenti, che in realtà, pur essendo dichiarazioni di parte, hanno comunque una loro rilevanza:
non fosse altro perchè provengono da persone, le altre sorelle e gli altri fratelli, che avrebbero avuto
interesse contrario ad affermare la convivenza propria, anzichè quella di altro familiare, con il de
cuius, onde lucrare loro direttamente la maggiorazione del risarcimento.
Inoltre, i giudici di appello fanno, sia pure generico riferimento, ai documenti allegati, tra i quali,
come ricordano i ricorrenti nel loro controricorso al ricorso incidentale, vi erano le buste paga del de
cuius da cui risultava il domicilio e da cui risultava che il luogo del lavoro era vicino a casa della
figlia.
L’accertamento della convivenza è indotta da tutti questi elementi.
In sostanza, sebbene la motivazione sia succinta, si può dire che i giudici d’appello hanno
correttamente utilizzato il ragionamento presuntivo per affermare la coabitazione tra la figlia I.C. ed
il genitore vittima dell’incidente.
Allo stesso modo può dirsi che la decisione fonda correttamente la presunzione di sostentamento
economico del padre verso la figlia sul criterio di normalità sociale che, in casi simili, fa presumere
quella contribuzione, in caso di convivenza.
8.1.- La questione del rispetto delle tabelle prescelte.
Ciò detto, ed escluso quindi che, come denunciato con i motivi del ricorso incidentale, erroneamente
è stata operata presunzione di convivenza e di mantenimento economico tra la vittima e la figlia, va
considerato il primo motivo del ricorso principale che denuncia, come si è detto innanzi, violazione
dei criteri tabellari di quantificazione del danno.
Il motivo è fondato.
Non è qui il caso di affrontare la questione circa il vincolo che le tabelle che, come è noto, sono mere
stipulazioni su come quantificare un pregiudizio alla persona, possono o devono avere nel giudizio
sulla stima del danno non patrimoniale.
Resta altresì fuori da questo giudizio la rilevanza accordata dalla decisione impugnata alle tabelle di
Roma anzichè a quelle di Milano, che, per alcuni versi, godono del favore di questa Corte, come da
ultimo riconosciuto da Cass. 8532/2020.
Infatti, nessuna delle parti, nè i ricorrenti principali nè i ricorrenti incidentali, ha posto la questione
della violazione delle tabelle milanesi, ossia della illegittimità della scelta della Corte di appello di
Roma di adottare le tabelle romane anzichè quelle di Milano, che rimane una scelta dunque
incontestata.
Ciò detto, ed al di là per l’appunto del valore da riconoscersi alle tabelle nella liquidazione del danno,
laddove il giudice abbia fatto riferimento, quale criterio per il risarcimento, ad una determinata
tabella, cosi come ad un qualunque altro criterio, egli è tenuto ovviamente a rispettarlo, a meno che
non motivi in modo adeguato le ragioni per le quali rispetto ad una determinata voce di danno non
ritenga di dover seguire quel criterio.
Invece, la Corte di Appello non ha dato conto della applicazione di un criterio in deroga, quanto alla
personalizzazione in questione, a quello che gli offrivano le tabelle romane, che pure erano state scelte
dalla medesima Corte come quelle di riferimento per la stima del pregiudizio.
Questa questione si pone in modo analogo nel terzo motivo di ricorso principale, che ha, per contro,
il suo pregiudizio logico nel terzo motivo del ricorso incidentale.
Con il terzo motivo del ricorso incidentale, infatti, si denuncia nuovamente violazione dell’art. 115
c.p.c., e si censura la sentenza impugnata nella parte in cui avrebbe basato il risarcimento a favore
della più grande delle due nipoti, ossia B.R.N., senza però tener conto che emergeva chiaramente
come non vi fosse più convivenza con la vittima al momento del fatto, avendo quest’ultima lasciato
la casa dove viveva la nipote sin dal 2006 per trasferirsi altrove.
Per contro, il terzo motivo del ricorso principale censura, per violazione degli artt. 1226, 2043, 2056,
2059 c.c., la decisione impugnata, che, riconosciuto quel risarcimento in favore della nipote più
grande, lo ha però liquidato disattendendo le stesse tabelle del Tribunale di Roma: ancora una volta,
mentre questo motivo mira al quantum, quello incidentale contesta l’an, e dunque quello è
logicamente subordinato a questo.
Ma il motivo incidentale è infondato.
Infatti, la decisione impugnata non risarcisce la perdita della convivenza, ma la perdita del rapporto
parentale ed affettivo con il nonno, di cui la convivenza è indice, ma non elemento costitutivo
esclusivo: la decisione impugnata osserva come, pur essendosi allontanato il nonno dalla dimora della
nipote, ciò non ha inciso sul rapporto di affezione e comunque sulla rilevanza del rapporto parentale
tra i due. E dunque la Corte di Appello stessa non nega che la convivenza, ad un certo punto, sia
cessata, piuttosto ritiene ininfluente questo elemento sulla rilevanza del pregiudizio subito dalla
nipote per la perdita del nonno, in quanto il legame tra i due si era comunque consolidato durante il
tempo, passato, in cui avevano vissuto insieme.
Se si ammette che il pregiudizio è nella perdita del rapporto parentale – non nella perdita della
convivenza, ed è ovvio che si tratta di due situazioni distinte-allora la censura è fuori dalla ratio.
Stessa conclusione se oggetto del risarcimento è la sofferenza psichica della minore (il danno morale)
che può prodursi anche se la convivenza con il nonno è cessata da pochi anni.
E così, di conseguenza: se è infondato il motivo di ricorso incidentale, e dunque se si riconosce che
la Corte ha correttamente dato rilevanza alla convivenza tra la nipote più grande ed il nonno, allora è
fondato il terzo motivo del ricorso principale, che denuncia violazione delle tabelle anche su questo
punto: lo è per le ragioni già dette in precedenza.
9.- Il danno al minore infante.
Il secondo motivo del ricorso principale, che non subisce condizionamenti da alcuno dei motivi di
ricorso incidentale, denuncia violazione degli artt. 1226, 2043, 2056, 2059 c.c., e censura la decisione
impugnata nella parte in cui ha escluso il risarcimento a favore della nipote più piccola, che all’epoca
del fatto aveva solo otto mesi.
La ratio della decisione impugnata è che a quell’età non può esservi pregiudizio dovuto alla sofferenza
per la perdita, in quanto la sofferenza è propria di soggetti di maggiore coscienza, a meno di una
prova contraria.
Questa affermazione è contestata dai ricorrenti sostenendo che non tanto del danno morale si deve
discutere quanto della perdita di una sorta di rapporto parentale futuro, ossia della perdita che, una
volta cosciente, la minore avverte e che consiste nel non poter aver il nonno con sè, ossia vivere dei
momenti con lui come nella normalità dei rapporti tra nonno e nipote.
Il motivo è infondato.
La questione è posta, sia pure non esplicitamente, nel ricorso, sotto due aspetti: quello del danno
morale soggettivo e quello del danno, che da quest’ultimo si differenzia per come la giurisprudenza
di questa Corte lo ha enucleato, del danno da perdita del rapporto parentale. Non cumulativamente,
ma parrebbe, alternativamente.
Non è chiaro, in sostanza, quale qualificazione pretenda il motivo di ricorso – e tutto sommato neanche
quale sia stata quella del giudice di merito. Per altro verso, è sicuro che i ricorrenti non chiedono una
duplicazione del risarcimento, proprio in quanto non pretendono espressamente che oltre al
pregiudizio soggettivo (danno morale) sia liquidato anche quello oggettivo (la perdita del rapporto
parentale in sè). Nè la sentenza impugnata, del resto, nè il ricorso, contengono una distinzione tra
questi due pregiudizi, per il caso di perdita del parente.
In tal modo, non è necessario qui discutere l’orientamento iniziato da Cass. sez. un. 26972/2008
secondo cui “la perdita di una persona cara implica necessariamente una sofferenza morale, la quale
non costituisce un danno autonomo, ma rappresenta un aspetto – del quale tenere conto, unitamente a
tutte le altre conseguenze, nella liquidazione unitaria ed omnicomprensiva – del danno non
patrimoniale. Ne consegue che è inammissibile, costituendo una duplicazione risarcitoria, la
congiunta attribuzione, al prossimo congiunto di persona deceduta in conseguenza di un fatto illecito
costituente reato, del risarcimento a titolo di danno da perdita del rapporto parentale, del danno
morale”.
Affermazione che ha avuto, sì, seguito nei suoi esatti termini in decisioni successive (Ad esempio
25351/2015), ma che ha visto altresì la questione precisata in termini più appropriati in Cass.
2557/2011 secondo cui “il soggetto che chiede “iure proprio” il risarcimento del danno subito in
conseguenza della uccisione di un congiunto per la definitiva perdita del rapporto parentale lamenta
l’incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute, del quale è titolare (la cui tutela ex art.
32 Cost., ove risulti intaccata l’integrità psicofisica, si esprime mediante il risarcimento del danno
biologico), sia dall’interesse all’integrità morale (la cui tutela, ricollegabile all’art. 2 Cost., ove sia
determinata una ingiusta sofferenza contingente, si esprime mediante il risarcimento del danno morale
soggettivo)”.
Ad ogni modo, si ripete, non si fa questione qui di duplicazione: i ricorrenti hanno chiesto che venga
risarcito il pregiudizio da perdita del nonno, a favore della nipote infante, quale che esso sia, come lo
si qualifichi, e non in due, ma in una sola voce. Quindi non postulano alcuna duplicazione.
Semmai, allora va posta questione se essi hanno inteso riferirsi al danno morale soggettivo, ossia alla
sofferenza che potrebbe in futuro provare la minore, quando sarà in età di avvertire la perdita, oppure
se abbiano inteso riferirsi, alternativamente, alla perdita del rapporto parentale in quanto tale – e le
due situazioni sono distinte per pacifico assunto, non cumulabili, se si vuole, ma di certo distinte, ed
alternativamente risarcibili.
Rispetto ad entrambi i pregiudizi può assumersi conclusione negativa.
La prima questione, relativa al danno morale soggettivo, è se quest’ultimo possa rilevare per un infante
quando costui ha modo ed età di patirlo, e dunque nei termini di un danno futuro.
In questo senso si è attestata la giurisprudenza di questa Corte per diversi anni, quando il modello di
danno patrimoniale era offerto da quello morale e quando, dunque, per evitare che l’incoscienza
dell’infante impedisse di ammettere una sofferenza d’animo, si ricorreva all’espediente del danno
futuro: non può soffrire oggi, ma soffrirà quando avrà coscienza della perdita, ed ovviamente la
dissociazione temporale tra il fatto illecito ed il pregiudizio che ne segue non impedisce la rilevanza
del danno, non essendo connaturale a quest’ultimo la contestualità con l’azione lesiva (Cass. 1079 del
1974; Cass. n. 2731 del 1968). Quell’espediente era una conseguenza del fatto che l’unica ipotesi di
danno non patrimoniale rilevante, quando quella giurisprudenza si è formata, era il danno morale
soggettivo: cosi che il danno futuro, ossia la dissociazione temporale tra fatto lesivo e ripercussione
dannosa, costituiva un rimedio di politica del diritto alla eventualità che all’infante, non patendo
immediatamente sofferenza per la perdita, venisse negato risarcimento, pur potendo invece quella
sofferenza prodursi in seguito.
Così come analogo espediente era quello di riconoscere danno morale soggettivo agli enti, dicendo
che a soffrire sono le persone fisiche che li compongono.
Ma che si possa dare dissociazione temporale tra fatto lesivo e pregiudizio non basta.
Infatti, per il danno futuro possono ipotizzarsi due diverse configurazioni: il danno virtuale e quello
eventuale. Il primo dei due è un danno certo al momento del fatto illecito, ma destinato ad avere
ripercussioni nel futuro. Esempio di tale ipotesi è l’invalidità permanente, la quale esiste già al
momento della lesione, ma è destinata a prolungarsi in seguito. Caratteristica del pregiudizio futuro
virtuale è di essere suscettibile di stima e valutazione immediate. Il danno futuro eventuale è invece
un danno che al momento del fatto illecito non si sa se si verificherà in futuro. E’ un danno ipotetico.
Ad esempio, la costruzione di un parco di divertimenti adiacente ad una abitazione potrebbe in futuro
far perdere valore all’immobile, e così la perdita del nonno al momento in cui il nipote è in tenerissima
età potrebbe comportare una sofferenza morale quando quest’ultimo avrà l’età per avvertirla.
Di conseguenza, mentre nel caso di danno virtuale l’incertezza attiene al tempo entro cui il danno si
manifesterà, o a quanto esso durerà, nel danno eventuale l’incertezza riguarda proprio la
sopravvenienza stessa del pregiudizio.
Il danno futuro dell’infante, la sua futura sofferenza per la perdita attuale del nonno, è dunque un
danno eventuale che non può essere ritenuto rilevante ora per allora.
Medesima conclusione può assumersi per la perdita del rapporto parentale, ossia per il caso in cui il
pregiudizio in capo all’infante sia visto nei termini di perdita del congiunto.
Questo tipo di danno ha avuto riconoscimento nella giurisprudenza di questa Corte (le decisioni sono
numerose, da ultimo ne costituiscono indice, ed affrontano aspetti diversi, Cass. 18284/2021; Cass.
24689/2020; Cass. 28989/2019) per il fatto che la perdita del rapporto parentale, nella sua dimensione
non patrimoniale, determina con sè perdita dei reciproci affetti in corso, della relazione di solidarietà
e del rapporto di intimità tra congiunti, che sono, a differenza del danno morale soggettivo,
“dimensioni oggettive” del pregiudizio, ossia “utilità” la cui estinzione rileva a prescindere dalla
sofferenza che quella perdita può produrre sul parente sopravvissuto: sono, in altri termini, perdite di
utilità diverse dalla serenità morale.
Ma, anche in tale dimensione, il pregiudizio è rilevante solo se attuale, e lo è per sua natura. Se la
dissociazione, almeno astrattamente, è concepibile per la sofferenza soggettiva- il danneggiato
subisce una lesione di cui è in grado di patire solo in futuro- la perdita del rapporto parentale, in
quanto perdita delle “utilità” che il rapporto consente, è necessariamente una perdita che rileva
immediatamente e che si esaurisce nella contestualità di lesione e danno, per la semplice ragione che
è pregiudizio risarcibile in quanto perdita del godimento di quelle “utilità”. Ed il godimento futuro di
una situazione passata, in quanto annientata dall’illecito, è difficile da ammettere.
In sostanza, la perdita del legame affettivo è perdita attuale, consiste nella definitiva, per l’appunto,
impossibilità di godere di quel legame, difficile da ammettersi come perdita differita rispetto alla
lesione, come invece potrebbe in astratto essere per la sofferenza morale.
Con la conseguenza che la perdita del rapporto parentale è pregiudizio rilevante solo per il congiunto
che di tale rapporto sia parte, ovviamente non in senso formale, ma che lo sia nel senso di poter trarre
dal rapporto le “utilità” che esso offre: reciproco affetto, solidarietà, comunanza familiare, la cui
natura presuppone naturalmente una certa capacità di trarre beneficio da quel rapporto, di averne le
“utilità” che offre e che l’illecito fa perdere definitivamente. E che l’infante non ha. Se si può
ammettere, in astratto, una eventuale sofferenza postuma, non si può ammettere un godimento
postumo dei beni che il rapporto familiare consente.
Vanno pertanto rigettati sia il ricorso principale che quello incidentale.
P.Q.M.
La Corte rigetta sia il ricorso principale che quello incidentale. Compensa le spese. Ai sensi del D.P.R.
n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto che il tenore del dispositivo è tale da
giustificare il pagamento, se dovuto e nella misura dovuta, da parte ricorrente, sia principale che
incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unifico, pari a quello dovuto per il ricorso.
Così deciso in Roma, il 24 febbraio 2022.
Depositato in Cancelleria il 26 aprile 2022

La revocabilità di una donazione per ingratitudine

Cass. Civ., Sez. II, Ord., 29 aprile 2022, n. 13544; Pres. Di Virgilio, Rel. Cons. Fortunato
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –
Dott. PAPA Patrizia – Consigliere –
Dott. FORTUNATO Giuseppe – rel. Consigliere –
Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –
Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 25002/2017 proposto da:
M.G., rappresentato e difeso dall’Avvocato C. P., per procura a margine del ricorso;
– ricorrente –
contro
V.A., rappresentata e difesa dall’Avvocato M. P.I, per procura a margine del controricorso;
– controricorrente –
avverso la SENTENZA n. 164/2017 della CORTE D’APPELLO DI TRIESTE, depositata il
14/3/2017;
udita la relazione della causa svolta dal Consigliere Dott. GIUSEPPE DONGIACOMO nell’adunanza
in camera di consiglio del 5/4/2022.
Svolgimento del processo
1.1. V.A. ha agito in giudizio nei confronti del figlio M.G. chiedendo, per quanto ancora rileva, che
fosse accertata la donazione indiretta in favore di quest’ultimo della proprietà pro quota di un
immobile in (OMISSIS), e che, alla luce del comportamento del figlio, costituente grave ingiuria ai
sensi dell’art. 801 c.c., fosse dichiarata la revocazione della predetta donazione.
1.2. L’attrice, a sostegno della domanda, dopo aver evidenziato di essere stata comproprietaria,
insieme al marito, di un immobile in (OMISSIS) e che, per effetto del fallimento personale di
quest’ultimo, la quota, pari al 50%, del predetto immobile di proprietà dello stesso era stata acquisita
all’attivo della procedura, ha dedotto che, a seguito della partecipazione al relativo incanto, tale quota
era stata assegnata a M.G. ma che il relativo prezzo era stato versato dalla madre con denaro prelevato
dal conto corrente della società F. F.s.a.s. di V.A., della quale era legale rappresentante e socia
accomandante.
1.3. In seguito, tuttavia, erano sorti grossi contrasti per la gestione della società della quale sia la
madre che il figlio erano soci, concretizzatesi in litigi tra loro, cui erano seguite azioni di
danneggiamento da parte del figlio dell’abitazione della madre e dell’azienda sociale, che avevano
indotto la madre a sporgere numerose querele verso il figlio.
1.4. Il tribunale, con sentenza del 18/2/2015, ha accolto la domanda di accertamento della donazione
indiretta, avendo l’attrice pagato il prezzo per l’intestazione della quota immobiliare in capo al figlio,
e, rilevata la sussistenza dei presupposti previsti dall’art. 801 c.c., ha pronunciato la revocazione di
tale donazione.
1.5. M.G. ha proposto appello avverso tale sentenza.
1.6. V.A. ha resistito al gravame, chiedendone il rigetto.
2. 1. La corte d’appello, con la pronuncia in epigrafe, ha rigettato l’appello ed ha, quindi, confermato
la sentenza impugnata.
2.2. La corte, in particolare, ha ritenuto, innanzitutto, che la volontà della V. era certamente stata
quella che “i benefici e la utilità della operazione di aggiudicazione del bene ricadessero a vantaggio
del figlio”, senza alcuna pretesa (restitutoria), e che tale adempimento concretizzasse, pertanto, una
donazione indiretta dell’immobile in favore del figlio.
2.3. Inoltre, come emerso dall’istruttoria, l’attrice ha prelevato il denaro dal conto corrente della
società, annotandolo con un “prelievo a titolo personale”, e non ha, dunque, operato a nome della
società nella sua qualità di sua legale rappresentante, per cui i rapporti della stessa con la società
esulano dal giudizio, rilevando unicamente “la volontà di utilizzo a titolo proprio e personale del
denaro che impedisce la riconducibilità della operazione alla società stessa”.
2.4. La corte, poi, ha ritenuto che la donazione indiretta ha avuto ad oggetto non il denaro ma
l’immobile acquistato osservando che, in caso di intestazione di un bene con denaro dal genitore al
figlio, ciò che rileva è lo scopo perseguito dal disponente e dal beneficiato per cui, se il fine è stato
quello di permettere che quest’ultimo possa acquistare un bene determinato, la liberalità ha per oggetto
tale bene indipendentemente dallo strumento giuridico utilizzato. Nel caso di specie, peraltro, tale
conclusione è ancor di più valorizzata dal fatto che dopo l’aggiudicazione dell’immobile e
l’intestazione al figlio, la V. ha provveduto alla ristrutturazione dell’immobile con denaro proprio
beneficiando ancora di più il donatario.
2.5. La corte, infine, ha ritenuto che sussistevano i presupposti previsti dall’art. 801 c.c.:
dall’istruttoria, infatti, sono emersi comportamenti, posti in essere dal donatario direttamente nei
confronti della donante, che confermano l’esistenza della manifestazione esterna, continua e durevole
di un sentimento di forte opposizione del donatario nei confronti della donante. In effetti, “non
soltanto la condanna in sede penale dell’appellato è stata confermata, ma il comportamento di
opposizione emerge direttamente dalle testimonianze assunte e dalla loro valutazione complessiva”.
2.6. Non sono, dunque, fondate, ha aggiunto la corte, le eccezioni dell’appellane, il quale contesta che
tali comportamenti possano assurgere al rango della grave ingiuria richiesta dalla predetta norma,
trattandosi, in realtà, di “una pluralità di comportamenti strettamente connessi e rivolti verso la
persona della domante e tale non poter essere tollerati secondo un sentire ed una valutazione di
normalità”.
2.7. M.G., con ricorso notificato il 12/10/2017, ha chiesto, per tre motivi, la cassazione della sentenza
della corte d’appello.
2.8. V.A. ha resistito con controricorso del 17/11/2017.
Motivi della decisione
3.1. Con il primo motivo, il ricorrente, lamentando la violazione e la falsa applicazione dell’art. 809
c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte
d’appello ha ritenuto che i fatti accertati nel corso del giudizio integrassero una donazione indiretta
da parte della madre in favore del figlio senza, tuttavia, considerare che, in realtà, le somme utilizzate
per l’acquisto, essendo state prelevate dai conti della società F.F., erano rimaste di proprietà di
quest’ultima.
3.2. La V., pertanto, ha osservato il ricorrente, non è mai diventata proprietaria delle predette somme,
essendosi limitata, con il deposito dell’assegno in cancelleria, ad eseguire materialmente il pagamento
del prezzo per conto della società F.F., a nulla, per contro, rilevando che l’uscita sia stata annotata
dalla stessa V. come prelievo personale. Ne consegue, ha concluso il ricorrente, che la V. non ha
acquistato dal fallimento la metà dell’immobile con denaro proprio, trattandosi, in realtà, di denaro
della predetta società.
3.3. Con il secondo motivo, il ricorrente, lamentando la violazione e la falsa applicazione dell’art.
801 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la
corte d’appello non ha considerato che la V. aveva acquistato dal fallimento solo la quota del 50%
dell’immobile e che, pertanto, non poteva rinvenirsi, nella fattispecie, la struttura tipica della
donazione indiretta della proprietà dell’abitazione.
4.1. I motivi, da esaminare congiuntamente, sono infondati.
4.2. La corte d’appello, invero, con apprezzamento in fatto non sindacabile in questa sede, ha ritenuto,
per un verso, che l’attrice aveva pagato il prezzo per l’acquisto dell’immobile con denaro prelevato
dal conto corrente della società F.F., annotandolo come un “prelievo a titolo personale”, e, per altro
verso, che la stessa, così facendo, aveva operato in proprio e non quale rappresentante della predetta
società, alla quale, pertanto, l’operazione non era giuridicamente imputabile.
4.3. In effetti, una volta escluso che l’amministratore di una società abbia agito nella sua qualità di
legale rappresentante della stessa, risulta, allora, evidente come l’atto d’acquisto da lui compiuto non
è certo imputabile alla società ma direttamente a chi abbia, in nome proprio, l’abbia compiuto, a
prescindere da chi (la società stessa o un terzo) gli abbia (legittimamente o meno) fornito la provvista
per il pagamento del relativo prezzo.
5.1. Con il terzo motivo, il ricorrente, lamentando la violazione e la falsa applicazione dell’art. 801
c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte
d’appello ha ritenuto che sussistevano i presupposti previsti dall’art. 801 c.c., senza, tuttavia,
considerare che, in realtà, nel caso in esame non sussisteva alcuna ingiuria grave costituita dalle offese
all’onore e al decorso del donante.
5.2. Pur a fronte di una situazione di aspri contrasti tra le parti, ha osservato il ricorrente, è, infatti,
mancata la prova che il convenuto abbia manifestato un sentimento di perversa animosità e di grave
e durevole avversione nei confronti del madre.
5.3. La corte d’appello, del resto, si è limitata a ritenere che il giudice di primo grado avesse
correttamente individuato i comportamenti rilevanti del convenuto senza procedere ad un apporto
motivazionale autonomo.
6.1. Il motivo è infondato. Il ricorrente, in effetti, pur denunciando la violazione di norme di legge,
ha, in sostanza, lamentato la valutazione, asseritamente erronea, che la corte d’appello ha fatto delle
prove raccolte in giudizio, lì dove, in particolare, i giudici di merito, ad onta delle asserite emergenze
delle stesse, hanno ritenuto che il convenuto non avesse arrecato alcuna grave offesa ai danni della
madre.
6.2. La valutazione delle prove raccolte, tuttavia, anche se si tratta di presunzioni, costituisce
un’attività riservata in via esclusiva all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, le cui
conclusioni in ordine alla ricostruzione della vicenda fattuale non sono sindacabili in cassazione se
non per il vizio, nella specie neppure invocato, consistito, come stabilito dall’art. 360 c.p.c., n. 5,
nell’avere del tutto omesso, in sede di accertamento della fattispecie concreta, l’esame di uno o più
fatti storici, principali o secondari, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti
processuali, che abbiano costituito oggetto di discussione tra le parti e abbiano carattere decisivo, vale
a dire che, se esaminati, avrebbero senz’altro determinato un esito diverso (e alla parte ricorrente più
favorevole) della controversia.
6.3. Il compito di questa Corte, del resto, non è quello di condividere o non condividere la
ricostruzione dei fatti contenuta nella decisione impugnata nè quello di procedere ad una rilettura
degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, al fine di sovrapporre la propria valutazione
delle prove a quella compiuta dai giudici di merito (Cass. n. 3267 del 2008), anche se il ricorrente
prospetta un migliore e più appagante (ma pur sempre soggettivo) coordinamento dei dati fattuali
acquisiti in giudizio (Cass. n. 12052 del 2007), dovendo, invece, solo controllare, a norma dell’art.
132 c.p.c., n. 4 e art. 360 c.p.c., n. 4, se costoro abbiano dato effettivamente conto delle ragioni in
fatto della loro decisione e se la motivazione al riguardo fornita sia solo apparente ovvero perplessa
o contraddittoria (ma non più se sia sufficiente: Cass. SU n. 805.3 del 2014), e cioè, in definitiva, se
il loro ragionamento probatorio, qual è reso manifesto nella motivazione del provvedimento
impugnato, si sia mantenuto, com’è in effetti accaduto nel caso in esame, nei limiti del ragionevole e
del plausibile (Cass. n. 11176 del 2017, in motiv.).
6.4. La corte d’appello, invero, con motivazione nient’affatto apparente o contraddittoria, dopo aver
valutato le prove raccolte in giudizio, ha ritenuto, in fatto, la sussistenza di comportamenti posti in
essere dal donatario direttamente nei confronti della donante, che confermano l’esistenza della
manifestazione esterna, continua e durevole di un sentimento di forte opposizione del donatario nei
confronti della donante, ed, in forza di tale accertamento, ha ritenuto che tali comportamenti, anche
per la loro rilevanza penale (“… la condanna in sede penale dell’appellato è stata confermata…), erano
qualificabili, ai fini previsti dall’art. 801 c.c., come una grave ingiuria, trattandosi, in effetti, di “una
pluralità di comportamenti strettamente connessi e rivolti verso la persona della domante e tale non
poter essere tollerati secondo un sentire ed una valutazione di normalità”. Ed una volta affermata, in
fatto, la sussistenza, in ragione dei predetti comportamenti, di una grave ingiuria del donatario ai
danni della donante, non si presta, evidentemente, a censure, per violazione della predetta norma di
legge, la decisione che la sentenza impugnata ha conseguentemente assunto, e cioè l’accoglimento
della domanda proposta da quest’ultima in quanto volta alla revocazione della donazione. In effetti,
l’ingiuria grave richiesta dall’art. 801 c.c., quale presupposto necessario per la revocabilità di una
donazione per ingratitudine, pur mutuando dal diritto penale la sua natura di offesa all’onore ed al
decoro della persona, si caratterizza per la manifestazione esteriorizzata, ossia resa palese ai terzi,
mediante il comportamento del donatario, di un durevole sentimento di disistima delle qualità morali
e di irrispettosità della dignità del donante, contrastanti con il senso di riconoscenza che, secondo la
coscienza comune, dovrebbero invece improntarne l’atteggiamento, a prescindere, peraltro, dalla
legittimità del comportamento del donatario (Cass. n. 20722 del 2018; Cass. n. 22013 del 2016).
7. Il ricorso dev’essere, quindi, respinto.
8. Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.
9. La Corte dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto
dalla l. n. 228 del 2012, art.1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il
versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello
previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.
P.Q.M.
La Corte così provvede: rigetta il ricorso; condanna il ricorrente a rimborsare alla controricorrente le
spese di lite, che liquida in Euro 5.800,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge e
spese generali nella misura del 15%; dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1
quater, nel testo introdotto dalla l. n. 228 del 2012, art.1, comma 17, della sussistenza dei presupposti
processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo
unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 5 aprile 2022.
Depositato in Cancelleria il 29 aprile 2022

Minaccia la moglie con un martello per ottenere il reddito di cittadinanza: condannato per estorsione

Cass. Pen., Sez. II, Sent., 02 maggio 2022, n. 17012; Pres. Messini D’Agostini, Rel. Cons.
Recchione
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. MESSINI D’AGOSTINI Piero – Presidente –
Dott. PAZIENZA Vittorio – Consigliere –
Dott. RECCHIONE S. – rel. Consigliere –
Dott. CERSOSIMO Emanuele – Consigliere –
Dott. MONACO Marco M. – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
R.S., nato il (OMISSIS);
avverso la sentenza del 27/10/2020 della CORTE APPELLO di NAPOLI;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere SANDRA RECCHIONE;
Il procedimento si celebra con contraddittorio scritto ai sensi del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma
8, il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore FRANCESCA CERONI ha depositato
conclusioni scritte chiedendo l’inammissibilità del ricorso.
Svolgimento del processo
1. La Corte di appello Di Napoli confermava la responsabilità del R. per il reato di estorsione. Si
contestava al ricorrente di avere minacciato di morte la moglie impugnando un martello e di averle
scagliato contro una lampada intimandole di consegnargli il denaro del reddito di cittadinanza (a lui
intestato ed unica fonte di sostentamento del nucleo familiare) per acquistare sostanza stupefacente.
2. Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione il difensore, che deduceva:
2.1 violazione di legge e vizio di motivazione: si contestava l’assenza degli elementi costitutivi
dell’estorsione ed, in particolare, della minaccia rivolta contro la persona dato che dalle prove raccolte
sarebbe emerso che l’aggressione sarebbe stata rivolta unicamente nei confronti delle cose e si sarebbe
risolta in una sorta di “sfogo” dovuto alla situazione di astinenza nella quale versava il ricorrente.
2.2 Violazione di legge e vizio di motivazione in ordine alla qualificazione giuridica del fatto: il
ricorrente avrebbe agito esclusivamente per entrare in possesso del denaro proveniente dal reddito di
cittadinanza a lui intestato, pertanto il fatto avrebbe dovuto essere definito come esercizio arbitrario
delle proprie ragioni.
Motivi della decisione
1. Il primo motivo di ricorso è inammissibile: si risolve nella proposta di una lettura alternativa delle
emergenze processuali, e non individua fratture logiche manifeste e decisive del percorso
motivazionale.
Il collegio in materia di vizio di motivazione ribadisce che il sindacato del giudice di legittimità sulla
motivazione del provvedimento impugnato deve essere volto a verificare che quest’ultima: a) sia
“effettiva”, ovvero realmente idonea a rappresentare le ragioni che il giudicante ha posto a base della
decisione adottata; b) non sia “manifestamente illogica”, perchè sorretta, nei suoi punti essenziali, da
argomentazioni non viziate da evidenti errori nell’applicazione delle regole della logica; c) non sia
internamente “contraddittoria”, ovvero esente da insormontabili incongruenze tra le sue diverse parti
o da inconciliabilità logiche tra le affermazioni in essa contenute; d) non risulti logicamente
“incompatibile” con “altri atti del processo” (indicati in termini specifici ed esaustivi dal ricorrente
nei motivi posti a sostegno del ricorso) in misura tale da risultarne vanificata o radicalmente inficiata
sotto il profilo logico (Sez. 1, n. 41738 del 19/10/2011, Longo, Rv. 251516); segnatamente: non sono
deducibili censure attinenti a vizi della motivazione diversi dalla sua mancanza, dalla sua manifesta
illogicità, dalla sua contraddittorietà (intrinseca o con atto probatorio ignorato quando esistente, o
affermato quando mancante), su aspetti essenziali ad imporre diversa conclusione del processo; per
cui sono inammissibili tutte le doglianze che “attaccano” la persuasività, l’inadeguatezza, la mancanza
di rigore o di puntualità, la stessa illogicità quando non manifesta, così come quelle che sollecitano
una differente comparazione dei significati probatori da attribuire alle diverse prove o evidenziano
ragioni in fatto per giungere a conclusioni differenti sui punti dell’attendibilità, della credibilità, dello
spessore della valenza probatoria del singolo elemento (Sez. 6 n. 13809 del 17/03/2015,0., Rv.
262965).
Nel caso in esame, contrariamente a quanto dedotto, dal compendio motivazionale integrato
composto dalle due sentenze di merito emergeva che il tentativo di aggressione rivolto contro la
persona offesa – e non solo contro le cose – era stato osservato dagli operanti intervenuti, circostanza
che rende particolarmente solido il quadro probatorio a carico ricorrente (pag. 4 della sentenza
impugnata).
La motivazione offerta dalla Corte territoriale è priva di vizi logici manifesti e decisivi e si presenta
coerente sia con le indicazioni ermeneutiche offerte dalla Corte di legittimità, che con le emergenze
processuali: si sottrae pertanto ad ogni censura in questa sede.
2. Il secondo motivo di ricorso è infondato.
Il collegio rileva che, sebbene la carta che consentiva l’accesso al reddito di cittadinanza fosse
intestata al ricorrente, il suo impossessamento non si risolve nella apprensione di un bene “proprio”,
tenuto conto del fatto che il reddito di cittadinanza è un sussidio che soccorre l’intero nucleo familiare,
come si evince dal fatto che viene elargito sulla base di certificazioni relative alla posizione reddituale
di tutti i componenti della famiglia.
Si ritiene cioè che, quando il reddito è stato concesso sulla base della valutazione della posizione di
un intero nucleo familiare, la apprensione illegittima della carta che consente l’accesso allo stesso
riguarda somme destinate a tutti i componenti della famiglia e non solo all’intestatario del reddito; il
che, nel caso di specie, consente di ritenere integrata l’estorsione, dato che la violenza esercitata dal
R. era diretta ad apprendere somme destinate al sostentamento non solo suo, ma dell’intera famiglia.
La Corte di appello, in coerenza con tale interpretazione, rilevava che destinataria dell’assegno era la
famiglia anagrafica dell’intestatario comprensiva dei coniugi separati o divorziati residenti nella
stessa abitazione e dei figli sotto i ventisei anni non conviventi a carico dei genitori e riteneva,
pertanto, integrata l’estorsione (pag. 7 della sentenza impugnata).
2. Ai sensi dell’art. 616 c.p.p., con il provvedimento che rigetta il ricorso la parte che lo ha proposto
deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 17 marzo 2022.
Depositato in Cancelleria il 2 maggio 2022

La rinuncia al legato è una condizione dell’azione e può intervenire anche in corso di causa

Cass. Civ., Sez. II, ord., 29 aprile 2022, n. 13530 – Pres. Manna, Cons. Rel. Tedesco
CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. MANNA Felice – Presidente –
Dott. TEDESCO Giuseppe – rel. Consigliere –
Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –
Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –
Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 12740-2017 proposto da:
C.F., rappresentati e difeso dall’avv….;
– ricorrente –
contro
L.S., L.M., L.K., elettivamente domiciliati in Roma, via…, presso lo studio dell’avvocato…, che li
rappresenta e difende unitamente agli avvocati…;
– controricorrenti –
L.G.;
– intimato –
avverso la sentenza n. 500/2016 della Corte d’appello di Firenze, depositata il 04/04/2016;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 19/01/2022 dal consigliere Dott.
Giuseppe Tedesco.
Svolgimento del processo
Il Tribunale di Pisa, nella controversia relativa alla successione testamentaria di Lo.Gi., ha
riconosciuto il diritto del coniuge superstite M.R., destinatario in base al testamento di un legato in
sostituzione di legittima, avente ad oggetto il denaro esistente sul conto corrente, di esperire l’azione
di riduzione, in concreto proposta in relazione a una donazione che sarebbe stata realizzata dalla
defunta, a mezzo di costituzione di rendita vitalizia, in favore dei nipoti ex fratre L.M., L.K. e L.S.,
figli di L.I., avendo il legittimario rinunciato al legato. In particolare, il Tribunale, integrato il
contraddittorio con i fratelli della de cuius L.I. e L.G., ha ritenuto che il comportamento complessivo
del coniuge legittimario, anteriore e successivo alla proposizione della controversia, dovesse essere
valutato quale espressione di effettiva rinuncia al legato sostitutivo.
La Corte d’Appello di Firenze ha confermato la decisione.
In relazione alla questione dell’avvenuta rinuncia al legato, essa ha osservato che “il M. ha incassato
l’importo pari alla metà del saldo attivo del libretto di risparmio e del c/c cointestati al M. ed alla defunta
moglie, per la somma di Lire 2.250.000, a fronte del valore dell’eredità, accertato in primo grado e non
contestato in questa sede, pari alla somma di Lire 731.452,000, e che il M. ha provveduto a tutte le spese
necessarie per le esequie, la sepoltura e le onoranze funebri, per la somma di Lire 6.500.009, e cioè a spese
facenti carico alla massa ereditaria in prededuzione rispetto al soddisfacimento di eredità e di legati. Ne
consegue che correttamente il primo giudice ha escluso che l’incasso delle somme di spettanza della defunta
dal libretto e dal c/c costituiscano accettazione del legato in sostituzione di legittima, ed ha affermato, al
contrario, la sussistenza di elementi validi a far ritenere che il comportamento complessivo del M. anteriore e
successivo alla proposizione della controversia, debba essere valutato come espressione di effettiva rinuncia al
legato”.
La sentenza è stata cassata dalla Suprema Corte, in accoglimento del primo motivo di ricorso.
La stessa Corte d’appello di Firenze, adita in sede di rinvio, ha riconosciuto che la Suprema Corte,
pure in assenza di un’esplicita articolazione del principio di diritto, aveva affermato che il coniuge
legittimario, destinatario di un legato sostitutivo, non avrebbe potuto agire in riduzione senza
preventivamente rinunciare al legato.
Ciò posto la Corte di rinvio ha ritenuto che non fosse ravvisabile nel comportamento del legittimario
alcuna rinuncia al legato sostitutivo, essendo tardiva la rinuncia formulata a verbale il 14 marzo
1996.
Per la cassazione della sentenza C.F., quale erede di M.R., già costituito come tale in sede di rinvio,
ha proposto ricorso, sulla base di due motivi.
L.M., L.K. e L.S., anche quali eredi di L.I., hanno resistito con controricorso.
L.G. rimane intimato.
Motivi della decisione
1. E’ infondata l’eccezione di inammissibilità del ricorso. Infatti, la sentenza è stata pubblicata il 4
aprile 2016. Quindi il termine lungo annuale, stabilito nel testo originario dell’art. 327 c.p.c.,
applicabile ratione temporis, tenuto conto del periodo di sospensione feriale (31 giorni), coincideva
non con il giorno 4 giugno, come sostengono i controricorrenti, ma con il giorno successivo 5 giugno
2017: in tale data il ricorso è stato avviato per la notificazione e mezzo del servizio postale.
2. Il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 384 c.p.c. Si sostiene che la
sentenza d’appello non fu cassata per violazione di norme di diritto, ma per vizio di motivazione.
Male avrebbe fatto perciò la Corte fiorentina a ravvisare nella pronuncia di legittimità l’enunciazione
del principio che il legittimario non avrebbe potuto agire in riduzione senza preventivamente
rinunciare al legato.
Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 551 c.c. Ammesso e non concesso
che la pronuncia di legittimità contenesse affermazioni giuridiche vincolanti per il Giudice di rinvio,
il vincolo avrebbe dovuto essere circoscritto alla necessità della rinuncia e non al tempo della stessa
rinuncia al legato sostitutivo. La rinuncia al legato, integrando una condizione dell’azione e non un
presupposto processuale, potrebbe utilmente intervenire anche in corso di causa. La Corte
fiorentina, pertanto, quando ha ritenuto tardiva la rinuncia al legato sostitutivo, in quanto
intervenuta in corso di causa, ha fatto una non corretta applicazione della norma, nient’affatto
avallata dalla pronuncia di legittimità di cassazione con rinvio.
3. I motivi, da esaminare congiuntamente, sono fondati. La rinunzia al legato sostitutivo della
legittima, fatto salvo il requisito della forma scritta quando il legato ha per oggetto beni immobili
(Cass. n. 7098/2011; n. 13785/2004), “può risultare da atti univoci compiuti dal legatario, implicanti
necessariamente la volontà di rinunciare al legato” (Cass. n. 1040/1954; n. 37/1964; n. 261/1965; n.
4883/1996). La giurisprudenza della Suprema Corte chiarisce che atto univoco non è la “sola
dichiarazione di rifiutare le disposizioni testamentarie, in quanto lesive dei diritti dei legittimari,
non potendosi negare a priori a siffatta dichiarazione il significato proprio di una mera riserva di
chiedere soltanto l’integrazione della legittima, ferma restando l’attribuzione del legato” (Cass. n.
15124/2010). Non è atto univoco della volontà di rinunciare al legato sostitutivo neanche la
proposizione dell’azione di riduzione, “essendo ipotizzabile un duplice intento del legittimario di
conseguire il legato e di conseguire la legittima” (Cass. n. 26955/2008).
Il legato sostitutivo rimane soggetto alla norma generale dell’art. 649 c.c., per cui il legato si acquista
immediatamente all’apertura della successione, senza bisogno di accettazione, salva tuttavia la
facoltà di rinunciarvi. L’incompatibilità, secondo l’intento del legislatore, della vocazione a titolo
particolare con il diritto alla quota riservata viene sanzionata subordinando la vocazione a titolo
universale al rifiuto del legato (Cass. n. 13785/2004; n. 4883/1996; n. 11288/2007). La domanda di
riduzione sarà così respinta se il legittimario, prima della spedizione della causa a sentenza, non
dichiari di rinunciare al legato (Cass. n. 19646/2017) o, se si tratti di legato di immobili, non fornisca
la prova di averlo rinunziato con la forma dovuta (Cass., S.U., n. 7098/2011). Il fatto che l’acquisto
del legato avvenga automaticamente non vuol dire che l’accettazione sia inutile o irrilevante. Con
l’accettazione, infatti, il legatario fa definitivamente proprio il beneficio del legato e ciò si traduce
nella definitività giuridica dell’acquisto, rendendo del tutto irrilevante una successiva rinuncia
(Cass. n. 17861/2020).
Consegue dalle considerazioni che precedono, che la rinuncia al legato sostitutivo, intervenuta nel
corso della causa di riduzione, non è mai tardiva in senso squisitamente temporale, potendo la
rinuncia utilmente intervenire prima della spedizione della causa a sentenza, ma al limite irrilevante,
in presenza di una precedente accettazione, espressa o implicita, che avesse consumato la facoltà di
rinuncia del legatario.
4. Ciò posto si deve in primo luogo rilavare che, diversamente da quanto si sostiene nel
controricorso, nella sentenza impugnata non c’è alcun elemento che autorizzi l’illazione che
l’espressione “tardiva” sia stata usata dalla Corte fiorentina come sinonimo di frustranea, in presenza
di accettazione. L’espressione è stata usata volendo il giudice di rinvio alludere al fatto che la
rinuncia è intervenuta a verbale, nel corso della causa, mentre, secondo il medesimo giudice di
rinvio, la Suprema Corte aveva enunciato il principio che la rinuncia dovesse necessariamente
precedere l’esperimento dell’azione.
L’assunto riflette una lettura superficiale della sentenza di cassazione da parte del giudice di rinvio.
La Corte di cassazione, nell’identificare il senso della censura proposta con il motivo accolto, che ha
poi giustificato per ciò solo la cassazione della sentenza, si esprime in questo modo: “Con il primo
motivo i ricorrenti ribadiscono che M.R. non poteva esperire l’azione di riduzione senza prima
rinunciare al legato in sostituzione di legittima e soprattutto dopo averlo conseguito mediante la
riscossione delle somme attribuitegli dalla de cuius. Il motivo è fondato. Nella specie non è
contestato che la disposizione testamentaria di Lo.Gi. in favore del marito costituisse legato in
sostituzione di legittima, per cui in tanto M.R. avrebbe potuto esperire l’azione di riduzione in
quanto avesse preventivamente rinunciato a tale legato. In ordine alla esistenza di tale rinuncia è del
tutto apodittica la affermazione della sentenza impugnata, la quale si limita a condividere l’opinione
del primo giudice, il quale ha affermato, al contrario, la sussistenza di elementi validi a far ritenere
che il comportamento complessivo del M., anteriore e successivo alla proposizione della
controversia, debba essere valutato come espressione di effettiva rinuncia al legato. Ad ogni modo
si osserva che a nulla rileva il fatto che M.R. abbia utilizzato le somme oggetto del legato per il
pagamento di debiti di cui, quale legatario non avrebbe dovuto rispondere”.
In questo quadro decisorio, l’espressione, usata nella decisione di legittimità, “per cui in tanto M.R.
avrebbe potuto esperire l’azione di riduzione in quanto avesse preventivamente rinunciato a tale
legato”, costituisce semplice passaggio argomentativo, che va letto in coordinazione con le
considerazioni che seguono, che non sono incentrate sul tempo della rinuncia rispetto alla
proposizione della domanda, ma sui comportamenti del legatario, che i giudici di merito non
potevano liquidare come irrilevanti al fine di stabilite se il legato non fosse più rinunciabile in quanto
conseguito.
La sentenza, quindi, al di là del vizio formalmente enunciato nella rubrica del motivo accolto (che
non ha mai contenuto vincolante per la qualificazione del vizio denunciato: Cass. n. 7981/2007; n.
1370/2013), è stata cassata per vizio di motivazione, secondo la nozione risultante dall’art. 360 c.p.c.,
nel testo vigente quando fu deciso l’originario ricorso.
5. Il ricorso, pertanto, deve essere accolto e la causa rinviata per nuovo esame alla Corte d’appello di
Firenze in diversa composizione, che provvederà anche alle spese del presente giudizio di
legittimità.
P.Q.M.
accoglie il ricorso; cassa la sentenza; rinvia la causa alla Corte d’appello di Firenze in diversa
composizione anche per le spese.
Conclusione
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Seconda civile della Corte Suprema di
Cassazione, il 19 gennaio 2022.
Depositato in Cancelleria il 29 aprile 2022

Violazione degli obblighi di assistenza familiare. Pagamenti parziali e incostanti non valgono ad escludere il dolo

Cass. Pen., Sez. VI, Sent., 17 marzo 2022, n. 9203 – Pres. Ricciarelli – Cons Rel. Giordano
CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. RICCIARELLI Massimo – Presidente –
Dott. CRISCUOLO Anna – Consigliere –
Dott. GIORDANO Emilia A. – rel. Consigliere –
Dott. VIGNA Maria S. – Consigliere –
Dott. TRIPICCIONE Debora – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
P.D., nato in (OMISSIS);
avverso la sentenza del 25 maggio 2021 della Corte di appello di Milano;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Dr. Emilia Anna Giordano;
udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dr. Orsi
Luigi, che ha concluso chiedendo dichiarare inammissibile il ricorso;
udite le conclusioni formulate dall’avvocato …nell’interesse della parte civile che ha insistito per
l’inammissibilità del ricorso e prodotto nota spese;
udite le conclusioni del difensore dell’imputato, avvocato…, che ha insistito per l’accoglimento del
ricorso.
Svolgimento del processo
1. La Corte di appello di Milano ha rideterminato, per effetto dell’applicazione delle circostanze
attenuanti generiche, la pena inflitta a P.D. in quella di mesi due e giorni venti di reclusione ne ha
confermato il giudizio di colpevolezza in ordine al reato di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 12- sexies
e L. n. 54 del 2006, art. 3 e art. 570 c.p., commesso dal mese di (OMISSIS) in permanenza, per avere
violato gli obblighi di assistenza economica nei confronti del figlio minore omettendo corrispondere
alla madre affidataria, ex convivente dell’imputato, l’assegno mensile di mantenimento fissato dal
Tribunale civile di Milano.
2. Con i motivi di ricorso, di seguito sintetizzati ai sensi dell’art. 173 disp. att. c.p.p. nei limiti
strettamente indispensabili ai fini della motivazione, il ricorrente denuncia:
2.1. l’erronea applicazione della legge penale, in relazione alla L. n. 898 del 1970, art. 12-sexies e L. n.
54 del 2006, art. 3, disposizioni abrogate per effetto del D. Lgs. n. 21 del 2018 – entrato in vigore dopo
il decreto di citazione diretta a giudizio dell’imputato intervenuto il 24 maggio 2018. Per effetto di
tale abrogazione deve ritenersi che l’imputato è stato, contraddittoriamente, condannato in primo
grado per la violazione dell’art. 570 c.p., comma 2, n. 2 – condanna verso la quale depone
l’applicazione della pena della multa in una a quella detentiva, inflitta dal Tribunale – e, in appello,
per la violazione dell’art. 570-bis c.p.. Evidenzia che, in tal caso, la condanna in primo grado è
intervenuta in mancanza dell’accertamento dei requisiti previsti per ritenere integrato il reato di
violazione degli obblighi di assistenza familiare e, in particolare, lo stato di bisogno del minore e la
capacità economica della persona obbligata alla persona obbligata a prestare i mezzi di sussistenza.
Rileva, altresì, che l’applicazione dell’art. 570-bis c.p. alla fattispecie concreta di violazione degli
obblighi economici in favore dei figli minori di persone conviventi è stata controversa in
giurisprudenza e che sono stati violati i diritti dell’imputato sia se il fatto deve ricondursi alla
fattispecie di cui all’art. 570 c.p., comma 2, n. 2 sia se debba ricondursi alla fattispecie di cui all’art.
570-bis c.p.;
2.2.contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata che, al pari di quella di primo
grado, ha ritenuto integrato il dolo pur dando atto dell’intervenuto pagamento, anche per somme
eccedenti quella fissata, di quote di contributo: il dolo è stato ritenuto sussistente a “intermittenza”
sia perchè l’imputato è stato assolto da alcune omissioni, ritenendo integrata la sua condizione di
indigenza e, quindi, la indisponibilità di mezzi per assolvere alle obbligazioni sia perchè la
circostanze che in alcune occasioni aveva versato all’ex convivente più di quanto contenuto è
statittoriamente, per escludere la sua indigenza e indisponibilità di mezzi.
Motivi della decisione
1. Il ricorso è inammissibile perchè proposto per motivi manifestamente infondati e generici. Val
bene una premessa.
Non è revocabile in dubbio il diverso perimetro applicativo della disposizione di cui all’art. 570 c.p.,
comma 2, n. 2 e le fattispecie di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 12-sexies e L. n. 54 del 2006, art. 3 che
rinviavano, ai fini della determinazione del trattamento sanzionatorio, all’art. 570 c.p., comma 1
secondo una interpretazione pacifica dopo una risalente pronuncia delle Sezioni Unite di questa
Corte (S.U. n. 23866 del 31/01/2013, Rv. 255269) ribadita, con riferimento alla disposizione di cui
all’art. 570-bis c.p. anche in tempi recenti (Sez. 6, n. 33165 del 03/11/2020, Rv. 279923).
Invero, a differenza della L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 12-sexies, che punisce il mero
inadempimento dell’obbligo di corresponsione ai figli (senza limitazione di età) affidati al coniuge
divorziato dell’assegno di mantenimento stabilito dal giudice in sede di divorzio e del suo omologo,
L. n. 54 del 2006, art. 3 che ha esteso il trattamento punitivo al coniuge separato, prescindendo dalla
prova dello stato di bisogno dell’avente diritto, l’art. 570 c.p., comma 2, n. 2 appresta tutela penale
alla violazione dell’obbligo dei genitori di assicurare i mezzi di sussistenza ai figli minori in stato di
bisogno (Sez. 6, n. 6575 del 18/11/2008, dep. 2009, Rv. 243529).
Deve escludersi, sulla scorta della motivazione della sentenza impugnata e della contestazione
formale ascritta all’imputato che nel caso in esame i giudici del merito abbiano ritenuto integrata la
fattispecie di cui all’art. 570 c.p., comma 2, n. 2 applicando, viceversa, il trattamento punitivo di cui
all’art. 570 c.p., comma 1 – richiamato quoad poenam nella imputazione – al reato ascritto
all’imputato sussunto e rimodellando in appello il trattamento punitivo inflitto in primo grado anche
con la irrogazione della multa (erroneamente applicata).
Non è fondata la tesi della difesa secondo la quale è intervenuta l’abrogazione delle fattispecie
incriminatrici di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 12-sexies e della L. n. 54 del 2006, art. 3.
In presenza di un costante orientamento della Corte di legittimità secondo cui in tema di reati contro
la famiglia, è configurabile il reato di cui alla L. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 3, anche in caso di omesso
versamento, da parte di un genitore, dell’assegno periodico disposto dall’autorità giudiziaria in
favore dei figli nati fuori dal matrimonio (Sez. 6, n. 14731 del 22/02/2018, S, Rv. 272805; Sez. 6, n.
12393 del 31/01/2018, P, Rv. 272518; Sez.6, n. 25267 del 06/04/2017, S. Rv. 270030) si è ritenuto che
l’entrata in vigore dell’art. 570-bis c.p., introdotto con D.Lgs. 1 marzo 2018, n. 21, non si è verificato
un effetto di abolizione delle fattispecie incriminatrici poichè tale disposizione si è limitata a
trasporre in un diverso contesto ordinamentale le precedenti disposizioni. Fondamentale il rilievo
che il D.Lgs. n. 21 del 2018 ha dato attuazione ad una delle deleghe contenute nella L. 23 giugno
2017, n. 103 (c.d. “legge Orlando”), e in particolare a quella – prevista dall’art. 1, comma 85, lettera q)
della suddetta legge – relativa all’introduzione del principio della “riserva di codice”, e tenuto conto,
altresì, della natura e della portata della delega conferita con la L. n. 103 del 2017, cioè, una delega
di natura meramente compilativa che autorizzava la traslazione delle figure criminose già esistenti
nel corpus del codice, senza contemplare alcuna modifica sostanziale delle stesse. Alla formale
abrogazione della L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 12-sexies e della L. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 3 non
può ritenersi verificata anche un’abolizione delle corrispondenti figure di reato, transitate nel nuovo
corpus normativo.
Da qui l’affermazione che il delitto di omesso versamento dell’assegno periodico per il
mantenimento, l’educazione e l’istruzione dei figli, previsto dall’art. 570-bis c.p. configurabile anche
in caso di violazione degli obblighi di natura patrimoniale stabiliti nei confronti di figli minori nati
da genitori non legati da vincolo formale di matrimonio (Sez. 6, n. 55744 del 24/10/2018, G, Rv.
274943) verificandosi piena continuità normativa tra la fattispecie prevista dalla L. 8 febbraio 2006,
n. 54, art. 3 e quella prevista dall’art. 570-bis c.p., principio ribadito nella successiva giurisprudenza
di legittimità senza soluzione di continuità (Sez. 6, n. 56080 del 17/10/2018, G., Rv. 274732; Sez. 6, n.
8297 del 5/12/2018, dep. 2019, n. mass.), assurto al rango di diritto vivente, attestato anche nella
dichiarazione di non fondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 570-bis c.p. con
la sentenza n. 189 del 5 giugno 2019.
E si tratta, passando alla individuazione degli elementi costitutivi della fattispecie di cui all’art. 570-
bis c.p., di una condotta illecita integrata non dalla mancata prestazione di mezzi di sussistenza, ma
dalla mancata corresponsione delle somme stabilite in sede civile in favore dei figli minori, cosicchè
l’inadempimento costituisce di per sè oggetto del precetto penalmente rilevante, non essendo
consentito al soggetto obbligato operarne una riduzione e non essendo necessario verificare se per
tale via si sia prodotta o meno la mancanza di mezzi di sussistenza. (Sez. 6, n. 4677 del 19/01/2021,
M., Rv. 280396).
Da tale ricostruzione consegue la manifesta infondatezza in diritto delle questioni poste dalla difesa
con i motivi di ricorso, ormai superate con pronunce di gran lunga antecedenti alla proposizione dei
motivi di ricorso, che non contengono argomentazioni in diritto apprezzabili per ritenere superabili,
o almeno confutabili, le conclusioni raggiunte in sede di nomofilachia.
Ma deve, altresì, escludersi che la condanna dell’imputato abbia comportato una violazione del
diritto di difesa poichè l’imputato, destinatario di una contestazione per il reato di cui all’art. 570
c.p., L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 12-sexies e L. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 3 si sia visto condannare
– la sentenza di primo grado è stata adottata il 15 luglio 2019 – a sorpresa per il reato di cui all’art.
570-bis c.p., essendo tale riqualificazione prevedibile per l’imputato e non determinando la stessa
una lesione dei diritti della difesa (Sez. 6, Sentenza n. 26329 del 14/02/2019. M., Rv. 275989).
2.11 secondo motivo di ricorso involge l’apprezzamento di aspetti in fatto correttamente valutati
dalla Corte di appello che ha dato atto delle modalità altalenanti e a singhiozzo dell’adempimento,
da parte dell’imputato, dell’obbligo di corrispondere alla ex convivente l’assegno di mantenimento
previsto a favore del figlio minore.
La Corte di merito ha, in primo luogo, operato una precisa ricostruzione di quanto corrisposto
dall’imputato evidenziando che il saldo complessivo tra pagato e dovuto era, comunque, negativo e
che l’imputato non aveva mai corrisposto alcunchè per le spese straordinarie (le spese sanitarie del
minore, anche di particolare importanza). Ha ritenuto che pagamenti parziali e scostanti (o anche
superiori al dovuto) non valgono ad escludere il dolo della fattispecie incriminatrice che presuppone
un’incapacità economica, assoluta e incolpevole, non dimostrata dall’imputato e contraddetta anche
dalla occasionale corresponsione di somme di maggiore importo, la cui disponibilità l’imputato non
ha comprovato come dovuta a fattori eccezionali, rispetto alla dedotta ma non seriamente dimostrata
impossibilità di adempimento.
Le argomentazioni della Corte di merito non sono contraddittorie ma precisamente calibrate sulla
condotta dell’imputato da cui hanno tratto la conclusione, non illogica rispetto alla premessa, che
l’imputato volontariamente si sottraeva al pagamento del dovuto salvo di tanto in tanto soddisfar le
legittime pretese e i solleciti della ex convivente.
Va ribadito che, nella materia dell’adempimento dell’assegno di mantenimento, assume centrale
rilievo l’elemento temporale dell’adempimento, il suo tempestivo e regolare rispetto, secondo le
cadenze stabilite, nonchè la corretta corresponsione di quanto convenuto perchè le somme sono
funzionali a garantire i mezzi indispensabili all’assolvimento delle esigenze economiche del
destinatario che deve poter contare sulla regolarità e tempestività dell’adempimento e sul quale fa,
evidentemente, affidamento.
Il mancato rispetto di tempi e modalità di somministrazione non può essere compensato da
pagamenti occasionali, corrisposti una tantum, anche nel caso in cui la somma corrisposta sia
superiore alla quota in quel momento spettante e non solo perchè, come ben evidenziato nella
sentenza impugnata, nel caso in esame il saldo tra dovuto e pagato si è rivelato negativo ma per la
ragione risolutiva che non è stato rispettato il termine per l’adempimento.
4. All’inammissibilità dell’impugnazione segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali e di una somma in favore della Cassa delle Ammende, che si considera conforme a
giustizia fissare in Euro 3.000,00 (tremila) ed al pagamento delle spese sostenute nel presente grado
dalla parte civile V.V., liquidate, secondo i parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014 e ss. modifiche,
nell’importo di Euro 3.510,00, oltre accessori di legge.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e
della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende. Condanna inoltre il ricorrente a
rifondere alla parte civile V.V. le spese di rappresentanza e difesa nel presente grado di giudizio,
che liquida in complessivi 3.510,00 Euro, oltre accessori di legge.

La carriera di corista sacrificata per la famiglia non può essere irrilevante ai fini dell’assegno divorzile

Tribunale di Bologna, sent. 24 gennaio 2022 n. 174
I l T r i b u n a l e O r d i n a r i o di B o l o g n a
P R I M A S E Z I O N E C I V I L E
in persona dei magistrati
dott. Bruno Perla Presidente
dott.ssa Carmen Giraldi Giudice Relatore
dott. Sonia Porreca Giudice
ha pronunciato la seguente
S E N T E N Z A
nella causa di primo grado iscritta al n. 8979 del Ruolo Generale degli affari contenziosi per l’anno
2018
promossa da
YY (c.f. omissis), rappresentato e difeso dall’Avvocato ..del Foro di Bologna
– parte attrice –
contro
XX (c.f. omissis), rappresentata e difesa dall’Avvocato …del Foro di Bologna
– parte convenuta –
e con l’intervento del Pubblico Ministero presso il Tribunale di Bologna
oggetto
“Divorzio contenzioso – Scioglimento del matrimonio”
CONCLUSIONI delle parti come in verbale di udienza in data 20.04.2021
FATTO E DIRITTO
Con ricorso depositato in data 04.06.2018, YY chiedeva a questo Tribunale di pronunciare lo
scioglimento del matrimonio civile celebrato in (omissis), (Modena), il (omissis).(omissis).2000 tra il
ricorrente e XX, unione dalla quale non nascevano figli. La difesa di parte ricorrente invocava
l’applicazione dell’art. 3 n. 2 L. 1.12.1970 n. 898, come successivamente modificato dalla Legge n.
55/2015, dando atto che i coniugi vivevano separati dal 26.05.2015, data in cui veniva omologato il
verbale dinanzi al Tribunale di Bologna. Parte ricorrente chiedeva, inoltre, di dichiarare
l’insussistenza reciproca tra le parti di obblighi a titolo di mantenimento o a titolo alimentare.
Si costituiva XX, che non si opponeva alla declaratoria di scioglimento del matrimonio, chiedendo,
tuttavia, di confermare le condizioni della separazione consensuale; in particolare, chiedeva la
corresponsione a suo favore di un assegno divorzile di € 1.500,00 mensili a carico del ricorrente.
All’udienza fissata, a norma dell’art. 4 L.898/1970, in data 06.11.2018, comparivano personalmente
entrambi i coniugi e il Presidente, vanamente esperito il tentativo di conciliazione, nominava il
giudice istruttore e pronunciava i provvedimenti provvisori ed urgenti di propria competenza, in
particolare confermando le condizioni della separazione consensuale sul presupposto che le
condizioni reddituali delle parti non fossero sostanzialmente mutate.
Introdotta la fase di merito del procedimento, su richiesta congiunta delle parti all’udienza del
21.02.2019, veniva pronunciata sentenza parziale sul vincolo in data 25.07.2019.
In fase istruttoria, venivano depositati documenti, per lo più attestanti la situazione economico-
patrimoniale delle parti, e venivano sentiti i testi all’udienza del 28.10.2020, soprattutto in relazione
allo svolgimento del ménage familiare in costanza di matrimonio, finalizzato al riconoscimento o
meno di un assegno divorzile a favore della resistente.
Terminata la fase istruttoria del procedimento, all’udienza del 20.04.2021 le parti precisavano le
conclusioni. La causa veniva, quindi, assegnata in decisione al Collegio, decorsi i termini ex art. 190
c.p.c. e discussa nella camera di consiglio del 14.12.2021
Preliminarmente, va dato atto del fatto che, per effetto della sentenza parziale n. 1753 pronunciata
da questo Tribunale in data 25.07.2019, il vincolo matrimoniale che legava i sigg.ri YY e XX è ormai
sciolto, con conseguente definitiva modifica del relativo status a far data dal passaggio in giudicato
della predetta sentenza.
In merito alla domanda accessoria, inerente la sussistenza o meno del diritto alla percezione di un
assegno divorzile da parte della resistente, ritiene il Tribunale che essa sia fondata e debba essere
accolta.
L’art. 5, 6° comma, della L. n. 898/1970, così come modificato dalla L. n. 74/1987, dispone che “con la
sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale, tenuto
conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da
ciascuno alla condizione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito
di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo
per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha
mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive.”.
In base alla norma, oltre che a consolidata giurisprudenza (Cass. S.U. n. 18287/2018), dunque, per
ammettere l’assegno divorzile è necessario considerare le condizioni economiche delle parti, i redditi
delle stesse e la durata del matrimonio (cd. criterio assistenziale), il contributo economico e personale
dato da ciascun coniuge alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio
comune, nonché le aspettative reddituali e professionali che un coniuge ha sacrificato per lo
svolgimento armonioso del ménage familiare (cd. criterio compensativo-perequativo).
Alla luce di ciò, la prima operazione da effettuare è l’analisi delle condizioni economico-patrimoniali
delle parti.
Come è stato dimostrato nella fase istruttoria del procedimento, YY è titolare dell’impresa agricola
“(omissis)”, nonché proprietario di terreni destinati alla coltivazione ed alla produzione.
Dalle dichiarazioni dei redditi e dai modelli IVA allegati agli atti di causa (Doc. nn.15-32) emerge
che il reddito agrario imponibile è pari a € 20.000,00 circa, mentre il volume d’affari derivante
dall’esercizio dell’attività di impresa agricola è pari a € 600.000,00 circa, con un importo di costi e
acquisti pari ad € 450.000,00 circa. Ne consegue che il reddito complessivo annuo di YY può dirsi
compreso tra € 150.000,00 ed € 200.000,00.
Al contrario, XX, a seguito della separazione personale dal coniuge intervenuta nel 2015, ha iniziato
a svolgere la libera professione di insegnante di canto, tenendo lezioni private e percependo un
reddito annuo di € 2.900,00 lordi (2.200,00 netti, cfr. doc 23 resistente) da scomputare dalle somme
risultanti in dichiarazione dei redditi che comprendono anche l’importo del contributo di
mantenimento.
Inoltre, XX è obbligata al pagamento di un canone di locazione di € 500,00 al mese.
Dalla ricostruzione dei redditi delle parti basata sui documenti prodotti in giudizio, è evidente la
disparità delle condizioni economiche delle stesse, disparità che è idonea a giustificare il diritto della
convenuta all’assegno divorzile.
Accertata la sperequazione dei redditi tra le parti, è fondamentale verificare anche la sussistenza del
criterio compensativo-perequativo dell’assegno divorzile, che, nel caso di specie, risulta essere
integrato.
Sul punto il Collegio aderisce all’orientamento della Cassazione (SSUU 18287/2018) «Il fondamento
costituzionale dei criteri indicati nell’incipit della norma conduce ad una valutazione concreta ed effettiva
dell’adeguatezza dei mezzi e dell’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive fondata in primo luogo sulle
condizioni economico-patrimoniali delle parti, da accertarsi anche utilizzando i poteri istruttori officiosi
attribuiti espressamente al giudice della famiglia a questo specifico scopo. Tale verifica è da collegare
causalmente alla valutazione degli altri indicatori contenuti nella prima parte dell’art. 5, c.6, al fine di
accertare se l’eventuale rilevante disparità economico-patrimoniale degli ex coniugi all’atto dello scioglimento
del vincolo sia dipendente dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di
matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione
dell’assunzione di un ruolo trainante endofamiliare, in relazione alla durata, fattore di cruciale importanza
nella valutazione del contributo di ciascun coniuge alla formazione del patrimonio comune e/o del patrimonio
dell’altro coniuge, oltre che delle effettive potenzialità professionali e reddituali valutabili alla conclusione della
relazione matrimoniale, anche in relazione all’età del coniuge richiedente ed alla conformazione del mercato
del lavoro.».
L’accertamento relativo all’inadeguatezza dei mezzi ed all’incapacità di procurarseli per ragioni
oggettive deve, dunque, essere saldamente ancorato alle caratteristiche ed alla ripartizione dei ruoli
endofamiliari, i quali, alla luce del principio solidaristico che permea la formazione sociale della
famiglia, di rilievo costituzionale, costituiscono attuazione della rete di diritti e doveri fissati dall’art.
143 c.c.
«Occorre accertare se la condizione di squilibrio economico patrimoniale sia da ricondurre eziologicamente alle
determinazioni comuni ed ai ruoli endofamiliari, in relazione alla durata del matrimonio e all’età del
richiedente», di modo che ove la disparità reddituale abbia questa specifica radice causale e sia
accertato — con assolvimento di un onere probatorio che le Sezioni Unite richiedono espressamente
sia “rigoroso” (cfr. pag. 36 della sentenza in commento) — «..che lo squilibrio economico patrimoniale
conseguente al divorzio derivi dal sacrificio di aspettative professionali e reddituali fondate sull’assunzione di
un ruolo consumato esclusivamente o prevalentemente all’interno della famiglia e dal conseguente contribuito
fattivo alla formazione del patrimonio comune e a quello dell’altro coniuge.».
Nel caso in esame risulta che la apprezzabile disparità economico-reddituale «..sia dipendente dalle
scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle
aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione dell’assunzione di un ruolo trainante
endofamiliare, in relazione alla durata, fattore di cruciale importanza nella valutazione del contributo di
ciascun coniuge alla formazione del patrimonio comune e/o del patrimonio dell’altro coniuge, oltre che delle
effettive potenzialità professionali e reddituali.».
La prova del sacrificio professionale sopportato dalla XX si è formata in giudizio grazie alle
dichiarazioni testimoniali rese all’udienza del 28.10.2020, che si sono rivelate precise e concordanti.
È emerso che le parti si sono conosciute nel 1997 a Spoleto, quando la resistente lavorava a Roma nel
Coro d’opera (“..in quel periodo era cantante nel Coro dell’opera a Roma..”, ha riferito il teste C. T. D’A.).
Nel 1999, ella si trasferì a Bologna ed iniziò una convivenza con YY, alla quale seguì il matrimonio
nel 2000. Nel corso del matrimonio, XX decise di lasciare il lavoro da corista, che le imponeva
numerose trasferte lontano da casa (“..come corista avrebbe dovuto fare numerose trasferte..”, ha riferito
la teste…), per dedicarsi alla cura della casa e della famiglia, anche in considerazione del fatto che
YY, data la sua attività di coltivatore diretto, era assente gran parte della giornata. Il teste B. D’A. ha
riferito che “..fu il marito a chiedere di interrompere la carriera di artista di coro e a non recarsi al coro di
Rovigo..”, circostanza confermata anche dalla teste C. T. D’A. Inoltre, B. D’A. ha precisato che “..mia
figlia ci teneva all’indipendenza economica e, pertanto, ha sempre lavorato; la scelta di lasciare il coro ad
attività di solista fu dettata dalla volontà di seguire maggiormente il marito.”.
È pacifico, dunque, che XX abbia rinunciato al suo lavoro, sacrificando una carriera di corista d’opera
già avviata, per occuparsi dell’attività domestica e familiare e, talvolta, aiutare il marito nella vendita
dei prodotti o nell’organizzazione delle fiere.
Non depongono in senso contrario le deposizioni dei testi portati dal ricorrente (teste G.); la
circostanza che il marito accompagnasse la moglie in auto ad alcuni concerti — che la moglie è
riuscita a tenere durante il matrimonio e — per i quali YY spronava la moglie, non scalfisce il dato
obiettivo che XX, per seguire il marito e la famiglia, abbia abbandonato l’ attività di corista del
prestigioso coro dell’Opera di Roma, attività che le avrebbe consentito, al di là del raggiungimento
dell’aspirazione di divenire nel tempo solista, una condizione economica regolare e stabile, non
paragonabile ad occasionali e frammentarie occasioni lavorative, difficilmente coltivabili con
costanza anche a causa della distanza dall’ubicazione della residenza familiare.
Il fatto che la carriera di corista sia stata sacrificata non può essere irrilevante ai fini del diritto
all’assegno divorzile.
Pertanto, integrata anche la funzione compensativa-perequativa, ritiene il Tribunale che XX abbia
diritto all’assegno divorzile.
Tuttavia, relativamente al quantum dell’assegno stesso, si ritiene che, rispetto all’assegno di
mantenimento concordato in sede di separazione in € 1.500,00 mensili, debba operarsi una
riduzione, attesa la diversa funzione del contributo di mantenimento della separazione finalizzato
ad assicurare il tenore di vita goduto durante la vita matrimoniale.
XX gode di una specifica preparazione in materia di canto lirico tale da poter incrementare il proprio
lavoro di insegnante-libera professionista, lavoro che è possibile svolgere nonostante l’attuale età
della stessa (54 anni), dato che risulta già inserita in una scuola di canto.
Si ritiene, pertanto, equa la somma di € 1.000,00 a titolo di assegno divorzile. Essa tiene conto della
durata quindicennale del matrimonio, della sperequazione dei redditi tra le parti, della rinuncia
all’attività lavorativa da parte della convenuta per la cura della casa e della famiglia, nonché delle
attuali prospettive lavorative della stessa in considerazione della sua età e delle sue competenze e
capacità.
Infine, quanto alle spese di lite, esse sono regolate dal principio generale della soccombenza e sono
quindi poste a carico di YY.
La relativa liquidazione è fatta in dispositivo sulla base del valore effettivo della causa con
applicazione dei nuovi parametri di cui al D.M. n. 55/2014 attualmente in vigore (cfr., sul punto,
Cass. S.U. n. 17405/12; conf. Cass. 23318/2012, nonché, da ultimo, Cass. ord. sez. 6-3 n. 13628/2015),
tenuto conto della natura e del pregio dell’attività difensiva svolta, nonché della notula depositata
in atti.
P.Q.M.
Il Tribunale, definitivamente pronunciando:
1. dispone che YY versi a XX la somma mensile di € 1.000,00 a titolo di assegno divorzile, con
decorrenza dal passaggio in giudicato della sentenza sul vincolo, somma annualmente rivalutabile
secondo gli indici Istat annuali da corrispondere entro il giorno 5 di ogni mese;
2. Condanna YY al pagamento delle spese di lite, liquidate in € 7300,00 oltre rimborso forfettario, Iva
e Cpa come per legge.
Così deciso in Bologna nella Camera di Consiglio della Sezione Prima Civile in data 14.12.2021

Sussidiaria l’obbligazione alimentare degli ascendenti.

Cass. I Sez., ord. 31 marzo 2022, n. 10450
Presidente Genovese – Relatore Caiazzo
Rilevato in fatto che:
Con sentenza del 25.10.13 il Tribunale di Salerno rigettò la domanda di G.A. di
revoca dell’assegno ex art. 148 c.c., per Euro 206,58 riconosciuto a favore di
due nipoti, cui era stato onerato come genitore del figlio defunto G. , con
ordinanza presidenziale del 1999, rilevando che il prospettato mutamento delle
pag. 2/4
condizioni dell’obbligato non fosse tale da far venir meno l’obbligo a suo carico
perché i due nipoti beneficiari, sebbene maggiorenni, non avevano ancora
raggiunto l’autonomia economica e non potevano essere sostenuti dalla sola
madre, F.C. , la quale era titolare di un reddito modesto che, al 2011,
ammontava a Euro 6097,00 derivante da rapporto di lavoro dipendente,
gravando sulla stessa anche il pagamento della somma mensile di Euro 250,00
per il canone locatizio dell’abitazione occupata dai figli per motivi di studio; il
ricorrente coobbligato disponeva invece di reddito di Euro 13.981,00 annui, per
il 2011, e rendite di proprietà (avendo anche dismesso alcune proprietà dopo
l’insorgenza dell’obbligo di mantenimento), mentre le sue condizioni di salute
non avrebbero potuto esimerlo dall’obbligo stesso. Il giudice rigettò anche la
domanda riconvenzionale della F.
G.A. ricorre in cassazione con unico motivo, illustrato con memoria. Non si è
costituita l’intimata.
Ritenuto in diritto che:
L’unico motivo denunzia violazione degli artt. 147, 148 e 1362 c.c., in quanto:
la Corte d’appello non aveva correttamente distinto tra alimenti e
mantenimento, dato che i nonni sono tenuti a versare i soli alimenti; l’obbligo di
mantenimento grava sui nonni in via sussidiaria rispetto ai genitori per la parte
in cui quest’ultimi non vi possano provvedere (al riguardo, s’assume che i due
nipoti avevano raggiunto una maturità psicofisica tale da poter provvedere
autonomamente al proprio fabbisogno); il reddito da pensione del ricorrente
ammontava a Euro 700,00 mensile, appena sufficiente a soddisfare le proprie
esigenze di vita, mentre gli altri redditi riguardavano i fabbricati; l’obbligo in
questione non sussisteva in quanto la madre dei beneficiari disponeva di redditi
idonei a far fronte al relativo mantenimento, sulla base degli accertamenti
tributari da cui s’evinceva, inoltre, l’accredito alla F. , su conto economico
cointestato con altra persona, della somma di Euro 770,00 per
stipendio/pensione.
Il motivo è fondato. Secondo consolidata giurisprudenza di questa Corte,
l’obbligo di mantenimento dei figli minori ex art. 148 c.c., spetta primariamente
e integralmente ai loro genitori sicché, se uno dei due non possa o non voglia
adempiere al proprio dovere, l’altro, nel preminente interesse dei figli, deve far
fronte per intero alle loro esigenze con tutte le sue sostanze patrimoniali e
sfruttando tutta la propria capacità di lavoro, salva la possibilità di convenire in
giudizio l’inadempiente per ottenere un contributo proporzionale alle condizioni
economiche globali di costui; pertanto l’obbligo degli ascendenti di fornire ai
genitori i mezzi necessari affinché possano adempiere i loro doveri nei confronti
dei figli – che investe contemporaneamente tutti gli ascendenti di pari grado di
entrambi i genitori – va inteso non solo nel senso che l’obbligazione degli
ascendenti è subordinata e, quindi, sussidiaria rispetto a quella, primaria, dei
genitori, ma anche nel senso che agli ascendenti non ci si possa rivolgere per un
aiuto economico per il solo fatto che uno dei due genitori non dia il proprio

contributo al mantenimento dei figli, se l’altro genitore è in grado di mantenerli;
così come il diritto agli alimenti ex art. 433 c.c., legato alla prova dello stato di
bisogno e dell’impossibilità di reperire attività lavorativa, sorge solo qualora i
genitori non siano in grado di adempiere al loro diretto e personale obbligo
(Cass., n. 20509/10; n. 10419/18).
Nel caso concreto, il ricorrente censura la sentenza impugnata sulla ritenuta
doverosità del suo contributo al mantenimento dei due nipoti in ordine a due
punti: la mancanza di autonomia reddituale patrimoniale dei nipoti maggiorenni
e l’insufficienza del contributo della loro madre.
Circa il primo punto, dagli atti si evince che l’ordinanza che riconosceva il diritto
dei nipoti a percepire l’assegno di mantenimento dal nonno risale al 1999; i due
discendenti sono maggiorenni, nati rispettivamente nel 1991 e 1993. Al
riguardo, va osservato che secondo la consolidata giurisprudenza di questa
Corte, ai fini del riconoscimento dell’obbligo di mantenimento dei figli
maggiorenni non indipendenti economicamente, ovvero del diritto
all’assegnazione della casa coniugale, il giudice di merito è tenuto a valutare,
con prudente apprezzamento, caso per caso e con criteri di rigore
proporzionalmente crescenti in rapporto all’età dei beneficiari, le circostanze che
giustificano il permanere del suddetto obbligo o l’assegnazione dell’immobile,
fermo restando che tale obbligo non può essere protratto oltre ragionevoli limiti
di tempo e di misura, poiché il diritto del figlio si giustifica nei limiti del
perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione, nel
rispetto delle sue capacità, inclinazioni e (purché compatibili con le condizioni
economiche dei genitori) aspirazioni (Cass., n. 17183/20; n. 38336/21).
Nella fattispecie, premesso che la richiamata giurisprudenza può analogicamente
applicarsi anche all’obbligo di mantenimento nei confronti degli ulteriori
discendenti diretti (quali, appunti, i nipoti come nella specie), il ricorrente ha
censurato la sentenza della Corte d’appello nella parte in cui non avrebbe tenuto
conto del fatto che i due nipoti in questione erano ormai più che adulti, avendo
altresì raggiunto una loro maturità psico-fisica. Ora, se è vero che il ricorrente
non ha allegato di aver dimostrato l’autonomia economica o reddituale dei
discendenti, è altresì vero che quest’ultimi sono adulti di oltre trenta anni d’età
di cui, in realtà, nulla si sa sulla base degli atti di causa.
Premesso ciò, il collegio ritiene che debba essere valorizzato il profilo del lungo
periodo temporale decorso dall’ordinanza che accertò il diritto al mantenimento
all’attualità (circa 13 anni), anche alla luce della rilevante novità legislativa nelle
more sopravvenuta in ordine al c.d. “reddito di cittadinanza”, introdotta dal D.L.
n. 4 del 2019, che consiste, come noto, nell’erogazione di somme di denaro
mensili quale misura di politica attiva del lavoro e di contrasto alla povertà, alla
diseguaglianza e all’esclusione sociale, ad integrazione dei redditi familiari. Al
riguardo, l’esiguità del reddito della madre dei due beneficiari lascia presumere
la sussistenza dei presupposti dell’erogazione del “reddito di cittadinanza”.
Pertanto, l’età dei beneficiari del mantenimento, il lungo tempo decorso dal
riconoscimento del diritto, e la concreta possibilità normativa di accedere alla
suddetta misura di sostegno sociale, inducono a ritenere che la Corte territoriale
non abbia correttamente valutato, nel loro insieme e nella complessità del
quadro normativo, i presupposti dell’obbligo di mantenere i due nipoti del
ricorrente.
Per quanto esposto, la sentenza impugnata va cassata, con rinvio alla Corte di
appello di Salerno, anche in ordine alle spese del grado di legittimità.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza e rinvia alla Corte
d’Appello di Salerno, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di
legittimità.
Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le
generalità e gli altri dati identificativi delle parti e dei soggetti in esso menzionati,
a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Separazione. Quando tra moglie e marito il dito lo mette la suocera

Tribunale di Teramo – Sezione civile – Sentenza 26 novembre 2021 n. 1052
TRIBUNALE DI TERAMO
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
IL TRIBUNALE
riunito in camera di consiglio e composto dai Magistrati
1) Dr. Angela Di Girolamo Presidente rel.
2) Dr. (…) Chiauzzi Giudice
3) Dr Eloisa Angela Imbesi Giudice ha pronunciato la seguente
SENTENZA
definitiva nella causa civile di prima istanza iscritta al n. 4016/2016 R. G., promossa
DA
(…), rappresentata e difesa dall’avv. An.Sa., giusta procura allegata al ricorso.
Ricorrente
CONTRO
(…), rappresentato e difeso dagli avv.ti Fr.Fo. e Ma.D’A., per distinte procure allegate alle comparse
di costituzione di nuovo procuratore.
Resistente
CON L’INTERVENTO DEL P.M.
OGGETTO: separazione personale coniugi
FATTO E DIRITTO
Con ricorso depositato in data 21/1072016, (…), premesso di avere contratto matrimonio a Roma il
27/02/1999 con (…), da cui erano nati cinque figli ((…) il (…), (…) il (…), (…), il (…), (…), il (…) e (…), il
(…), all’epoca tutti minorenni), ha chiesto pronunciarsi la separazione personale con addebito al
marito per violazione dei doveri coniugali di assistenza morale e per lesione della propria integrità
fisica. Ha chiesto, inoltre, l’affidamento condiviso della prole ad entrambi i genitori, con
collocazione prevalente presso di sé; l’assegnazione della casa coniugale, costituita dalla villa di
Tortoreto Lido, di proprietà della suocera; l’assegno mensile a carico del coniuge per il
mantenimento dei figli nella misura di Euro 8.000, oltre all’esclusivo carico delle spese straordinarie;
l’assegno mensile per il proprio mantenimento nella misura di Euro 20.000 (ovvero di Euro 12.000.
in caso di rigetto della domanda di addebito).
A sostegno delle domande, la ricorrente ha dedotto che:
– la vita matrimoniale, negli ultimi tre anni, era stata caratterizzata dall’assenza morale e dal
disinteresse affettivo e sessuale del coniuge (particolarmente grave nel corso dell’ultima
gravidanza) e da continue vessazioni psicologiche poste in essere da quest’ultimo di concerto con la
sua famiglia d’origine, culminate nel grave episodio di violenza che aveva irreversibilmente
compromesso il matrimonio, accaduto nel mese di aprile 2016, allorquando il marito l’aveva
picchiata in presenza del primogenito (…), intervenuto a sua difesa;
– la famiglia, in costanza di matrimonio, aveva goduto di un elevatissimo tenore di vita, desumibile:
dai frequenti viaggi in strutture di lusso in Polinesia, in capitali europee – Parigi Londra ecc. – e in
rinomate località turistiche italiane, oltre “settimane bianche” a S. Moriz ed in altre famose stazioni
sciistiche invernali; dalla disponibilità di numerose automobili di lusso – Mercedes Roadstar, Suv
Porche ecc.-; dalla frequentazione di scuole private da parte dei figli, fin dalla scuola materna; dalla
disponibilità di pregevoli complessi immobiliari in Svizzera, Romania, Canada, Montecarlo e località
turistiche italiane, intestati a società riferibili al marito;
– tale eccezionale benessere era stato assicurato in via esclusiva dalla fiorente attività
imprenditoriale svolta dal marito (anche tramite intermediari), sia in Italia che all’estero, rivestendo
la qualità di amministratore e/o socio di 15 società con le quali gestiva importanti complessi
immobiliari (alberghi, centri commerciali ecc.) svolgendo, inoltre, attività di manager per conto di
una società canadese (la Evo Canada) che gestiva un aeroporto;
– in tale contesto, esclusa da ogni partecipazione all’attività professionale del coniuge, ostacolata da
quest’ultimo e dai suoceri a svolgere attività lavorativa al di fuori dell’ambiente domestico, si era
occupata a tempo pieno dei 5 figli, contribuendo alla crescita professionale ed economica del
marito (che aveva seguito per dieci anni a Montecarlo), subendo la presenza invadente ed
autoritaria della suocera che l’aveva sempre trattata come” ospite “della lussuosa villa famigliare,
ingerendosi indebitamente nell’educazione dei figli.
Si è costituito (…), il quale, pur aderendo alla domande di separazione personale, affidamento e
collocamento della prole, ha contestato i fatti posti a fondamento della richiesta di addebito e delle
elevate pretese economiche della moglie ed ha concluso chiedendo: l’assegnazione della casa
coniugale alla ricorrente fino alla data di scadenza (30/11/2017) del contratto di comodato
intercorso con i proprietari dell’immobile, con successivo trasferimento in altra abitazione di
Tortoreto, con spese locative a suo carico; determinare l’assegno mensile dovuto per il
mantenimento dei figli in complessivi Euro 1250 e quello in favore della moglie in complessivi Euro
750, oltre rivalutazione monetaria ISTAT. In particolare, il resistente ha dedotto che:
– se era vero che la coppia nei primi anni di matrimonio aveva goduto di un elevato tenore di vita,
con frequenti viaggi all’estero e frequentazione, da parte dei figli, di scuole private a Montecarlo,
era altresì vero che le sue attività commerciali avevano subito un brusco peggioramento, avendo
usufruito del cd “scudo fiscale”, introdotto dall’art. 13 bis del decreto legge n 78/2009, in forza del
quale aveva fatto rientrare ingenti somme di denaro dall’estero, le quali tuttavia erano state
trattenute, in compensazione con pregressi debiti, dall’istituto di credito (Cassa di Risparmio della
Provincia di L’Aquila) incaricato di gestire l’operazione finanziaria e contro il quale aveva promosso
un contenzioso presso il Tribunale di Pescara;
– la casa coniugale gli era stata concessa in comodato d’uso gratuito dai suoi genitori con scadenza
al 30/11/2017 ed era gravata dal vicolo (…) destinazione negoziale in favore dei suoi” figli nati e
nascituri” per atto pubblico n 4359/2008;
All’esito dell’udienza di comparizione, il Presidente, sentiti i coniugi (i quali hanno ribadito la volontà
di non riconciliarsi ), con ordinanza in data 08/03/2017, ha autorizzato gli stessi a vivere separati,
fermo l’obbligo del reciproco rispetto; ha assegnato la casa coniugale alla ricorrente, ordinando al
resistente di allontanarsene; ha disposto l’affidamento condiviso della prole ad entrambi i genitori,
con collocazione prevalente presso la madre; ha posto a carico del resistente l’assegno mensile di
Euro 1.500 a titolo di mantenimento della ricorrente e l’ulteriore assegno di Euro 1.500 per il
mantenimento dei figli; ha posto le spese straordinarie necessarie per i figli a carico esclusivo del
padre.
Tali statuizioni, a seguito del reclamo proposto dalla ricorrente, sono state modificate dalla Corte di
Appello di L’Aquila con decreto in data 19/09/2017, in forza del quale l’assegno mensile dovuto dal
(…) per il mantenimento dei 5 figli è stato aumentato ad Euro 5.000 e quello per il mantenimento
della moglie ad Euro 3.000, sul rilievo dell’inadeguatezza degli importi stabiliti dal Presidente del
Tribunale a consentire alla (…) ed ai figli della coppia di mantenere un tenore di vita anche
lontanamente paragonabile a quello pregresso.
Passato il procedimento alla fase contenziosa, sono state espletate le prove per interpello e per
testi ed è stata acquista la copiosa documentazione in atti. Inoltre, su richiesta del resistente, con
ordinanza istruttoria in data 8/8/2018, l’assegno dovuto dal resistente in favore della prole è stato
ridotto ad Euro 500 per ciascun figlio e quello dovuto per il mantenimento della moglie ad Euro
1.500. Infine, con ordinanza del Pres.istr in data 27/01/2021, su richiesta di parte ricorrente sono
stati disciplinati i tempi e le modalità di frequentazione e permanenza delle figlie minori presso il
padre; è stata dichiarata inammissibile la richiesta della ricorrente di modifica delle condizioni
economiche della separazione; è stata rigettata la richiesta, avanzata dal resistente, di versamento
diretto ai figli maggiorenni dell’assegno di mantenimento dovuto dal resistente; è stata disposta
l’audizione del figlio maggiorenne (…), in ordine alla sua indipendenza economica, dedotta dal
padre.
All’udienza del 12 maggio 2021, tenuta in presenza su espressa richiesta del resistente al fine di
sentire il figlio (…) (…), la causa è stata riservata alla decisione del Collegio, con i termini ex art. 190
c.p.c., dandosi atto dell’assenza del ragazzo.
La domanda di separazione è fondata e pertanto deve essere accolta.
Invero, dalle stesse posizioni difensive assunte dalle parti e dalla mancata riuscita del tentativo di
conciliazione, può evincersi il verificarsi di fatti tali da determinare irreversibilmente l’intollerabilità
della prosecuzione della convivenza matrimoniale (art. 151 c.c.).
Va dunque resa pronuncia di separazione personale dei coniugi.
Conseguentemente, va ordinata la trasmissione della presente sentenza all’Autorità amministrativa
competente per l’annotazione di legge.
Passando all’esame della domanda di addebito della separazione avanzata dalla ricorrente, il grave
episodio di violenza fisica sopra riportato – da solo sufficiente a fondare la responsabilità della crisi
coniugale in capo al coniuge che ne è stato l’autore – ha trovato positivo riscontro nelle emergenze
probatorie acquisite nel corso dell’istruttoria.
In particolare, il figlio (…) (all’epoca di anni 16 ), nel corso dell’esame testimoniale, ha confermato
che il 2 aprile 2016 ha assistito ad un’accesa discussione tra i genitori, scaturita dal risentimento
della madre per l’indebita intromissione della suocera nell’educazione dell’ultimogenita (…),
sfociata nell’aggressione violenta del padre, il quale, all’improvviso, ha afferrato la moglie tirandole i
capelli e stringendole il collo, fino a quando non è stato fermato dal suo immediato intervenuto per
separare fisicamente i genitori.
Tale testimonianza deve ritenersi sicuramente attendibile, non tanto (e non solo) perché non
contestata dalle parti, quanto (e soprattutto) perché (…), avendo 16 anni ed essendo molto legato
ad entrambi i genitori, ha riferito un fatto traumatico (“non voglio parlare molto di questo
episodio”), di cui ha conservato nel tempo un ricordo nitido e non alterato dal coinvolgimento
emotivo, come si può desumere dalla lucidità, precisione e completezza della narrazione che è
apparsa sofferta ma scevra da risentimento verso l’uno o l’altro genitore.
Inoltre, per completezza, va evidenziato che la continua ingerenza della suocera, proprietaria della
lussuosa villa coniugale, nel ménage famigliare e soprattutto nell’educazione dei figli è circostanza
pacificamente acclarata attraverso le dichiarazioni testimoniali rese da alcune delle numerose
“tate” che a tempo pieno hanno collaborato nella gestione della prole (cfr testimonianze di (…): “…
nel periodo in cui ho lavorato presso la coppia la Sig.ra (…) influiva sull’atteggiamento che la Sig.ra
(…) doveva avere coi figli, nel senso che dava indicazioni su ciò che i bambini dovevano mangiare,
portava lei la spesa, comperava lei la carne, portava a casa il pranzo per il figlio e si accertava,
telefonando, se quanto da lei portato era stato mangiato e dato ai bambini”; (…): “Ricordo che la
Sig.ra (…) chiamava spesso a casa e parlava con la Sig.ra (…); chiamava anche me sul cellulare
personale. Non sentivo, chiaramente, cosa dicesse alla nuora. Preciso che mi chiamava più volte
“ossessionandomi”, sia sul fisso di casa che sul cellulare. Mi chiedeva se la piccola (…) avesse
mangiato e se fosse stata lavata”; (…): “Posso dire che la suocera faceva pesare alla nuora il fatto
che fosse lei ad essere proprietaria della casa coniugale, nel senso che la suocera dava indicazioni su
come comportarsi dentro casa, anche sul togliersi le scarpe prima di entrare in casa” .; (…) (…): “È
vero. La suocera chiamava spesso anche me per sapere se i bambini avessero mangiato, se fossero
stati lavati etc. … Posso riferire come innanzi che la suocera era molto presente, anche troppo
secondo me, e si interessava tanto dei nipoti”), dichiarazioni sostanzialmente avvalorate anche dalla
testimonianza resa dal teste di parte resistente (…), amico di famiglia, il quale ha confermato che la
suocera era una” nonna molto presente”.
L’accertata condotta di violenza fisica in danno della moglie si risolve – a parte ogni considerazione
sulla prevaricazione morale del marito, in ciò sostenuto dalla forte presenza dei componenti della
sua famiglia di origine – in una violazione talmente grave degli obblighi nascenti dal matrimonio, da
giustificare, di per sé, la pronuncia di addebito della separazione.
Per consolidata giurisprudenza “Le reiterate violenze fisiche e morali, inflitte da un coniuge all’altro,
costituiscono violazioni talmente gravi dei doveri nascenti dal matrimonio da fondare, di per sé
sole, non solo la pronuncia di separazione personale, in quanto cause determinanti la intollerabilità
della convivenza, ma anche la dichiarazione della sua addebitabilità all’autore di esse. Il loro
accertamento esonera il giudice del merito dal dovere di procedere alla comparazione, ai fini
dell’adozione delle relative pronunce, col comportamento del coniuge che sia vittima delle violenze,
trattandosi di atti che, in ragione della loro estrema gravità, sono comparabili solo con
comportamenti omogenei” (cfr, da ultimo Cass. 3925/2018).
Si è precisato, inoltre, che “Le violenze fisiche costituiscono violazioni talmente gravi ed inaccettabili
dei doveri nascenti dal matrimonio da fondare, di per sé sole – quand’anche concretantisi in un
unico episodio di percosse -, non solo la pronuncia di separazione personale, in quanto cause
determinanti l’intollerabilità della convivenza, ma anche la dichiarazione della sua addebitabilità
all’autore, e da esonerare il giudice del merito dal dovere di comparare con esse, ai fini
dell’adozione delle relative pronunce, il comportamento del coniuge che sia vittima delle violenze,
restando altresì irrilevante la posteriorità temporale delle violenze rispetto al manifestarsi della crisi
coniugale” (cfr Cass. 7388/2017).
In conclusione, alla luce del citato orientamento giurisprudenziale e delle emergenze probatorie
evidenziate, va pronunciato l’addebito della separazione a (…) per avere assunto condotte
gravemente lesive dell’integrità morale e fisica del coniuge, in palese violazione dei doveri che
derivano dal matrimonio. Passando alle statuizioni inerenti la prole, va premesso che, nelle more
del processo, i figli (…), (…) e (…) sono diventati maggiorenni seppur economicamente non
indipendenti, sicché gli stessi sono liberi di autodeterminarsi nella frequentazione dei genitori
mentre per (…) e (…), ancora minorenni, vanno senz’altro confermati, in linea con le richieste delle
parti, il regime di affidamento condiviso, con collocazione prevalente presso la madre, e la
regolamentazione dei tempi di permanenza presso il padre come stabiliti nella recente ordinanza di
modifica delle condizioni della separazione, pronunciata dal Pres. Istr. in data 27/01/2021.
Conseguentemente, va confermata l’assegnazione della casa coniugale alla ricorrente, già disposta
con ordinanza presidenziale ex art. 708 c.p.c. in data 8 marzo 2017, senza che possa rilevare in
questa sede il contratto di comodato intercorso tra il (…) (comodatario) e sua madre (proprietaria
dell’immobile ), in applicazione del consolidato principio di diritto espresso dalle SU nella nota
sentenza n. 20448/2014 (“Il coniuge affidatario della prole minorenne, o maggiorenne non
autosufficiente, assegnatario della casa familiare, può opporre al comodante, che chieda il rilascio
dell’immobile, l’esistenza di un provvedimento di assegnazione, pronunciato in un giudizio di
separazione o divorzio, solo se tra il comodante e almeno uno dei coniugi (salva la concentrazione
del rapporto in capo all’assegnatario, ancorché diverso) il contratto in precedenza insorto abbia
contemplato la destinazione del bene a casa familiare. Ne consegue che, in tale evenienza, il
rapporto, riconducibile al tipo regolato dagli artt. 1803 e 1809 cod. civ., sorge per un uso
determinato ed ha – in assenza di una espressa indicazione della scadenza – una durata
determinabile “per relationem”, con applicazione delle regole che disciplinano la destinazione della
casa familiare, indipendentemente, dunque, dall’insorgere di una crisi coniugale, ed è destinato a
persistere o a venir meno con la sopravvivenza o il dissolversi delle necessità familiari (nella specie,
relative a figli minori) che avevano legittimato l’assegnazione dell’immobile”), seguita dalla
giurisprudenza successiva (cfr. Cass.17071/2015; Cass.2771/2017).
Passando all’esame delle questioni economiche relative al mantenimento della prole e della moglie,
giova preliminarmente soffermarsi, trattandosi di elemento valutativo pregiudiziale, sul tenore di
vita goduto dalla famiglia in costanza di matrimonio, per poi procedere all’accertamento della
attuale situazione economica del (…), risultando pacifico lo stato di disoccupazione della moglie,
conseguente ad una scelta effettuata dai coniugi durante la vita matrimoniale. Sul primo punto, va
senz’altro affermato che la coppia, in costanza di matrimonio, ha goduto di un tenore di vita
elevatissimo, risultando incontroverso che;
– nel primo decennio del matrimonio, i coniugi hanno abitato a Monaco di Montecarlo, per
trasferirsi successivamente nella villa di Tortoreto, servita da domestici e giardiniere;
– i figli, fin dalla prima infanzia a Montecarlo, hanno frequentato scuole private;
– la famiglia era solita fare costosi viaggi e vacanze in rinomate località turistiche non solo italiane
ma anche estere (Sardegna, Polinesia, Sharm Esheik, S Moriz, Londra ecc ), utilizzava varie
automobili lussuose (Mercedes Porche, Bentlem, Audi) e beneficiava di regali pregiati.
Tale agiata condizione famigliare è stata assicurata dai proventi della florida attività imprenditoriale
del marito, titolare (unitamente alla sua famiglia di origine) di quote di numerose società operanti
sia in Italia (circa 15) che all’estero nel settore turistico-alberghiero ed immobiliare.
La rilevanza economica di tale attività imprenditoriale è evincibile, per quanto concerne il ramo
societario estero, dal contenuto dell’atto di citazione promossa, dinanzi al Tribunale di Pescara,
dallo stesso (…) nei confronti della Cassa di Risparmio della Provincia di L’Aquila per il risarcimento
dei danni (quantificati in 5 milioni di euro) cagionati dalla dedotta mala gestio dell’incarico di
regolarizzazione delle attività commerciali svolte all’estero, in adesione al cd” scudo fiscale
“(introdotto dall’art. 13 bis del DL 15/12/2009 n. 78.
Dal suddetto atto, per quanto di interesse nel giudizio, si apprende che: il (…) si era rivolto
all’istituto di credito” affinché procedesse – in maniera del tutto anonima e riservata – al rimpatrio
ex lege di capitali detenuti all’estero ..”; tali capitali vennero depositati sul conto corrente intestato
al (…) cd “scudato” (coperto da segretazione al fine di sottrarlo alla segnalazione e controllo
dell’Agenzia delle Entrate o della Guardia di Finanza), sul quale era stata accreditata la somma di
Euro 2.031.400,00; inoltre, la banca aveva concesso a società estere partecipate dal (…) consistenti
finanziamenti (Euro 350 milioni alla (…) Srl,; Euro 350 milioni alla (…) S.r.l. e Euro 350 in favore (…)
Srl), tutti garantiti da fideiussioni personali del (…).
Rilevano, inoltre, le consistenti fideiussioni bancarie prestate dai coniugi in favore della società
svizzera (…) per 7.180 franchi con atto pubblico del 27/10/ 2010 e per 11.700 franchi con scrittura
privata del 13/10/2015, anch’esse sintomatiche della grande capacità economica – finanziaria del
(…), stante lo stato di disoccupazione della moglie.
Il resistente, pur ammettendo di avere avuto un florido periodo imprenditoriale in costanza di
matrimonio, ha dedotto che, successivamente, i suoi proventi si erano drasticamente ridotti per la
crisi del settore, chiedendo ed ottenendo, come sopra ricordato, la riduzione del mantenimento
stabilito dalla Corte di Appello in favore della moglie e dei cinque figli.
Orbene, pur volendo concedere che vi sia stata nel tempo una contrazione dei guadagni
imprenditoriali, va evidenziato che il (…) ha continuato a svolgere in Italia e all’estero una intensa e
redditizia attività commerciale.
Tale conclusione si fonda, al di là delle inattendibili ed elusive dichiarazioni fiscali (come può
evincersi anche dal modus operandi del (…) in occasione dell’adesione al cd” scudo fiscale” ), dalle
indagini tributarie disposte in corso di causa. Ed invero, dalla relazione della Guardia di Finanza di
Giulianova in data 11 luglio 2019 risulta che il resistente è rappresentante di diverse società ed ha
partecipazioni societarie in 11 società di capitali operanti in Italia (…) e due società di capitali estere
(la (…) e la (…)).
Ciò posto, in ordine al mantenimento della prole, va innanzitutto rilevato che i tre figli maggiorenni,
conviventi con la madre, in quanto studenti, non sono economicamente indipendenti.
Tale conclusione è estensibile anche al primogenito (…), di anni 21, non potendosi condividere la
tesi del resistente secondo cui il ragazzo avrebbe raggiunto l’indipendenza economica, percependo
un reddito pari ad Euro 7.011,51 in forza di un contratto di lavoro a tempo indeterminato, oltre al
compenso di Euro 12.000 per la carica di amministratore, attività svolte in favore di società facenti
capo allo stesso (…).
Tale ricostruzione, invero, è del tutto incompatibile con il pacifico status di studente universitario e
con la giovane età di (…), il quale ha sempre avuto la madre quale genitore di riferimento e
mantenuto nella casa coniugale la principale abitazione, sicché anche la documentazione allegata
dal resistente a sostegno del proprio assunto deve ritenersi scarsamente attendibile, valutando la
mancata presentazione del ragazzo all’udienza fissata per la sua audizione come dettata dalla
comprensibile decisione di non essere coinvolto nelle vicende economiche dei genitori.
Conclusivamente sul punto, tenuto conto dell’elevato tenore di vita dei figli in costanza di
matrimonio, delle loro oggettive necessità di vita, di studio e di svago, correlate all’età, dei maggiori
tempi di permanenza delle figlie minori presso la madre, dei cospicui redditi del padre e delle scarse
risorse economiche della madre (come sopra detto disoccupata), appare equo e proporzionale
confermare l’assegno mensile di Euro 5.000 (in ragione di Euro 1000 per ciascun figlio) già stabilito
dalla Corte di Appello nel richiamato decreto in data 19.9.2017, oltre rivalutazione monetaria Istat,
fermo restando a carico esclusivo del padre l’onere delle spese straordinarie, come stabilito in via
provvisoria ed urgente nell’ordinanza presidenziale in data 8/3/2017, spese da individuare, in
difetto di diverso accordo tra i coniugi, sulla scorta del Protocollo d’Intesa con il Presidente del
Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Teramo in data 5 dicembre 2018. Va disattesa, inoltre, la
reiterata richiesta del (…) di versamento dell’assegno di mantenimento direttamente ai figli
maggiorenni, per le ragioni già illustrate nell’ordinanza istruttoria in data 27/1/2021 (di rigetto di
analoga istanza), secondo cui il genitore separato o divorziato tenuto al mantenimento del figlio
maggiorenne non economicamente autosufficiente e convivente con l’altro genitore, non può
pretendere, in mancanza di una specifica domanda del figlio (come nel caso di specie), di assolvere
la propria prestazione nei confronti di quest’ultimo anziché del genitore convivente (cfr Cass.
25300/2013 e da ultimo Cass. 29977/2020). Passando alla richiesta di mantenimento avanzata dalla
ricorrente, va premesso che la separazione personale, a differenza dello scioglimento o cessazione
degli effetti civili del matrimonio, presuppone la permanenza del vincolo coniugale, sicché “i redditi
adeguati” cui va rapportato, ai sensi dell’art. 156, cc, l’assegno di mantenimento in favore del
coniuge, in assenza della condizione ostativa dell’addebito, sono quelli necessari a mantenere,
considerate le capacità dell’obbligato, il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, essendo
ancora attuale il dovere di assistenza materiale, che non presenta alcuna incompatibilità con tale
situazione temporanea, dalla quale deriva solo la sospensione degli obblighi di natura personale di
fedeltà, convivenza collaborazione, e che ha una consistenza ben diversa dalla solidarietà post-
coniugale, tra i presupposti dell’assegno di divorzio (giurisprudenza costante, cfr da ultimo Cass.
1162del 2017; Cass. 12196 del 2017 ). Secondo il consolidato insegnamento di legittimità, con
l’espressione “redditi adeguati”, la norma ha inteso riferirsi al tenore di vita consentito dalle
possibilità economiche dei coniugi (cfr. Cass. 2007 n 9915); tale dato, tuttavia, richiede un ulteriore
verifica per appurare se i mezzi economici di cui dispone il coniuge richiedente gli consentano o
meno di conservare tale tenore di vita; l’esito negativo di detto accertamento, impone, poi, di
procedere ad una valutazione comparativa dei mezzi di cui dispone ciascun coniuge, nonché di
particolari circostanze (art. 156, comma 2, c.c.), quali ad esempio la durata della convivenza. In tale
valutazione deve tenersi conto dell’attitudine al lavoro proficuo dei coniugi, quale potenziale
capacità di guadagno, la quale viene in rilievo ove venga riscontrata in termini di effettiva possibilità
di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore,
individuale ed ambientale e non già di mere valutazioni astratte ed ipotetiche (cfr. da ultimo Cass.
5817 del 2018). Nella fattispecie può ritenersi pacificamente acclarato che i coniugi, in costanza di
matrimonio hanno avuto un elevatissimo tenore di vita (il quale costituisce, come sopra detto, uno
dei parametri per la determinazione dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge cui non sia
addebitabile la separazione ex art. 156 c.c. ), assicurato in via esclusiva dall’attività imprenditoriale
del marito, di cui si è sopra dato conto. All’attualità, il (…) continua a svolgere, sia in Italia che
all’estero, la medesima attività d’impresa, risultando titolare di numerose partecipazioni societarie
(in 13 società di capitali) e rivestendo la carica di rappresentante di diverse società (cfr relazione
della Guardia di Finanza) mentre la ricorrente, la quale si è sempre occupata nel corso del
matrimonio del ménage famigliare e della cura dei cinque figli, è disoccupata ed ha scarse
probabilità di inserirsi proficuamente nel mondo del lavoro, in ragione sia dell’età di anni 47, sia del
notorio stato di crisi occupazionale.
In conclusione, valutando comparativamente le situazioni economiche dei coniugi, tenuto conto
della durata del matrimonio (i coniugi si sono sposati nel 1999) e delle ragioni del suo naufragio
(imputabili al resistente), va confermato il diritto della ricorrente all’assegno di mantenimento nella
congrua misura di Euro 3.000, come stabilito nel richiamato decreto della Corte di Appello, oltre
rivalutazione monetaria Istat.
Le spese processuali seguono la soccombenza del resistente e vanno liquidate, come da dispositivo,
in favore dello Stato italiano, stante l’ammissione della ricorrente al gratuito patrocinio.
P.Q.M.
Il Tribunale di Teramo, definitivamente pronunciando, nella causa civile in epigrafe indicata, così
provvede:
1) dichiara la separazione personale dei coniugi (…) e (…), con addebito a quest’ultimo;
2) conferma l’ordinanza presidenziale in data 8 marzo 2017 in ordine all’affidamento condiviso delle
figlie minori ad entrambi i genitori, alla collocazione prevalente delle stesse presso la madre ed
all’assegnazione a quest’ultima della casa coniugale di Tortoreto;
3) dispone che il padre possa vedere e tenere con sé le figlie minori secondo le modalità impartite
nell’ordinanza istruttoria in data 27/1/2021;
4) conferma, in ordine al mantenimento dovuto dal resistente per i tre figli maggiorenni ed
economicamente non indipendenti e per le due figlie minorenni, l’assegno mensile di Euro 5.000,
stabilito nel decreto della Corte di Appello di L’Aquila in data 19 settembre 2017, oltre rivalutazione
monetaria ISTAT;
5) pone a carico esclusivo del resistente le spese straordinarie necessarie per la prole, da
individuare, in difetto di diverso accordo tra i coniugi, sulla scorta del Protocollo d’Intesa con il
Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Teramo in data 5 dicembre 2018;
6) conferma, in ordine al mantenimento della ricorrente, l’assegno mensile di Euro 3.000, stabilito
nel predetto decreto della Corte di Appello, oltre rivalutazione monetaria ISTAT;
7) condanna il resistente al pagamento delle spese processuali nella misura di Euro 5.000, oltre
rimb. forf. ed accessori di legge, disponendone il pagamento in favore dello Stato Italiano;
8) dispone che il competente Ufficiale di Stato civile provveda all’annotazione della presente
sentenza.
Così deciso in Teramo il 2 novembre 2021