Assegno divorzile. Riconosciuto se il maggior impegno profuso nella famiglia ha consentito al marito un consolidato assetto professionale

Tribunale di Modena, sent. 15 novembre 2021 – Pres. Di Pasquale, Cons. est. Bolondi
Tribunale Ordinario di Modena
SEZIONE PRIMA CIVILE
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nella causa di primo grado iscritta al n. 9447 del Ruolo Generale degli affari contenziosi per l’anno
2016
promossa da
X (C.F. ***), rappresentato e difeso dall’Avvocato DANIELA DONDI
ATTORE
contro
Y (C.F. ***), rappresentata e difesa dall’Avvocato GIOVANNA ZANOLINI
CONVENUTA
e con l’intervento del PUBBLICO MINISTERO IN SEDE
OGGETTO: divorzio contenzioso – cessazione effetti civili
CONCLUSIONI DELLE PARTI: come da fogli di precisazione delle conclusioni depositati
telematicamente la parte attrice in data 2.4.2021, la parte convenuta il 31.3.2021 e il Pubblico
Ministero il 19.4.2021
RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE
1. Le parti hanno contratto matrimonio concordatario a Mirandola il 23.2.1991 e dalla loro unione
sono nati i figli Anita il 17.6.1991 e T. il 2.1.2002.

2. I coniugi si sono separati con sentenza del Tribunale di Modena n. 60/2012 del 9.1.2012,
parzialmente riformata dalla sentenza della Corte d’Appello di Bologna n. 705/2014, pubblicata il
7.3.2014.
Queste, per quanto qui rileva, le statuizioni di carattere economico complessivamente risultanti dalle
due pronunce:
– assegno per il mantenimento della moglie a carico del marito di euro 600,00 mensili;
– assegno per il mantenimento della figlia Anita a carico del padre di euro 800,00 mensili;
– assegno per il mantenimento del figlio T. a carico del padre di euro 600,00 mensili.
3. Con ricorso depositato il 16.11.2016, X ha chiesto dichiararsi la cessazione degli effetti civili del
matrimonio, la conservazione del contributo a suo carico per il mantenimento del figlio T. di euro
600,00 mensili, un assegno materno per il mantenimento della figlia Anita, asseritamente di nuovo
suo carico, di euro 200,00 mensili, nulla a titolo di assegno divorzile per la moglie.
4. Nel giudizio così radicato, si è costituita Y concordando con la richiesta di divorzio ma
domandando l’aumento a euro 2.000,00 mensili dell’assegno a carico del padre per il mantenimento
del figlio T., un assegno divorzile per sé di euro 1.500,00 e dando infine atto che Anita convive in
abitazione autonoma con il proprio fidanzato e che, di conseguenza, nulla può pretendere il X per il
suo mantenimento.
5. Le parti, nei rispettivi scritti introduttivi, avevano altresì formulato richieste relative al regime di
affidamento del figlio T., allora minorenne, al suo collocamento prevalente e alle frequentazioni con
il genitore non collocatario.
Poiché il ragazzo è in seguito divenuto maggiorenne, si tratta di questioni superate che dunque non
verranno specificamente trattate.
6. All’esito dell’ordinanza presidenziale del 9.2.2017, il Presidente delegato non ha apportato
modifiche all’assetto vigente e ha nominato il G.I. per la prosecuzione del giudizio.
7. Introdotta la fase contenziosa, la causa è stata istruita acquisendo documentazione attinente la
situazione economico-patrimoniale delle parti, ascoltando il figlio della coppia T., allora minorenne,
ed escutendo i testi ***
E’ stata, inoltre, disposta CTU con il dott. Casarini diretta a dettagliare le rispettive situazioni
patrimoniali e le capacità reddituali delle parti.
La conciliazione della lite, a più riprese tentata, non ha avuto esito positivo.
8. All’udienza del 13.4.2021, le parti hanno infine precisato le conclusioni e la causa è stata rimessa
al Collegio per la decisione.
Sono stati depositati gli scritti conclusivi.

§

Preliminarmente va dato atto del fatto che per effetto della sentenza parziale di questo Tribunale n.
1373/2019, pubblicata il 9.9.2019, il vincolo matrimoniale che legava i coniugi è ormai sciolto.

***

E’, inoltre, pacifico che la figlia Anita, di anni 30, già prima del radicarsi del presente contenzioso
non vivesse più con alcuno dei genitori, ma assieme al proprio compagno in autonoma abitazione.
Lo stesso padre, che all’esordio della lite aveva domandato alla madre un contributo di euro 200,00
per il mantenimento della ragazza, ne ha preso atto, non reiterando in sede di precisazione delle
conclusioni alcuna richiesta in tal senso, che deve quindi intendersi abbandonata, con la
conseguenza che non graverà contributo di sorta su entrambi i genitori per il mantenimento della
figlia a far data dall’inizio della controversia (16.11.2016).

***

Parimenti non contestato che la madre continui a vivere assieme al figlio T., studente di anni 19 non
economicamente autosufficiente, nella casa familiare sita a Mirandola, via Pacinotti n. 7, che viene
pertanto assegnata alla Y come da sua richiesta a cui, peraltro, il X non si è opposto.

***

La presente controversia verte dunque, nella sostanza, unicamente sui seguenti due aspetti: 1)
l’assegno divorzile chiesto dalla ex moglie; 2) il contributo per il mantenimento del figlio T. a carico
del padre.

Si procede dunque alla loro trattazione iniziando dalla domanda avanzata dalla Y ai sensi dell’art.
5, sesto comma, della legge 898/1970.

La pretesa va esaminata alla luce dei noti principi enunciati dalle Sezioni Unite della Corte di
cassazione nella sentenza 11.7.2018, n. 18287, secondo cui, in sintesi, lo squilibrio economico-
patrimoniale tra gli ex coniugi (su cui ha incentrato le proprie difese la ex moglie) non è di per sé
sufficiente a garantire a quello economicamente più debole un assegno divorzile, occorrendo infatti
riscontrare, in aggiunta a tale squilibrio, nonché, in ogni caso, per la determinazione del quantum
del contributo:
– che il coniuge economicamente più debole non sia in grado, da solo, di raggiungere
l’autosufficienza (funzione assistenziale dell’assegno);
– che, anche per l’ipotesi in cui il coniuge economicamente più debole sia autosufficiente, lo squilibrio
economico-patrimoniale accertato derivi dal suo sacrificio di aspettative professionali e reddituali
dipeso da scelte condivise e dall’assunzione di un ruolo teso al primario soddisfacimento delle
esigenze familiari (funzione compensativa dell’assegno);
– un contributo del coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio comune e
di quello, anche professionale, dell’altro coniuge (funzione perequativa dell’assegno).
Ciò debitamente premesso, si osserva che, nel caso di specie, al fine di disporre di un quadro preciso
delle situazioni economico-patrimoniali degli ex coniugi, sia stata disposta CTU con il dott…., il
quale, al termine di analisi approfondita e corredata da ampia e condivisibile motivazione – che il
Collegio dunque condivide – ha, in sintesi, evidenziato che:

– il X:

a) dispone di patrimonio immobiliare che, secondo l’ultima stima dei cespiti che lo compongono
effettuata sulla base dei valori OMI, si attesta in complessivi euro 599.790,00, con valore locativo
corrente (sempre sulla base dei parametri OMI) di euro 44.451,00;
b) sia nudo proprietario della quota di 3.873,42 della società di famiglia Luosi S.r.l., con capitale
conferito di euro 10.329,12, che svolge attività di compravendita di beni immobili propri, del valore
(la quota del…) di euro 88.849,00 (euro 118.185,00 valore della piena proprietà della quota);
c) è titolare di rapporti bancari (conti correnti e depositi titoli) del valore di euro 66.430,94;
d) è titolare di beni mobili registrati del valore complessivo di circa euro 42.000,00, nonché
utilizzatore dell’autoveicolo Bmw X3 Xdrive 20D, intestato alla madre, immatricolato nel 2011, del
valore attuale di circa euro 12.000,00;
e) ha goduto di un reddito netto mensile medio negli ultimi anni di circa euro 2.600,00;

– la Y:
a) dispone di patrimonio immobiliare che, secondo l’ultima stima dei cespiti che lo compongono
effettuata sulla base dei valori OMI, si attesta in complessivi euro 278.941,00, con valore locativo
corrente (sempre sulla base dei parametri OMI) di euro 14.586,00;
b) è titolare di quota del 27,5 % della società di famiglia Litografia *** e C. S.a.s., che svolge l’attività
di gestione di immobili propri, del valore di euro 464.380,51;
c) è titolare di rapporti bancari (conti correnti e depositi titoli) del valore di euro 249.532,79;
d) non è titolare di beni mobili registrati;
e) ha goduto di un autonomo reddito netto mensile medio negli ultimi anni di circa euro 400,00 (non
conteggiando, cioè, l’assegno di mantenimento percepito dal X).
La Y ha sostenuto che, a dispetto delle formalità, il X sarebbe il solo reale dominus, nonché
beneficiario, dell’intera redditività della …S.r.l., nonché di altri numerosi beni immobili di cui risulta
titolare, solo in modo apparente, l’anziana madre, sì che l’ex marito godrebbe di introiti ben più
elevati di quelli risultanti in atti.
L’assunto non ha ricevuto adeguata prova né documentale né attraverso i testi escussi *** , i quali
hanno riferito della circostanza in modo però generico oltre che de relato.
Non è, peraltro, inusuale, come parrebbe intendere la Y, che, specie in famiglie senza particolari
dissapori, il de cuius attribuisca l’usufrutto su tutti i propri beni alla moglie e la nuda proprietà ai
figli. Così come non è di per sé singolare che il…, date le conoscenze giuridiche di cui dispone, svolga
attività, specie di ordinaria amministrazione, di cui beneficia la società di famiglia nche in difetto di
puntuale e specifica remunerazione.
In altri termini, non sono emersi elementi concreti per ritenere che l’assetto societario della Luosi
S.r.l. sia simulato, cioè differente da quello apparente.
Né, tantomeno, è stato provato che il X sia il reale proprietario dei beni immobili formalmente della
madre, come pure ha sostenuto la convenuta.
In proposito, il CTU ha già fornito la seguente convincente risposta: “Per gli immobili già posseduti
dalla sig.ra …in piena proprietà non vi è alcuna motivazione immediata per inserirli in tale
conteggio, anche perché fino al 2016 era in vita il marito, senza poi entrare nel fatto che un conto è
la gestione degli immobili, un altro è l’effettivo beneficiario di quel reddito. In linea generale, i figli
ben possono gestire gli immobili della madre (i contratti di locazione, i pagamenti delle imposte
inerenti – Imu –) ma da questo non discende in automatico che il reddito venga imputato ai figli; la
madre può ritenere il reddito di tali immobili per i suoi bisogni finanziari ordinari e straordinari
(tenore di vita, spese mediche, ecc.).”.
In definitiva, il Collegio ritiene che la complessiva situazione economico-patrimoniale delle parti sia
quella ben fotografata dal dott. …nel proprio elaborato e riportata sinteticamente poc’anzi.
Dalla stessa emerge comunque un complessivo squilibrio a favore dell’ex marito, sia pure non
dell’entità ragguardevole allegata dalla ex moglie.
Il X è difatti titolare non solo di patrimonio immobiliare di consistenza superiore a quello della
moglie, ma soprattutto di capacità professionale e reddituale decisamente più elevata, elemento,
quest’ultimo, di rilevanza non trascurabile, specie nella prospettiva degli anni a venire.
Tale circostanza assume valenza più significativa della partecipazione societaria della ex moglie, dal
valore certamente non esiguo ma non agevolmente commerciabile, trattandosi di società di famiglia,
nonché dei depositi bancari della convenuta, destinati fisiologicamente a esaurirsi con il loro
sistematico utilizzo.
Acclarata, in tal modo, l’esistenza di un divario tra le situazioni degli ex coniugi, si valuta ora
l’eventualità di riconoscere alla Y un assegno divorzile sulla base dei citati principi enunciati dalla
giurisprudenza di legittimità.
Innanzi tutto, tale assegno non potrà avere funzione assistenziale, posto che la Y – che non ha oneri
abitativi – dispone all’evidenza di patrimonio la cui complessiva entità le garantisce autosufficienza
economica.
In secondo luogo, nemmeno è possibile riconoscere alla ex moglie un assegno divorzile con funzione
compensativa. E’, infatti, sostanzialmente pacifico che la convenuta abbia lavorato in costanza di
matrimonio per la società di famiglia Litografia *** e C. S.a.s., fino alla chiusura della relativa attività
negli anni 2009-2010, in seguito iscrivendosi all’Università, e dunque non tentando ulteriore
inserimento nel mondo lavorativo, tentativo, ancora successivamente, nemmeno allegato con
minima precisione, e tantomeno provato.
La convenuta, peraltro solo in comparsa conclusionale (pagina 25), ha riferito che tanto la scelta
iniziale di lavorare per la società di famiglia, condivisa con l’ex coniuge, quanto quella successiva di
non cercare diverso lavoro dipesero dalla necessità di dedicarsi all’accudimento dei due figli e alla
cura della casa famigliare, il che ha “decisamente pregiudicato ogni velleità di carriera”.
Una simile allegazione risulta però in primo luogo generica, non chiarendo nemmeno per sommi
capi a quale tipologia di carriera avrebbe rinunciato la Y (intendendosi per tale quella
ragionevolmente percorribile sulla base di specifiche attitudini, anche curriculari, e con quali
concrete prospettive, specie di guadagno, nel settore di riferimento) e altresì non dimostrata, sia pure
in modo presuntivo o indiziario.
Può, invece, riconoscersi alla ex moglie un assegno divorzile con funzione perequativa.
Non è contestato, difatti, che i compiti di cura e accudimento dei due figli della coppia, tanto nel
corso della vita matrimoniale, quanto durante la conflittuale separazione – iniziata quando T. aveva
appena tre anni – siano stati svolti in via sicuramente prevalente dalla madre, il che risulta, tra l’altro,
dallo stesso calendario ordinario di frequentazioni dei ragazzi con il padre stabilito in sede
separativa, che prevedeva, ogni due settimane, circa 10 giorni con la prima e 4 con il secondo.
Se, come chiarito, non vi è prova – e nemmeno allegazione – che ciò abbia comportato il sacrificio di
aspettative professionali e reddituali della Y, può invece ritenersi con sufficiente grado di certezza
che un simile consolidato assetto abbia consentito al X di dedicarsi con agio, tranquillità, e dunque
maggiore impegno, alla propria professione di avvocato, oggi stabilmente avviata con soddisfazione
e profitto, nonché alla gestione della società di famiglia, con beneficio, quand’anche non immediato,
futuribile con più che ragionevole certezza (in tal senso cfr. di recente Cass., 20.10.2021, n. 29195).
Sulla base dei rilievi che precedono, e tenendo conto dei quattordici anni lungo cui si è estrinsecata
la vita matrimoniale (dal 1991 al 2005, anno della separazione), il Collegio ritiene equo stabilire un
assegno divorzile a favore della ex moglie dell’importo di euro 500,00 mensili, il quale decorrerà dal
9.9.2019, data della pronuncia della sentenza parziale di divorzio.

***

Il figlio T., di anni 19, studente non economicamente autosufficiente (lo stesso X ne ha dato atto in
modo chiaro) vive con la madre e frequenta il padre in sostanza come stabilito in sede separativa,
ove venne disposto dalla Corte d’Appello di Bologna un contributo a carico dell’attore di euro 600,00
mensili, oltre al 50% delle spese straordinarie.
Da allora sono decorsi sette anni, durante i quali le esigenze del ragazzo si sono certamente
accresciute, così come i costi per soddisfarle (così da ultimo Cass., 30.7.2021, n. 21993) e, di
conseguenza, tale contributo può essere innalzato, a far data dalla presente sentenza, a euro 750,00
mensili, fermo il 50% delle spese straordinarie.

***

L’esito complessivo del giudizio, qualificabile alla stregua di reciproca soccombenza ai sensi dell’art.
92, secondo comma, c.p.c., giustifica l’integrale compensazione delle spese di lite, comprese quelle
di CTU come liquidate con separato decreto.

P.Q.M.
Il Tribunale Ordinario di Modena, in composizione collegiale, definitivamente decidendo, preso atto
della propria sentenza parziale di divorzio n. 1373/2019, pubblicata il 9.9.2019, ogni diversa
domanda, istanza ed eccezione disattesa e respinta:
1) assegna la casa familiare sita in Mirandola, via Pacinotti n. 7, a Y;
2) dichiara cessato, a far data dal 16.11.2016, l’obbligo dei genitori di mantenere la figlia Anita;
3) obbliga X a versare a Y, a far data dalla presente sentenza, euro 750,00 mensili, in via anticipata
entro il giorno 5 di ogni mese, a titolo di contributo per il mantenimento ordinario del figlio T.,
importo annualmente rivalutabile secondo gli indici ISTAT per le famiglie di operai e impiegati,
oltre al 50% delle spese straordinarie come disciplinate dal seguente Protocollo del 25.9.2019 in uso
presso il Tribunale di Modena:
spese mediche (da documentare) che non richiedono il preventivo accordo: a) visite specialistiche
prescritte dal medico curante; b) cure dentistiche presso strutture pubbliche; c) accertamenti e
trattamenti sanitari non erogati dal Servizio Sanitario Nazionale; d) tickets sanitari, e) farmaci da
banco e non, purché prescritti dal medico del servizio sanitario nazionale;
spese mediche (da documentare) che richiedono il preventivo accordo: a) cure dentistiche,
ortodontiche e oculistiche; b) cure termali e fisioterapiche; c) accertamenti e trattamenti sanitari
erogati anche dal Servizio Sanitario Nazionale; d) cure non convenzionali; e) farmaci particolari;
spese scolastiche (da documentare) che non richiedono il preventivo accordo: a) tasse scolastiche e
universitarie imposte da istituti pubblici; b) libri di testo e materiale di corredo scolastico di inizio
anno e relativa assicurazione scolastica; c) gite scolastiche senza pernottamento; d) trasporto
pubblico; e) mensa;
spese scolastiche (da documentare) che richiedono il preventivo accordo: a) tasse scolastiche e
universitarie imposte da istituti privati; b) corsi di specializzazione; c) gite scolastiche con
pernottamento; d) corsi di recupero e lezioni private; e) alloggio presso la sede universitaria;
spese extrascolastiche (da documentare) che non richiedono il preventivo accordo: a) tempo
prolungato, pre-scuola e dopo-scuola; b) centro ricreativo estivo e gruppo estivo;
spese extrascolastiche (da documentare) che richiedono il preventivo accordo: a) corsi di istruzione,
attività sportive, ricreative e ludiche e pertinenti attrezzature; b) spese di custodia (baby sitter); c)
viaggi e vacanze;
In relazione alle spese straordinarie da concordare, il genitore a fronte di una formale richiesta
avanzata all’altro in forma scritta (a mezzo sms, whatsapp, e-mail, fax, ecc.) dovrà manifestare un
motivato dissenso, sempre per iscritto, entro 10 giorni dalla data di ricevimento della richiesta; in
difetto di risposta, il silenzio sarà inteso come consenso alla spesa.
Il rimborso pro quota al genitore che ha anticipato le predette spese e che ha fornito idonea
documentazione entro la fine del mese in cui è avvenuto l’esborso, è dovuto entro il mese successivo
all’esibizione;
4) obbliga X a far data dal 9.9.2019, a versare a Y euro 500,00 mensili, in via anticipata entro il giorno
5 di ogni mese, a titolo di assegno divorzile, importo annualmente rivalutabile secondo gli indici
ISTAT per le famiglie di operai e impiegati,
5) compensa integralmente tra le parti le spese di lite, comprese quelle di CTU come liquidate con
separato decreto.

Separazione e divorzio. L’appello è trattato e deciso in camera di consiglio

Cass. Civ., Sez. VI – 1, Ord., 10 novembre 2021, n. 33175

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA CIVILE
SOTTOSEZIONE 1

ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 29611-2020 proposto da:
C.C., elettivamente domiciliato presso la cancelleria della CORTE DI CASSAZIONE, PIAZZA
CAVOUR, ROMA, rappresentato e difeso dall’avvocato A. M.;
– ricorrente –
contro
A.K.N., elettivamente domiciliata presso la cancelleria della CORTE DI CASSAZIONE, PIAZZA
CAVOUR, ROMA, rappresentata e difesa dall’avvocato M. C.;
– controricorrente –
avverso la sentenza n. 150/2020 della CORTE D’APPELLO di TRENTO, depositata il 13/07/2020;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 09/06/2021 dal
Consigliere Relatore Dott. MAURO DI MARZIO.

Svolgimento del processo
Che:

1. – C.C. ricorre per un mezzo, nei confronti di A.K.N., contro la sentenza del 13 luglio 2020 con cui
la Corte d’appello di Trento, provvedendo in parziale riforma della sentenza resa tra le parti dal
locale Tribunale, ha disposto l’assegnazione alla A.K. della casa coniugale nella sua interezza, ivi
compreso il solaio posto al piano sottotetto, disponendone il rilascio da parte del C. e regolando le
spese di lite.

2. – A.K.N. resiste con controricorso e deposita memoria illustrativa.

Motivi della decisione
Che:

3. – L’unico mezzo denuncia nullità della sentenza per violazione dell’art. 24 Cost., comma 2, e
dell’art. 111 Cost., comma 2, nonchè 101 c.p.c., dolendosi del fatto che la Corte d’appello, dopo aver
disposto la trattazione scritta della causa, ed avere assegnato termine per note scritte, aggiungendo
che avrebbero potuto essere previsti “se espressamente richiesti, termini per una breve sintetica
illustrazione e per le repliche”, aveva poi deciso l’appello senza assegnare detti ultimi termini,
quantunque richiesti.

Ritenuto che:

4. – Il ricorso è manifestamente infondato.
Occorre premettere che il giudizio svoltosi tra le parti ha avuto ad oggetto la domanda di
separazione coniugale proposta dalla A.K. con addebito al C., domanda accolta dal Tribunale, che
ha inoltre affidato il figlio della coppia ad entrambi i genitori con collocazione presso la madre,
assegnato la casa familiare a quest’ultima, fatta eccezione per il solaio al piano sottotetto, regolato il
diritto di visita e disposto in ordine all’obbligo di mantenimento del figlio.
Proposto appello dal C., la Corte d’appello di Trento, in esito alla comparizione delle parti, disposti
alcuni rinvii per tentare la conciliazione, non perfezionatasi, ha disposta la trattazione scritta del
procedimento, già fissato per la decisione all’udienza del 18 giugno 2020. La Corte d’appello, in
particolare, ha disposto la trattazione scritta dell’udienza fissata al 18 giugno 2020, invitando le parti
a depositare note scritte contenenti le loro argomentate richieste e stabilendo che essa Corte potesse
assegnare, se espressamente richiesti, termini per una breve e sintetica illustrazione e per le repliche,
con successiva decisione all’esito dei termini eventualmente concessi.
Secondo il ricorrente, dunque, non avendo la Corte d’appello assegnato i termini per memorie, che
pure egli aveva richiesto, avrebbe cagionato una lesione del contraddittorio, tale da determinare la
denunciata nullità della sentenza impugnata.
La tesi non può però essere condivisa.
Alla data dell’adozione del provvedimento con cui la Corte d’appello ha disposto la trattazione
scritta dell’udienza già fissata al 18 giugno 2020 era in vigore il D.L. 17 marzo 2020, n. 18, art. 83,
convertito in L. 24 aprile 2020, n. 27, nel testo che, al comma 7, lett. h), assegnava ai capi degli uffici
giudiziari la facoltà di adottare, tra le altre misure, quella dello “svolgimento delle udienze civili che
non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori delle parti mediante lo scambio e il
deposito in telematico di note scritte contenenti le sole istanze e conclusioni, e la successiva adozione
fuori udienza del provvedimento del giudice”.
Dopodichè non ha inciso su detta previsione il D.L. 19 maggio 2020, n. 34, art. 221, cosiddetto
“Decreto rilancio”, mentre vi ha inciso la legge di conversione di tale decreto-legge, ossia la L. 17
luglio 2020, n. 77, stabilendo all’art. 221, comma 4 (in vigore dal 29 ottobre 2020) quanto segue: “Il
giudice può disporre che le udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai
difensori delle parti siano sostituite dal deposito telematico di note scritte contenenti le sole istante
e conclusioni. Il giudice comunica alle parti almeno trenta giorni prima della data fissata per
l’udienza che la stessa è sostituita dallo scambio di note scritte e assegna alle parti un termine fino a
cinque giorni prima della predetta data per il deposito delle note scritte. Ciascuna delle parti può
presentare istanza di trattazione orale entro cinque giorni dalla comunicazione del provvedimento.
Il giudice provvede entro i successivi cinque giorni. Se nessuna delle parli effettua il deposito
telematico di note scritte, il giudice provvede ai sensi dell’art. 181 c.p.c., comma 1”.

Ora, nè la prima nè la seconda disposizione, che precisa ed integra la prima, definendo le modalità
operative della trattazione scritta, sempre nella medesima direzione, manifesta un qualche intento
di incidere sulla fase decisoria del processo civile, nelle sue diverse forme: il legislatore, cioè, allo
scopo di contrastare la pandemia, ha adottato una previsione diretta a ridurre l’accesso presso gli
uffici giudiziari, sostituendo lo svolgimento dell’udienza, siccome regolata dagli artt. 127 e ss. c.p.c.,
con la trattazione scritta, o, come pure viene detto, udienza figurata, destinata a svolgersi – in una
prospettiva che, solo in senso assai lato, ha un suo antecedente nell’art. 83 bis delle disposizioni di
attuazione del c.p.c. – mediante il deposito “di note scritte contenenti le sole istanze e conclusioni”, e
cioè, in buona sostanza, di note nelle quali i difensori delle parti hanno occasione di mettere per
iscritto ciò che avrebbero esposto oralmente in udienza e che sarebbe stato raccolto con la
verbalizzazione. Congegno di sostituzione, quello descritto, che il legislatore ha poi esplicitato,
stabilendo, come si è detto, che il giudice può per l’appunto “disporre che le udienze civili… siano
sostituite dal deposito telematico di note scritte”.
Ergo:
– ) la regola rimane quella dell’udienza, che si svolge se il giudice nulla ha disposto, ovvero, nel
vigore della seconda disposizione, se, disposta la trattazione scritta, una delle parti ha fatto istanza
di trattazione orale, nel qual caso non sembra residui alcun potere del giudice di respingere l’istanza;
– ) l’eccezione diviene quella della trattazione scritta in luogo dell’udienza, ove il giudice abbia così
disposto;
– ) la fase decisoria non è attinta dalla trattazione scritta.
E’ allora evidente che l’individuazione della -disciplina posta a regolare la fase decisoria va effettuata
in applicazione delle regole ordinarie, sulle quali non impatta la previsione della trattazione scritta,
di cui poc’anzi si è dato conto. Così, ad esempio, ove si versi in ipotesi di appello celebrato secondo
il rito ordinario di cui all’art. 352 c.p.c., il giudice d’appello, ottenuto il deposito delle note di cui si è
detto, adotterà il provvedimento di assegnazione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c., esattamente
come avrebbe fatto se l’udienza si fosse celebrata.
Certo, la norma non manca di suscitare alcuni problemi interpretativi e di coordinamento, talora con
ricadute pratico-operative non irrilevanti: e così, ad esempio, può presentarsi il quesito della
compatibilità della trattazione scritta in ipotesi di decisione della causa secondo il modulo dell’art.
281 sexies c.p.c., in forza del quale il giudice “può ordinare la discussione orale della causa nella
stessa udienza o, su istanza di parte, in un’udienza successiva e pronunciare sentenza al termine
della discussione, dando lettura del dispositivo e della concisa esposizione delle ragioni di fatto e di
diritto della decisione”; ovvero ai sensi degli artt. 429-437 c.p.c., nel qual caso il giudice, esaurita la
discussione orale, pronuncia sentenza dando lettura del dispositivo, e, secondo la nota disciplina,
della motivazione; potrebbe difatti sostenersi che il giudice, nel provvedere per la trattazione scritta,
possa assegnare alle parti un termine per memorie tese a sostituire la discussione orale: ma, a parte
il fatto che la disciplina della trattazione scritta prevede, come si è detto, il deposito “di note scritte
contenenti le sole istanze e conclusioni”, il fatto è che la compatibilità tra la trattazione scritta e tali
moduli decisori è da escludersi sol che si consideri che la sostituzione dell’udienza destinata alla
discussione orale della causa, con la trattazione scritta, non comporterebbe la mera sostituzione
dell’udienza nei termini prima descritti, ma impatterebbe pesantemente sulla fase decisoria,
determinando un radicale stravolgimento di essa, giacchè – indipendentemente da ogni altra
considerazione – impedirebbe l’osservanza di un adempimento essenziale, quale la lettura del
dispositivo e della motivazione alla presenza, se vogliono, delle parti, senza che possa attribuirsi un
particolare peso all’eliminazione – tra la prima e la seconda stesura della norma – dell’inciso
concernente la “successiva adozione fuori udienza del provvedimento del giudice”.
Per aggirare un simile ostacolo occorrerebbe reputare che le parti, con il depositare le note scritte
previste dalla norma, omettendo di chiedere la fissazione dell’udienza “in presenza”, abbiano inteso
in tal modo preventivamente rinunciare a far valere la nullità derivante dell’omissione della lettura
del dispositivo e eventualmente della motivazione: ma non sembra che detta nullità – se si tiene
conto della severità della giurisprudenza di questa Corte in ordine al rilievo della lettura: v. per il
rito del lavoro ex multis, Cass. 28 novembre 2014, n. 25305; Cass. 8 giugno 2009, n. 13165 – sia nella
disponibilità delle parti, tanto più se si consideri il rilievo della lettura del dispositivo e della
motivazione ai fini del decorso del termine “lungo” (da ult. Cass. 11 febbraio 2021, n. 3394); oppure
occorrerebbe reputare che, nel caso di applicazione delle regole del processo telematico, il deposito
telematico della sentenza all’esito dell'”udienza figurata”, sia in buona sostanza equipollente alla
lettura della sentenza: il che avrebbe una sua realistica plausibilità (anche in considerazione del fatto
che, in via di prassi, la lettura per esteso della sentenza non sembra possa dirsi osservata senza
eccezione alcuna), se non fosse che il deposito telematico della sentenza da parte del giudice non la
rende visibile alle parti, se non all’esito dei necessari adempimenti di cancelleria.
Nel nostro caso, però, non si versa in ipotesi di decisione all’esito di discussione orale, e neppure di
decisione all’esito dello scambio di conclusionali e repliche. Non ha difatti bisogno di essere
rammentato che l’appello avverso la sentenza di separazione personale dei coniugi o di divorzio,
per espressa previsione di legge (L. n. 74 del 1987, art. 23 e della L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 15),
è trattato e deciso in camera di consiglio, il che comporta che l’intero giudizio di impugnazione sia
regolato dal rito camerale (Cass. 10 gennaio 2019, n. 403; Cass. 13 ottobre 2011, n. 21161) Il giudizio
era dunque sottoposto al rito camerale: e, per conseguenza, non prevedeva l’assegnazione dei
termini per conclusionali e repliche ai sensi dell’art. 190 c.p.c., in ossequio al ribadito principio
secondo cui i procedimenti camerali contenziosi, fermo il rispetto del principio del contraddittorio,
sono caratterizzati da particolare celerità e semplicità di forme, sicchè con essi sono incompatibili le
disposizioni che regolano la fase decisoria nel processo ordinario di cognizione e, segnatamente,
quelle di cui agli artt. 189 e 190 c.p.c. (Cass. 30 dicembre 2015, n. 26200; Cass. 12 gennaio 2007, n.
565). Di guisa che il richiamo fatto dal ricorrente a giurisprudenza di questa Corte concernente
l’omessa assegnazione dei termini di cui al cit. art. 190 (questione peraltro al momento rimessa alle
Sezioni Unite) non è pertinente. Nè, d’altro canto, è previsto che nel rito camerale, ex art. 737 e ss.
c.p.c., la decisione debba essere pronunciata all’esito della discussione orale, o comunque all’esito
del deposito di scritti difensivi finali.

Sicchè, il giudice ben poteva disporre la sostituzione dell’udienza del 18 giugno 2020 con la
trattazione scritta, pronunciando all’esito sentenza, come ha poi fatto.

Nè rileva alcunchè la circostanza che la Corte d’appello, nel disporre la trattazione scritta, si fosse
tuttavia riservata la facoltà, non contemplata dalla norma, di assegnare, eventualmente, un termine
per memorie illustrative e repliche, su istanza di parte: si può discutere se in tale frangente un
termine per memorie potesse essere dato, avuto riguardo alla già operata constatazione che la norma
sulla trattazione scritta discorre di deposito “di note scritte contenenti le sole istanze e conclusioni”,
ma certo è che, ove pure il giudice avesse legittimamente ipotizzato l’esercizio di una facoltà di
concessione di un termine per memorie, ciò non gli imponeva poi di assegnarlo necessariamente.

E dunque non ricorre la nullità per violazione del contraddittorio lamentata dal ricorrente.

5. – Le spese del giudizio di legittimità si compensano per novità della questione. Sussistono i
presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato dovuto.

P.Q.M.
rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di legittimità, dando atto, ai sensi del D.P.R. n. 115
del 2002, art. 13, comma 1 quater, che sussistono i presupposti per il versamento, a carico della parte
ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a
norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificati, a
norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.

La funzione della delimitazione legislativa delle parti del procedimento di adottabilità

Cass. Civ., Sez. I, Ord., 16 novembre 2021, n. 34714; Pres. Bisogni, Rel. Cons. Acierno

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 10396/2020 proposto da:
L.L., Z.T., elettivamente domiciliati in Roma, , presso lo studio dell’avvocato A. A., che li rappresenta
e difende unitamente all’avvocato P. S., giusta procura in calce al ricorso;
– ricorrenti –
contro
C.A., nella qualità di tutore del minore Z.F., domiciliata in Roma, Piazza Cavour, presso la
Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa dall’avvocato S. L., giusta procura
in calce al controricorso;
– controricorrente –
contro
B.C.: nella qualità di curatore speciale del minore, F.W.: quale padre del minore, Procura Generale
presso la Corte d’Appello di Venezia, Z. A.: quale madre del minore;
– intimati –
avverso la sentenza n. 2/2020 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, pubblicata il 19/03/2020;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 17/05/2021 dal cons. ACIERNO
MARIA.
Svolgimento del processo – Motivi della decisione
1.La Corte d’Appello di Venezia, confermando la pronuncia di primo grado ha dichiarato lo stato di
adottabilità del minore Z.F..
L’appello principale era stato proposto da Z.T., padre di Z.A., madre del minore e da L.L., compagna
convivente di Z.T.. I genitori del minore avevano proposto appello incidentale.
1.1. La corte territoriale, a sostegno della pronuncia, ha, in primo luogo, ripercorso l’accertamento
svolto dal Tribunale per i minorenni, evidenziando che entrambi i genitori avevano manifestato gravi
carenze in quanto la madre era tossicodipendente in terapia ed il padre F.W. era segnalato per violenze
e maltrattamenti nei confronti della madre. Ugualmente inadeguato era stato ritenuto Z.T. mentre
l’unica persona in grado di essere una risorsa per il minore si era rivelata L.L.. La più recente relazione
del 25/11/2019 aveva confermato la valutazione negativa sopra illustrata, rilevando che non vi erano
stati contatti nè richieste da parte dei genitori biologici mentre il nonno Z.T. e la compagna L.L.
avevano continuato ad incontrare in forma protetta la sorella del minore che Z.A. aveva avuto con
altro partner. Nella nota del 20/2/2020 inviata dal Consultorio familiare presso la ASL n. 6, è stato
evidenziato che nei due anni e mezzo di inserimento nella famiglia affidataria la situazione del minore
si era evoluta in termini positivi.
1.3 Con decreto n. 10/2/2018 la Corte d’Appello ha confermato l’affidamento etero familiare del
minore con interruzione di ogni rapporto sia con i genitori sia con i rispettivi nuclei familiari.
1.4 La Corte d’Appello ha ritenuto ancora validi i rilievi svolti nel predetto decreto, evidenziando che
non erano state rappresentate circostanze sopravvenute rispetto al provvedimento interinale tali da
giustificare una modificazione del regime vigente: in particolare, esaminate tutte le figure adulte si è
pervenuti alla conclusione che soltanto L.L. è risultata in grado di prendersi cura del minore ma è
priva di rapporti di parentela con lo stesso e, di conseguenza, non può avere alcun potere o
responsabilità giuridicamente rilevante.
1.5 In questo quadro la Corte ha rigettato anche la richiesta subordinata di Z.T. e L.L. di revoca della
sospensione dei rapporti tra loro ed il nipote perchè non devono essere introdotti elementi che
compromettano il percorso di ricostruzione familiare ormai avviato in modo stabile e proficuo ad
esclusivo beneficio del minore.
1.6 I minore può tuttavia continuare gli incontri con la sorella minore nell’ordine indicativo di due al
mese.
2. Avverso tale pronuncia hanno proposto ricorso per cassazione Z.T. e L.L., accompagnato da
memoria. Ha resistito con controricorso il tutore del minore.
3. Nel primo motivo viene dedotto il vizio di motivazione apparente del provvedimento impugnato
per quanto riguarda la valutazione di inidoneità dei ricorrenti, riferita come fondata su valutazioni
datate due anni prima della decisione.
4. Con il secondo motivo è stato dedotto il vizio di omessa motivazione in ordine all’istanza formulata
anche dal P.G. di disporre una consulenza tecnica d’ufficio sulle capacità vicarianti di L.L. e Z.T..
5. Con il terzo motivo è stata dedotta l’omessa valutazione delle attuali condizioni psico fisiche del
minore e dell’effettiva incidenza sullo sviluppo della personalità del minore del supporto e della
relazione instaurata con i nonni.
6. Con il quarto motivo è stata dedotta la violazione dell’art. 336 c.c., per non essere stato ascoltato
il minore.
7. La parte controricorrente ha dedotto preliminarmente il difetto di legittimazione attiva di L.L., in
quanto non parente entro il quarto grado del minore.
7.1 L’eccezione è fondata. La L. n. 184 del 1983, art. 12, stabilisce espressamente che il Tribunale
per i minorenni è tenuto ad indagare in relazione all’esistenza di parenti entro il quarto grado che
abbiano rapporti significativi con il minore, al fine di verificare la concreta possibilità di un
affidamento dello stesso all’interno del nucleo familiare di origine nel rispetto di quanto stabilito
nell’art. 1 della medesima legge. La condizione fattuale costituita dall’esistenza di rapporti
significativi può essere valutata anche alla stregua della disponibilità e dalla collaborazione
dimostrata dai parenti entro il quarto grado nell’organizzazione degli incontri con il minore nel caso
quest’ultimo sia stato allontanato dai genitori biologici in tenera o tenerissima età.
7.1 La ratio della norma si coglie nell’incipit dell’art. 1, della legge, nel quale è affermato
solennemente il diritto del minore di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia,
senza che una soluzione diversa possa essere giustificata per ragioni “di etnia, di età, di lingua, di
religione e nel rispetto della identità culturale del minore e comunque non in contrasto con i principi
fondamentali dell’ordinamento” (art. 1, comma 3) e non prima di aver posto in essere misure di
sostegno delle criticità riscontrate nell’ambito del nucleo genitoriale originario. Il legislatore ha dato
rilievo preminente, ancorchè non assoluto, nella formulazione della norma, al diritto del minore alla
costruzione di un’identità coerente con il nucleo familiare e relazionale all’interno del quale è nato,
valorizzando in funzione della rilevanza della famiglia di origine le figure parentali idonee ad
assumere una funzione vicariante. La predeterminazione del grado di parentela e la limitazione ad
alcune categorie di parenti della funzione indicata nella L. n. 184 del 1983, artt. 11, 12 e 13 non
contrasta con il rilievo di pari grado attribuito al diritto del minore alla continuità affettiva e
relazionale, riconosciuto di recente dalla Corte Costituzionale (sent. n. 272 del 2017) anche in
funzione di necessario bilanciamento del cd. favor veritatis, nelle azioni volte alla costituzione o
demolizione degli status genitoriali, dal momento che la limitazione legislativa ha la funzione
specifica di ampliare, oltre al nucleo genitoriale in senso stretto, il perimetro familiare all’interno del
quale deve essere svolta la rigorosa e doverosa indagine a carico del Tribunale per i minorenni, prima
di dichiarare lo stato di abbandono che giustifica l’adottabilità. Ne consegue che la predeterminazione
normativa del grado di parentela è stata del tutto ragionevolmente fissata sulla base di una valutazione
probabilistica delle figure parentali più frequentemente coinvolte nella relazione con il minore (nonni
e fratelli e sorelle dei genitori), tenuto conto della necessità di svolgere efficacemente e celermente le
indagini necessarie, in quanto necessitate da una sopravvenuta condizione di grave criticità della
condizione del minore tale da giustificare, nella maggioranza dei casi una collocazione quanto meno
temporanea fuori dell’ambiente genitoriale ed all’interno del sistema pubblicistico di protezione del
minore, secondo quanto imposto dalla L. n. 184 del 1983, art. 1 comma 2.
7.2 La definizione del grado di parentela, pertanto, è esclusivamente finalizzata a determinare l’ambito
soggettivo delle indagini del Tribunale per i minorenni relativamente al rinvenimento all’interno della
famiglia di origine di figure vicarianti e a definire, conseguentemente, la legittimazione processuale
delle parti del procedimento destinato all’accertamento della condizione di abbandono del minore. La
capacità educativa e affettiva di soggetti che ancorchè formalmente non rientranti nel nucleo parentale
previsto dalla legge, ne fanno parte sul piano dell’effettività e sono in grado di stabilire (o hanno già
stabilito) rapporti significativi con il minore, riveste, tuttavia, un rilievo primario nel presente giudizio
sotto due profili. Nell’esame che deve compiere il giudice del merito del preminente interesse del
minore, è necessario verificare, in primo luogo, se la definitiva recisione dei rapporti con figure
significative sul piano affettivo e relazionale strettamente collegate ai parenti giuridicamente
qualificati corrisponda al preminente interesse del minore. Non è sufficiente a sostenere questo
doveroso accertamento, la verifica delle condizioni del minore nella famiglia affidataria senza alcuna
comparazione con la relazione del minore con le figure vicarianti che hanno dimostrato in via effettiva
la propria disponibilità a rivestire tale ruolo. All’interno di questa indagine deve essere dato rilievo
centrale alla costruzione di un nucleo familiare ancorchè con soggetti non identificabili come
formalmente legittimati a partecipare al processo perchè estranei alla linea di parentela.
7.4 Così circoscritta la funzione della delimitazione legislativa delle parti del procedimento di
adottabilità, se ne può escludere l’incompatibilità sia con i principi costituzionali di tutela del minore
che con il diritto alla vita familiare ex art. 8 Cedu, secondo la declinazione offerta dalla Corte Edu,
rimanendo centrale l’indagine sulla necessità e la corrispondenza effettiva al preminente interesse del
minore della recisione dei legami con tutte le figure relazionali significative od adeguate riconducibili
al suo nucleo familiare di provenienza.
8. L’applicazione dei principi esposti conduce alla formale dichiarazione del difetto di legittimazione
attiva di L.L. ed all’accoglimento del ricorso proposto da Z.T. nei limiti di cui in motivazione.
9. I motivi, da esaminare unitariamente, salvo l’ultimo relativo all’ascolto del minore, evidenziano la
radicale carenza d’indagine e giustificazione motivazionale della valutazione negativa del ricorrente,
genitore della madre del minore, come figura vicariale cui affidare il minore.
9.1 La Corte d’Appello fonda la propria valutazione esclusivamente richiamando un proprio
provvedimento interinale del 2018, peraltro limitato alla conferma della sospensione dell’esercizio
della responsabilità genitoriale ed all’affidamento eterofamiliare. La motivazione della conferma della
situazione cristallizzata al 2018 è meramente apparente e non tiene conto del diverso contenuto ed
effetti del provvedimento richiamato per relationem, sul rilievo dell’insussistenza di circostanze
sopravvenute tali da giustificare una revisione del giudizio. Nessuna indicazione, tuttavia, viene
fornita, relativamente ai fatti valutati come recessivi nè viene svolta alcuna indagine in relazione a
due elementi di peculiare rilievo. Il primo riguarda il nucleo familiare del nonno materno e la
partecipazione diretta alla cura del minore della compagna L.L., ritenuta del tutto adeguata a tale
funzione. La conclusione della Corte d’Appello sul ricorrente, oltre ad essere priva di motivazione
esplicita, seguente ad un esame attuale dell’attitudine e capacità vicariante di Z.T., ne ha ritenuto
l’inidoneità isolatamente e senza tenere in alcun conto la disponibilità e le capacità di L.L., ignorando
la situazione di stabilità relazionale e familiare con la quale il minore avrebbe potuto interagire in
diverse modulazioni. Il secondo elemento riguarda la radicale parzialità della valutazione del
preminente interesse del minore, considerato soltanto in relazione alla valutazione positiva del
periodo trascorso con la famiglia affidataria ma senza alcuna indagine relativa alle conseguenze sul
suo sviluppo psico fisico della recisione della relazione con il nucleo formato dal nonno materno e la
sua compagna. Tale nucleo, peraltro, è stato positivamente valutato quanto alla prosecuzione del
rapporto e del legame affettivo con la sorella più piccola del minore, senza che tale aspetto sia stato
considerato o posto in correlazione critica con l’opposta conclusione quanto al piccolo F.
Fondatamente, pertanto, i ricorrenti censurano, in particolare l’omesso accoglimento della richiesta di
consulenza psicologica valutativa dell’attitudine e delle capacità vicarianti del nucleo familiare
costituito dal nonno materno e dalla sua compagna nonchè dell’eventuale pregiudizio conseguente
alla recisione di questa relazione (in contrasto con la conservazione del legame con la sorella minore)
per lo sviluppo della personalità del minore.
9.2 Solo all’esito di questa rigorosa indagine avrebbe potuto formularsi una valutazione adeguata
dell’interesse del minore a conservare la situazione attuale di recisione di qualsiasi rapporto con il
nucleo familiare costituito dai ricorrenti e di dichiarare conseguentemente la sua adottabilità od invece
di verificare, previa revoca di essa, percorsi diversi, oggetto di diversi procedimenti, quali la
prosecuzione dell’affidamento eterofamiliare o un modulo adottivo estraibile dalla L. n. 184 del 1983,
art. 44, che potesse coinvolgere i ricorrenti, all’esito delle indagini previste dal regime giuridico di
questo istituto.
10.In conclusione i primi tre motivi devono essere accolti nei limiti di cui in motivazione. Il quarto
motivo è assorbito.
La sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio al giudice del merito perchè proceda
all’accertamento omesso così come indicato nei paragrafi 9.1 e 9.2. e alla statuizione sulle spese
processuali del presente procedimento.
P.Q.M.
Dichiara il difetto di legittimazione passiva di L.L. Accoglie i primi tre motivi di ricorso, assorbito il
quarto. Cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Venezia, in diversa
composizione, anche per le spese processuali del presente giudizio. In caso di diffusione omettere le
generalità.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 17 maggio 2021.
Depositato in Cancelleria il 16 novembre 2021

La contestazione della filiazione è preliminare all’esperimento dell’azione di riconoscimento

Cass. Sez. I, 11 ottobre 2021 n. 27560

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 8340/2020 proposto da:
B.V., domiciliato in Roma, Piazza Cavour, presso la
Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso
dall’avvocato Grattacaso Giovanni, giusta procura in calce al
ricorso;
– ricorrente –
contro
V.C., Bu.Si., elettivamente domiciliati in Roma, Viale
delle Milizie n. 108, presso lo studio dell’avvocato Bisogno
Patrizia, rappresentati e difesi dall’avvocato Concilio Giovanni,
giusta procura in calce al controricorso;
– controricorrenti –
contro
S.A., quale curatore speciale della minore V.V.,
domiciliato in Roma, Piazza Cavour, presso la Cancelleria Civile
della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso da se medesimo;
– controricorrente –
contro
Procura della Repubblica presso il Tribunale di Salerno, Procuratore
Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Salerno;
– intimati –
avverso la sentenza n. 63/2020 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,
pubblicata il 20/01/2020;
udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del
16/06/2021 dal Cons. Dott. PARISE CLOTILDE.

FATTI DI CAUSA
1. Con sentenza n. 63/2020, pubblicata il 20-1-2020, la Corte d’appello di Salerno ha respinto
l’appello proposto da B.V. avverso la sentenza del Tribunale di Salerno che aveva dichiarato
inammissibile la domanda dallo stesso proposta diretta ad impugnare per mancanza di
veridicità il riconoscimento di V.V., nata l'(OMISSIS), effettuato da V.C.. La Corte d’appello,
nel condividere il giudizio espresso dal primo giudice, ha ritenuto che non fosse ammissibile
l’azione da ritenersi promossa ex art. 263 c.c., dal B., il quale prospettava di essere il padre
biologico della minore, nata in costanza di matrimonio di V.C. e Bu.Si..
La Corte di merito ha affermato che l’art. 263 c.c., si applica ai figli nati fuori dal matrimonio,
come è dato evincere dall’inserimento sistematico di detta norma nell’ambito del capo IV del
titolo intitolato al “riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio” e come costantemente
affermato dalla giurisprudenza di questa Corte con le pronunce richiamate nella sentenza.
2. Avverso questa sentenza B.V. propone ricorso per cassazione, affidato a un motivo,
resistito con controricorso dal curatore speciale della minore, avv. S.A., nonché con separato
controricorso da V.C. e Bu.Si.. Sono rimasti intimati la Procura della Repubblica presso il
Tribunale di Salerno e il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di
Salerno.
3. Il ricorso è stato fissato per l’adunanza in Camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c.,
u.c. e art. 380 bis.1 c.p.c.. Le parti controricorrenti hanno depositato memorie illustrative.
RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Con l’unico motivo di ricorso il ricorrente denuncia la violazione dell’art. 263 c.c. e dell’art.
244 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3. Deduce di avere interesse a far accertare che
3
egli è il padre biologico e naturale della minore V. e, a suo avviso, detto accertamento non è
reso inammissibile dalle norme del codice civile vigente che si riferiscono al reclamo di
legittimità, al disconoscimento, ovvero all’accertamento giudiziale della paternità, né esso
sarebbe incompatibile con un eventuale status di figlio legittimo. Ad avviso del ricorrente la
norma di cui all’art. 263 c.c., deve intendersi come riferita anche al “concepito nato fuori dal
matrimonio” e pertanto essa si applica anche alla famiglia coniugale. Inoltre, deduce che
l’azione ex art. 244 c.c., è consentita al PM o al curatore speciale su sollecitazione anche
dell’altro “genitore”, come previsto dal comma 6 del citato articolo, e l'”altro genitore” può
anche non essere il marito, poiché se il legislatore avesse voluto fare riferimento a
quest’ultimo lo avrebbe esplicitato, come nel comma 2 dello stesso articolo. Richiama l’art. 29
Cost. e precisa che, dopo la riforma del 2013, non è più prospettabile la contrapposizione tra
azioni di stato legittimo e azioni di stato riferite alla filiazione naturale. Ribadisce che nessuno
può reclamare uno stato di figlio contrario a quello attribuito con l’atto di nascita e il conforme
possesso di stato, se prima non l’abbia rimosso attraverso l’azione di contestazione (art. 239
c.c.) esperibile ex art. 240 c.c., negli stessi casi di cui all’art. 239, comma 1, ovvero,
trattandosi di figlio riconosciuto, attraverso l’impugnativa del riconoscimento per difetto di
veridicità ex art. 263 c.c.. Rimarca, infine, che il riconoscimento non veridico configura la
fattispecie di reato di cui all’art. 567 c.p. e il difetto di veridicità sussiste anche quando la
madre del figlio nato da relazione adulterina dichiari nell’atto di nascita di averlo concepito
con il proprio marito.
2. Il motivo è infondato.
2.1. Secondo l’orientamento di questa Corte, richiamato nella sentenza impugnata, che il
Collegio condivide e intende ribadire, la paternità e maternità possono essere giudizialmente
dichiarate nei casi in cui il riconoscimento è ammesso (art. 269 c.c., comma 1), non anche in
contrasto con un differente stato (nel caso di specie di figlio legittimo, ossia nato dal
matrimonio) in cui la persona si trova (art. 253 c.c.).
Ne consegue che la condizione di “figlio legittimo” è ostativa all’accoglimento della domanda
di dichiarazione giudiziale di paternità da parte di colui che assume di essere il padre
biologico, atteso che deve, prima, essere rimosso lo stato di “figlio legittimo”, con
accertamento efficace erga omnes. In altri termini, la domanda di riconoscimento di paternità
proposta da colui che assume di essere il padre biologico non può avere ingresso, se l’azione
di disconoscimento non è stata proposta, oppure non può avere accoglimento, in ipotesi di
contemporanea pendenza del giudizio di disconoscimento, sino a quando la presunzione
legale di legittimità della filiazione ex art. 232 c.c., non sia venuta meno con il vittorioso
esperimento dell’azione di disconoscimento (Cass. n. 1784/2012 e Cass. n. 17392/2018
citata).
Inoltre, questa Corte ha chiarito che colui che si afferma padre biologico del figlio nato dal
matrimonio, pur non essendo legittimato a proporre in via autonoma azione di
disconoscimento di paternità (Cass. n. 4033/1995) e neppure potendo intervenire e
partecipare a quel giudizio o proporre impugnazione di terzo (Cass. n. 6985/2018), se il
minore è infraquattordicenne, può chiedere al giudice la nomina di un curatore speciale
affinché promuova l’azione di disconoscimento, e ciò interpretando la locuzione dell’art. 244
c.c., u.c. (“altro genitore”) come riferita non solo alla madre, ma anche al padre biologico (così
Cass. n. 4020/2017).
Dunque, in questi ben delimitati confini, al padre biologico è attribuito uno strumento
sollecitatorio dell’azione di disconoscimento, ferme restando all’evidenza, per quanto già si è
detto, da un lato, l’assenza di legittimazione autonoma del padre biologico a proporre
quell’azione e, dall’altro, la rimessione all’esclusiva valutazione del giudice dell’interesse del
minore al promovimento della stessa azione.
2.2. Ciò posto, la Corte d’appello si è attenuta ai suesposti principi di diritto, richiamando
correttamente, nel ragionamento decisorio, i passaggi argomentativi di cui si è detto.
Il ricorrente, che non censura specificamente la qualificazione, effettuata dalla Corte di merito,
dell’azione da egli proposta come, in principalità, di accertamento della paternità naturale e
neppure deduce che sia pendente il giudizio di disconoscimento, incentra il presupposto
fondante della doglianza sull’assunto secondo cui l’art. 263 c.c., debba intendersi riferito
anche al “concepito nato fuori dal matrimonio di uno di essi” e pertanto debba applicarsi
anche alla famiglia coniugale.
Detta interpretazione è però del tutto priva di pregio, poiché si pone in evidente ed insanabile
contrasto con le chiare previsioni di cui all’art. 269 c.c., comma 1 e art. 253 c.c., per quanto si
è infra precisato, nonché con il principio di diritto secondo il quale non è consentito
l’accertamento in via incidentale di una questione di stato dal nostro ordinamento giuridico,
ostandovi – nel quadro normativo attuale – art. 3 c.p.p. e D.Lgs. 2 luglio 2010, n. 104, art. 8
(Cass. n. 3934/2012). Sotto quest’ultimo profilo si osserva che, ove fosse accolta la
prospettazione del ricorrente, si determinerebbe, infatti, in violazione del suddetto principio di
diritto, un accertamento incidentale su una questione pregiudiziale di stato delle persone
assenza di filiazione legittima tra V.V. e C., peraltro su iniziativa di un soggetto (padre
biologico) non legittimato a proporre l’azione di disconoscimento della paternità, ai sensi
dell’art. 244 c.c.. Questa Corte, con la citata pronuncia Cass. n. 3934/2012, ha chiarito che
“già Cass. 1515/1966 (seguita da Cass. 1615/1969, resa a sezioni unite, e Cass. 220/1980;
cfr. anche Cass. 194/1985) ebbe occasione di precisare che nel nostro sistema legislativo,
come si deduceva dagli artt. 806 e 819 c.p.c., art. 19 c.p.p., artt. 28 e 30 del T.U. delle leggi
sul Consiglio di Stato e artt. 3 e 5 del T.U. delle leggi sulle giunte provinciali amministrative,
deve escludersi la possibilità di un accertamento incidentale su una questione pregiudiziale di
stato delle persone con effetto limitato alla controversia principale di diversa natura. Tali
considerazioni sono valide tuttora pur nel mutato quadro normativo, richiamandosi, in luogo
degli abrogati codice di procedura penale del 1930 e testi unici delle leggi sul Consiglio di
Stato e sulle giunte provinciali amministrative, l’art. 3 c.p.p., attualmente in vigore, e il D.Lgs.
2 luglio 2010, n. 104, art. 8” (così Cass. 3934/2012 citata, rispetto alla quale non si ravvisa
contrasto con quanto affermato dalla richiamata pronuncia n. 17392/2018, che anzi ribadisce
l’efficacia erga omnes del giudicato sul disconoscimento e tratta del rimedio processuale
necessario per ovviare all’interferenza tra giudizi pendenti proprio sulla premessa di
quell’efficacia erga omnes).
3. In conclusione, il ricorso va rigettato in applicazione dei principi di diritto sopra richiamati e
le spese di lite, liquidate come in dispositivo in favore di ciascuno dei controricorrenti,
seguono la soccombenza, dando atto che la costituzione di V.C. e Bu.Si. è avvenuta con
unico atto difensivo.
Rilevato che dagli atti il processo risulta esente, non si applica il D.P.R. n. 115 del 2002, art.
13, comma 1-quater.
Va disposto che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità
delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art.
52.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione in favore di ciascuna delle parti
controricorrenti, consorti V.C. e Bu.Si. e curatore speciale del minore S.A., delle spese del
presente giudizio, liquidate per ciascuna di esse in complessivi Euro 7.200,00, di cui Euro
200,00 per esborsi, oltre al rimborso spese generali (15%) ed accessori come per legge.
Dispone che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52.

Il danno da perdita del rapporto parentale deve essere liquidato seguendo una tabella basata sul sistema a punti

Cass. Civ., Sez. III, Sent., 10 novembre 2021, n. 33005
CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA CIVILE
SENTENZA
sul ricorso 17273/2018 proposto da:
A.C., F.P., F.M., S.C., elettivamente domiciliati in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso CORTE DI
CASSAZIONE, rappresentati e difesi dagli avv.ti C. S. e F. R.;
– ricorrenti –
contro
I.N., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso CORTE DI CASSAZIONE,
rappresentato e difeso dall’avv. V.P.;
– controricorrente –
e contro
AZIENDA SANITARIA LOCALE (OMISSIS), REALE MUTUA ASSICURAZIONI SPA, ALLIANZ
ASSICURAZIONI SPA, GROUPAMA ASSICURAZIONI SPA, FONDIARIASAI ASSICURAZIONI
SPA, UNIPOL SAI SPA;
– intimati –
avverso la sentenza n. 437/2017 della CORTE D’APPELLO di SALERNO, depositata il 12/05/2017;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/05/2021 dal Consigliere Dott.
ENRICO SCODITTI;
udito il pubblico ministero Dott. ALESSANDRO PEPE.

Svolgimento del processo
1. S.C., F.M. in proprio e quale genitore di L.A., F.P. in proprio e quale genitore di F.L., F.M., C., F.P.
e E., tutti in proprio e quali eredi di F.L., convennero in giudizio innanzi al Tribunale di Nocera
Inferiore l’ASL (OMISSIS) e I.N. chiedendo il risarcimento del danno per la morte del congiunto F.L.
cagionata da errore medico. Si costituirono i convenuti chiedendo il rigetto della domanda e
chiamando in causa le rispettive società assicuratrici.

2. Il Tribunale adito accolse parzialmente la domanda, liquidando il danno non patrimoniale
all’attualità nella misura di Euro 30.000,00 in favore del coniuge e di Euro 20.000,00 per ciascuno dei
figli, “…stante il grado e l’intensità del rapporto di parentela sussistente fra il de cuius e gli istanti,
l’età dello stesso, e la mancata deduzione e, ancor più, la mancanza di ulteriori elementi di
valutazione” e considerando per la moglie la circostanza della convivenza, sicchè aveva “più
intensamente vissuto il dolore per la perdita”.

3. Avverso detta sentenza proposero appello sia le società assicuratrici che gli attori.

4. Con sentenza di data 12 maggio 2017 la Corte d’appello di Salerno rigettò gli appelli. Osservò la
corte territoriale, per quanto qui rileva, che gli appellanti, pur avendo invocato l’applicazione delle
tabelle di Milano, ne avevano omessa la produzione e che, quanto alla liquidazione equitativa del
danno, mentre il Tribunale aveva valorizzato il diverso grado ed intensità del rapporto parentale
nonchè l’età del defunto, sottolineando altresì la mancanza di deduzione di ulteriori elementi di
valutazione, gli appellanti non avevano articolato alcuna specifica doglianza idonea a contrastare la
ratio della decisione, nè avevano fornito circostanziate deduzioni in ordine alla natura ed entità dello
sconvolgimento delle abitudini familiari di portata diversa da quella considerata dal primo giudice.

5. Hanno proposto ricorso per cassazione F.P., S.C., A.C., F.L. e F.M. sulla base di due motivi. Resiste
con controricorso I.N.. E’ stata rimessa la causa alla pubblica udienza ai sensi dell’ultimo comma
dell’art. 380 bis c.p.c.. E’ stata depositata memoria di parte. Anche il pubblico ministero ha presentato
memoria.

Motivi della decisione
1. Con il primo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 1226 e 2056 c.c., ai sensi
dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva la parte ricorrente che, sulla base di Cass. n. 392 del 2018,
nel caso di sentenza di appello pronunciata dopo il 7 giugno 2011 è sufficiente l’invocazione
dell’applicazione della tabella milanese senza obbligo di produzione della stessa.

1.1. Il motivo è fondato. Non si può non muovere nello scrutinio del motivo dal passaggio rilevante
di Cass. 7 giugno 2011, n. 12408, la quale ha condizionato tutta la giurisprudenza successiva in
materia di tabelle per la liquidazione del danno non patrimoniale. Affinchè il ricorso per cassazione
non sia dichiarato inammissibile per la novità della questione posta, afferma la pronuncia citata che
non sarà “sufficiente che in appello sia stata prospettata l’inadeguatezza della liquidazione operata
dal primo giudice, ma occorrerà che il ricorrente si sia specificamente doluto in secondo grado, sotto
il profilo della violazione di legge, della mancata liquidazione del danno in base ai valori delle tabelle
elaborate a Milano; e che, inoltre, nei giudizi svoltisi in luoghi diversi da quelli nei quali le tabelle
milanesi sono comunemente adottate, quelle tabelle abbia anche versato in atti”. La successiva
giurisprudenza si è uniformata a tale dictum, affermando che la denuncia in sede di legittimità della
violazione delle tabelle diffuse dal Tribunale di Milano è ammessa esclusivamente ove nel giudizio
di merito la parte abbia prodotto tali tabelle, o almeno ne abbia allegato il contenuto (anche a mezzo
della loro riproduzione negli scritti defensionali conclusionali), al più tardi in grado di appello, ed
abbia posto la questione dell’applicazione dei relativi parametri (Cass. 21 novembre 2017, n. 27562;
7 settembre 2016, n. 17678; 16 giugno 2016, n. 12397; 23 febbraio 2016, n. 3505; 17 febbraio 2016, n.
3015; 13 novembre 2014, n. 24205; 7 novembre 2014, n. 23778).

Deve essere chiarita, proprio alla luce della portata della decisione del 2011, la differenza fra il
proporre l’istanza di applicazione delle tabelle e l’onere di produzione o quanto meno di allegazione
del contenuto delle tabelle medesime negli scritti defenzionali.

1.2. Come illustrato in modo più approfondito nella motivazione di Cass. 21 aprile 2021, n. 10579,
alla quale si rinvia per ogni approfondimento, le tabelle di liquidazione del danno non patrimoniale
rappresentano la concretizzazione in forma di fattispecie della clausola generale di valutazione
equitativa del danno di cui all’art. 1226 c.c.. La conversione della clausola generale in ipotesi
standardizzate, alla stessa stregua di fattispecie, risponde all’esigenza di preservazione
dell’uniformità e prevedibilità delle decisioni a garanzia del fondamentale principio di eguaglianza.
Cass. n. 12408 del 2011 ha riconosciuto che garantisce tale uniformità di trattamento il riferimento al
criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, essendo esso già ampiamente diffuso
sul territorio nazionale, salvo che non sussistano in concreto circostanze idonee a giustificarne
l’abbandono.
Attraverso il sistema del punto variabile per la misura del risarcimento a seguito di danno biologico,
la tabella elaborata dall’ufficio giudiziario, per astrazione dalle sentenze di merito monitorate,
definisce un complesso di caselle entro le quali sussumere il caso, analogamente a quanto avviene
con la tecnica della fattispecie, in funzione dell’uniforme risoluzione delle controversie. L’omessa o
erronea applicazione delle tabelle del Tribunale di Milano ha comportato, secondo l’insegnamento
di questa Corte, l’integrazione della violazione dell’art. 1226 c.c., per la corrispondenza del
precipitato tabellare delle prassi giurisprudenziali, elaborato da quell’ufficio giudiziario, alla
corretta interpretazione della clausola di valutazione equitativa del danno.
Essendo equivalenti alla morfologia della fattispecie legale, le tabelle constano di un elemento
materiale, costituito dalla circostanza fattuale del punto d’invalidità, e di un elemento formale,
rappresentato dal valore monetario. La giurisprudenza di questa Corte richiede che il parametro
delle tabelle sia invocato nei gradi di merito perchè la liquidazione del danno mediante tabella non
corrisponde ad una mera qualificazione ma, avendo la tabella una portata equivalente alla fattispecie
e costituendo essa l’alternativa alla clausola generale di cui all’art. 1226, presuppone che l’elemento
materiale del danno corrispondente al punto di invalidità sia stato dedotto in giudizio, mediante per
l’appunto l’invocazione dell’applicazione delle tabelle. Stante il rimedio alternativo della
concretizzazione giudiziale della clausola generale, la parte attrice, se mira alla liquidazione del
danno mediante tabella, è tenuta a dedurre in giudizio il danno così come standardizzato in forma
di tabella, alla stessa stregua della fattispecie da allegare con la domanda.
Non così per la tabella unica nazionale di cui all’art. 138 cod. assicurazioni, non ancora adottata al
momento della presente decisione. Dal momento della sua adozione, la tabella nazionale sarà
l’esclusiva forma di liquidazione del danno non patrimoniale, senza che la clausola generale dell’art.
1226 possa conservare una valenza residuale. E’ sufficiente quindi per l’attore allegare il danno non
patrimoniale: sarà poi compito del giudice, stavolta in sede puramente qualificatoria, fare
applicazione della tabella unica nazionale.

1.3. Come si è detto, la giurisprudenza di questa Corte richiede non solo che l’applicazione delle
tabelle sia stata invocata nei gradi di merito, ma richiede anche che “nei giudizi svoltisi in luoghi
diversi da quelli nei quali le tabelle milanesi sono comunemente adottate”, le tabelle siano state
versate in atti, mediante deposito o riproduzione negli scritti difensionali.
Le tabelle non sono una fonte di diritto che il giudice è tenuto a conoscere in virtù del potere di
qualificazione giuridica dei fatti. Esse tuttavia, quale monitoraggio della giurisprudenza di merito
sul danno non patrimoniale ed estrazione da essa di parametri standard per la relativa liquidazione,
integrano il diritto vivente se acquistano, come nel caso delle tabelle del Tribunale di Milano, la
valenza di determinazione del danno non patrimoniale conforme a diritto. Deve considerarsi che,
quando nel 2011 questa Corte enunciò l’esistenza dell’onere di produzione in giudizio, le tabelle
milanesi, pur ampiamente diffuse sul territorio nazionale (ed anche a motivo di ciò da adoperare ai
fini dell’uniforme liquidazione del danno), non erano comunque “comunemente adottate” in tutti gli
uffici giudiziari. Da ciò la necessità di riversarle in atti, ove se ne invocasse l’applicazione. Il decennio
da allora trascorso, che ha consolidato il diritto vivente in termini di utilizzo delle tabelle milanesi
quale parametro di liquidazione del danno non patrimoniale basato sul sistema del punto variabile,
impone di presumere non solo che l’assoluta prevalenza degli uffici giudiziari abbia adottato nella
propria giurisprudenza le tabelle in discorso, ma anche che le tabelle siano facilmente accessibili
mediante i comuni mezzi di comunicazione, ed in primo luogo i mezzi informatici.
Più in generale l’informatica giuridica è ormai mezzo universalmente diffuso per l’accesso alle
tabelle in generale di liquidazione del danno patrimoniale adoperate dagli uffici giudiziari, non solo
quindi quelle milanesi (ad esempio, a parte le tabelle elaborate dal Tribunale di Milano, quelle
adottate dal Tribunale di Roma). Può pertanto sul punto concludersi che onere necessario e
sufficiente per la parte è quello dell’istanza di liquidazione del danno patrimoniale non mediante la
clausola generale dell’art. 1226 ma mediante le tabelle. Sarà poi il giudice, sulla base della domanda,
ad applicare la liquidazione tabellare conforme a diritto.

1.4. Lo scrutinio del motivo non può dirsi esaurito perchè, trattandosi nella specie di danno da
perdita di rapporto parentale, il Collegio intende dare continuità alla citata recente Cass. 21 aprile
2021, n. 10579, la quale ha affermato il seguente principio di diritto: al fine di garantire non solo
un’adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio a
fronte di casi analoghi, il danno da perdita del rapporto parentale deve essere liquidato seguendo
una tabella basata sul sistema a punti, che preveda, oltre l’adozione del criterio a punto, l’estrazione
del valore medio del punto dai precedenti, la modularità e l’elencazione delle circostanze di fatto
rilevanti, tra le quali, da indicare come indefettibili, l’età della vittima, l’età del superstite, il grado di
parentela e la convivenza, nonchè l’indicazione dei relativi punteggi, con la possibilità di applicare
sull’importo finale dei correttivi in ragione della particolarità della situazione, salvo che
l’eccezionalità del caso non imponga, fornendone adeguata motivazione, una liquidazione del
danno senza fare ricorso a tale tabella.
Le tabelle milanesi non rispondono ai requisiti indicati in punto di perdita di rapporto parentale,
come rilevato dalla stessa Cass. n. 10579 del 2021. La decisione impugnata, per quanto sopra
osservato, deve essere cassata, ma nel giudizio di rinvio il giudice di merito dovrà si liquidare il
danno non patrimoniale sulla base di tabella, conformemente alla domanda della parte danneggiata,
ma facendo applicazione non delle tabelle milanesi, le quali restano conformi a diritto salvo che per
la liquidazione del danno da perdita di rapporto parentale, bensì di altre tabelle che rispondano ai
requisiti sopra indicati.

1.5. Vanno in conclusione enunciati i seguenti principi di diritto:
“ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale mediante il criterio tabellare il danneggiato
ha esclusivamente l’onere di fare istanza di applicazione del detto criterio, spettando poi al giudice
di merito di liquidare il danno non patrimoniale mediante la tabella conforme a diritto;”;
“al fine di garantire non solo un’adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche
l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, il danno da perdita del rapporto parentale deve
essere liquidato seguendo una tabella basata sul sistema a punti, che preveda, oltre l’adozione del
criterio a punto, l’estrazione del valore medio del punto dai precedenti, la modularità e l’elencazione
delle circostanze di fatto rilevanti, tra le quali, da indicare come indefettibili, l’età della vittima, l’età
del superstite, il grado di parentela e la convivenza, nonchè l’indicazione dei relativi punteggi, con
la possibilità di applicare sull’importo finale dei correttivi in ragione della particolarità della
situazione, salvo che l’eccezionalità del caso non imponga, fornendone adeguata motivazione, una
liquidazione del danno senza fare ricorso a tale tabella”.

2. Con il secondo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 111 Cost., art. 132 c.p.c.,
comma 2, n. 4, e art. 156 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva la parte ricorrente
che, nella liquidazione operata dal Tribunale, non vi è stato ancoraggio a parametri obiettivi, da cui
il carattere arbitrario della decisione, e che non è dato comprendere da dove siano emersi i valori
monetari indicati.

1.1 Il motivo è fondato. Nella valutazione equitativa del danno ai sensi dell’art. 1226 c.c., la
motivazione non è solo forma dell’atto giurisdizionale imposta dalla Costituzione e dal codice
processuale, ma è anche sostanza della decisione, perchè la valutazione equitativa, nella sua
componente valutativa, si identifica con gli argomenti che il giudice espone. Gli argomenti (così
come quando si bilanciano principi costituzionali) coincidono con la valutazione. Valutare è
argomentare. L’argomentazione è la procedura che mira ad assicurare il più esteso esame delle
circostanze del caso. Una liquidazione equitativa del danno, priva di specifica motivazione, è
pertanto violazione non solo della legge processuale, ma anche dell’art. 1226, perchè ciò che difetta
è non solo la motivazione, ma anche la valutazione.
Il giudice di appello ha confermato la decisione di primo grado, la quale aveva dedotto dal grado ed
intensità del rapporto parentale, unitamente alla circostanza dell’età del defunto ed a quella della
convivenza quanto al coniuge, la quantificazione del danno all’attualità nella misura di Euro
30.000,00 in favore del coniuge e di Euro 20.000,00 per ciascuno dei figli. Il punto correttamente
censurato con l’atto di appello, e non colto dal giudice di appello che ha rilevato l’assenza di una
specifica doglianza, è la mancanza di un passaggio logico fra le circostanze evidenziate e gli importi
identificati. Ciò che resta privo di motivazione, e che rende quindi apparente quella resa nel
provvedimento, è il perchè di quei determinati importi, poste in premessa le circostanze evidenziate.
La lacuna motivazionale è sull’inferenza degli importi dai presupposti dati. Sul punto quindi della
quantificazione del danno la motivazione è meramente apparente.
P.Q.M.
Accoglie il ricorso; cassa la sentenza in relazione ai motivi accolti; rinvia alla Corte di appello di
Salerno in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di
legittimità.

Atti sistematici e reiterati di violenza fisica e psicologica: maestra condannata per maltrattamenti

Cass. Pen., Sez. VI, Sent., 16 novembre 2021, n. 41745; Pres. Fidelbo, Rel. Cons. Riccio
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA PENALE
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
P.G., nata a (OMISSIS);
avverso la sentenza della Corte di appello di Venezia del 30/06/20;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Stefania Riccio;
udita la requisitoria del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto procuratore generale Dott. LORI
Perla, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso;
lette le conclusioni rassegnate dalle parti civili F.M. e T.M., genitori esercenti la responsabilità sul
minore T.G. che hanno chiesto dichiararsi la inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo
1. Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Venezia, in parziale riforma della sentenza di
condanna per il reato di cui all’art. 572 c.p., pronunciata dal Giudice per l’udienza preliminare del
Tribunale di Vicenza il 1 febbraio 2017 in esito a rito abbreviato, nei confronti di P.G., rideterminava
la pena alla stessa irrogata nella misura di anni 1, mesi 1 e giorni 10 di reclusione, previo
riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, riduceva l’entità del risarcimento in favore
delle costituite parti civili ad Euro 3.500,00 per ciascuna di esse e confermava le ulteriori statuizioni.
La responsabilità dell’imputata, maestra in una scuola per l’infanzia, è stata ritenuta per avere la stessa
maltrattato i propri alunni, di età tra i tre e i cinque anni, in un arco temporale compreso tra il mese
di ottobre 2014 ed il mese di marzo 2016, con atti sistematici e reiterati di violenza fisica e
psicologica, tali da determinare sofferenze pregiudizievoli per il loro equilibrio psicofisico (siccome
risultati essere bersaglio di percosse sulla testa e sulle mani, strattonamenti, trascinamenti per le
orecchie e per i capelli, insulti ed intimidazioni, tra i quali l’odiosa minaccia di dover mangiare le loro
feci se mai si fossero sporcati, sputi in viso).
2. Propone ricorso l’imputata, deducendo i motivi di seguito sintetizzati nei limiti funzionali alla
motivazione, ex art. 173 disp. att. c.p.p.
2.1. Contraddittorietà ed illogicità manifesta della motivazione, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma
1, lett. e), con riferimento alla valutazione della prova a carico.
Viene dedotta l’inattendibilità delle dichiarazioni rese dalle colleghe dell’imputata, le cui segnalazioni
risultano tardive rispetto al momento di verificazione dei fatti ed amplificano oltre misura gli
atteggiamenti autoritari di lei, siccome espressive del livore nutrito nei confronti dei suoi metodi
educativi e della sua superiore esperienza nonchè suggestionate dai contrasti tra la stessa e il dirigente
scolastico, da poco insediato, che soprattutto le docenti in prova e sottoposte a valutazione, con le
loro false accuse, avevano inteso compiacere.
Nel dettaglio si assume che:
– L.S. rimase ripetutamene assente e per lunghi periodi durante l’anno scolastico 2014/15, perchè
affetta da una lieve forma depressiva;
– S.C. acquisì conoscenza dei fatti solo de relato, per quanto riferitole dalla madre di un alunno;
– C.C. ebbe ad assistere a pochi episodi, sicuramente non consoni al ruolo educativo di un insegnate,
ma non connotati da violenze fisiche, che la stessa ha definito come sintomatici, al più, di abuso di
mezzi di correzione;
– D.P.S. fu spettatrice di due soli episodi di intemperanza verbale della maestra P., la quale aveva
alzato la voce nel redarguire due alunni, e così pure S.M., la quale escluse di avere personalmente
assistito a violenze fisiche;
– Z.M. dichiarò di avere solo sentito l’imputata sgridare i bambini.
La difesa richiama, altresì, le dichiarazioni dei genitori degli alunni che avrebbero direttamente subito
condotte maltrattanti ( D., M., M.), evidenziando come gli stessi non avessero inizialmente registrato
significative anomalie nel comportamento dei bambini, salvo poi mutare versione; rappresenta che,
nella informativa riepilogativa redatta dai Carabinieri che procedettero alle riprese audiovisive, si
dava atto del comportamento autoritario della imputata, siccome connotato da reazioni eccessive ed
inopportune nei confronti dei bambini più vivaci, per certo confliggenti con il codice deontologico di
una educatrice, al tempo stesso ponendosi tuttavia in risalto come tale modalità relazionale fosse
sostenuta da animus corrigendi, e come, nondimeno, ella riuscisse ad esercitare sui piccoli affidati
alle sue cure un forte ascendente.
Si evidenzia, da ultimo, come la dirigente scolastica P.M. avesse avviato un procedimento disciplinare
nei confronti di P.G., concluso con l’archiviazione all’esito dell’audizione della interessata e
dell’acquisizione delle dichiarazioni (scritte) di tre genitori su quattro, tutte a lei favorevoli.
2.2. Violazione di legge, con riferimento alla qualificazione giuridica dei fatti.
Difetterebbe, nella specie, il requisito di abitualità previsto dalla norma incriminatrice, atteso il
carattere sporadico delle condotte, e non vi sarebbe prova che esse abbiano causato sofferenze fisiche
o indotto un reale disagio psichico nelle persone offese.
In subordine, si sostiene che la condotta della imputata debba essere riqualificata nel reato di abuso
di mezzi di correzione, in quanto i comportamenti tenuti, espressivi di uno stile educativo poco
consono, ma indotto dalle difficoltà di “gestione” di alunni molto vivaci, sarebbero comunque scevri
da vessatorietà e sorretti dalla sola finalità educativa.

Motivi della decisione
1. Il ricorso è infondato.
2. Le censure sulla inattendibilità delle fonti dichiarative, talora prospettate in forma di travisamento
della prova, reiterano pedissequamente quelle dell’atto di appello, senza rapportarsi ai passaggi
argomentativi della sentenza della Corte territoriale, che aveva dato ad esse puntuale riscontro.
Sminuendo la portata offensiva dei singoli gesti, ovvero le dichiarazioni di testimoni che non hanno
assistito direttamente a comportamenti vessatori, ovvero hanno registrato ben poche espressioni di
intemperanza da parte della imputata, la difesa sviluppa censure in fatto, che non si confrontano con
la condanna ed indebitamente parcellizzano le risultanze istruttorie.
Al riguardo, occorre premettere che il vizio di nullità della sentenza, rilevante in questa Sede, non
può essere ravvisato sulla base di una critica frammentaria dei singoli punti di essa, costituendo la
pronuncia un tutto coerente ed organico, in cui ogni punto va posto in relazione agli altri, potendo la
ragione di una determinata statuizione anche risultare da altri punti della sentenza ai quali sia stato
fatto richiamo, sia pure implicito. (Sez. 2, n. 38818 del 07/06/2019, M., Rv. 277091). Nè sono
ammissibili, innanzi a questa Corte, doglianze che sollecitino un diverso apprezzamento delle prove
o una differente comparazione dei significati dalle stesse traibili (Sez. 2, n. 9106 del 12/02/2021,
Caradonna, Rv. 280747; Sez. 6, Sentenza n. 13809 del 17/03/2015, 0., Rv. 262965; Sez. 7, n. 12406
del 19/02/2015, Miccichè, Rv. 262948).
Nel caso in esame, la lettura coordinata dei diversi elementi dimostrativi, come argomentata dalla
Corte di merito, convalida, senza distonie logiche, l’ipotesi accusatoria.
In particolare, in uno alle fonti dichiarative, vi sono le registrazioni audiovisive ritraenti l’aula della
maestra, per una finestra temporale più limitata (circa un mese), ma comunque significativa, a
restituire gesti violenti e gratuite vessazioni (trascinamento dei bambini per le orecchie e per i capelli,
calci, percosse), non quotidiani, ma che si reiteravano con cadenza costante nelle classi monitorate.
La motivazione con cui si giustificano le ragioni dell’iniziale, mancato rilevamento di criticità da parte
dei genitori degli alunni, nel comportamento della maestra, non appare illogica, nè contraddittoria.
Al contrario, gli assunti difensivi sulla scarsa attendibilità delle altre docenti, siccome mosse dal solo
intento di assecondare l’impostazione colpevolista della dirigente, ovvero da un marcato livore verso
la più autorevole e temuta maestra P., costituiscono un puro enunciato difensivo.
Mancano, dunque, i presupposti per ritenere il prospettato travisamento della prova nei casi di duplice
statuizione conforme di responsabilità, avuto riguardo al consolidato principio di diritto per il quale
tale vizio ricorre solo nelle ipotesi in cui il giudice di appello, per rispondere alle critiche contenute
nei motivi di gravame, abbia richiamato dati probatori non esaminati dal primo giudice, ovvero
quando entrambi i giudici del merito siano incorsi nel medesimo travisamento delle risultanze
probatorie acquisite, ma in forma di così macroscopica o manifesta evidenza da imporre, in termini
inequivocabili, il riscontro della non corrispondenza delle motivazioni di entrambe le sentenze di
merito rispetto al compendio probatorio acquisito nel contraddittorio delle parti (Sez. 4, n. 35963 del
03/12/2020, Tassoni, Rv. 280155). Al riguardo, giova ribadire che il vizio motivazionale deducibile
innanzi a questa Corte deve essere desumibile dal testo del provvedimento impugnato o da altri atti
del processo specificamente indicati dal ricorrente, ed è ravvisabile e determinativo di nullità solo se
l’errore accertato sia idoneo a disarticolare l’intero ragionamento probatorio, rendendo illogica la
motivazione per la essenziale forza dimostrativa dell’elemento frainteso o ignorato, fermi restando il
limite del devolutum e l’intangibilità della valutazione nel merito del risultato probatorio (Sez. 5, n.
48050 del 02/07/2019, S., Rv. 277758).
2. Parimenti infondato è il secondo motivo di ricorso.
L’abitualità della condotta maltrattante della imputata è rivelata dalla serialità o reiterazione dei suoi
comportamenti, puntualmente ricostruiti nelle sentenze di merito e protrattisi per un intero anno
scolastico ed oltre, stando ai contributi dichiarativi acquisiti; abitualità che qui certamente ricorre in
uno alla volontà sopraffattrice, quale elemento intenzionale che affascia e cementa i singoli episodi,
evincibile dalla orgogliosa affermazione della stessa ricorrente riferita dalle colleghe che hanno
segnalato le sue intemperanze – di seguitare nel proprio collaudato stile “educativo”, siccome assai
efficace e premiante in termini di disciplina della classe.
La Corte territoriale ha dunque fatto corretta applicazione del principio, ampiamente sedimentato, ed
al quale va data continuità, per cui il paradigma delineato dall’art. 572 c.p., esige il compimento di
una sequenza di fatti, per lo più commissivi, ma anche di natura omissiva, i quali isolatamente
considerati possono anche essere non punibili (atti di infedeltà, di umiliazione generica), ovvero non
perseguibili (ingiurie, percosse o minacce lievi), o procedibili solo a querela, ma che acquistano
rilevanza penale per effetto della loro reiterazione nel tempo; sicchè può affermarsi che la condotta
si perfeziona allorchè si realizza un minimum di tali condotte, collegate da un nesso di abitualità (Sez.
6, n. 56961 del 19/10/2017, F., Rv. 272200; Sez. 6, n. 4636 del 28/02/1995, Cassani, Rv. 201148). E
non è necessario che tali atti, delittuosi o meno, vengano posti in essere per un tempo prolungato,
essendo, invece, sufficiente la loro ripetizione anche se perimetrata entro un limitato contesto
temporale; mentre non rileva in senso ostativo alla configurabilità del reato, proprio in ragione della
sua natura abituale, che durante tale periodo siano riscontrabili nella condotta dell’agente periodi di
cosiddetta “normalità” e anche di intesa con il soggetto passivo (in tal senso, con riferimento ad una
fattispecie in cui la condotta era stata attuata nel corso di soli tre mesi di convivenza con la vittima,
frammezzata da periodi di quiete, v. Sez. 3, n. 6724 del 22/11/2017, dep. 2018, D.L., Rv. 272452).
3. Di contro, non ha fondamento la invocata riqualificazione, avanzata dalla difesa in linea gradata,
della condotta accertata nel reato previsto dall’art. 571 c.p.
Essa è contrastata da un indirizzo anch’esso assestato, che il Collegio condivide e ritiene
convintamente di ribadire.
Si è osservato, al riguardo, che l’elemento differenziale tra il reato di abuso dei mezzi di correzione e
quello di maltrattamenti non può individuarsi nel grado di intensità delle condotte violente tenute
dall’agente, in quanto l’uso della violenza per fini correttivi o educativi non è in nessun caso
consentito.
In alcuni arresti, specificamente riferiti ad insegnanti di piccoli allievi, si è puntualizzato che il reato
di abuso dei mezzi di correzione presuppone l’uso non appropriato di metodi o comportamenti
correttivi, che però in via ordinaria devono essere consentiti, individuabili, in via esemplificativa,
nella esclusione temporanea dalle attività ludiche o didattiche, nella imposizione come obbligo di
condotte riparatorie o nel ricorso assai mortificante a forme di rimprovero non riservate (Sez. 6, n.
11777 del 21/01/2020, P., Rv. 278744; Sez. 3, n. 17810 del 06/11/2018, dep. 2019, B.P., Rv. 275701).
Nulla di paragonabile a quanto accertato nel caso in scrutinio.
L’assunto difensivo secondo il quale le condotte della ricorrente sarebbero state ispirate da finalità
puramente educative non merita, poi, alcuna considerazione. I comportamenti della imputata
costituiscono, anzi, l’antitesi di un corretto metodo educativo, il quale presuppone che l’insegnante
crei, o si adoperi per creare, condizioni favorevoli all’apprendimento ed all’armonico sviluppo psico-
fisico dei soggetti che sono affidati alle sue cure. D’altro canto sono intuibili, e non abbisognano di
particolare dimostrazione, gli effetti imitativi che possono derivare, soprattutto nei bambini in
tenerissima età, da agiti sistematicamente aggressivi, e ciò anche a prescindere dal rilievo che la
violenza sia da essi solo percepita e non anche subita; come non richiedono dimostrazione, alla
stregua di una massima di esperienza consolidata, le negative ripercussioni che hanno sul processo di
sviluppo della personalità dell’individuo e sulla costruzione delle relazioni interpersonali future le
esperienze vessatorie ed umilianti che si collocano nella infanzia.
Insostenibile, infine, è il rilievo che, nell’accudimento di bambini, specie così piccoli, i comportamenti
violenti del docente possono essere scriminati da stanchezza e tensione legate alla difficile tenuta di
una classe vivace.
4. Al rigetto consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 15 settembre 2021.

In assenza della prova dello svolgimento da parte del marito di attività lavorativa “in nero” niente assegno per la moglie

Cass. Civ., Sez. I, Ord., 04 novembre 2021, n. 31836; Pres. Genovese, Rel. Cons. Lamorgese
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 26165/2017 proposto da:
C.S., domiciliata in Roma, Piazza Cavour, presso la Cancelleria Civile della Corte di Cassazione,
rappresentata e difesa dall’avvocato M. A. L., giusta procura a margine del ricorso;
– ricorrente –
contro
Ch.Fr., elettivamente domiciliato in Roma, Piazza Cola di Rienzo n. 92, presso lo studio dell’avvocato
N. E.a, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato M. A., giusta procura in calce al
controricorso;
– controricorrente –
avverso la sentenza n. 1840/2017 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, pubblicata il 02/08/2017;
udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 15/07/2021 dal Cons. Dott.
LAMORGESE ANTONIO PIETRO.

Svolgimento del processo
La Corte d’appello di Firenze, con la sentenza indicata in epigrafe, ha rigettato il gravame di C.S.
avverso l’impugnata sentenza del Tribunale di Prato che aveva rigettato la sua domanda di condannare
Ch.Fr., dal quale era divorziata, a corrisponderle un assegno di mantenimento.
Ad avviso della Corte, non sussistevano i presupposti, di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6,
per il riconoscimento dell’assegno, avuto riguardo sia al criterio del difetto di indipendenza economica
del coniuge richiedente sia a quello della conservazione tendenziale del tenore di vita matrimoniale,
essendo entrambe le parti titolari delle abitazioni in cui vivevano e di redditi da lavoro per importi di
minima differenza, non essendovi prova, neppure indiziaria, dello svolgimento da parte del Ch. di
attività lavorativa “in nero”.
La C. propone ricorso per cassazione, resistito dal Ch..
Le parti hanno presentato memorie.

Motivi della decisione
L’eccezione preliminare di inammissibilità del ricorso per difetto di valida procura speciale è
infondata. La procura della C. è stata apposta a margine del ricorso e in essa è chiaro il riferimento
alla sentenza impugnata, essendo evincibile dal relativo testo la positiva volontà del conferente di
adire il giudice di legittimità, il che si verifica certamente quando la procura al difensore forma – come
nella specie – materialmente corpo con il ricorso o il controricorso al quale essa inerisce, risultando,
in tal caso, irrilevanti gli eventuali errori materiali, come deve ritenersi sia l’erronea apposizione della
data (anteriore a quella della sentenza) della certificazione della firma della ricorrente da parte del
difensore.
Con un unico motivo complesso, che denuncia violazione degli artt. 112, 113 e 132 c.p.c. e L. n. 898
del 1970, art. 5, comma 6 e omesso esame di fatti decisivi, la ricorrente articola diverse censure,
concernenti il disconoscimento della rilevanza della sperequazione reddituale e patrimoniale tra le
parti, l’avere accertato i redditi degli ex coniugi con riferimento al momento risalente nel tempo della
separazione, l’avere trascurato elementi probatori significativi che dimostravano le ampie
disponibilità finanziarie del Ch. derivanti dallo svolgimento di attività “in nero”, nonchè l’onere
gravante sulla C. per il pagamento del mutuo acceso per l’acquisto della sua casa.
Il motivo è inammissibile, risolvendosi in una richiesta di rivisitazione di apprezzamenti di fatto svolti
dai giudici di merito, i quali, diversamente da quanto sostenuto in ricorso, hanno accertato la
indipendenza economica della C., in linea con la giurisprudenza di legittimità, secondo la quale si
deve tenere conto, in via principale, della funzione assistenziale dell’assegno divorzile, ai fini
dell’attribuzione dello stesso (cfr. Cass., sez. I, n. 21234 del 2019, n. 11504 del 2017).
Priva di specificità è la questione della mancata considerazione dell’onere gravante sulla C. di
restituzione di somme relative a un mutuo, non precisandosi se e quando la relativa doglianza sia stata
introdotta nel giudizio di merito, nè in che termini la circostanza sia stata non contestata dal Ch.. E’
noto che l’accertamento della non contestazione nel processo è riservato al giudice di merito, la cui
valutazione rientra nel quadro dell’interpretazione del contenuto e dell’ampiezza dell’atto della parte
ed è sindacabile in cassazione solo per vizio di motivazione (cfr. Cass. n. 27490 del 2019), cioè nei
ristretti limiti di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5.
All’esito di una analitica verifica delle condizioni reddituali delle parti, i giudici di merito hanno
confutato i singoli elementi probatori valorizzati dalla stessa C. come indicativi dei maggiori redditi
del Ch. (l’acquisto di un’autovettura, l’incarico conferito ad un investigatore privato, l’iscrizione alla
Camera di commercio di Prato, ecc.), fermo restando che non è la mera differenza reddituale tra le
parti – che, nella specie, è minima – nè l’entità dei loro redditi a giustificare, di per sè, l’attribuzione
dell’assegno in proporzione alle sostanze dell’altro coniuge (cfr. Cass. n. 21234 del 2019 cit.). Nè
sussistono le particolari condizioni che impongono di compensare uno dei coniugi per il particolare
contributo (che dimostri in concreto di avere) dato alla formazione del patrimonio comune o dell’altro
coniuge durante la vita matrimoniale (cfr. Cass., SU, n. 18287 del 2018).
La doglianza riguardante il mancato espletamento di indagini tramite la polizia tributaria è, infine,
inammissibile, alla luce del principio secondo cui il giudice del merito, ove ritenga “aliunde”
raggiunta la prova dell’insussistenza dei presupposti che condizionano il riconoscimento dell’assegno
di divorzio, può direttamente procedere al rigetto della relativa istanza, anche senza aver prima
disposto accertamenti d’ufficio tramite la polizia tributaria, atteso che l’esercizio del potere officioso
di disporre, per il detto tramite, indagini sui redditi e sui patrimoni dei coniugi rientra nella sua
discrezionalità, non trattandosi di un adempimento imposto dall’istanza di parte, purchè sia
riscontrabile anche per implicito una valutazione di superfluità dell’iniziativa e di sufficienza dei dati
istruttori acquisiti (cfr. Cass. n. 8744 del 2019, n. 23263 del 2016).
Il ricorso è inammissibile. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.
P.Q.M.
La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna la ricorrente alle spese, liquidate in Euro
2200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi.
Dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi
del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art.
1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove
dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi.
Così deciso in Roma, il 15 luglio 2021.

L’obbligo di diligenza impone all’avvocato di assolvere sin dall’atto del conferimento del mandato al dovere di informazione del cliente

Cass. Civ., Sez. VI – 2, ord., 17 novembre 2021, n. 34993 – Pres. Lombardo, Cons. Rel. Scarpa
CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA CIVILE
SOTTOSEZIONE 2
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 17769-2020 proposto da:
P.R., rappresentato e difeso dall’avvocato RENATO PULCINI;
– ricorrente –
contro
D.L.A.M., D.L.G., D.L.M., rappresentati e difesi dall’avvocato PASQUALE CAPOBIANCO;
– controricorrenti –
e contro
D.L.M., D.L.G.;
– intimati –
avverso la sentenza n. 1190/2020 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 27/03/2020;
udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del 08/07/2021 dal Consigliere
SCARPA ANTONIO.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione
1. L’avvocato P.R. propone ricorso articolato in unico motivo avverso la sentenza n. 1190/20120 della
Corte d’appello di Napoli, pubblicata il 27 marzo 2020.
Resistono con controricorso D.L.A.M., D.L.G. e D.L.M..

2. La Corte d’appello di Napoli, in riforma della sentenza del Tribunale di Nola del 23 gennaio 2015,
accogliendo il gravame proposto da D.L.A.M., D.L.G. e D.L.M., ha condannato l’avvocato P.R. al
risarcimento dei danni per responsabilità contrattuale nell’importo di complessivi Euro 31.841,25
oltre interessi e rivalutazione. La domanda risarcitoria era stata proposta in via riconvenzionale da
D.L.A.M., D.L.G. e D.L.M. nel giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo per crediti professionali
intimato dall’avvocato P.. La pretesa di risarcimento era correlata alle spese di soccombenza subite
dai signori D.L., assistiti dall’avvocato P., in un giudizio civile intrapreso nei confronti della Bartolini
Casa s.r.l. a seguito del decesso del loro congiunto D.L.R., avvenuto per intossicazione da ossido di
carbonio sprigionato da una stufa prodotta dalla indicata società. L’inadempimento dell’avvocato P.
è stato ravvisato nella mancata informazione ai propri clienti dell’esito delle indagini penali e della
consulenza tecnica ivi espletata, che avevano escluso la responsabilità della Bartolini Casa s.r.l. per
il cattivo funzionamento della stufa, attribuendo la causa dell’evento letale allo stesso defunto
D.L.R., il quale aveva inserito una moneta nel dispositivo di sicurezza dell’utensile per evitare che
andasse in blocco. Le conclusioni del procedimento penale, a dire della Corte d’appello, avrebbero
dovuto indurre il legale ad avvisare i propri clienti delle scarse probabilità di accoglimento della
loro domanda verso la Bartolini Casa s.r.l.
L’unico motivo di ricorso dell’avvocato P.R. allega che non è stata considerata dalla Corte d’appello
di Napoli la sentenza n. 465/2011 del Tribunale di Brescia, nella quale l’uso della moneta per bloccare
il meccanismo di spegnimento veniva descritta come una ipotesi dei periti del PM, non essendo stata
più reperita la stufa utilizzata da D.L.R.. Il ricorrente sostiene altresì che i signori D.L. erano stati da
lui informati della archiviazione avvenuta già in data 20 dicembre 2001, essendo poi stato il giudizio
risarcitorio intrapreso soltanto il 10 gennaio 2003 ed avendo i clienti non di meno insistito per
promuovere la causa civile.

4. Su proposta del relatore, che riteneva che il ricorso potesse essere dichiarato inammissibile, con la
conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380 bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma
1, n. 1), il Presidente ha fissato l’adunanza della Camera di Consiglio.
Il ricorrente ha presentato memoria.

5. Il ricorso è inammissibile. La censura svolta da pagina 6 a pagina 8 non risulta delimitata da
motivo munito di autonoma rubrica, in maniera da assumere una funzione identificativa
condizionata dalla sua formulazione tecnica con riferimento alle ipotesi tassative formalizzate dal
codice di rito. Sotto questo profilo, il motivo non possiede i caratteri della tassatività e della
specificità ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, risolvendosi in una critica generica della sentenza
impugnata, formulata sotto una molteplicità di profili di fatto tra loro confusi e inestricabilmente
combinati, non collegabili ad alcuna delle fattispecie di vizio enucleate dall’art. 360 c.p.c. Il ricorso
auspica dalla Corte di cassazione un diverso apprezzamento degli elementi istruttori valutati dalla
Corte d’appello.
Peraltro, ove si volesse riferire la doglianza al parametro dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, è da
evidenziare che questo, come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito in L. n. 134 del
2012, contempla soltanto il vizio di omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui
esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di
discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato
un esito diverso della controversia. Il ricorrente, viceversa, espone il mancato esame di alcuni
passaggi motivazionali della sentenza del Tribunale di Brescia, quanto alla causa del
malfunzionamento della stufa, il quale comunque non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di
un fatto decisivo, visto che i fatti storici, rilevanti in causa, sono stati tutti comunque presi in
considerazione dalla Corte d’appello.
Nè il ricorrente, secondo quanto prescritto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, indica in quali atti dei
pregressi gradi di merito avesse provveduto tempestivamente (e dunque nel rispetto delle
preclusioni assertive di primo grado e dell’onere di riproposizione delle questioni in appello) ad
allegare i relativi specifici passaggi argomentativi della sentenza n. 465/2011 del Tribunale di Brescia.
Il motivo di ricorso non supera nemmeno lo scrutinio ex art. 360-bis c.p.c., n. 1 (cfr. Cass. Sez. U,
21/03/2017, n. 7155). La Corte di appello di Napoli ha deciso la questione di diritto in modo conforme
alla giurisprudenza di questa Corte, secondo cui, nell’adempimento dell’incarico professionale
conferitogli, l’obbligo di diligenza da osservare ai sensi del combinato disposto di cui all’art. 1176
c.c., comma 2, e art. 2236 c.c., impone all’avvocato di assolvere, sia all’atto del conferimento del
mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, (anche) ai doveri di sollecitazione,
dissuasione ed informazione del cliente, essendo tenuto a rappresentare a quest’ultimo tutte le
questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o
comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di richiedergli gli elementi necessari o utili in
suo possesso; di sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente
sfavorevole. A tal fine incombe su di lui l’onere di fornire la prova della condotta mantenuta,
insufficiente al riguardo, dovendo ritenersi il rilascio da parte del cliente delle procure necessarie
all’esercizio dello “jus postulandi”, attesa la relativa inidoneità ad obiettivamente ed univocamente
deporre per la compiuta informazione in ordine a tutte le circostanze indispensabili per l’assunzione
da parte del cliente di una decisione pienamente consapevole sull’opportunità o meno d’iniziare un
processo o intervenire in giudizio (cfr. Cass. Sez. 3, 19/07/2019, n. 19520; Cass. Sez. 2, 30/07/2004, n.
14597).
Il ricorso va perciò dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente a rimborsare ai
controricorrenti le spese del giudizio di cassazione nell’importo liquidato in dispositivo.
Sussistono i presupposti processuali per il versamento, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115,
art. 13, comma 1-quater, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo
unificato pari a quello previsto per l’impugnazione, se dovuto.

P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare ai controricorrenti le
spese sostenute nel giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 4.200,00, di cui Euro
200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti
processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo
unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.
Conclusione
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di
cassazione, il 8 luglio 2021.

Gli effetti della mancata audizione del genitore nel giudizio di primo grado relativo alla dichiarazione di adottabilità

Cass. Civ., Sez. I, Ord., 09 novembre 2021, n. 32661; Pres. Bisogni, Rel. Cons. Acierno
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 15092/2020 proposto da:
T.M., K.I., elettivamente domiciliati in Roma, presso lo studio dell’avvocato P. G., che li rappresenta
e difende, giusta procura in calce al ricorso;
– ricorrenti –
contro
D.M.R., nella qualità di tutore del minore A.I.T., domiciliata in Roma, Piazza Cavour, presso la
Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa dall’avvocato R. F. E., giusta
procura in calce al controricorso;
– controricorrente –
contro
Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Napoli;
– intimato –
avverso la sentenza n. 52/2020 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, pubblicata il 05/05/2020;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 14/06/2021 dal cons. ACIERNO
MARIA.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione
1. La Corte d’Appello di Napoli ha confermato la pronuncia di adottabilità del Tribunale per i
minorenni in relazione ad un minore straniero nato nel (OMISSIS) da una cittadina della Sierra Leone,
arrivata in Italia, in stato avanzato di gravidanza, dopo essere fuggita dal suo paese con il compagno,
trattenuto in Libia. Il parto è avvenuto in Italia e dopo la nascita del minore, il neonato e la madre
sono stati collocati in comunità. La Corte d’Appello ed, in precedenza il Tribunale per i minorenni
hanno posto a base della loro valutazioni negative e del conseguente accertamento della condizione
di abbandono le seguenti vicende successivamente occorse. In primo luogo i rapporti della madre con
gli operatori sono stati descritti come difficili e caratterizzati da un comportamento non collaborativo
ed “ostile” sia all’arrivo che nei primi mesi di permanenza in comunità; in secondo luogo è stato dato
rilievo cruciale al tentativo di allontanamento dalla comunità con il figlio dopo circa sei mesi dalla
nascita per raggiungere il padre, intanto accolto a Brescia. In terzo luogo è stato evidenziato il
successivo “disinteresse” verso il minore, dall’arrivo in Francia unitamente al compagno o marito fino
alla partecipazione al giudizio italiano di adottabilità. Il Tribunale per i minorenni ha sottolineato ed
il giudizio è stato interamente condiviso dalla Corte d’Appello che la ricorrente non ha mostrato
capacità genitoriali, ha rifiutato il sostegno offertole, ha avuto condotta gravemente lesiva degli
interessi del minore, esponendolo a pericolo, portandolo via dal centro senza consenso della struttura,
cui è seguito l’allontanamento dalla struttura e la mancata richiesta di contatto ed incontro con il
minore per molti mesi senza neanche chiedere notizie. Le condotte stigmatizzate dagli operatori e dal
giudice di merito hanno avuto le seguenti scansioni temporali. Tra la nascita del minore ((OMISSIS))
e l’allontanamento della madre dalla comunità sono trascorsi meno di sei mesi (7/7/2017). Il primo
marzo 2018 la ricorrente ha richiesto notizie al Tribunale per i minorenni che aveva aperto la
procedura di adottabilità. In questo lasso di tempo la ricorrente si è trasferita in Francia con il marito
ed entrambi hanno ottenuto la protezione sussidiaria, così da poter circolare nei paesi UE. 1.1.
L’osservazione specifica dei servizi territoriali sulla ricorrente si è, infine, concentrata nel periodo di
tempo che è intercorso dalla nascita del minore ai sei mesi di vita dello stesso. La ricorrente è stata
successivamente allontanata dalla comunità pur conoscendo la sua condizione di estrema indigenza
e di mancanza di un luogo dove vivere logisticamente vicino al minore.
1.2 La Corte d’Appello ha sottolineato anche il comportamento “reticente, oppositivo e scarsamente
tutelante verso il figlio”; ha evidenziato che la stessa ha dimostrato interesse prevalente nel
ricongiungersi al compagno in Francia senza cogliere l’opportunità offerta dalla comunità (fino
all’allontanamento coattivo dalla stessa) in funzione dell’interesse del figlio minore. Ha preferito
andare in Francia ed ha cosi abbandonato “deliberatamente” il figlio minore. Attualmente, aggiunge
la Corte d’Appello vive in Francia in modo da “disinteressarsi assolutamente del figlio di due anni”.
1.3 L’inidoneità non ha dunque carattere transitorio ma stabile in quanto fondato sulla pluralità e
reiterazione di comportamenti evidenziati. Il minore è sereno e felice nella famiglia affidataria.
1.4 La Corte territoriale ha ritenuto ammissibile l’intervento in giudizio di I.K. anche se la
documentazione a sostegno della sua dichiarata paternità non è stata ritenuta fondata su alcuna prova
“certa e documentale” valida. Peraltro la sua condotta complessiva è stata abbandonica fin dalla
gestazione, al parto ed ai primi “delicati anni di vita del minore”.
1.5 Nel giudizio d’appello l’appellante e l’interveniente sono stati sentiti ma non viene precisato nella
motivazione della pronuncia impugnata quali dichiarazioni abbiano reso.
2. Avverso tale pronuncia hanno proposto ricorso per cassazione M.T. e I.K., affidato a quattro
motivi, illustrati da memoria. Ha resistito con controricorso l’avv. D.M.R., tutore del minore.
3. Nel primo motivo di ricorso viene dedotta la violazione della L. n. 184 del 1983, artt. 11 e 12, per
la mancata contestazione dello stato di abbandono ai genitori e art. 112 c.p.c., per omessa pronuncia
sul motivo d’appello relativo a tale omissione nonchè sulla mancata audizione della madre; la
violazione degli artt. 102 e 354 c.p.c., per aver omesso di esaminare il motivo di appello che aveva
censurato la mancata audizione in primo grado della madre e del padre del minore; dell’art. 102 c.p.c.,
per mancata integrazione del contraddittorio con il padre; art. 354 c.p.c., per non essere stata dispost4
la rimessione in primo grado per provvedere all’incombente.
3.1 Il primo profilo di censura è stato così illustrato: in un primo tempo il Tribunale aveva disposto
che si procedesse alla contestazione dello stato di abbandono della madre con rogatoria ma,
successivamente, alla luce delle difficoltà procedurali emerse anche a causa della non agevole
corrispondenza con il Consolato e la indicazione di diversa autorità per la rogatoria, il Tribunale aveva
invece espresso un giudizio di superfluità processuale dell’audizione a fini (anche) di contestazione
dell’abbandono, ritenendo che la stessa aveva svolto compiutamente le proprie difese mediante
l’assistenza legale avendo espresso la volontà di opporsi all’adozione e avendo dichiarato la propria
disponibilità a rientrare in Italia per sottoporsi ai percorsi della genitorialità.
3.2 In relazione al vizio di omessa pronuncia la parte ricorrente ha evidenziato di aver svolto con il
terzo motivo di ricorso in appello (pag. 18-20 atto di appello) una puntuale contestazione relativa alla
violazione della L. n. 184 del 1983, art. 12, ritenendo l’adempimento previsto dalla norma non
eludibile ma la Corte d’Appello non aveva affrontato questo motivo, verosimilmente perchè superato
dall’audizione delle parti in appello. Al contrario l’incombente doveva essere svolto in primo grado al
fine di verificare in concreto le condizioni dell’abbandono in relazione alla madre del minore mai
ascoltata specificamente prima del giudizio ed impedita a presentarsi all’udienza finchè non in
possesso del permesso di soggiorno per protezione sussidiaria, non potendo in attesa del
riconoscimento del suo diritto, ad uscire dal paese che deve esaminare la domanda (la Francia). La
comparizione personale dei genitori, nei giudizi volti alla dichiarazione di adottabilità non è
surrogabile.
3.3 In relazione alla mancata integrazione del contraddittorio con I.K. in primo grado, si è evidenziato
che si trattava di parte necessaria; che il Tribunale era a conoscenza della sua esistenza fin dal marzo
2018 cioè da quando entrambe le parti facevano pervenire una lettera con il dichiarato intento di
volersi ricongiungere con il figlio minore con allegazione del certificato di matrimonio contratto in
Sierra Leone. I dubbi sulla sua formale legalità avrebbero dovuto ulteriormente indurre
all’integrazione del contraddittorio ed all’audizione della parte anche al fine di verificare l’esigenza di
approfondire l’istruzione probatoria sulla sua paternità.
3.4 In ordine logico si deve affrontare in primo luogo il vizio di omessa pronuncia. Effettivamente
non risulta affrontato il motivo d’appello relativo all’omessa integrazione, in primo grado, del
contraddittorio nei confronti del soggetto che si è espressamente dichiarato padre del minore. Deve,
tuttavia, ritenersi implicitamente assorbita la censura dal positivo giudizio di ammissibilità
dell’intervento di I.K. nel giudizio di secondo grado.
3.5 E’ necessario, pertanto, esaminare il fondo delle censure articolate nel primo motivo, da ritenersi
non assimilabili in un’unica questione, non essendo sovrapponibili le posizioni processuali degli
attuali ricorrenti nei procedimenti di merito.
Nel giudizio di primo grado si è costituita la madre della minore e non è stata autorizzata la
partecipazione al giudizio di I.K. essendo stato affermato che non vi erano parenti entro il quarto
grado cui poter affidare il minore L. n. 184 del 1983, ex art. 10, comma 2.
E’ stata, inoltre, ritenuta “superflua” l’audizione della madre alla luce delle risultanze istruttorie.
3.6 Il primo motivo di ricorso intercetta, di conseguenza, un triplice ordine di quesiti. Il primo riguarda
gli effetti della mancata audizione del genitore nel giudizio di primo grado relativo alla dichiarazione
di adottabilità e, più specificamente, la sanabilità dell’omissione con l’esecuzione dell’incombente nel
grado successivo. Il secondo la necessità di procedere ad un’indagine effettiva, nel primo grado di
giudizio, in relazione all’esistenza di genitori o parenti entro il quarto grado, in particolare, quando vi
sia chi rivendica la qualità di genitore biologico. Il terzo la necessità di disporre comunque
l’integrazione del contraddittorio nei confronti di chi si dichiari padre del minore, ove vi siano indizi
fattuali rilevanti, al fine di disporne l’audizione anche al fine di accertarne la genitorialità ove
necessario, mediante i poteri istruttori officiosi di cui dispone il Tribunale per i minorenni. Anche per
quest’ultimo quesito si pone il tema della sanabilità del difetto d’integrazione del contraddittorio
mediante la dichiarazione di ammissibilità del suo intervento in appellante.
3.7 In ordine al primo quesito è necessario riprodurre la L. n. 184 del 1983, art. 12, primi tre commi:
“Quando attraverso le indagini effettuate consta l’esistenza dei genitori o di parenti entro il quarto
grado indicati nell’articolo precedente, che abbiano mantenuto rapporti significativi con il minore, e
ne è nota la residenza, il presidente del tribunale per i minorenni con decreto motivato fissa la loro
comparizione, entro un congruo termine, dinanzi a sè o ad un giudice da lui delegato.
Nel caso in cui i genitori o i parenti risiedano fuori dalla circoscrizione del tribunale per i minorenni
che procede, la loro audizione può essere delegata al tribunale per i minorenni del luogo della loro
residenza.
In caso di residenza all’estero è delegata l’autorità consolare competente.
Udite le dichiarazioni dei genitori o dei parenti, il presidente del tribunale per i minorenni o il giudice
delegato, ove ne ravvisi l’opportunità, impartisce con decreto motivato ai genitori o ai parenti
prescrizioni idonee a garantire l’assistenza morale, il mantenimento, l’istruzione e l’educazione del
minore, stabilendo al tempo stesso periodici accertamenti da eseguirsi direttamente o avvalendosi del
giudice tutelare o dei servizi locali, ai quali può essere affidato l’incarico di operare al fine di più
validi rapporti tra il minore e la famiglia.” Al tribunale per i minorenni si impone l’esecuzione
preventiva d’indagini sulla famiglia di origine al fine di procedere alla completa attivazione del
contraddittorio “necessario” con i genitori e con i parenti entro il quarto grado che abbiano avuto
rapporti significativi con il minore. Quest’ultima condizione può essere oggetto di valutazione
preventiva soltanto ove sia stata concretamente possibile l’attivazione e lo sviluppo dei rapporti
“significativi” con il minore, dovendosi altrimenti verificarne l’effettività attraverso la comparizione
e l’audizione.
3.8 Per quanto riguarda i genitori la comparizione effettiva e la loro audizione costituisce un segmento
ineludibile del procedimento di primo grado perchè diretta in primo luogo ad evidenziare i profili di
criticità nell’esercizio della genitorialità che hanno condotto all’avvio di un procedimento che può
concludersi con la definitiva recisione del rapporto con il figlio minore ed a consentire l’interlocuzione
e la difesa personale della parte al riguardo oltre che ad avere un quadro più completo delle ragioni
dei comportamenti che hanno determinato l’allarme degli organi della procedura e dei servizi
territoriali.
Deve, pertanto, escludersene la sanabilità con l’esecuzione dell’incombente in secondo grado proprio
per la centralità del fattore tempo in questi giudizi che si occupano di un minore in crescita e del
legame con la sua famiglia di origine. L’elemento del tempo non può, di conseguenza essere valutato
soltanto in relazione alla fase di sviluppo psico fisico del minore oggetto di accertamento, ed alle sue
esigenze di stabilità affettiva e relazionale ma deve tenere conto quanto meno con pari rilievo
dell’irreparabilità del pregiudizio per la perdita anche transeunte della relazione genitore figlio che
colpisce entrambi gli attori della relazione filiale, ponendosi in netto contrasto con la L. n. 184 del
1983, art. 1.
3.9 Con riferimento al caso di specie, il giudizio di primo grado è iniziato poco tempo (qualche mese)
dopo il collocamento del minore presso la famiglia affidataria (13 dicembre 2017) e si è concluso con
deposito della pronuncia il 4 febbraio 2019. Il procedimento d’appello si è concluso nel maggio del
2020 (comunicazione telematica della sentenza impugnata alla parte: 5 maggio 2020). La ricorrente
è stata sentita il 4 ottobre 2019 (pag. 20 ricorso) a quasi due anni dall’inizio del collocamento del
minore presso la famiglia affidataria e dopo più di due anni dall’allontanamento dalla comunità e dalla
mancanza di rapporti con il minore. La scansione dei tempi pone efficacemente in luce come la
dilazione temporale dell’audizione sia stata, anche in concreto, profondamente lesiva del diritto di
difesa della ricorrente, non essendo stata messa in condizione di spiegare le ragioni reali del suo
allontanamento, del suo trasferimento in Francia, della raggiunta condizione di stabilità familiare
grazia al permesso di soggiorno e di esprimere la propria ferma volontà di assumere la responsabilità
genitoriale nei confronti del figlio minore. Deve, aggiungersi, che degli esiti dell’audizione in appello
non vi è traccia nella giustificazione argomentativa della conferma dell’adottabilità, tutta
esclusivamente centrata sulla valutazione delle condotte della ricorrente ante giudizio di primo grado.
3.10 In conclusione la comparizione ed audizione del genitore è scansione ineludibile ed
improcrastinabile del giudizio di primo grado davanti al Tribunale per i minorenni volto
all’accertamento delle condizioni per la dichiarazione di adottabilità del minore al pari
dell’integrazione necessaria del contraddittorio. La violazione di questo obbligo determina una lesione
effettiva ed insanabile del diritto di difesa del genitore e conduce all’invalidità dell’intero giudizio. La
Corte d’Appello non ha fatto buon governo di questi principi, ritenendo superflua l’audizione della
ricorrente in primo grado, nonostante la piena disponibilità della parte a porvi esecuzione e
l’insussistenza delle condizioni indicate nella L. n. 184 del 1983, artt. 11. La necessità dell’audizione
è stata, peraltro, costantemente ribadita dalla giurisprudenza di questa Corte (Cass. 15369 del 2015;
relativa all’obbligo di audizione in appello ma in relazione ad una fattispecie in cui i genitori non si
erano costituiti in primo grado; 7959 del 2010 su obbligatorietà audizione in primo grado sanzionata
L. n. 184 del 1983, ex art. 15, lett. a)).
4. Il secondo quesito riguarda la posizione processuale di I.K. che fin dal primo grado di giudizio si
è dichiarato padre del minore, (entrambe le parti hanno inviato lettera specificamente diretta ad
ottenere il ricongiungimento con il minore prima del procedimento davanti al Tribunale per i
minorenni). La ricorrente ha fornito al riguardo certificazione relativa al matrimonio contratto in
Sierra Leone e in appello è stato prodotto documento attestante il riconoscimento del figlio effettuato
in Francia.
4.1 Ritiene il Collegio, che la L. n. 184 del 1983, art. 10 comma 1 e 2, ed art. 11, comma 1, impongono
al Tribunale di eseguire preventivamente indagini officiose sul nucleo familiare di riferimento del
minore che riguardi i genitori e i parenti entro il quarto grado. Le due norme che si riproducono
devono essere lette in modo coordinato: art. 10, comma 1 e 2: “1. Il presidente del tribunale per i
minorenni o un giudice da lui delegato, ricevuto il ricorso di cui all’art. 9, comma 2, provvede
all’immediata apertura di un procedimento relativo allo stato di abbandono del minore. Dispone
immediatamente, all’occorrenza, tramite i servizi sociali locali o gli organi di pubblica sicurezza, più
approfonditi accertamenti sulle condizioni giuridiche e di fatto del minore, sull’ambiente in cui ha
vissuto e vive ai fini di verificare se sussiste lo stato di abbandono.
2. All’atto dell’apertura del procedimento, sono avvertiti i genitori o, in mancanza, i parenti entro il
quarto grado che abbiano rapporti significativi con il minore. Con lo stesso atto il presidente del
tribunale per i minorenni li invita a nominare un difensore e li informa della nomina di un difensore
di ufficio per il caso che essi non vi provvedano. Tali soggetti, assistiti dal difensore, possono
partecipare a tutti gli accertamenti disposti dal tribunale, possono presentare istanze anche istruttorie
e prendere visione ed estrarre copia degli atti contenuti nel fascicolo previa autorizzazione del giudice.
Art. 11, comma 1: “Quando dalle indagini previste nell’articolo precedente risultano deceduti i
genitori del minore e non risultano esistenti parenti entro il quarto grado che abbiano rapporti
significativi con il minore, il tribunale per i minorenni provvede a dichiarare lo stato di adottabilita,
salvo che esistano istanze di adozione ai sensi dell’art. 44. In tal caso il tribunale per i minorenni
decide nell’esclusivo interesse del minore”.
4.2 La cruciale rilevanza di queste indagini e la gravità del mancato adempimento si coglie in primo
luogo proprio in funzione dell’obbligo di integrazione del contraddittorio e di comparizione delle parti
contenuto nel successivo art. 12 ed ha ad oggetto preliminare, ove ve ne sia l’esigenza, come avvenuto
nella specie, proprio la verifica della genitorialità. Se per uno dei due genitori non vi sia una palese
ed indiscussa prova della discendenza biologica ma, tuttavia, esistano indizi fattuali non trascurabili,
(nella specie la lettera inviata al Tribunale nel marzo 2018 nella quale sia la ricorrente che il marito
si dichiarano genitori del minore; il certificato di matrimonio prodotto dalla madre) il Tribunale per i
minorenni non può escludere l’integrazione del contraddittorio, senza svolgere alcuna seria indagine
od accertamento officioso, limitandosi ad un esame formalistico della documentazione proveniente
da cittadini stranieri, che hanno dovuto lasciare il loro paese in condizione di pericolo per la propria
incolumità, come attestato dal riconoscimento della protezione sussidiaria. Così operando il giudice
di primo grado ha impedito l’esercizio del diritto di difesa nel giudizio fin dal suo sorgere per uno dei
soggetti su cui primariamente avrebbe dovuto svolgere le indagini cui era tenuto. L’ammissibilità
dell’intervento in appello non può spiegare alcuna efficacia sanante, contrariamente a quanto
sostenuto dalla Corte territoriale, sia per la insolita giustificazione fornita a sostegno
dell’ammissibilità, fondata esplicitamente ed esclusivamente su una mera esigenza di regolarità
“formale” del giudizio, e non sul riconoscimento della genitorialità della parte o, quanto meno sulla
necessità di accertarla, sia per le ragioni già svolte, in particolare nel par. 3.10 in relazione alla
ricorrente, attesa la gravità delle conseguenze derivanti dalla dichiarazione di adottabilità per i
genitori biologici e per il minore. Deve aggiungersi che nel giudizio di secondo grado la valutazione
della capacità genitoriale di I.K. è stata desunta, sia pure del tutto genericamente, da una condotta
volontariamente assente, pur nella conoscenza, ampiamente dimostrata nell’illustrazione dei fatti
(pag. 4 e 5 provvedimento impugnato) della situazione di estrema difficoltà oggettiva dello stesso a
seguire la ricorrente nella gestazione (era detenuto in Libia) e il minore “nei primi delicati anni di
vita”(era in Francia come richiedente asilo e non poteva lasciare quel paese).
5. Ritiene in conclusione il Collegio che il primo motivo di ricorso sia fondato in relazione alla
necessità di integrare il contraddittorio in primo grado nei confronti di K.I. e di disporne la
comparizione personale e l’audizione di entrambi nel medesimo procedimento.
5.1 Il mero decorso del tempo dall’inizio della collocazione del minore in famiglia affidataria non può
essere l’esclusivo elemento di giudizio nei giudizi relativi alla dichiarazione di adottabilità. Se la
stabilità affettiva e relazionale costituisce certamente un fattore di equilibrio nello sviluppo del
minore, non può sostenere la esclusione dell’esercizio di difesa delle parti, partendo dal livello
primario costituito dall’integrità del contraddittorio e, data la irreversibile perdita della genitorialità
che consegue alla dichiarazione di adottabilità, alla comparizione personale ed audizione delle stesse.
Nella specie la ricorrente non è stata posta in condizione di rappresentare la propria spiegazione delle
condotte che le sono state contestate, a fronte di un sostegno comunitario che è durato pochi mesi e
che si è concluso con l’allontanamento della stessa senza considerare le condizioni di vita cui sarebbe
stata esposta in mancanza di risorse economiche, linguistiche e professionali e il ricorrente è stato
pretermesso illegittimamente dal giudizio di primo grado.
6. All’accoglimento del primo motivo consegue l’assorbimento dei rimanenti e ai sensi dell’art. 354
c.p.c., comma 1, deve essere disposto il rinvio al Tribunale per i minorenni di Napoli perchè provveda
all’integrazione del contraddittorio nei confronti di K.I. e alla comparizione personale ed audizione
dello stesso e di A.I.T..
P.Q.M.
Accoglie il primo motivo, assorbiti gli altri. Visto l’art. 354 c.p.c., comma 1, rinvia al Tribunale per
i minorenni di Napoli in diversa composizione.
In caso di diffusione omettere le generalità.

Formazione della massa ereditaria: un nuovo principio dalla Suprema Corte

Cass. Civ., Sez. II, Sent., 09 novembre 2021, n. 32804; D’Ascola, Rel. Cons. Tedesco
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA CIVILE
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso 21357/2017 proposto da:
T.F., rappresentato e difeso dall’avv. R.V.;
– ricorrente –
contro
T.I., rappresentata e difesa dall’avv. G. S.;
– controricorrente –
contro
M.V., rappresentata e difesa dall’avv. F. M., con domicilio eletto in Roma, presso lo studio dell’avv.
E. B.;
– controricorrente incidentale –
avverso la sentenza n. 1371/2017 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 13/06/2017;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 04/06/2021 dal Consigliere Dott.
GIUSEPPE TEDESCO;
udito il P.M. in persona del Procuratore Generale in persona del Dott. PEPE Alessandro, che ha
concluso per l’accoglimento del primo e del secondo motivo del ricorso principale e del primo motivo
del ricorso incidentale; assorbito il terzo motivo del ricorso principale e rigetto del secondo motivo
del ricorso incidentale.

Svolgimento del processo
La presente causa riguarda la successione testamentaria di T.C., il quale è deceduto il 3 ottobre 2013
lasciando, quali legittimari, il coniuge M.V. e i figli T.F. e T.I..
Con il testamento olografo del 2003 il defunto ha lasciato l’intero suo patrimonio alla figlia T.I..
T.F., convenendo in giudizio T.I. e M.V. dinanzi al Tribunale di Prato, ha chiesto di essere reintegrato
nella propria quota di riserva. Analoga domanda ha proposto il coniuge, anch’ella pretermessa, M.V.
Il Tribunale ha definito la lite nei seguenti termini: a) ha accertato l’entità dei beni relitti per il valore
di Euro 163.442,00; b) ha detratto il passivo ereditario, pari a Euro 51.846,00, che il primo giudice
ha ravvisato in una fideiussione bancaria rilasciata dal testatore per l’importo di Euro 51.646,00 a
garanzia di un finanziamento accordato alla società A.F. S.r.l., oltre Euro 200,00 per spese
condominiali; c) ha quindi determinato il valore netto del relictum in Euro 111.596,00; d) ha accertato
che in occasione di una permuta di quote di immobili, intercorsa fra il de cuius e il figlio T.F., il primo
aveva realizzato una liberalità in favore del secondo: l’entità della donazione è stata identificata nel
divario di valore, a favore del figlio e a discapito del genitore, fra il valore delle quote oggetto di
permuta, indicato in Euro 75.000,00.
Ciò posto il primo giudice ha riconosciuto che, essendo la massa pari a Euro186.596,00, la quota di
legittima spettante a ciascuno dei tre legittimari, nell’ipotesi di concorso ricorrente nel caso di specie
(coniuge con più figli), ammontava a Euro 46.649,00. Quindi esso ha rigettato la domanda di
riduzione proposta da T.F., il quale aveva ricevuto in donazione un valore superiore. Ha accolto
invece l’analoga domanda proposta dal coniuge, che è stata reintegrato, per il valore di Euro
18.298,00, a scapito dell’erede testamentaria, e, per la differenza di Euro 28.351,00, in danno del
donatario.
La Corte d’appello di Firenze, adita con appello principale da T.F. e con appello incidentale da M.V.,
ha confermato la sentenza.
Essa ha riconosciuto che il divario di valore, fra i beni oggetto di permuta, era di tale entità da far
presumere che il de cuius, esperto imprenditore, fosse consapevole della sproporzione, dovendosi
pertanto ritenere che la volontà del genitore fosse quella di arricchire la controparte; ha riconosciuto
ancora che la fideiussione, a suo tempo rilasciata dal de cuius, fosse da includere fra le passività
ereditarie.
In base a tali rilievi la corte di merito ha rigettato l’appello principale di T.F..
Con l’appello incidentale M.V., deducendo che le disponibilità finanziarie del defunto al momento
della morte erano inferiori rispetto a quelle precedenti, menzionate nel testamento, aveva sollecitato
una consulenza tecnica volta a fare emergere l’esistenza di eventuali donazioni. La Corte d’appello ha
rigettato tale richiesta ritenendola esplorativa e comunque non opportuna; ha argomentato in
proposito che il de cuius ben avrebbe potuto liquidare i propri investimenti, disponendone in favore
di ignoti per importi altrettanto ignoti.
Per la cassazione della sentenza T.F. ha proposto ricorso, affidato a tre motivi.
Ha proposto ricorso incidentale anche M.V., sulla base di due motivi.
T.I. ha resistito con controricorso ad ambedue i ricorsi.
M.V. ha depositato memoria.

Motivi della decisione
1. Va in primo luogo richiamato il principio dell’unicità del processo di impugnazione contro una
stessa sentenza. In base a tale principio, una volta avvenuta la notificazione della prima
impugnazione, tutte le altre debbono essere proposte in via incidentale nello stesso processo e perciò,
nel caso di ricorso per cassazione, con l’atto contenente il controricorso; quest’ultima modalità,
tuttavia, non può considerarsi essenziale, per cui ogni ricorso successivo al primo si converte in
ricorso incidentale, indipendentemente dalla forma assunta e ancorchè proposto con atto a sè stante
(Cass. n. 448/2020; n. 5695/2015).
Consegue che il ricorso per cassazione di M.V., in quanto proposto contro la stessa sentenza già
impugnata da T.F., si deve ritenere ricorso incidentale proposto nell’ambito del procedimento
scaturito dalla proposizione del primo ricorso.
2. E’ infondata l’eccezione con la quale la controricorrente eccepisce la violazione, da parte dei
ricorrenti principale e incidentale, dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, perchè i ricorsi non
conterrebbero la sommaria esposizione dei fatti di causa. Tanto il ricorso principale, quanto il ricorso
incidentale, infatti, considerati nella totalità del loro contenuto, (Cass. n. 17036/2018), consentono
alla Corte di avere una chiara visione della vicenda, sostanziale e processuale, in immediato
coordinamento con i motivi di censura (Cass. n. 21750/2016).
3. Con il primo motivo T.F. denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa
applicazione dell’art. 556 c.c., e dell’art. 1552 c.c.
La sentenza è oggetto di censura nella parte in cui la Corte d’appello, in relazione alla permuta
intercorsa fra l’attuale ricorrente T.F. e il defunto, ha considerato oggetto di donazione la differenza
di valore fra i beni scambiati Si rimprovera alla corte di merito di aver giustificato tale decisione alla
stregua di una valutazione squisitamente oggettiva, mentre, al fine di riconoscere l’esistenza di una
liberalità, occorreva un’indagine sulla sussistenza dell’animus donandi.
Con il secondo motivo il T. denuncia violazione dell’art. 556 c.c. Egli sostiene che la fideiussione
bancaria rilasciata dal defunto a garanzia del debito della A.F. S.r.l., assunta dalla Corte d’appello fra
i debiti ereditari, non era in effetti una passività immediatamente detraibile. Si richiedeva a tal fine la
prova, che non era stata fornita, della insolvenza del debitore principale.
Con il terzo motivo si denuncia la sentenza per “motivazione apparente e/o contrasto irriducibile tra
affermazioni fra loro inconciliabili”.
La sentenza è oggetto di censura nella parte in cui la Corte d’appello ha riconosciuto essere circostanza
irrilevante la chiusura, da parte del debitore principale, del conto corrente esistente presso la banca
che aveva erogato il prestito garantito da fideiussione. Il ricorrente censura ancora la sentenza, là dove
la Corte d’appello aveva ritenuto di poter ravvisare, nella sentenza di primo grado, il riconoscimento
che la banca, beneficiaria della fideiussione, fosse diventata creditrice del fideiussore. Infatti, il
giudice di primo grado si era limitato a riconoscere la circostanza, invero pacifica, che era stata
rilasciata dal defunto una fideiussione per quell’importo.
4. Con il primo motivo di ricorso M.V. censura la decisione nella parte in cui la Corte d’appello ha
annoverato fra le passività ereditarie la fideiussione rilasciata dal de cuius a favore delle A.F. S.r.l..
Con il secondo motivo si duole, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, della mancata
ammissione della consulenza tecnico contabile, che si giustificava in considerazione del contenuto
del testamento, nel quale erano indicati valori mobiliari per l’importo di Euro 100.000,00, a fronte del
minore importo, esistente al tempo della morte, di Euro 56.000,00.
La esistenza del testamento rendeva la istanza di nomina di un consulente tecnico giustificata e
nient’affatto esplorativa o inopportuna.
5. Il primo motivo del ricorso principale è infondato. Senza che sia minimamente necessario indagare
sulla questione se la previsione di conguagli in denaro sia compatibile con la permuta (Cass. n.
9088/2007; n. 6505/2014: n. 13717/2014), è certo che l’ipotesi della permuta nella quale uno dei
contraenti ottiene, coscientemente e per spirito di liberalità, un bene di valore inferiore a quello
trasferito all’altro contraente, può farsi rientrare nel negotium mixtum cum donatione. L’ipotesi di tale
figura certamente più frequente è quella della vendita per un prezzo minore del valore della cosa
venduta, ma essa può intervenire in qualsiasi contratto a titolo oneroso, ove la prestazione del cedente
superi il valore della controprestazione (Cass. n. 1685/1963), semprechè la differenza di valore sia
voluta per spirito di liberalità (Cass. n. 7681/2019).
Si insegna che per la identificazione del negotium mixtum cum donatione non basta la qualifica che
all’atto hanno voluto attribuire le parti (Cass. n. 5584/2003), nè la obiettiva sproporzione, ma occorre
la volontà di compiere un atto a titolo oneroso, che presenta una causa, tipica o atipica, accompagnata
dalla volontà di determinare l’arricchimento, come risultato dell’atto, e che la sproporzione sia voluta
per spirito di liberalità (Cass. n. 23297/2915; n. 10614/2016; n. 1955/2007).
Incombe alla parte che intenda far valere in giudizio il negotium mixtum cum donatione l’onere di
provare sia la sussistenza di una sproporzione di significativa entità tra le prestazioni, sia la
consapevolezza di essa e la sua volontaria accettazione da parte dell’alienante in quanto indotto al
trasferimento del bene a tali condizioni dalli animus donandi nei confronti dell’acquirente (Cass. n.
19601/2004).
L’accertare nei singoli casi se l’attribuzione patrimoniale da parte del disponente abbia come causa lo
spirito di liberalità importa una complessa valutazione degli elementi concreti della causa e si risolve
in un apprezzamento di merito, incensurabile in cassazione quando sia congruamente e logicamente
motivato (Cass. n. 111/1964).
Or bene la ricostruzione della fattispecie, quale emerge dalla sentenza, impugnata, non rivela errori
nella identificazione dei requisiti che debbono ricorrere ai fini della sussistenza del negotium mixtum
cum donatione. Diversamente da quanto si sostiene da parte del ricorrente, non è vero che la Corte
d’appello abbia ravvisato la liberalità nel mero divario di valore fra le quote oggetto della permuta.
Piuttosto essa ha posto l’accento sull’oggettivo divario dei valori, deducendo, sulla base di
considerazioni attinenti alla qualità professionale del defunto e alla notevole entità della sproporzione,
che il genitore permutante l’avesse consapevolmente accettata con il fine di arricchire il figlio.
Tale valutazione si risolve perciò in un apprezzamento di fatto incensurabile in questa sede.
6. Sono fondati il secondo motivo e il terzo motivo del ricorso principale, da esaminare
congiuntamente, per identità della censura, al primo motivo del ricorso incidentale.
In materia tributaria la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che i soli debiti ereditari deducibili
sono quelli liquidi ed esigibili. “Pertanto, le eventuali fideiussioni prestate dal de cuius non
costituiscono passività deducibili, a meno che al momento dell’apertura della successione sussista
l’insolvibilità del debitore garantito o l’impossibilità di esercitare l’azione di regresso, con il
conseguente effettivo depauperamento dell’attivo ereditario (Cass. n. 4419/2008; n. 5969/2007).
Contrariamente da quanto ha ritenuto la Corte d’appello, nella riunione fittizia ex art. 556 c.c., vale
una regola analoga, che abbraccia anche la ricostruzione dell’attivo: sono inclusi nella massa attiva e
passiva solo diritti e obblighi aventi esistenza attuale e certa nel patrimonio ereditario. In ordine alla
fideiussione, e ai debiti solidali in genere, opera una regola analoga a quella valevole per i debiti
sottoposti a condizione sospensiva. Si escludono dal passivo, salvo le opportune correzioni qualora
la condizione si verifichi. Si osserva esattamente in dottrina che, nel conflitto di interessi fra onorati
testamentari o donatari, non si deve arrecare agli uni un danno certo e immediato per risparmiare agli
altri un danno eventuale.
In palese contrasto con tali principi, la Corte d’appello fiorentina ha detratto a priori l’importo della
fideiussione prestata dal defunto, ritenendo circostanza irrilevante persino che il conto corrente del
debitore principale, cui ineriva la garanzia, fosse stato chiuso in epoca ampiamente precedente
all’apertura della successione. Insomma, il debito da fideiussione è stato detratto dall’attivo non solo
in assenza di prova della attualità del depauperamento del patrimonio ereditario, ma senza tenere
conto di un fatto idoneo, quanto meno in linea astratta, ad escludere l’operatività della garanzia. Al
riguardo la Corte d’appello ha esaurito l’analisi nel rilievo, di per sè non decisivo, che “nè l’appellante
principale nè quello incidentale hanno dedotto l’estinzione per prescrizione del debito in questione”.
La corte di merito ha così sovrapposto due nozioni diverse, perchè la vigenza di una garanzia non
significa necessariamente attualità del debito. Nel medesimo equivoco incorre la controricorrente, nel
momento in cui sottolinea che la morte del fideiussore non comporta la estinzione della garanzia.
Così come la Corte d’appello, anche la controricorrente dimentica che la vigenza di una garanzia
fideiussoria, nonostante la morte del garante, non giustifica di per sè la deduzione attuale dall’attivo
ereditario ai fini della riunione fittizia. A questi effetti non solo si richiede, quale ovvio ed essenziale
presupposto, che l’obbligazione garantita non sia stata estinta, ma occorre la dimostrazione
dell’insolvibilità del debitore garantito o dell’impossibilità di esercitare l’azione di regresso.
La corte fiorentina ha omesso qualsiasi indagine in proposito, incorrendo quindi nella violazioni
fondatamente denunciate con il ricorso principale e incidentale.
La sentenza deve essere pertanto cassata in relazione a tali motivi e il giudice di rinvio dovrà attenersi
al seguente principio di diritto:
“Nella formazione della massa ai sensi dell’art. 556 c.c., si detrae dal valore dei beni compresi nel
relictum solo il valore dei debiti del defunto aventi esistenza attuale e certa nel patrimonio ereditario,
fatta salva la reintegrazione della legittima, previa rettifica del calcolo, se il debito, inizialmente non
detratto, sia venuto ad esistenza in un secondo momento. Pertanto, il debito derivante da fideiussione
prestata dal de cuius è detraibile se e nella misura in cui sia dimostrata l’insolvibilità del debitore
garantito o l’impossibilità di esercitare l’azione di regresso”.
7. Il secondo motivo del ricorso incidentale è infondato.
La consulenza tecnica d’ufficio non è mezzo istruttorio in senso proprio, avendo la finalità di
coadiuvare il giudice nella valutazione di elementi acquisiti o nella soluzione di questioni che
necessitino di specifiche conoscenze. Ne consegue che il suddetto mezzo di indagine non può essere
utilizzato al fine di esonerare la parte dal fornire la prova di quanto assume, ed è quindi legittimamente
negata qualora la parte tenda con essa a supplire alla deficienza delle proprie allegazioni o offerte di
prova, ovvero di compiere una indagine esplorativa alla ricerca di elementi, fatti o circostanze non
provati (Cass. n. 30218/2017; n. 10373/2019).
La attuale ricorrente incidentale, ponendo in luce che il testatore aveva indicato l’esistenza, nel proprio
patrimonio, di valori mobiliari per un importo superiore a quello esistente all’apertura della
successione, aveva chiesto una consulenza contabile. La Corte d’appello ha rigettato tale istanza, in
quanto “finalizzata ad accertare eventuali donazioni di cui l’appellante non è in grado di dedurre
alcuna circostanza”.
La decisione merita di essere condivisa. In presenza di un testamento, nel quale era menzionata
l’esistenza di valori mobiliari che non si ritrovavano al momento della morte, avvenuta dopo dieci
anni dalla data della scheda, non accompagnata dalla indicazione di alcuna circostanza concreta tale
da autorizzare l’illazione che il de cuius avesse disposto di quei valori a titolo di donazione, ha
indubbio carattere esplorativo. Certo il legittimario, quando, come nel caso in esame, sia stato
preterito dal testatore, non essendo erede nè chiamato all’eredità, potrebbe trovarsi nella impossibilità
di attivarsi autonomamente presso gli istituti di credito al fine di acquisire documentazione bancaria
inerente alle operazioni realizzate dal defunto. Infatti, il diritto D.Lgs. n. 385 del 2011, ex art. 119, di
ottenere “copia dalla documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci
anni”, compete al soggetto che sia “succeduto universalmente al cliente della banca” (Cass. n.
11004/2006). Ma a tale eventuale carenza si supplisce, in ipotesi, con l’istanza di esibizione ex art.
210 c.p.c., e ss. (cfr. Cass. n. 15688/2020), non con la istanza di nomina di un consulente tecnico.
D’altronde non risulta che la legittimaria ricorrente avesse avuto difficoltà nell’ottenere
documentazione dalle banche a causa della preterizione. La stessa ricorrente ammette che la
documentazione, insieme agli estratti conto, fu depositata nei termini (pag. 3 della memoria della M.).
Si deve aggiungere che l’onere di specifica deduzione, che avrebbe dovuto accompagnare la richiesta
di nomina del consulente, nella specie, si atteggiava in termini ancora più stringenti, tenuto conto che
si discuteva di una differenza di Euro 44.000,00 in un arco di tempo di circa un decennio. 8. Infine,
si deve rilevare che non ha costituito oggetto di censura il metodo seguito dalla Corte d’appello
nell’operare la riduzione in favore del coniuge superstite. La riduzione è stata operata anche a scapito
del donatario pur essendo il relictum capiente, in contrasto con la regola inderogabile, stabilita
dall’art. 555 c.c., che le donazioni non si riducono se non esaurito il valore dei beni dei quali è stato
disposto per testamento (Cass. n. 4721/2016; n. 17926/2020). Grazie a questo anomalo modo di
procedere, la erede testamentaria, destinataria dell’azione di riduzione esercitata dal coniuge, ha
conservato non solo la quota di legittima (come è naturale che sia: Cass. n. 4694/2020), ma anche
l’intera quota disponibile, nonostante questa, attesa la presenza della donazione eccedente la legittima
del donatario, fosse stata già intaccata.
Tale modo di procedere trascura che, in senso tecnico, la quota disponibile non è la porzione della
massa fittizia formata con il procedimento di calcolo ai sensi dell’art. 556 c.c., ma la quota del
relictum che eventualmente sopravanza la porzione indisponibile, determinata in base a quel
procedimento: la quota disponibile varia in proporzione inversa al valore delle donazioni fatte ad
estranei o anche a legittimari, nella misura in cui le donazioni fatte a questi ultimi siano imputabili
alla disponibile.
9. Conclusivamente vanno accolti il secondo e il terzo motivo del ricorso principale di T.F. e il
secondo motivo del ricorso incidentale di M.V.. Vanno rigettati il primo motivo del ricorso principale
e il secondo motivo del ricorso incidentale.
La sentenza deve essere cassata in relazione ai motivi accolti e la causa rinviata alla Corte d’appello
di Firenze in diversa composizione, che provvederà a nuovo esame attenendosi a quanto sopra e
liquiderà le spese del presente giudizio di legittimità.
P.Q.M.
Accoglie il secondo e il terzo motivo del ricorso principale e il primo motivo del ricorso incidentale;
rigetta il primo motivo del ricorso principale e il secondo motivo del ricorso incidentale; cassa la
sentenza in relazione ai motivi del ricorso principale e incidentale accolti; rinvia la causa alla Corte
d’appello di Firenze in diversa composizione anche per le spese del presente giudizio di legittimità.