La collocazione paritetica non è confacente all’interesse del minore.

Tribunale di Velletri, 7 dicembre 2023
TRIBUNALE DI VELLETRI
PRIMA SEZIONE CIVILE
IL PRESIDENTE DELEGATO
A scioglimento della riserva assunta all’udienza del 04/10/2023 nella causa di
regolamentazione della responsabilità genitoriale vertente tra …. E B.F., iscritta al n.
2617/2023 R.G.A.C.;
sentite le parti;
rilevato l’esito negativo del tentativo di conciliazione;
vista la concorde richiesta di affidamento congiunto relativamente al figlio minore;
viste le conclusioni delle parti che controvertono circa il collocamento del minore;
ritenuto che la proposta di doppio domicilio presso le abitazioni dei genitori con un
regime di frequentazione paritario ed alternato non corrisponde all’esigenza di serenità
del minore assicurata dalla sicurezza di avere un ambiente di vita stabile e duraturo che
solo la permanenza presso la casa familiare dove lo stesso minore ha vissuto sinora può
garantire. La collocazione paritetica, seppure ispirata dai migliori propositi, non appare
confacente all’interesse supremo dei minori ad avere un unico e stabile domicilio;
che pertanto va disposto il collocamento prevalente del minore presso la madre con cui
il figlio ha sempre vissuto;
rilevato inoltre che non vi sono profili ostativi in ordine ad una regolamentazione
standard del diritto di visita paterno;
ritenuto altresì che il padre possa corrispondere per il mantenimento del figlio la somma
complessiva di € 300,00 mensili oltre al 50% delle spese straordinarie secondo il
protocollo in uso presso il Tribunale di Velletri, atteso che il sig. B. percepisce una somma
netta mensile di € 1.800,00 circa, ma deve corrispondere mensilmente un
mantenimento per le due figlie nate da precedente relazione di circa 700,00 euro
mensili, oltre al pagamento del canone di locazione;
LA GIURISPRUDENZA DI MERITO ONDIF
2
decidendo ai fini dell’adozione dei provvedimenti temporanei ed urgenti, nonché in
ordine alle richieste di prova ai sensi dell’art. 473 bis.22. c.p.c., ha pronunciato la
seguente
ORDINANZA
1) il figlio minore viene affidato in modo congiunto ad entrambi i genitori con
collocamento prevalente presso la madre cui viene assegnata la casa coniugale;
2) dispone che il padre eserciti il diritto di visita con le seguenti modalità: – a settimane
alterne, dalle ore 19.00 del venerdì sino alle ore 20.30 della domenica, con pernotto
presso il padre; – i pomeriggi infrasettimanali del martedì e del giovedì dall’uscita di
scuola alle ore 20.00, salvo diverso accordo; – in occasione delle vacanze scolastiche
legate alle festività natalizie e di fine anno, il padre avrà diritto di tenere con sé il figlio,
alternativamente ogni anno, la sera, ovvero, il giorno di Natale, così come la sera,
ovvero, il giorno di Capodanno e dell’Epifania, iniziando per il primo anno con il giorno
di Capodanno e dell’Epifania; – per le festività pasquali e/o altre festività o ponti, l’intero
periodo di vacanze scolastiche in via alternata; – per il periodo estivo, comprensivo delle
vacanze scolastiche, il minore trascorrerà con il padre 15 giorni del mese di luglio e del
mese di agosto, ossia i periodi dal 1° di luglio e di agosto al 15 di luglio e di agosto,
ovvero, dal 16 di luglio e di agosto al 31 di luglio e di agosto di ciascun anno;
3) dispone che il padre versi, a titolo di contributo ordinario al mantenimento del figlio,
la somma complessiva di € 300,00 mensili da pagare entro il 5 di ciascun mese tramite
bonifico bancario sul c/c intestato alla signora ….. da rivalutarsi annualmente secondo
gli indici ISTAT.
4) Le spese di carattere straordinario vengono assunte al 50% da entrambi i coniugi
come da protocollo del Tribunale di Velletri.
5) ritenute non necessarie le prove richieste, rinvia per la precisazione delle conclusioni
e discussione all’udienza del 02/10/2024 ore 10.
Manda alla cancelleria per la comunicazione della presente ordinanza alle parti
costituite, al Pubblico Ministero in sede.

L’omissione documentale comporta la revoca dell’ammissione al patrocinio.

Tribunale di Verona, 12 dicembre 2023

TRIBUNALE DI VERONA
SEZIONE FAMIGLIA E INTERDIZIONI-INABILITAZIONI CIVILE
Patrocinio a spese dello Stato
Il Tribunale di Verona, nelle persone dei seguenti magistrati:
Dott.ssa Antonella Guerra PRESIDENTE
Dott.Massimo Vaccari GIUDICE
Dott.ssa Silvia Rizzuto GIUDICE
nella causa n. r.g. 4154/2023
ha emesso il seguente
DECRETO
letta l’istanza di liquidazione delle competenze professionali per il PATROCINIO
A SPESE DELLO STATO proposta dall’avv. FRIGOTTO GIUSEPPE, procuratore di
A. E., parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato con delibera del CdO di
Verona del 15 maggio 2023;
rilevato che l’esame degli atti processuali induce a ritenere che l’E. disponga di
un reddito di importo superiore a quello che costituisce il presupposto per
l’ammissione al beneficio;
che infatti a tal fine deve innanzitutto evidenziarsi che egli ha prodotto un
contratto di locazione di un appartamento sito in Inghilterra concluso il
19.11.2021, che prevede a suo carico un canone di locazione di 850,00 sterline
al mese;
che tale circostanza induce a ritenere che egli disponga della somma necessaria
per far fronte alla predetta obbligazione, e che da sola supera il limite reddituale
previsto per l’ammissione al beneficio, nonché di quelle ulteriori per le spese
connesse alla locazione e per quelle occorrenti al suo mantenimento e quindi
anche di una fonte di guadagno stabile;

che è presumibile che l’E. ricavi tali somme da una attività lavorativa non
essendo credibile che il proprietario dell’appartamento ove egli abita glielo abbia
concesso in locazione senza pretendere delle garanzie di adempimento;
che del resto anche la circostanza che egli ha ammesso di dimorare in Inghilterra
da almeno tre anni, pur rientrando periodicamente in Italia, può facilmente
spiegarsi proprio con il fatto che egli abbia trovato là una attività lavorativa;
che a tali considerazioni deve aggiungersi quella ulteriore che l’E. nel corso del
giudizio non ha prodotto gli estratti conto dei rapporti bancari e finanziari a lui
intestati relativi agli ultimi tre anni ma solo l’estratto di una carta prepagata, in
violazione del disposto dell’art. 473-bis 12, terzo comma, c.p.c. e tale omissione
ben può assumere rilievo anche ai fini della presente decisione ai sensi dell’art.
473-bis.18 c.p.c.;
che sarebbe infatti alquanto contraddittorio che tale omissione possa fondare, ai
sensi dell’art. 116 c.p.c., la decisione del giudizio di merito ma risultare
irrilevante ai fini della valutazione ex art. 136 t.u.s.g.;
che a smentire le risultanze fin qui esposte non può infine valere la circostanza
che l’E. abbia percepito la Naspi da ottobre 2020 ad ottobre 2022 atteso che
essa può spiegarsi con il fatto che le attività da cui egli ricava il proprio reddito
in Ighilterra potrebbero essere sommerse;
visto l’art. 136 d.P.R. n. 115/2002,
P.Q.M.
rigetta l’istanza di liquidazione delle competenze professionali per il PATROCINIO
A SPESE DELLO STATO proposta dall’avv. FRIGOTTO GIUSEPPE e revoca
l’ammissione di A. E. al patrocinio a spese dello Stato in relazione al presente
giudizio.
Si comunichi.
Così deciso in Verona, il 12/12/2023
La Presidente
Dott.ssa Antonella Guerra

Il trasferimento incide sulla bigenitorialità che è un diritto fondamentale del minore.

Tribunale di Monza, sent. 23 novembre 2023
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
IL TRIBUNALE DI MONZA
SEZIONE QUARTA CIVILE
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nella causa civile di I grado iscritta al n. /2023 R.G., promossa da:
(omissis) nata a .. il .., con l’avvocato (omissis) ed elettivamente
domiciliata presso il suo studio in via …
Ricorrente
Contro
(omissis) cf. .. nato a .. il .., con l’avvocato (omissis) ed
elettivamente domiciliato presso il suo studio in ..
resistente
e con
(omissis) quale curatore speciale del minore (omissis) in proprio ex articolo 86
c.p.c. ed elettivamente domiciliata presso il suo studio in …
Terzo chiamato
E con l’intervento del PUBBLICO MINISTERO – IN PERSONA DEL PROCURATORE
DELLA REPUBBLICA PRESSO LA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI MONZA
intervenuto
CONCLUSIONI
Per parte ricorrente:
Modificare le condizioni di affidamento e di mantenimento del minore
(omissis) di anni 5 e mesi 3 al giorno del deposito del presente
ricorso, statuite con decreto reso dal Tribunale di Busto Arsizio
dell’1.02.2021, pubblicato in data (omissis), come segue:
1. Affidare il figlio minore (omissis) in via condivisa ad entrambi
i genitori con collocamento del minore presso la madre in (omissis)
autorizzandone quindi il trasferimento.
Disporre che i genitori si obblighino, in ogni caso, a collaborare
al fine di contribuire alla crescita e allo sviluppo psicofisico
equilibrato del figlio, nonchè a mantenerlo, istruirlo ed educarlo
tenendo conto delle sue capacità , inclinazioni naturali ed
aspirazioni. La responsabilità genitoriale avverrà in forma
disgiunta per l’ordinaria amministrazione e le decisioni di maggiore
interesse e di particolare importanza per il figlio saranno adottate
da entrambi i genitori;
3. Disporre che il signor (omissis) tenga con sè il figlio
(omissis) per tre fine settimana al mese dalle 19,30 del venerdì
sera alle ore 18,00 della domenica sera secondo le seguenti
modalità:
a) Per due fine settimana consecutive al mese la signora (omissis)
accompagnerà il figlio (omissis) il venerdì sera da (omissis)
presso l’abitazione del signor (omissis) e lo riprenderà
dall’abitazione di quest’ultimo la domenica tardo pomeriggio;
b) Un fine settimana al mese il signor (omissis) si recherà a
(omissis) per prelevare il figlio (omissis) dalla scuola/casa
materna alle ore 16.30 del venerdì per poi riaccompagnarlo alle ore
20.00 della domenica sera presso l’abitazione materna a (omissis).
4. Disporre che il minore trascorra un fine settimana al mese con la
madre, restando inteso che il padre potrà godere del diritto di
frequentazione infrasettimanale del minore presso la residenza della
madre, previo accordo fra le parti.
5. Regolamentare le vacanze estive, natalizie e pasquali tenendo in
esclusivo conto l’interesse del figlio minore, come segue:
Vacanze estive: disporre che durante il periodo estivo il minore
trascorrerà con ciascun genitore 15 giorni anche non consecutivi; a
tale fine entrambi i genitori si impegnano a comunicarsi entro il 31
marzo di ogni anno il proprio piano feriale per agevolare una
migliore organizzazione.
Vacanze natalizie: le festività natalizie saranno suddivise
equamente a metà secondo il criterio dell’alternanza, dal 23
dicembre al 30 dicembre e dal 31 dicembre al 6 gennaio.
(omissis) trascorrerà la viglia di Natale ed il giorno di Natale ad
anni alterni con il padre e la madre. Per l’anno 2023 le festività
saranno trascorse dal minore con la madre per il primo periodo dal
23 dicembre al 30 dicembre e con il padre per il secondo periodo dal
31 dicembre al 6 gennaio. La vigilia di Natale del 2023 verrà
trascorsa col padre, mentre il giorno di Natale con la madre.
Vacanze pasquali: ad anni alterni, con ciascun genitore. Per l’anno
2024 la festività verrà trascorsa dal minore con la madre.
Entrambi i genitori, indipendentemente da quanto quivi stabilito,
potranno congiuntamente concordare altre diverse soluzioni. In ogni
caso, nei periodi di permanenza presso ciascun genitore devono
essere garantite due telefonate al giorno con minore, previa
comunicazione della località e di ulteriore recapito telefonico,
ove l’altro genitore possa comunque contattarlo.
6. Disporre a carico del signor (omissis) l’onere di corrispondere
alla signora (omissis) a titolo di contributo al mantenimento del
figlio (omissis) la somma mensile di €. 500,00, o la minore o
maggiore somma che sarà ritenuta di giustizia anche ad esito della
produzione documentale relativa ai redditi del signor (omissis) di
cui all’art. 473-bis.l2, c.p.c., in via anticipata, entro il giorno
5 di ogni mese, rivalutabile annualmente ed automaticamente secondo
gli indici ISTAT, oltre il 50% delle spese extra-mantenimento di cui
alle Linee Guida Condivise concernenti le spese per i figli
attualmente vigenti presso il Tribunale di Monza;
7. Disporre che l’assegno unico resti assegnato al 100% a favore
della madre.
Con vittoria di spese e compensi giudiziali.
Con riserva di ulteriormente dedurre, produrre e istruire nei
prefissandi termini, anche alla luce della condotta processuale del
signor (omissis)
Per parte resistente:
Voglia rill.mo Tribunale adito, contrariis reiectis, così giudicare:
In via principale e nel merito:
1) Rigettare quanto richiesto dalla Sig.ra (omissis), per l’effetto,
2) Confermare il decreto emesso dal Tribunale di Busto Arsizio in
data (omissis)/2021 su accordo delle parti; In via subordinata
3) Respingere quanto richiesto dalla Sig.ra (omissis)
4) Confermare l’affidamento congiunto di (omissis) entrambi i
genitori;
5) Prevedere che (omissis) sia collocato presso il padre, anche ai
fini della residenza anagrafica, in Via (omissis)
6) Disporre che la Sig.ra (omissis) tenga con sè (omissis) per tre
week end al mese secondo il seguente schema:
– Un week end la madre terrà con sè il figlio minore nei pressi
della residenza di quest’ultimo, prelevando lo stesso all’uscita da
scuola il venerdì e riaccompagnandolo presso la residenza paterna
la domenica sera entro le ore 18.00;
– Due week end al mese la madre terrà con sè il figlio minore
presso il luogo che preferisce (i cui riferimenti verranno
comunicati al padre in anticipo), prelevando lo stesso all’uscita da
scuola il venerdì e riaccompagnandolo presso la residenza paterna
la domenica sera entro le ore 18.00;
7) Disporre che per un week end al mese il padre terrà con il
figlio minore;
8) Disporre che la madre potrà frequentare durante la settimana il
figlio minore in zone limitrofe alla residenza paterna, previo
accordo tra i genitori;
9) Confermare le modalità di frequentazione tra i genitori e il
figlio minore relative al periodo natalizio ed a quello pasquale;
10) Disporre che durante il periodo estivo (omissis) trascorrerà
due settimane con ciascun genitore e che la madre, previo accordo
tra i genitori, potrà trascorrere un’ulteriore settimana, non
consecutiva rispetto alle altre due, con il figlio minore;
11) Disporre che la madre versi al padre a titolo di contributo al
mantenimento di (omissis) la somma che rill.mo Tribunale riterrà
più opportuna a far fronte alle esigenze del minore, oltre al 50%
delle spese extra come da Protocollo in uso presso il Tribunale di
Monza, il cui contenuto deve intendersi qui trascritto;
12) Disporre che l’assegno unico venga percepito integralmente dal
padre, vista la prevalente collocazione del minore presso di lui;
In via istruttoria:
13) Disporre CTU sui genitori, sul minore e sui familiari di
riferimento, inclusi eventuali conviventi, affinchè possa
coadiuvare il Giudice nella scelta delle modalità di affidamento e
di mantenimento maggiormente rispondenti alle esigenze di (omissis)
14) Ammettersi prova per testimoni sulle circostanze di cui alle
premesse in fatto, che si intendono qui integralmente riprodotte,
epurate da eventuali giudizi o frasi di congiunzione, precedute
dalla locuzione “Vero che”, con riserva di integrare la lista testi;
In ogni caso:
15) Con rifusione delle spese e del compenso professionale del
presente giudizio, maggiorate del 15% ex art. 2 DM 55/2014, nonchè
con l’aumento del 30% ex art. 4, comma Ibis DM 55/2014 per aver
redatto l’atto con tecniche informatiche idonee ad agevolarne la
consultazione o la fruizione, oltre IVA e CPA, da distrarsi in
favore dell’avv. (omissis) procuratore antistatario, giusto il
disposto di cui all’art. 93 c.p.c..
per il curatore speciale:
Il sottoscritto curatore speciale riserva ogni conclusione in merito
al paventato trasferimento, anche in punto istruttorio, all’esito
della costituzione in giudizio del sig. (omissis) e all’esito
dell’esame delle difese di entrambi i genitori.
MOTIVI DELLA DECISIONE
Con ricorso ex articoli 473bis c.p.c. e 337 bis s.s. c.c. (omissis) esponeva che
dalla relazione con (omissis) è nato (omissis); che dopo la fine della relazione,
nel 2021 le parti regolamentavano congiuntamente i rapporti afferenti il minore
con ricorso congiunto presentato avanti al Tribunale di Busto Arsizio, con
previsione di affido condiviso, collocamento della residenza anagrafica del
minore presso la madre, ampi tempi di permanenza presso il padre e
mantenimento diretto integrale per i tempi di rispettiva permanenza e
ripartizione al 50% delle spese straordinarie; che il padre sarebbe rimasto a
vivere nella abitazione familiare di (omissis) rimborsando il relativo mutuo;
esponeva che, nonostante il testo dell’accordo, le parti si accordavano per il
versamento da parte del padre di un contributo al mantenimento del figlio nella
misura mensile di euro 150; di essere rimasta a vivere a (omissis) con il figlio
(omissis) di aver contratto matrimonio nel 2022 con il nuovo compagno,
residente in (omissis) e di volersi trasferire con il minore in detta località; che
(omissis) ha negato il trasferimento e cessato il versamento del contributo
precedentemente riconosciuto; che egli è assunto a tempo indeterminato con
retribuzione mensile netta di circa €. 1.600,00 ed è proprietario della casa di
abitazione in (omissis) di lavorare come parrucchiera, con contratto a tempo
indeterminato e parziale con una retribuzione mensile pari ad €. 950,00 netti,
oltre la 13ma mensilità; di vivere in locazione; domandava l’autorizzazione al
trasferimento a (omissis) con (omissis) la rimodulazione dei tempi di
permanenza presso il padre; che fosse posto a carico del resistente un
contributo al mantenimento del minore nella misura mensile di euro 500, oltre
al 50% delle spese straordinarie e di essere autorizzata a percepire il 100%
dell’assegno unico per il figlio.
Il Giudice delegato nominava al minore un curatore speciale, potendosi
configurare conflitto di interessi tra il minore ed i genitori in ordine al
prospettato trasferimento (cfr. decreto 3.7.2023).
Il resistente nel costituirsi ha evidenziato che negli accordi recepiti dal
Tribunale di Busto Arsizio (omissis) si era impegnata a non trasferirsi oltre i 15
chilometri di distanza dalla ex casa familiare; che tale pattuizione era stata
motivata dal fatto che ella intratteneva già relazione con l’attuale marito, e
(omissis) voleva evitare che (omissis) fosse portato a vivere (omissis)
esponeva che il minore pernottava con lui ben 16 notti al mese; che il
trasferimento a (omissis) avrebbe comportato uno stravolgimento delle
abitudini di vita del bambino, e l’interruzione dei rapporti con i nonni paterni e
materni; di aver versato 150 euro mensili alla ricorrente solo per aiutarla con i
canoni di locazione e che tale versamento costituiva un’elargizione liberale; che
la resistente svolgeva l’attività di estetista e si recava nel pomeriggio presso i
propri clienti, di essersi sempre occupato in via prevalente del bambino;
domandava il rigetto della domanda, il collocamento di (omissis) presso di sé,
con regolamentazione di tempi e modi di permanenza presso la madre, con
determinazione di un contributo al mantenimento a carico della ricorrente; che
fosse disposta la percezione dell’assegno unico a proprio favore nella misura
del 100%.
Il curatore speciale nel costituirsi ha esposto che (omissis) con il quale ella ha
avuto un colloquio nel luglio 2023, è un bambino sereno e tale viene descritto
anche dagli insegnanti della scuola materna; ha riservato la formulazione di
conclusioni.
Alla udienza del 9.11.2023 le parti hanno rispettivamente dichiarato:
(omissis) vivo a (omissis) locazione con canone mensile di euro 450, vivo con
mio figlio, mio marito lo vedo nei fine settimana, infrasettimanalmente viene
quando può. Lavoro a (omissis) come estetista, martedì e mercoledì dalle 9.30
alle 15, giovedì e venerdì dalle 13.30 alle 19 e il sabato 8.30/14. La mia
retribuzione mensile è di euro 1.000 circa. Non faccio altro, eventualmente
faccio lavori per mia mamma e mia nonna, ma basta. Prendo il 100% di
assegno unico che ammonta ad euro 189 mensili. Mio figlio è con me tutti i
giorni, il mio orario è cambiato da quando (omissis) fa le trasferte, lunedì e
martedì sera (omissis) dorme dal padre e lo portano a scuola il giorno dopo i
nonni paterni; lunedì martedì e mercoledì lo recupero io a scuola; poi il lunedì
e il martedì alle 18.30 quando (omissis) finisce di lavorare lo viene a prendere
da me e lo tiene con sé. Il giovedì ed il venerdì lo porto a scuola io perché la
notte prima dorme da me. nel mio fine settimana io lavoro e la mattina de!
sabato sta con il papà e poi io lo riprendo alle 14.30; il weekend successivo sta
con il papà, il venerdì pomeriggio lo recuperano sempre all’asilo i nonni paterni
ed il venerdì sera dorme sempre con il padre, chiedo autorizzazione al
trasferimento dall’inizio delle elementari; se fossi autorizzata al trasferimento
sarò disponibile a farlo vedere tre fine settimana, portandolo qui due fine
settimana, e il terzo verrebbe lui. Se non fossi autorizzata al trasferimento
resterei qui con (omissis) perché non lo lascio, ma faccio presente che ho 30
anni, ho un marito e devo trovare una soluzione per vivete la mia vita
matrimoniale. I miei genitori lavorano, poi ho una sorella che ha tre figli, se ho
bisogno mi aiutano, anche se lavorando sono impegnati. (…) da gennaio 2024
ci saranno ulteriori cambiamenti per il mio lavoro, nei miei fine settimana con
(omissis) non lavorerò, e quindi terrò (omissis) dal venerdì alle 15.30, lo vado
a prendete a scuola e andiamo (omissis) sono io che lo porto a tutte le attività
pomeridiane. E lo seguo io anche per mensa, scuola e qualunque altra cosa,
anche perché il padre lavora dalle 8 alle 18. Io invece dedico la mia vita a mio
figlio.
(omissis) vivo a (omissis) in una casa di proprietà gravata da mutuo di euro
460 mensili, a tasso fisso, vivo da solo con (omissis) Lavoro a (omissis) come
montatore di arredi per ospedali, laboratori ed aziende farmaceutiche; ho una
retribuzione base di 1550 euro, che può aumentare se faccio straordinari fino a
200/300 euro in più al mese; ho poi la 13ma, non la 14ma. Non sto
percependo l’assegno unico. Io prendo (omissis) il lunedì ed il martedì sera alle
18 e sta con me fino alla mattina del giorno dopo; il mercoledì sfa con la
mamma, il giovedì lo prendo a scuola e quando la mamma torna dal lavoro
(omissis) sta con la mamma fino al venerdì mattina; invece il venerdì sera ed il
sabato mattina e sempre con me, fino al sabato alle 14 quando torna lei dal
lavoro, poi partono i fine settimana alternati. Se (omissis) andasse a (omissis)
per poterlo vedere dovrei appoggiarmi ad un albergo e sarebbe molto costoso,
perché c’è anche il viaggio. Se invece fosse collocato presso di me, potrebbe
sfare con la mamma tre fine settimana; lo gestirei durante la settimana anche
con l’aiuto dei nonni paterni. A quanto so (omissis) non sta con i nonni
materni. Attualmente non sto facendo trasferte, ma al massimo sono 3-4 giorni
al mese e (omissis) stava con la mamma perché mi sembra corretto che stia
con lei, potrebbe stare con i miei genitori, ma se la mamma c’è ed è qui mi
pare corretto che ci stia. (…) i miei genitori sono giovani e possono portare
(omissis) dovunque, anche alle attività sportive.
Ritiene il Tribunale che le domande della ricorrente non possano trovare
accoglimento per i motivi di cui in appresso.
Gli articoli 2 Costituzione ed 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti
dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) sanciscono i diritti alla
bigenitorialità, e quello alla identità personale.
Elementi costituitivi della identità personale, intesa nella sua precisa e integrale
dimensione psico-fisica, sono tra gli altri il nome, la nazionalità, le relazioni
familiari, la paritaria discendenza da entrambe le figure genitoriali (cfr. articolo
8 CEDU; cfr. anche art. 8 Convenzione New York diritti del Fanciullo, ratificata
con l. 176/1991): essa è dunque preservata attraverso la tutela dei predetti
elementi.
Strumento di promozione della identità personale è inoltre la paritaria
partecipazione di entrambi i genitori alle determinazioni educative che
afferiscono il minore, anche in caso di disgregazione della coppia genitoriale.
La bigenitorialità, quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio,
idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive
con entrambi (cfr. Cass. Sent. n. 18817/2015), costituisce dunque un diritto
fondamentale del minore; le sue limitazioni si giustificano solo ove sussista una
condizione di pregiudizio, a tutela del suo supremo interesse.
L’identità personale si alimenta anche nella conservazione di stabili rapporti
familiari: l’articolo 24, paragrafo 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE
prevede il diritto del minore di intrattenere regolarmente relazioni personali e
contatti diretti con i due genitori, salvo che ciò non sia in contrasto con un suo
interesse superiore; la disposizione è espressamente informata dall’articolo 9
par. 3 della Convenzione ONU sui diritti del fanciullo, citata.
E dunque, il minore, anche ove i genitori non convivano, ha diritto ad
intrattenere con entrambi contatti regolari e diretti, che consentano lo sviluppo
di relazioni personali e la conservazione del legame con entrambi gli individui
da cui egli è stato generato e che ne costituiscono il primo riferimento affettivo.
Anche nella giurisprudenza della CGUE, una misura che impedisca al minore di
intrattenere regolarmente relazioni personali e contatti diretti con i suoi due
genitori potrebbe essere giustificata soltanto da un altro interesse del minore
di importanza tale da comportarne il prevalere sull’interesse sotteso al citato
diritto fondamentale (cfr. CGUE, sentenza 23 dicembre 2009, causa C-403/09
PPU, Jasna Deticek c. Maurizio Sgueglia, punto 59 e 60).
Fermo il limite del supremo interesse del minore, la bigenitorialità costituisce
anche espressione di un diritto fondamentale del genitore, sia in relazione alla
tutela dello stesso come individuo, sia in relazione alla uguaglianza nella coppia
genitoriale, ex articoli 2 e 3 della Costituzione.
Anche nella giurisprudenza della CEDI), il godimento da parte del genitore e
del figlio della reciproca compagnia è elemento fondamentale della vita
familiare, direttamente discendente dall’articolo 8 della convenzione (cfr. Corte
EDU, sentenza 12 luglio 2001, K. e T. c. Finlandia); tale diritto può essere
limitato soltanto dall’interesse superiore del minore.
Nel caso di specie, le parti – al termine della loro relazione – hanno
congiuntamente regolamentato i rapporti afferenti (omissis) con accordo
recepito dal Tribunale di Busto Arsizio con decreto (omissis) 2021 (documento
2 ricorrente).
La regolamentazione stabilita dalle parti prevede che ogni settimana (omissis)
trascorra con il padre al termine del suo orario lavorativo (indicativamente alle
18/18.30) le giornate di lunedì e martedì con pernottamento sino alla mattina
successiva, ogni giovedì pomeriggio fino al rientro della ricorrente dal lavoro,
ogni venerdì pomeriggio sino al sabato alle 14.30 e a fine settimana alternati
anche il sabato pomeriggio sino al lunedì mattina: trattasi di ben 16 cene e
pernottamenti ogni mese, oltre ai pomeriggi del giovedì e venerdì, ai sabati
mattina, ed oltre ai sabati pomeriggio ed alle domeniche dei fine settimana
alternati.
Nonostante la residenza anagrafica del minore presso la madre, egli è di fatto
collocato in via prevalente presso il padre.
La ricorrente allega che da gennaio il proprio orario di lavoro cambierà ed ella
trascorrerà con (omissis) anche il venerdì pomeriggio ed il sabato mattina dei
fine settimana di sua spettanza; la circostanza è allo stato indimostrata, ma in
ogni caso non modificherebbe sostanzialmente l’impianto stabilito dai genitori
nel 2021, che prevede amplissimi tempi di permanenza del minore presso il
padre.
Al fine di consentire tale gestione, nel rilasciare la casa familiare (omissis) si
era impegnata a rimanere entro un raggio di km 15 dall’abitazione paterna,
onde consentire e garantire i! diritto alla bigenitorialità di (omissis) (articolo 11
pagina 5 decreto 1.2.2021 documento 2 ricorrente).
La ricorrente allega di aver contratto matrimonio il 7 maggio 2022 con
(omissis) residente in e chiede autorizzazione al trasferimento con (omissis)
per ricongiungersi al marito.
Il resistente eccepisce che la relazione con tale soggetto era iniziata prima
della cessazione della convivenza tra le parti, ed era in ogni caso in essere al
momento del deposito del ricorso congiunto presso il Tribunale di Busto Arsizio;
che la clausola di cui al punto 11 era stata stabilita proprio per scongiurare
l’eventualità che (omissis) si trasferisse con (omissis) a (omissis) presso il
nuovo compagno.
Tale rilievo non è stato oggetto di contestazione da parte della ricorrente e
deve ritenersi incontroverso ai fini del decidere.
Oggi la ricorrente chiede autorizzazione al trasferimento a (omissis) allegando
quale unica sopravvenienza le nozze contratte con l’allora compagno (omissis)
non vi sono motivazioni economiche (la ricorrente lavora stabilmente a
(omissis) come estetista e non ha ancora reperito alcuna attività lavorativa in
(omissis) relazionali (la famiglia di (omissis) ve qui ed ella non ha in (omissis)
legami diversi da quelli con il marito) alla base dell’eventuale trasferimento.
L’eventuale trasferimento a (omissis) costituisce dunque per (omissis) una
libera scelta, e non una necessità.
Alla udienza del (omissis) 2023 ella ha esposto di dover trovare una soluzione
per vivere la propria vita matrimoniale.
Ritiene il Tribunale che l’eventuale autorizzazione al trasferimento costituirebbe
grave lesione del diritto alla bigenitorialità del minore, non giustificato dal
perseguimento di un interesse per lui superiore.
Rammenta invero il Collegio che in questa materia il focus deve essere posto
sui minori e sui loro bisogni, prima di quelli degli adulti.
Allo stato, (omissis) gode paritariamente della presenza di entrambi i genitori,
e trascorre con loro tempi sostanzialmente simili; il padre è aiutato nella
gestione del minore dai propri genitori solo durante il pomeriggio dei giorni
infrasettimanali, per comprensibili ragioni di lavoro, ma cena e dorme con lui
ben 16 sere a settimana.
Dalla memoria del curatore speciale emerge che (omissis) non può trasferirsi in
Brianza in quanto la sua attività lavorativa (commercialista) risentirebbe della
perdita di clientela; egli ha poi un figlio, (omissis), che pernotta presso di lui a
fine settimana alternati.
Il trasferimento di (omissis) a (omissis) con la madre soddisferebbe dunque
appieno le esigenze di stabilità anche economica di (omissis) e (omissis) quelle
familiari di (omissis) ma sacrificherebbe totalmente quelle di (omissis)
costretto a lunghe, faticose, continue trasferte tra (omissis) e (omissis)
(distanti ben 239 chilometri) al termine delle lezioni scolastiche, senza
possibilità di coltivare nel fine settimana relazioni amicali sul nuovo territorio di
residenza, e con drastica compromissione del rapporto con un padre con cui ad
oggi vive per ben 16 giorni al mese.
Ciò con evidente lesione del suo diritto alla bigenitorialità.
Gli impegni legittimamente assunti dalla ricorrente verso il marito non sono più
rilevanti di quelli che ella ha nei confronti del figlio, e del diritto di (omissis) ad
avere un’organizzazione di vita regolare ed a conservare ampi e significativi
rapporti anche con il padre, che, non avendo operato differenti scelte di vita,
continua a vivere a (omissis)
Osserva peraltro il Tribunale che le legittime esigenze familiari della ricorrente
non sono meno meritevoli di tutela nemmeno del diritto alla bigenitorialità di
(omissis) che si troverebbe a subire le altrui scelte di vita, limitando
radicalmente ed incolpevolmente il proprio rapporto con un figlio che ama e di
cui si prende cura nella quotidianità: gli insegnanti di (omissis) evidenziano che
entrambi i genitori si sono sempre interessati al suo andamento didattico
(documento 2 curatore speciale).
Il resistente ha peraltro affermato che attualmente non sta svolgendo trasferte
lavorative, che sarebbero limitate comunque a 3- 4 giorni al mese; il suo legale
ha evidenziato che, nell’ipotesi di ripresa delle trasferte, egli potrebbe
cambiare attività lavorativa svolta.
Ove fossero accolte le domande della ricorrente, peraltro, il padre potrebbe
vedere (omissis) tre fine settimana al mese, per un totale di 6 pernottamenti in
luogo di 16, e dovrebbe trascorrere uno di questi in albergo (omissis) con
evidente limitazione della possibilità di vivere con il minore nella realtà
domestica.
Anche gli oneri economici in capo al resistente aumenterebbero
vertiginosamente rispetto alla attualità: ipotizzando un esborso di euro 120 a
notte per pernottamento di due persone in albergo con colazione e di 10 euro a
tratta per viaggio in autobus, ogni fine settimana a (omissis) costerebbe a
(omissis) meno di euro 260, oltre ai costi per pranzi e cene da dover
necessariamente consumare nei locali.
Ove il resistente fosse costretto a viaggi in auto, ipotizzando un costo di 50
euro a tratta, l’esborso minimo sarebbe di euro 340 ogni mese, oltre ai pasti;
nell’arco di un anno oltre 3500 euro, più i pasti.
Trattasi di impegni di spesa non compatibili con l’attuale condizione economica
del resistente: nell’anno di imposta 2022 egli ha percepito un reddito
complessivo di euro 28287 pari – dedotti gli oneri tributari – ad euro 1909 netti
mensili se si suddivide l’importo su 12 mensilità.
Vive in immobile di proprietà gravato da mutuo di euro 460 mensili; allega 460
euro mensili di spese condominiali ed euro 150 di spese di trasporto;
considerati importi anche minimi per vitto, abbigliamento ed utenze (euro 500
mensili) è di euro 339.
Le spese prospettate per i viaggi a (omissis) esaurirebbero dunque
completamente le risorse del resistente.
Alla luce di tutto quanto precede, non può essere autorizzato il trasferimento di
(omissis) a (omissis) viene quindi confermato il contenuto del decreto 2021 del
Tribunale di Busto Arsizio.
Ove la ricorrente decidesse comunque di trasferirsi per raggiungere il marito, il
minore verrà collocato anagraficamente presso il padre e la madre potrà
vederlo e tenerlo con sé con le modalità di cui in dispositivo, anche
eventualmente appoggiandosi alla propria famiglia di origine, che vive in
(omissis) al fine di garantire comunque ampia frequentazione tra la madre ed il
minore.
Tale soluzione appare comunque meno gravosa di quella prospettata da
(omissis) perché non determinerebbe oneri economici connessi al
pernottamento alberghiero (omissis) potrebbe tenere con sé (omissis) presso
la (omissis) propria casa (omissis) presso quella dei nonni) e consentirebbe a
(omissis) di godere di tempo con la madre in ambiente domestico.
Quanto agli aspetti economici, in ipotesi di trasferimento a (omissis) ricorrente
dichiara che vivrebbe presso il marito, commercialista, e ricercherebbe lavoro
come estetista con partita IVA; sarebbero a suo carico le spese per l’esercizio
del diritto di visita. Alla luce di quanto precede, visti i parametri di cui
all’articolo 337 ter c.c. ivi comprese le esigenze del minore ed i suoi rapporti
con entrambi i genitori, considerato che anche l’eventuale condizione di
disoccupazione non esime il non collocatario dal contribuire al mantenimento
del figlio in una misura atta a soddisfarne le primarie esigenze di vita, viene
determinato in dispositivo quanto la ricorrente verserebbe al resistente per le
causali ivi indicate, con effetto dal trasferimento (omissis)
Con la medesima decorrenza, l’intero importo dell’assegno unico verrà
percepito dal resistente, che sopporterebbe in via principale i costi di
mantenimento ordinario del minore.
Quanto sopra è assorbente rispetto alle ulteriori domande, eccezioni, istanze
anche istruttorie delle parti, compresa quella di CTU: come riferito anche dal
curatore speciale nella sua memoria, (omissis) si presenta come un bimbo
allegro, empatico e socievole; la relazione inviata dalla Scuola Materna
conferma la descrizione di un bimbo sereno, che ha instaurato ima buona
relazione con le insegnanti e con i pari e che vive con interesse e impegno le
proposte didattiche; entrambi i genitori risultano essersi sempre interessati
all’andamento scolastico del piccolo.
Alla udienza del 2023 lo stesso curatore ha esposto che non vi sono elementi di
criticità: la richiesta di CTU risulta dunque allo stato esplorativa, non essendovi
la necessità di indagare elementi di potenziale pregiudizio per il minore nella
relazione con l’uno o l’altro genitore.
Consegue alla soccombenza la condanna della ricorrente a rifondere al
resistente le spese di lite, liquidate come in dispositivo secondo lo scaglione di
valore indeterminato, individuato ad euro 26.000 e le diverse fasi (di studio,
introduttiva e decisoria) in cui si è articolato il giudizio, nei minimi tariffari,
stante la semplice definizione dello stesso, ed oltre al 15% sulle competenze
per rimborso forfettario spese generali, oneri fiscali e previdenziali come per
legge e con distrazione verso il procuratore antistatario.
Le spese di lite tra le parti ed il curatore speciale vengono compensate, in
quanto la nomina si è resa necessaria in ragione del possibile conflitto di
interessi di entrambi i genitori con la posizione del figlio.
P.Q.M.
Il Tribunale di Monza, in composizione collegiale, definitivamente pronunciando
nella controversia civile n. ..2023, ogni diversa domanda, eccezione,
deduzione, istanza anche istruttoria, disattesa cosi statuisce:
1. rigetta il ricorso e per l’effetto conferma il decreto 2021 del Tribunale di
Busto Arsizio;
2. in ipotesi che la ricorrente si trasferisca a (omissis) senza (omissis) colloca il
minore presso il padre e dispone che la madre possa vederlo e tenerlo con sé,
anche conducendolo a (omissis) tre fine settimana al mese dal venerdì alla
uscita da scuola alla domenica sera alle 21; in alternanza annuale con il
ricorrente il periodo dalla fine della scuola al 31 luglio ovvero quello dal 1
agosto all’inizio della scuola, con conferma di tutte le ulteriori statuizioni per gli
altri periodi di ferie e festività; con effetto dall’eventuale trasferimento a
(omissis) pone a carico della ricorrente l’importo di euro 150,00, da versarsi al
resistente in via anticipata, entro il giorno 10 di ogni mese per 12 mensilità
all’anno, a titolo di contributo al mantenimento del figlio. Sono comprese in
tale ultima somma le spese per vitto, abbigliamento e mensa scolastica,
abbonamenti e spese di trasporto relative alla frequenza scolastica; farmaci da
banco; contributi alle spese di abitazione; cancelleria e materiale didattico per
la scuola successivi al corredo di inizio anno, eventuali oneri per baby sitter,
tempo prolungato, pre scuola e dopo scuola. Detta somma verrà annualmente
rivalutata, secondo indici Istat-costo della vita per famiglie di operai e
impiegati a far tempo da novembre 2024 e con riferimento al mese di
novembre 2023. Pone inoltre a carico del resistente il 50% delle spese
scolastiche, mediche e sportive dei figli, da concordarsi previamente tra i
genitori (salvo che per le spese mediche urgenti e per le spese obbligatorie per
la scuola pubblica), da versarsi a presentazione dei documenti giustificativi.
Potranno essere erogate senza necessità di preventivo accordo le seguenti
spese mediche: ticket per farmaci richiedenti prescrizione medica (escluso
farmaci da banco), esami diagnostici non invasivi, trattamenti sanitari o visite
specialistiche, se prescritti dal medico curante e eseguiti presso strutture
pubbliche o convenzionate; acquisto di dispositivi per assistenza protesica e
integrativa (ad es. occhiali, scarpe ortopediche, protesi integrative ecc.) se
prescritti dal medico, nei limiti di un costo medio di mercato; accertamenti e
trattamenti sanitari non invasivi anche se non erogabili dal Servizio Sanitario
Nazionale se prescritti dal medico curante (es.: fisioterapia); spese mediche
urgenti; nonché le seguenti spese di istruzione: iscrizione o contributi
obbligatori per la scuola pubblica; libri di testo, materiali di cancelleria e
attrezzature didattiche e informatiche di inizio anno, anche in caso di scuola
privata; per le sole materie tecniche o artistiche, materiali e attrezzature
didattiche e informatiche richiesti dalla scuola anche in corso di anno; corsi di
recupero e lezioni private in caso di valutazioni scolastiche o di voti inferiori alla
sufficienza; partecipazione a gite scolastiche senza pernottamento;
frequentazione di centri estivi gestiti da Ente Pubblico (es. Comune) o da suoi
delegati ovvero da istituti religiosi senza fine di lucro (es. oratori).
Richiederanno il preventivo accordo tutte le restanti spese; in via
esemplificativa e non esaustiva, le seguenti spese mediche: esami diagnostici,
trattamenti sanitari o visite specialistiche presso strutture private, salvo
urgenze; cure dentistiche o ortodontiche, pur se presso strutture pubbliche,
anche ai fini del consenso informato; interventi chirurgici e accertamenti
invasivi, anche se presso strutture pubbliche, salvo urgenze, anche ai fini del
consenso informato; farmaci omeopatici, di medicina alternativa o
sperimentali; nonché le seguenti altre spese: gite scolastiche e viaggi di
istruzione con pernottamento; iscrizione e oneri di frequenza per istituti
scolastici privati per corsi di studio successivi a quelli in atto (non è richiesto
consenso per i percorsi scolastici già iniziati, in quanto il consenso prestato in
origine ha efficacia sino alla conclusione di ciascun ciclo di studi); iscrizione,
frequenza e materiali didattici per corsi extrascolastici (es. lingue, informatica,
attività artistiche) ovvero successivi alla scuola secondaria superiore;
iscrizione, frequenza e materiali didattici per corsi universitari o post-
universitari, nonché di alloggio e permanenza presso la sede universitaria;
iscrizione, corsi, oneri di frequenza e attrezzature per attività sportive; viaggi e
vacanze trascorse senza i genitori; acquisto e utilizzo di mezzi di trasporto a
motore (conseguimento della patente di guida, assicurazione, tassa di
proprietà, carburanti, manutenzione);
4. con decorrenza dall’eventuale trasferimento della ricorrente a (omissis)
stabilisce che l’intero importo dell’assegno unico venga percepito dal padre;
5. condanna la ricorrente a rifondere al resistente le spese di lite, che liquida in
euro 1700 per competenze, oltre al 15% sulle competenze per rimborso
forfettario spese generali, oneri fiscali e previdenziali come per legge, con
distrazione verso il procuratore antistatario
6. Compensa integralmente le spese di lite tra le parti ed il curatore speciale.
Così deciso in Monza, nella Camera di Consiglio del 16.11.2023
Il Presidente
Carmen Arcellaschi
Il Giudice est.
Claudia Bonomi

Dichiarazione dello stato di adottabilità solo nell’ipotesi estrema di irrecuperabilità della genitorialità

Cass. Civ. Sez. I, sent. 8 novembre 2023, n. 31038
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso iscritto al n. 4746/2023 R.G. proposto da:
N.S., elettivamente domiciliato in NAPOLI SALITA ARENELLA
25, presso lo studio dell’avvocato TRAPANI MARIO, (TRPMRA61B26F839F)
che lo rappresenta e difende, come da procura speciale in atti;
– ricorrente –
contro
E.C., in qualità di tutore di N.A. e di
B.F., domiciliata ex lege in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la
CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso
dall’avvocato E.C., ((Omissis)), come da procura
speciale in atti;
– controricorrente –
nonché contro
BO.BE., PROCURATORE GENERALE presso la CORTE D’APPELLO di
NAPOLI;
– intimati –
avverso la SENTENZA della CORTE D’APPELLO NAPOLI n. 6/2023 depositata
il 17/01/2023;
Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 20/09/2023
dal Consigliere Dott. LAURA TRICOMI.
RITENUTO
CHE:
1.- Il Tribunale per i Minorenni di Napoli, con sentenza pubblicata il 13 gennaio 2022, dichiarò lo stato di
adottabilità delle due sorelle minori N.A., nata a (Omissis), figlia dell’unica genitrice N.S., e di B.F., nata in
(Omissis), figlia di N.S. e B.B., con collocazione della prima in casa-famiglia e con collocazione in affido
familiare della seconda.
La Corte di appello di Napoli, a seguito di gravame proposto da N.S. e B.B., ha parzialmente riformato la
prima decisione. Segnatamente, ha revocato la dichiarazione di adottabilità di N.A., confermando la
declaratoria di decadenza della responsabilità genitoriale della madre ed il collocamento della figlia in casa-
famiglia; ha, invece, rigettato tutte le domande relative alla minore B.F..
N.S. ha proposto ricorso con quattro mezzi corroborati da memoria per la cassazione della sentenza
depositata il 17 gennaio 2023. Si è costituita con controricorso l’avvocato E., in qualità di tutore delle due
minori. B.B. è rimasto intimato.
CONSIDERATO
CHE:
2.- Preliminarmente va rilevato che N.A., nata a (Omissis), è divenuta maggiorenne nel corso del giudizio. Ne
consegue che va ribadita la dichiarazione di non adottabilità di N.A. per la differente motivazione che è
venuto meno il requisito dell’età richiesto L. n. 184 del 1983, ex art. 8 circostanza che comporta la
caducazione dei connessi provvedimenti de potestate adottati nel corso del giudizio.
3.- Sempre preliminarmente, sulla scorta della eccezione sollevata dalla ricorrente in memoria e non
contestata, va rilevato che il decreto di nomina a tutore, emesso dal Tribunale per i Minorenni di Napoli in
data (Omissis), aveva conferito tale incarico all’avvocato E. in relazione ad N.A. e che nella documentazione
versata in atti a corredo del controricorso non si rinviene analogo provvedimento per la minore B.F.. Ne
consegue che va rilevato il difetto di legittimazione processuale dell’avvocato a proporre il controricorso
nell’interesse di B.F., con conseguente inammissibilità del controricorso in parte qua.
4.1.- Si deve passare all’esame del ricorso, che è articolato in quattro motivi, per quanto ancora di interesse
in relazione alla posizione di B.F.:
– il primo motivo denuncia la violazione del 112 c.p.c. e l’omessa o insufficiente motivazione circa i
presupposti per la dichiarazione di adottabilità;
– il secondo motivo denuncia nullità della sentenza per violazione 112 c.p.c. ed omessa convocazione ed
ascolto dei parenti, pure richiesto (fratello e sorella della ricorrente);
– il terzo motivo denuncia sempre la violazione dell’art. 112 c.p.c. e della L. n. 184 del 1983, artt. 1, 8, 10, 15
e 44, comma 1, lett. D e omessa insufficiente motivazione per mancata considerazione della possibilità di
procedere a adozione mite;
– il quarto motivo denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c. e ripropone le questioni già precedentemente
introdotte, lamentando che la Corte territoriale non abbia deciso su tutta la domanda.
4.2.- I motivi, da trattare congiuntamente per connessione, sono fondati e vanno accolti.
5.1.- E’ opportuno rammentare che “La dichiarazione di adottabilità di un minore, costituisce una “extrema
ratio” che si fonda sull’accertamento dell’irreversibile non recuperabilità della capacità genitoriale, in
presenza di fatti gravi, indicativi in modo certo dello stato di abbandono, morale e materiale, a norma della
L. n. 183 del 1984, art. 8 che devono essere dimostrati in concreto, senza dare ingresso a giudizi sommari di
incapacità genitoriale non basati su precisi elementi di fatto.” (Cass. Sez. U. n. 35110/2021).
Invero, l’accertamento dell’irreversibile non recuperabilità della capacità genitoriale, deve compiersi
“tenendo conto che il legislatore, alla L. n. 184 del 1983, art. 1 ha stabilito il prioritario diritto del minore di
rimanere nel nucleo familiare anche allargato di origine, quale tessuto connettivo della sua identità. La
natura non assoluta, ma bilanciabile, di tale diritto impone un esame approfondito, completo e attuale delle
condizioni di criticità dei genitori e dei familiari entro il quarto grado disponibili a prendersi cura del minore
e delle loro capacità di recupero e cambiamento, ove sostenute da interventi di supporto adeguati anche al
contesto socioculturale di riferimento.” (Cass. n. 24717/2021).
Come è stato già in passato esplicitato, il giudice di merito, nell’accertare lo stato di adottabilità di un
minore, deve: a) verificare l’effettiva ed attuale possibilità di recupero dei genitori, sia con riferimento alle
condizioni economico-abitative, senza però che l’attività lavorativa svolta e il reddito percepito assumano
valenza discriminatoria, sia con riferimento alle condizioni psichiche, queste ultime da valutare, se del caso,
con una indagine peritale; b) estendere tale verifica anche al nucleo familiare, di cui occorre accertare la
concreta possibilità di supportare i genitori e di sviluppare rapporti con il minore, anche se, allo stato,
mancanti (come nel caso in cui il minore sia collocato in casa famiglia o presso una famiglia affidataria); c)
ove necessario, avvalersi di un mediatore culturale, non al fine di colmare deficit linguistici, ma di elidere la
distanza tra modelli culturali familiari molto differenti, che, se non superata, osta ad un’adeguata
valutazione della capacità genitoriale (cfr. Cass. n. 7559/2018; Cass. n. 6552/2017, che ha avuto riguardo al
raffronto tra il modello culturale italiano e quello filippino).
Va, altresì, rammentato che la situazione di abbandono è configurabile “…non solo nei casi di materiale
abbandono del minore, ma ogniqualvolta si accerti l’inadeguatezza dei genitori naturali a garantirgli il
normale sviluppo psico-fisico, così da far considerare la rescissione del legame familiare come strumento
adatto ad evitare al minore un più grave pregiudizio ed assicurargli assistenza e stabilità affettiva, dovendosi
considerare “situazione di abbandono”, oltre al rifiuto intenzionale e irrevocabile dell’adempimento dei
doveri genitoriali, anche una situazione di fatto obiettiva del minore, che, a prescindere dagli intendimenti
dei genitori, impedisca o ponga in pericolo il suo sano sviluppo psico-fisico, per il non transitorio difetto di
quell’assistenza materiale e morale necessaria a tal fine” (Cass. n. 1838/2011; v. anche Cass. n. 5580/2000).
Per tali complessive ragioni, il giudice di merito deve, prioritariamente, verificare in concreto se possa
essere utilmente fornito un intervento di sostegno diretto a rimuovere situazioni di difficoltà o disagio
familiare e se ciò incontri la collaborativa sinergia dei genitori, e, solo ove risulti impossibile, quand’anche in
base ad un criterio di grande probabilità, prevedere il recupero delle capacità genitoriali entro tempi
compatibili con la necessità del minore di vivere in uno stabile contesto familiare, è legittimo e corretto
l’accertamento dello stato di abbandono (Cass. n. 6137/2015).
Erroneo risulta, dunque, il riferimento alle carenze cognitive e culturali del genitore come base per ritenerlo
inidoneo come genitore: tali fattori non dovevano vedersi riconoscere un rilievo decisivo ai fini
dell’esclusione della capacità genitoriale e dell’accertamento dello stato di abbandono morale e materiale
della minore, perché ciò dà ingresso a una tipologia di intervento statuale che, pur diretto alla protezione
dei minori, finisce con il ledere la dignità della persona e mirare alla selezione del miglior genitore possibile
in sostituzione di quello biologico, culturalmente e intellettivamente arretrato (Cass. n. 42142/2021).
Infine, quanto al possibile apporto delle figure vicarie interfamiliari, va considerato che “Lo stato di
abbandono dei minori non può essere escluso in conseguenza della disponibilità a prendersi cura di loro,
manifestata da parenti entro il quarto grado, quando non sussistano rapporti significativi pregressi tra loro
ed i bambini, e neppure possano individuarsi potenzialità di recupero dei rapporti, non traumatiche per i
minori, in tempi compatibili con lo sviluppo equilibrato della loro personalità.” (Cass. n. 9021/2018).
A ciò va aggiunto che, ove si ravvisi l’interesse del minore a conservare il legame con i suoi genitori biologici,
pur se deficitari nelle loro capacità genitoriali, è il modello di adozione in casi particolari di cui alla L. n. 184
del 1983, art. 44, lett. d), che può, ricorrendone i presupposti, costituire una forma di cd. “adozione mite”,
idonea a non recidere del tutto nell’interesse del minore il rapporto tra quest’ultimo e la famiglia di origine
(Cass. n. 3643/2020; Cass. 1476/2021; in termini, Cass. n. 20240/2021; Cass. 7391/2016).
5.2.- Nel caso in esame, la decisione non risulta essere stata emessa in conformità con i principi enunciati e
con le norme che disciplinano la dichiarazione di adottabilità e va cassata.
5.3.- Invero, la Corte di merito ha confermato il giudizio di inadeguatezza di entrambi i genitori, fondato, in
primo grado, sulla trascuratezza genitoriale, sulla fragilità ed immaturità psicologica della madre che non le
aveva consentito di proporsi come adeguata figura genitoriale, sulla posizione di autoesclusione del padre –
che nel presente giudizio è rimasto intimato – e sull’inesistenza di una rete familiare che potesse fornire un
idoneo supporto, tale da sostituirsi alle gravi carenze genitoriali, unita alla indifferibile necessità delle minori
di poter accedere ad un idoneo percorso evolutivo psichico e fisico.
Segnatamente – come si evince dalla narrativa della sentenza impugnata -, con riferimento alla piccola F., il
Tribunale per i minorenni dispose la sospensione della responsabilità genitoriale della madre con decreto
del (Omissis) ed il collocamento della minore presso una struttura, come già era avvenuto per la figlia A. –
peraltro, per quest’ultima, su richiesta della stessa madre in ragione di comportamenti oppositivi e ribelli
dell’adolescente – perché le modalità relazionali con la bambina più piccola “apparivano superficiali e prive
di tonalità affettiva ed accudente” (fol.5); la madre svolse resistenza all’esecuzione del provvedimento e gli
operatori riscontrarono condizioni igieniche della casa inadeguate. Successivamente, con decreto del
(Omissis), venne disposta la sospensione della responsabilità genitoriale anche del padre B.B. ed il
collocamento della minore in casa-famiglia, stante l’esistenza di motivi di opportunità e di urgenza in attesa
di una verifica approfondita dele capacità genitoriali. Nelle more il padre non si rese disponibile a seguire
alcun percorso.
Dalle relazioni iniziali redatte dai Servizi sociali risultò che le minori in famiglia erano prive di supporto
materiale ed affettivo ed vivevano in condizioni di degrado, chi genitori mostravano gravi carenze culturali
ed educative e non avevano consapevolezza del loro comportamento abbandonico, che non vi era stato
alcun recupero delle capacità genitoriali e che non vi erano parenti disponibili all’affido delle minori, da
tempo istituzionalizzate, che necessitavano del sostegno affettivo di una famiglia (fol.6 della sent. imp.).
Quindi, il Tribunale ritenne che le condizioni carenziali dei genitori non apparissero suscettibili di
cambiamento con un normale percorso di sostegno alla genitorialità e dichiarò lo stato di adottabilità di
entrambe le figlie.
A seguito del proposto appello, la Corte territoriale ritenne necessario disporre una CTU per valutare le
capacità genitoriali e la Consulente, con giudizio prognostico, escluse che la madre potesse assolvere con
modalità funzionali alla crescita le necessità psico/affettive e materiali di accudimento, e ciò pur dando atto
che F. era una bambina loquace e sociale, di buone capacità interattive, che si era espressa positivamente
sulla sorella maggiore A. alla quale era molto legata affettivamente. Nulla, per vero, nella sentenza è detto
circa il rapporto eventualmente riscontrato tra F. e la madre e la qualità dello stesso, la possibilità di
sostenerlo e di accompagnarlo, mentre è riportato quanto riferito dal CTU in merito agli incontri avvenuti
tra la piccola ed una coppia affidataria con cui aveva mostrato di trovarsi bene e che si era mostrata
premurosa, offrendole occasioni di svago e regali ed al conclusivo suggerimento di affidare F. ad un nucleo
familiare esterno, aspirante all’adozione, che potesse prendersi cura delle sue necessità evolutive.
Sulla scorta della CTU, la Corte di appello ha ravvisato l’inidoneità di entrambi i genitori già accertata in
primo grado e l’impossibilità di un recupero in tempi ragionevoli confacenti alla situazione ed ha confermato
la dichiarazione di adottabilità per F..
Segnatamente, la Corte di merito ha affermato che “i generici rilievi di cui all’appello, non supportati da
alcun elemento nuovo, non sono sufficienti a superare le gravi carenze genitoriali degli appellanti quali
emerse nel corso degli anni di osservazioni e presa in carico del nucleo familiare che ha condotto alla
dichiarazione di abbandono della minore F.. A fronte delle emergenze istruttorie e dei risultati

dell’accertamento peritale espletato non sono sicuramente la condizione lavorativa migliorata, o l’attuale
stabilità abitativa della madre elementi tali da consentire, allo stato, di superare le gravi carenze della
genitorialità materna, giacché lo slancio di affetto verso le figlie, pur esistente, non è da solo sufficiente ad
esprimere il complesso contenuto della genitorialità, soprattutto nella fattispecie in cui l’incapacità di
consapevolezza delle proprie criticità cognitive, emotive, educative, comportamentali ovvero di
apprendimento dagli errori compiuti ha prodotto effetti gravissimi sulle minori, che il prolungato sostegno
di figure istituzionali, ha potuto attenuare con lenta progressività. Nel caso in esame, l’assenza di
consapevolezza dei bisogni di entrambe le figlie, del resto, si è manifestata in tutte le aree di accudimento,
materiale e psicologico, sicché il legame affettivo, che pure sussiste, è del tutto insufficiente a supportare le
minori nella crescita, perché privo di capacità di trasferire sui medesimi contenuti educativi, propositivi,
rafforzativi, protettivi e, soprattutto, riparativi di cui gli stessi appellanti non hanno conoscenza, né
consapevolezza. Del resto, il CTU, all’esito degli accertamenti effettuati formula le seguenti conclusioni
diagnostiche: “non si ritiene che, allo stato, sia possibile una evoluzione positiva delle capacità di
accudimento, in relazione alle concrete esigenze educative delle minori, almeno per quanto riguarda la
sig.ra N.S.. Ciò anche tenendo presente che la periziata non si è mai sottoposta, finora, ad un effettivo
percorso di sostegno e potenziamento delle competenze genitoriali, verso il quale nutre sentimenti di
diffidenza, sfiducia e resistenza, esito della difficoltà a rivedere, in maniera critica e consapevole, le sue
responsabilità nell’attuale vicenda familiare”. Dall’accertamento peritale espletato è emerso che i genitori
non solo non sono stati in grado di percepire i bisogni sempre più crescenti della minore nello sviluppo né di
porsi come idonea figura di riferimento ma costituiscono essi stessi, con la loro condotta conseguente alle
rispettive criticità, in nulla mutate poiché mai percepite quali causa delle difficoltà manifestate nella minore
fonte di grave pregiudizio per l’evoluzione psichica della medesima.” (fol.10/11 della sent. imp.).
5.4.- Orbene, poiché la dichiarazione di adottabilità di un minore, costituisce una extrema ratio che si fonda
sull’accertamento dell’irreversibile non recuperabilità della capacità genitoriale, in presenza di fatti gravi,
indicativi in modo certo dello stato di abbandono, morale e materiale, a norma della L. n. 183 del 1984, art.
8 che devono essere dimostrati in concreto, senza dare ingresso a giudizi sommari di incapacità genitoriale
non basati su precisi elementi di fatto (Cass. Sez. U. n. 35110/2021), la Corte di merito avrebbe dovuto,
avendo come punto di riferimento il superiore interesse della minore, esporre con maggiore puntualità le
circostanze di fatto assunte a metro dell’inadeguatezza genitoriale e della impossibilità di utile recupero
delle stesse, così come illustrare se e che tipo di misure di sostegno erano state concretamene ed
effettivamente messe in campo al fine di sostenere la famiglia di origine ed in che misura non erano state
seguite, opportunamente utilizzando tali circostanze, unitamente agli esiti della CTU, per svolgere il
doveroso giudizio prognostico.
5.5.- Inoltre, non risulta calibrata sulle disposizioni normative in materia di abbandono e sui principi già
enunciati, e a tanto la Corte di merito dovrà provvedere in sede di rinvio, l’affermazione secondo la quale “A
fronte delle emergenze istruttorie e dei risultati dell’accertamento peritale espletato non sono sicuramente
la condizione lavorativa migliorata, o l’attuale stabilità abitativa della madre elementi tali da consentire, allo
stato, di superare le gravi carenze della genitorialità materna, giacché lo slancio di affetto verso le figlie, pur
esistente, non è da solo sufficiente ad esprimere il complesso contenuto della genitorialità, soprattutto nella
fattispecie in cui l’incapacità di consapevolezza delle proprie criticità cognitive, emotive, educative,
comportamentali ovvero di apprendimento dagli errori compiuti ha prodotto effetti gravissimi sulle minori,
che il prolungato sostegno di figure istituzionali, ha potuto attenuare con lenta progressività”. Posto che la
valutazione di inidoneità genitoriale è stata focalizzata inizialmente sulle condizioni di degrado abitativo e
poi prevalentemente sulle carenze accuditive e sull’assenza di consapevolezza delle esigenze delle minori –
alla stregua di quanto riportato in sentenza -, è evidente che la valutazione di “incapacità di consapevolezza
delle proprie criticità cognitive, etc.” risulta svolta in maniera ellittica e non comprensibile in quanto,
contestualmente, si dà conto sia di un concreto, effettivo e progressivo impegno della madre a risolvere le
problematiche lavorative, propedeutiche ad assicurare il sostegno economico della famiglia, e quelle
abitative, funzionali al superamento della situazione di degrado, sia della relazione affettiva esistente con le
figlie; inoltre, risulta resa in forma assertiva l’affermazione che l’incapacità di consapevolezza “ha prodotto
effetti gravissimi sulle minori”, poiché nel corpo della sentenza nulla è concretamente specificato in ordine a
ciò, mentre, di contro, la minore F., viene descritta come una bambina loquace e sociale, di buone capacità
interattive ed affezionata alla sorella A., nonostante non abbiano da tempo convissuto, pur dovendosi
riscontrare una lacuna, già segnalata, circa la consistenza e l’atteggiarsi del rapporto madre-figlia che è stato
affrontato in sentenza.
5.5.- Va aggiunto che, come rilevato dalla ricorrente, nulla è stato disposto per verificare la possibilità di un
supporto nell’ambito parentale; anzi, è stato affermato che non vi era una rete familiare, senza che risulti
essere stata presa in esame la richiesta di ascolto dei germani della madre, da questa formulata, o che siano
state illustrare le ragioni che omissione abbiano motivato.
5.6.- Infine, sotto nessun profilo è stata considerata la possibilità di accedere alla cd. adozione mite,
nonostante vi sia stata un’espressa richiesta.
6.- In conclusione, decidendo sul ricorso, N.A. (nata il (Omissis)) va dichiarata non adottabile per il
raggiungimento della maggiore età e la sentenza va cassata senza rinvio per riguarda detta posizione, con
caducazione dei connessi provvedimenti de potestate adottati nel corso del giudizio.
Va, invece, accolto il ricorso per la posizione della minore B.F. (nata il (Omissis)), in relazione alla quale la
sentenza va cassata e rinviata alla Corte di appello di Napoli in diversa composizione per l’applicazione degli
anzidetti principi e per la statuizione sulle spese del presente giudizio.
Oscuramento dei dati personali in caso di pubblicazione della presente.
Il procedimento risulta esente dagli atti.
P.Q.M.
– Decidendo sul ricorso, dichiara non adottabile N.A. (nata il (Omissis)) per il raggiungimento della maggiore
età e cassa la sentenza senza rinvio avuto riguardo a detta posizione, con caducazione dei connessi
provvedimenti de potestate adottati nel corso del giudizio;
– Accoglie il ricorso per la posizione della minore B.F. (nata il (Omissis)), in relazione alla quale cassa la
sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Napoli in diversa composizione anche per le spese;
– Dispone che, ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi, in
caso di diffusione del presente provvedimento.
Così deciso in Roma, il 20 settembre 2023.
Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2023

Data la gravità del quadro clinico, l’ads può imporre l’inserimento in struttura.

Tribunale di Genova, Giudice
N. R.G. ____/2016 AMMINISTRAZIONI DI SOSTEGNO
TRIBUNALE ORDINARIO di GENOVA
UFFICIO DEL GIUDICE TUTELARE
DECRETO
Il Giudice Tutelare
Visti gli atti dell’Amministrazione di Sostegno nr. r.g. ___/2016;
Esaminata la relazione depositata dal ctu Prof. Gabriele Rocca in data 20 gennaio 2023;
Sentito l’ADS avv. _______ all’udienza in data 30 gennaio 2023 e preso atto della istanza formulata
di estensione dei poteri di rappresentanza per la prestazione del consenso, in sostituzione del
beneficiario, al suo ingresso in una struttura;
Esaminata la documentazione medica in atti;
Rilevato che il sig. _______ da anni risulta affetto da “sindrome bipolare cronica in soggetto con
storia clinica dii abuso di sostanze e tratti di personalità afferenti al cluster B (borderline e
antisociale)”;
Rilevato che, come risulta anche dalla relazione dell’Ospedale San Martino di Genova in atti, a
far data dal 22 novembre 2022 il beneficiario si trova ricoverato nel reparto di SPDC dell’Ospedale
San Martino all’esito di un TSO, effettuato in seguito ad un intervento per l’ennesima aggressione
nei confronti madre.
Rilevato che il beneficiario risulta essere seguito da anni dal CSM di Struppa e che negli anni
risultano numerosi ricoveri uniti ad esperienze comunitarie, senza benefici; in particolare, da
agosto 2022 si sono susseguiti cinque ricoveri coatti in SPDC, tutti giustificati da episodi di
agitazione psicomotoria con aggressività eterodiretta, specie nei confronti della madre e degli altri
familiari, spesso a causa di abuso di alcool e di sostanze.
Rilevato che nella perizia del Prof. Rocca viene confermata la diagnosi clinica sopra indicata;
Rilevato che secondo la valutazione del medesimo CTU” I riscontri storico anamnestici e gli
accertamenti clinici svolti sul periziando consentono di individuare un’alternanza fasica tra lunghi momenti
depressivi con aggravio della dipendenza da sostanze e momenti di eccitazione che rimandano a
manifestazioni maniacali. Il quadro psico comportamentale è reso ancora più problematico dalla presenza in
commorbilità di tratti di personalità riconducibili al cluster B (borderline e antisociale). “
Rilevato che il CTU ha dato atto del peggioramento complessivo della situazione clinica del
paziente nel corso degli anni, con ripercussioni negative sulla sua vita sociale relazione;
Rilevato che dalla documentazione in atti emerge altresì la problematica della convivenza
altamente conflittuale con la madre, frutto dello stato patologico del _____ (paziente), situazione
sfociata in numerosi episodi di aggressività verbale e fisica nei confronti della genitrice;
Rilevato che il beneficiario risulta oppositivo rispetto ad un ingresso in struttura psichiatrica;
Rilevato che, anche secondo quanto relaziono dall’Ospedale San Martino, appare opportuno che il
_____ (paziente) inizi un percorso di dimissione protetta presso una struttura psichiatrica;
Rilevato che si legge nella relazione tecnica sopra richiamata che “nessun dubbio puo’ sussistere sulla
configurabilità del descritto quadro nei termini di “infermità psichica” , trattandosi di una condizione
clinica con ripercussioni significative sotto il profilo cognitivo e comportamentale. (..) lo stesso dimostra
scarsi spazi di funzionamento individuale in quanto il citato quadro psicopatologico limita il corretto
investimento della competenza economico contabile, della capacità di gestione amministrativa ed anche della
capacità di provvedere in autonomia alla cura della propria persona. La componente tossicofilica, poi,
compromette le capacità di gestione del quotidiano, in quanto rende probabile la ricaduta nelle sostanze e
dunque la possibilità che il paziente riesca a gestirsi in autonomia. Infine, la scarsa critica dei limiti sottesi ai
propri disturbi ne compromette la capacità di autodeterminarsi in modo consapevole circa la gestione
sanitaria. Per tali ragioni e al fine di garantire la massima protezione del paziente è opportuno proseguire
l’affiancamento dell’attuale ads con estensione della rappresentanza anche alla gestione del bene salute e in
merito al luogo in cui vivere.”
Rilevato che alla luce del gravissimo quadro psichiatrico quale emerge dalle valutazioni del perito
nominato appare opportuno che i poteri dell’Amministratore di Sostegno siano ampliati fino a
ricomprendere la prestazione del consenso informato rispetto alle cure e agli altri aspetti sanitari e
alla decisione in relazione al luogo dove vivere, aspetti in relazione ai quali il _____ (paziente) non
risulta in grado di determinarsi;
Ritenuto pertanto che debba autorizzarsi in sua vece l’Amministratore di Sostegno a prestare in
nome e per conto del beneficiario ex art. 405 c. 5 nr. 3 il consenso all’inserimento presso una
struttura psichiatrica e il consenso, ove necessario alle cure e agli altri aspetti sanitari;
Ritenuto di prevedere che, nel trasferimento presso la struttura individuata, l’Amministratore di
Sostegno possa avvalersi della collaborazione e dell’ausilio degli operatori dei servizi socio
assistenziali e sanitari (e, unicamente in caso di gravissima necessità, della forza pubblica) per i fini
di cui al presente decreto, sempre salvo il rispetto della dignità e della libertà personale del
beneficiario;
PQM
Visti gli artt. 410 c.c. e 405 c.c.
– deferisce all’Amministratore di Sostegno il potere di prestare in nome e per conto del beneficiario
ex art. 405 c. 5 nr. 3 il consenso all’inserimento presso una struttura psichiatrica individuata dallo
stesso Amministratore di Sostegno;
-dispone che l’Amministratore di Sostegno possa avvalersi della collaborazione e dell’ausilio degli
operatori dei servizi socio assistenziali e sanitari (e, unicamente in caso di gravissima necessità,
della forza pubblica) per i fini di cui al presente decreto, sempre salvo il rispetto della dignità e
della libertà personale del beneficiario;
Efficacia immediata
Genova, 27 gennaio 2024
IL GIUDICE TUTELARE
Dr. ssa Anna Bertini

La coabitazione non è sufficiente a provare la riconciliazione tra coniugi separati

Corte di Appello di Palermo, sentenza 5 marzo 2024 n. 358
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
La Corte d’Appello di Palermo, ### composta da: 1) ### 2) ### 3)
### rel. ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nella causa civile iscritta al n…. 2021 R.G., promossa in grado di
appello DA ### nata a ### il ###, c.f. ###, rappresentata e difesa dall’avv. ### – appellante –
CONTRO
### nato a ### il ###, c.f. ###, rappresentato e difeso dagli Avv.ti ### e ### -appellato
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza n. ###/2021 il Tribunale di Sciacca, all’esito del giudizio a cognizione piena promosso
da ### in seguito al ricorso in opposizione all’esecuzione proposto da ### riteneva l’avvenuta
riconciliazione dei predetti coniugi negli anni compresi tra il 2011 ed il 2015 e quindi la definitiva
caducazione del decreto di omologa della separazione coniugale del 28.03.2011, titolo della
procedura esecutiva opposta.
La soccombente ha interposto appello. ###, costituitosi, ha chiesto il rigetto del gravame.
Precisate le conclusioni con il deposito di note scritte, la causa, all’esito della trattazione del 7 luglio
2023, è stata assunta in decisione con la concessione dei termini e### art. 190 c.p.c.
MOTIVAZIONE
Con il primo motivo, l’appellante censura la sentenza per non avere il primo Giudice accolto
l’eccezione di inammissibilità dell’opposizione per inosservanza delle prescrizioni dell’art. 615 c.p.c.
sull’instaurazione del giudizio.
Il rilievo non merita di essere condiviso, dal momento che le omissioni denunciate dall’appellante
non hanno impedito la regolare instaurazione del contraddittorio e il regolare svolgimento del
processo (per una visione sostanzialistica della problematica, vds. Cass. 27162/2006).
Con il secondo motivo si lamenta che sia stata data per dimostrata la riconciliazione dei coniugi, con
conseguente caducazione del titolo del credito fatto valere da ### costituito dal decreto di
omologazione della separazione consensuale.
Il motivo è fondato.
Per l’art. 157 c.c., i coniugi possono far cessare gli effetti della sentenza di separazione con una
espressa dichiarazione o con un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di
separazione.
Esclusa nella specie la dichiarazione espressa, osserva la Corte che gli elementi sintomatici
valorizzati dal primo Giudice (coabitazione, comune partecipazione a eventi ludici o festivi) sono
ben lontani dal dare la prova del “ripristino della comunione di vita e d’intenti” (Cass. 17596/2023)
e della “reale e concreta ripresa delle relazioni materiali e spirituali” (Cass. 27963/2022) postulate
dalla legge.
Ne costituisce conferma quanto documentato da parte appellante a proposito del recente passaggio
in giudicato della sentenza dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio, a suo
tempo pronunciata da altra sezione di questa Corte sull’argomentato presupposto dell’insussistenza
di alcuna pregressa riconciliazione dei coniugi.
La sentenza appellata deve, dunque, essere riformata nel senso del rigetto dell’opposizione
all’esecuzione.
Le spese dei giudizi di primo e di secondo grado seguono la soccombenza e si liquidano come in
dispositivo.
P.Q.M.
La Corte di Appello di Palermo, ### nel contraddittorio delle parti, in
riforma della sentenza del Tribunale di Sciacca n. ###/2021, appellata da ### rigetta l’opposizione
all’esecuzione proposta da ### condanna ### a rifondere a ### le spese del primo grado del giudizio,
che liquida in complessivi € 5.077,00, oltre al rimborso forfettario delle spese generali, CPA e ###
condanna ### a rifondere a ### le spese del presente giudizio, che liquida in complessivi € 3.966,00,
oltre al rimborso forfettario delle spese generali, CPA e ###

Chiesti gli alimenti, è inammissibile la domanda di mantenimento

Cass. Civ. Sez. I, sent. 30 gennaio 2024, n. 2710
Fatti di causa
1.- Con atto di citazione ritualmente notificato, P. G. (n. 15/10/1966) convenne in giudizio, dinanzi
al Tribunale di Roma, i genitori P. GI. (n. nel OMISSIS) e S. M. (n. nel OMISSIS) affinché, accertato e
dichiarato il suo stato di bisogno e la sua impossibilità di provvedere al proprio mantenimento,
questi venissero condannati a corrispondergli a titolo di alimenti la somma di euro 1.200,00= o
quella maggiore o minore ritenuta di giustizia, purché superiore all’importo di euro 700,00=
mensili già dagli stessi corrisposto spontaneamente. Chiese, inoltre, che venisse ordinato alla
madre, che gli aveva concesso in comodato gratuito l’abitazione nella quale egli viveva con il
proprio nucleo familiare composto da moglie e figlio, di autorizzare il trasferimento della propria
residenza nell’abitazione.
I convenuti P. GI. e S. M. chiesero preliminarmente di dichiarare l’inammissibilità delle domande, in
quanto già respinte: con decreto n. 9345/2006 e con sentenza n. 21407/2013; nel merito chiesero,
in via principale, il rigetto della domanda e la condanna della controparte per lite temeraria; in via
riconvenzionale, chiesero che fosse dichiarato non dovuto, da parte loro, alcun contributo poiché il
figlio aveva dichiarato nei precedenti giudizi di lavorare saltuariamente, e confermato l’importo già
dagli stessi versato, considerato che gli avevano messo a disposizione la casa e provvedevano a
pagare le utenze (ed altro).
Il Giudice, dichiarata la decadenza della parte attrice dalla prova testimoniale per mancata
comparizione dei testi, introitò la causa a sentenza.
Il Tribunale di Roma, con la sentenza n.1647/2020, rigettò le domande attoree; accolse la domanda
avanzata in riconvenzionale dalle parti convenute e stabilì in euro 700,00= mensili la somma
dovuta dal padre in favore del figlio a titolo di alimenti, dichiarando compensate per metà, tra le
parti, le spese del giudizio.
L’appello proposto da P. G. è stato rigettato dalla Corte di appello di Roma, con condanna alla
parziale rifusione delle spese di giudizio.
P. G. ha proposto ricorso con due mezzi, chiedendo la cassazione della sentenza in epigrafe
indicata. P. GI. e S. M. hanno replicato con controricorso.
È stata disposta la trattazione in pubblica udienza.
Il P.G. si è riportato alle conclusioni scritte con cui ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso o, in
subordine, il rigetto.
I difensori delle parti costituite hanno confermato le conclusioni rassegnate nei rispettivi atti.
Ragioni della decisione
2.1. – Con il primo motivo si denuncia la nullità della sentenza o del procedimento per violazione
dell’art. 345 c.p.c. in materia di domande ed eccezioni nuove nel giudizio di appello, ai sensi
dell’art. 360 n. 4 c.p.c.
Secondo il ricorrente, la Corte di Appello di Roma erroneamente avrebbe dichiarato inammissibili
le domande del ricorrente volte ad ottenere la condanna di S. M. a far eseguire lavori di
riparazione dell’immobile concessogli in comodato d’uso e a consentirgli di indicare la sua
residenza nell’immobile in questione, in quanto sarebbero state formulate dal ricorrente, per la
prima volta, nel giudizio di appello.
2.2.- Il primo motivo è in parte infondato ed in parte inammissibile.
2.3.- Il motivo difetta di autosufficienza, poiché il ricorrente avrebbe dovuto indicare, a fronte della
espressa statuizione nella sentenza di appello circa la novità delle suddette domande, in quale atto
del giudizio di primo grado tali domande, nella loro esatta consistenza, erano state svolte, per
consentire alla Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione (Cass. n. 23420/2011).
2.4.- Va aggiunto, sia pure per la sola domanda di autorizzazione al trasferimento della residenza –
che la stessa sentenza appellata (fol. 2, righe 3-6) afferma essere stata proposta in primo grado
(salvo poi a considerarla nuova e tardiva) – che essa, come condivisibilmente osservato dal P.G., si
presenta ictu oculi infondata e tale infondatezza può essere affermata anche in questa sede (Cass.
n. 21272/2015), non essendo necessari accertamenti in fatto, al riguardo.
Appare, infatti, evidente che il trasferimento della residenza in un determinato immobile, nel quale
il richiedente è autorizzato dal proprietario a dimorare abitualmente, non può essere oggetto né di
consenso, né di dissenso da parte di quest’ultimo. Il riconoscimento della residenza in un
determinato luogo, infatti, dipende esclusivamente dalla ricorrenza delle condizioni fattuali di cui
all’art. 43, comma 2, c.c. ed è oggetto di un apposito procedimento amministrativo di
accertamento regolato dalla l. 24.12.1954, n. 1228 e dal d.p.r. 30.5.1989, n. 223, rispetto al quale il
consenso del proprietario non è rilevante. La domanda di condanna del proprietario alla
prestazione del consenso al trasferimento della residenza anagrafica è carente, pertanto, di quella
condizione dell’azione che va sotto il nome di possibilità giuridica.
3.1- Con il secondo motivo si denuncia l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è
stato oggetto di discussione tra le parti.
La censura concerne la statuizione con cui la Corte di appello ha affermato che «deve ritenersi che
l’importo dell’assegno alimentare riconosciuto dal Tribunale sia del tutto adeguato a sopperire alle
esigenze personali di vita dell’appellante, in ragione dell’assenza di spese abitative (delle quali si
fanno carico le controparti) e della percezione della pensione di invalidità; esso non appare
eccessivo, tenuto conto della perdita del potere d’acquisto subito nel tempo dall’importo
continuativamente versato dai genitori e delle disponibilità economiche di questi ultimi».
Il ricorrente si duole che la Corte di merito non abbia tenuto conto dell’irrisorietà della pensione di
invalidità, ammontante ad euro 299,00 – ed ha dedotto l’insufficienza del complessivo importo di
euro 1.000,00 – a garantire una vita dignitosa a lui ed alla sua famiglia.
Deduce che il proprio nucleo familiare è composto dalla moglie L. C., priva di occupazione e affetta
da stato ansioso depressivo e gastrite recidivante, e dal figlio, soggetto con problemi di disturbo
dell’umore, ovvero depressione a marcata componente ansiosa e ossessivo fobica. Riferisce di
essere affetto lui stesso da disturbo bipolare di tipo I, diagnosticatogli all’età di venti anni, con
diversi ricoveri ospedalieri in regime di T.S.O., in ragione del quale gli è stata riconosciuta la
inabilità al lavoro al 100% e la pensione di invalidità.
Invoca l’applicazione del principio secondo il quale la posizione dei figli maggiorenni portatori di
handicap grave è equiparata a quella dei figli minori ex art. 337-septies c.c.
Deduce, inoltre di avere chiesto la verifica della reale situazione reddituale di P. GI., elemento
ritenuto rilevante ai fini della corretta determinazione dell’assegno di mantenimento in suo favore,
per il quale ha proposto domanda di incremento.
3.2.- Il secondo motivo è inammissibile perché non considera e non censura che la complessiva
ratio decidendi.
3.3.- La sentenza impugnata ha affermato «nel merito, come è noto, presupposto per il
riconoscimento del diritto agli alimenti è lo stato di bisogno del beneficiario che si realizza quando
questi non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento (art. 438 c.c.). Gli alimenti devono
essere determinati in proporzione dello stato di bisogno del richiedente e delle condizioni
economiche dell’onerato, dovendo essere la loro misura circoscritta a quanto necessario per la vita
dell’alimentando (art. 438 c.c.). Ai sensi dell’art. 433 c.c., in mancanza di coniuge e figli, i genitori
sono tenuti all’obbligo di prestare alimenti a favore dei figli. Condizione dell’azione alimentare
proposta contro persone obbligate in un grado determinato è, pertanto, la mancanza di obbligati di
grado anteriore o la loro incapacità di prestare gli alimenti; inoltre, se più persone sono obbligate
nello stesso grado, può essere accolta l’azione proposta contro solo alcuni di essi nel caso in cui gli
altri risultino incapaci di sostenere la prestazione alimentare. Anche se non è necessario che tutti
gli obbligati incapaci economicamente siano presenti nel giudizio, grava sempre sull’alimentando
l’onere della prova delle suddette circostanze, sia pure nei confronti dei soli chiamati in giudizio,
quale presupposto per l’accoglimento di una domanda volta ad ottenere gli alimenti da obbligati in
un grado ulteriore o da una parte sola dei coobbligati nello stesso grado, tra i quali la prestazione
dovrebbe essere ripartita».
Invero, il ricorrente, unico originario attore, non tiene in conto e non censura la complessiva
decisione che ha riconosciuto gli alimenti in suo favore e ha escluso di dover considerare le
esigenze della moglie e del figlio (maggiorenne), precisando che questi, avrebbero dovuto
autonomamente agire secondo le loro proprie legittimazioni rispetto ai loro obbligati, secondo
l’ordine previsto dall’art.433 c.c. e, in relazione a questa perimetrazione della domanda, ha
proceduto alla comparazione delle condizioni economiche, con motivazione sicuramente
sufficiente.
3.4.- Quanto alla prospettazione di un titolo al mantenimento in qualità di figlio maggiorenne
handicappato, svolta da P. G. con riferimento a sé medesimo, va osservato che la questione è di
nuova introduzione in quanto non assistita dalla dovuta specificità; non è stata articolata come
violazione di legge – atteso che il motivo è svolto come omessa motivazione – e sembra piuttosto
volta a sollecitare una maggiore quantificazione dell’assegno rispetto all’importo riconosciuto,
inammissibile in sede di legittimità.
3.5.- Va aggiunto che il motivo, così come formulato, introduce surrettiziamente un inammissibile
ampliamento della domanda originaria.
L’ assegno di natura alimentare non può essere equiparato all’assegno di mantenimento per i figli,
essendo diverse sia la natura e sia le finalità proprie dei due tipi di assegno, solo in minima parte
potendo coincidere le due provvidenze. Invero, l’assegno di mantenimento può comprende anche
la quota alimentare e non presuppone necessariamente lo stato di bisogno, su cui il ricorrente
ampiamente ha insistito, dimostrando di avere qualificato la domanda originaria proprio come
domanda per alimenti, così come ritenuto dai giudici di merito in primo e secondo grado.
In ogni caso, la domanda di assegno alimentare costituisce, comunque, un minus rispetto alla
domanda di riconoscimento di un assegno di mantenimento per il figlio maggiorenne portatore di
handicap grave e richiede la ricorrenza di un più stringente presupposto, costituito dallo stato di
bisogno.
3.6.- Ne consegue che la domanda di mantenimento, ove venga formulata per la prima volta in
appello in un giudizio alimentare promosso ex art.433 c.c., diversamente che nel caso inverso, è
inammissibile e va qualificata come domanda nuova ai sensi dell’art. 345 c.p.c., atteso che la
diversa natura degli interessi ad essa sottesi comporterebbe un ampliamento della materia
giustiziabile incompatibile con il rispetto dei principi del contraddittorio, del diritto di difesa e del
giusto processo.
Questo principio non induce alcun contrasto con il principio di ammissibilità affermato da questa
Corte in relazione all’opposta fattispecie in cui, proposta in primo grado la domanda di assegno di
mantenimento, la stessa venga rimodulata “al ribasso” come domanda di alimenti in secondo
grado (Cass. n. 27768/2022; Cass. n. 27695/2017).
4.- In conclusione, il ricorso va rigettato.
I profili sostanziali sottostanti e la particolare situazione di tutte le parti induce alla compensazione
delle spese del giudizio di legittimità.
Va disposto che in caso di diffusione della presente sentenza siano omesse le generalità delle parti
e dei soggetti in essa menzionati, a norma del d.lgs. n. 196 del 2003, art. 52.
Raddoppio del contributo unificato, ove dovuto.
P.Q.M.
– Rigetta il ricorso;
– Compensa le spese del giudizio di legittimità tra le parti;
– Dispone che in caso di diffusione della presente sentenza siano omesse le generalità delle parti e
dei soggetti in essa menzionati, a norma del d.lgs. n. 196 del 2003, art. 52;
– Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei
presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo
unificato pari a quello relativo al ricorso, se dovuto.

Legittimazione ad agire per richiedere l’assegno di mantenimento in favore della figlia maggiorenne

Cass. Civ., Sez. I, ord. 18 marzo 2024, n. 7162 – Pres. Genovese, Cons. Rel. Reggiani
CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
ha pronunciato la seguente
ORDINANZA
sul ricorso n. …/2022
promosso da
A.A., elettivamente domiciliato in Ragusa, …, presso lo studio dell’avv. …che lo rappresenta e
difende in virtù di procura speciale in calce al ricorso;
– ricorrente –
contro
B.B., elettivamente domiciliata in Roma, piazza Adriana 11, presso lo studio dell’avv. …e dell’avv…,
che la rappresentano e difendono in virtù di procura speciale in calce al controricorso;
– controricorrente –
avverso la sentenza della Corte d’appello di Catania n. …/2022, pubblicata il 07/06/2022;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 06/10/2023 dal Consigliere
ELEONORA REGGIANI;
letti gli atti del procedimento in epigrafe;
Svolgimento del processo
Con sentenza n. 1235/2022, pubblicata il 07/06/2022, la Corte di appello di Catania, a seguito di
cassazione con rinvio di precedente sentenza (Cass., Sez. 1, Ordinanza n. 18135 del 10/07/2018),
risolte alcune questioni pregiudiziali, statuiva sulle residue domande formulate nel giudizio di
divorzio di A.A. e B.B., i quali, coniugati dal 1985, avevano avuto due figli – la prima, C.C., nata nel
1985, e il secondo, D.D., nato nel 1988.
In particolare, la Corte d’appello ha statuito come segue: “Rigetta la domanda di attribuzione della
metà delle quote della Elettrica Srl e del patrimonio immobiliare e mobiliare del A.A. proposta ex
art. 177 c.c. dalla B.B.; Pone a carico del A.A. l’obbligo di corrispondere un assegno di divorzio in
favore della B.B. di euro 5.000,00 mensili, con la decorrenza stabilita in motivazione, da rivalutarsi
annualmente secondo gli indici Istat; Pone a carico del A.A. l’obbligo di corrispondere alla B.B. un
assegno di euro 5.000,00 mensili, da rivalutarsi annualmente secondo gli indici Istat, a titolo di
mantenimento della figlia C.C., limitatamente al periodo che va dalla data della domanda sino al
dicembre 2009; Dichiara inammissibile ogni altra domanda; Compensa integralmente tra le parti le
spese del giudizio di secondo grado, ivi comprese quelle della fase cautelare, del giudizio di
cassazione e di questo grado del procedimento, e pone definitivamente a carico di A.A. le spese ed
i compensi di CTU già liquidati nella misura di euro 12.484,96.”
Avverso tale statuizione A.A. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a sei motivi di
impugnazione.
L’intimata si è difesa con controricorso.
Il ricorrente ha depositato memoria difensiva.
Motivi della decisione
Con il primo motivo di ricorso è dedotta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 5, comma 6, l.
n. 898 del 1970 e degli artt. 2, 3, e 29 Cost., in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c., con riferimento
al giudizio prognostico, asseritamente erroneo della Corte d’appello, circa la capacità della
richiedente l’assegno divorzile di procurarsi i mezzi adeguati, poiché – in considerazione del
revirement giurisprudenziale in tema di assegno divorzile, ed in forza del valorizzato principio di
autoresponsabilità, ai fini della valutazione circa la possibilità di inserimento nel mondo del lavoro
del coniuge richiedente l’assegno (nell’ottica del giudizio circa l’an e il quantum dell’assegno
divorzile) – la Corte territoriale avrebbe dovuto tenere conto della età della richiedente al momento
della presentazione della pronunzia di scioglimento del matrimonio (2006), e non già al tempo della
delibazione della sentenza, pronunciata a seguito di cassazione con rinvio (2022).
Con il secondo motivo di ricorso è dedotta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 5, comma 6,
l. n. 898 del 1970 e degli artt. 2, 3, e 29 Cost., in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c., con
riferimento all’omesso utilizzo da parte della Corte d’Appello del “parametro delle eventuali
aspettative professionali ed economiche sacrificate” dalla richiedente l’assegno divorzile, ai fini del
giudizio circa l’an e il quantum dell’assegno, in considerazione della funzione perequativo-
compensativa che l’assegno pure contiene.
Con il terzo motivo di ricorso di ricorso è dedotta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 5,
comma 6, l. n. 898 del 1970 e degli artt. 2, 3, e 29 Cost., in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c.,
per avere la Corte d’appello omesso di utilizzare il “parametro dell’eventuale contributo personale
e/o economico” reso dalla richiedente l’assegno divorzile alla formazione dell’altrui patrimonio o a
quello comune, ancora nell’ottica del giudizio circa l’an e il quantum dell’assegno divorzile con
riguardo all’anzidetta funzione perequativo-compensativa dell’assegno.
Con il quarto motivo di ricorso di ricorso è dedotta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 5,
comma 6, l. n. 898 del 1970 e degli artt. 2, 3, e 29 Cost., in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c.,
per avere la Corte d’appello usato erroneamente del “parametro delle condizioni dei coniugi”,
considerando le condizioni patrimoniali del A.A. successive alla pronunzia di divorzio e non,
piuttosto, coeve alla stessa.
Con il quinto motivo di ricorso è dedotta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., in
relazione all’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c., per avere la Corte d’appello finito per esonerare, di fatto,
dal rispettivo onere di allegazione e di prova (riguardo i fatti costitutivi la pretesa) la richiedente
l’assegno divorzile, pretendendo, per converso, esclusivamente dal A.A. un assai rigoroso onere
probatorio circa la dimostrazione di fatti impeditivi e/o estintivi dell’altrui pretesa.
Con il sesto ed ultimo motivo di ricorso è dedotta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2697
c.c., in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c., circa l’onere della prova della sussistenza del diritto
al mantenimento per la figlia maggiorenne e anche l’omesso esame di fatti oggetto di discussione fra
le parti, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c., per avere la Corte territoriale: ravvisato la
sussistenza del diritto della B.B. all’assegno di mantenimento per la figlia maggiorenne, sulla base
della semplicistica considerazione che detta figlia, alla data di pronunzia del divorzio, era
convivente con la madre; e stabilito l’arco temporale di sussistenza del diritto al mantenimento
(“dalla domanda al dicembre 2009”) avuto riguardo alla sola deposizione testimoniale della figlia,
che dichiarò nel gennaio 2010 di essere andata via di casa e di lavorare, senza avere la B.B. allegato
e dimostrato quanto doveva (e cioè: a) che la figlia C.C. fosse con lei da sempre convivente; b) che la
stessa fosse da sempre priva di redditi propri; c) che la stessa non avesse costituito un proprio nucleo
familiare; d) che la medesima si fosse fattivamente adoperata per trovare un’occupazione – tanto più
che, in corso di causa, era anche emerso che la figlia maggiorenne C.C. non conviveva più con la
madre, prestava attività lavorativa già nel 2006 e oltretutto si era sposata nel 2008 (circostanze
decisive, del tutto trascurate dalla Corte d’Appello, che avevano costituito oggetto di discussione fra
le parti)-).
2. Il primo motivo di ricorso è inammissibile, risolvendosi in una critica alla valutazione in fatto
operata dal giudice di merito.
Com’è noto, infatti, è inammissibile il ricorso per cassazione che, sotto l’apparente deduzione del
vizio di violazione o falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso
esame circa un fatto decisivo per il giudizio miri, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici
operata dal giudice di merito (Cass., Sez. U, Sentenza n. 34476 del 27/12/2019; Cass., Sez. 1,
Ordinanza n. 5987 del 04/03/2021).
La Corte territoriale ha espressamente accertato la spettanza dell’assegno divorzile con funzione
esclusivamente perequativo-compensativa (“…E ciò per la funzione perequativa-compensativa
dell’assegno divorzile che, nel caso in esame, non può certo ritenersi sufficientemente compensata
dalla vendita della villetta sita in c.da Og, di cui pure deve tenersi conto, e che assorbe la funzione
assistenziale dell’assegno…”), ritenendo dovuto tale assegno per le seguenti ragioni: “…In particolare,
osserva la Corte che, nel caso in esame, è provato che, al momento della pronunzia di divorzio, vi
era un enorme squilibrio patrimoniale tra i coniugi, che non risulta, in realtà, venuto meno neppure
nel tempo occorso al processo. … Va, poi, osservato che il matrimonio è stato contratto nel 1985, e
sono stati generati due figli ormai ampiamente maggiorenni; la moglie, nata nel 1957, non risulta
aver mai lavorato durante il lungo matrimonio, per essersi esclusivamente dedicata alla famiglia
crescendo i due figli, e non ha alcuna qualifica professionale, sicché è da escludere che possa trovare
un qualsivoglia inserimento nel mondo del lavoro. Alla luce di tali numerosi elementi di fatto,
desumibili dai documenti in atti già allegati nei precedenti gradi del procedimento e implementati
in questo grado del giudizio, ed univoci, precisi e concordanti, – e, segnatamente, tenuto conto
dell’enorme divario patrimoniale e dell’altrettanto rilevante divario reddituale tra le parti, del fatto
che la raggiunta età della B.B. ed il fatto che ella sia sempre stata casalinga rende del tutto
inverosimile la possibilità per la stessa di recuperare il pregiudizio, professionale ed economico
derivante dagli obblighi di cura e dalla responsabilità derivanti dalla costituzione del nucleo
familiare, cui la stessa sia sempre dedicata durante il matrimonio, – sussistono certamente i
presupposti per l’attribuzione di un assegno di divorzio in favore della B.B.”
È pertanto evidente che il riferimento, nella motivazione giudiziale, all’età della donna è fatto in un
contesto valutativo in cui sono considerati vari elementi di giudizio che hanno indotto a ritenere che
la stessa non godesse di mezzi adeguati e che non fosse in grado di procurarseli, sulla base di una
valutazione che si fonda su elementi di giudizio rimasti immutati nel tempo.
La censura si sostanzia, dunque, in una critica della valutazione in fatto operata dal giudice di
merito, come tale insindacabile in questa sede.
3. Anche il secondo motivo è inammissibile poiché la ricorrente lamenta la mancata considerazione
da parte della Corte d’appello del “parametro delle eventuali aspettative professionali ed
economiche sacrificate” dalla richiedente l’assegno divorzile, senza tuttavia evidenziare se e quali
fossero tali aspettative, né deducendo di averle evidenziate nei precedenti gradi di merito,
risolvendosi la censura in una critica generica in violazione dell’art. 366, comma 1, n. 4, c.p.c.
Peraltro, il motivo non risulta avere colto la ratio della decisione, rivelandosi inammissibile anche
per questo motivo, tenuto conto che, come emerso dall’esame del precedente, la Corte d’appello ha
proprio evidenziato che la donna non aveva mai lavorato e non aveva alcuna qualifica professionale,
essendosi l’attribuzione dell’assegno incentrata proprio sul fatto che si era dedicata per tutto il tempo
del matrimonio esclusivamente alla famiglia.
4. Anche il terzo motivo di ricorso è inammissibile, tenuto conto che la censura non coglie quanto
posto a fondamento della decisione, che è incentrata proprio sul contributo personale dato dalla
donna alla famiglia (pp. 22-24 della sentenza impugnata).
Nell’illustrare il motivo, inoltre, il ricorrente ha richiamato altri aspetti della decisione, relativi alla
stima del proprio patrimonio, che attingono al merito della valutazione in fatto e, pertanto, non
possono essere esaminate.
5. Il quarto motivo di ricorso è infondato.
Dalla lettura della sentenza impugnata si evince chiaramente che, contrariamente a quanto dedotto
dal ricorrente, la Corte territoriale ha esaminato le condizioni patrimoniali e reddituali delle parti al
momento della pronuncia di divorzio, evidenziandone i mutamenti nel corso degli anni, optando
per una determinazione della misura dell’assegno senza adeguamenti nel tempo (pp. 22-25 della
sentenza impugnata).
Nell’illustrare il motivo, il ricorrente ha, in aggiunta, effettuato censure che attengono al merito delle
valutazioni in fatto operate dal giudice, come tali inammissibili in sede di legittimità.
6. Il quinto motivo di ricorso è pur’esso inammissibile.
Secondo il ricorrente, B.B. non ha allegato e non ha dimostrato i fatti costitutivi della domanda di
attribuzione dell’assegno divorzile e, in particolare, non ha allegato e non ha provato: a) di essere
priva di mezzi adeguati; b) di essere nell’impossibilità oggettiva di procurarseli; c) di aver contributo
alla formazione del patrimonio comune e personale dell’ex coniuge.
Dalla lettura della sentenza impugnata, tuttavia, si evince che il giudice ha esaminato le risultanze
processuali, ritenendo provati entrambi i presupposti, risolvendosi pertanto la censura in una –
peraltro generica – contestazione delle valutazioni in fatto operate dal giudice di merito.
7. Il sesto motivo è anch’esso inammissibile, con riferimento a entrambi i profili censurati.
7.1. Occorre precisare che, nel precedente giudizio di legittimità, in accoglimento del terzo motivo
di ricorso incidentale (violazione dell’art. 110 e dell’art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 5 l. n. 898 del
1970 e all’art. 155 quinquies c.c. e all’art. 2697 c.c., con riferimento all’art. 360 n. 4 c.p.c., per avere la
Corte territoriale erroneamente ritenuto sussistenti presupposti per l’attribuzione dell’assegno
divorzile e di un assegno di mantenimento in favore della figlia), questa S.C. ha cassato la precedente
pronuncia della Corte d’appello, riferita al contributo al mantenimento della figlia C.C. per le
seguenti ragioni: “25. La Corte di appello, nel rideterminare l’assegno divorzile vi ha incluso una
quota, di 5.000 euro, destinata al mantenimento della figlia C.C. Se si fa riferimento alle condizioni
della domanda di divorzio recepite dalla sentenza del Tribunale di Ragusa si può constatare che era
prevista la corresponsione di un assegno mensile di 1.500 euro a titolo di mantenimento della sig.ra
B.B. e dei figli e che tale corresponsione sarebbe rimasta ferma anche se nel futuro i figli avessero
percepito autonomamente dei redditi. La Corte di appello ha sostanzialmente confermato nell’an
questa previsione pervenendo, in considerazione dell’accertamento delle reali condizioni
economiche del padre, ad incrementare la somma destinata al mantenimento della figlia senza
peraltro accertare, con riguardo agli effetti della revocazione della sentenza di primo grado, se
effettivamente sussistessero le condizioni per l’attribuzione di una quota dell’assegno divorzile
spettante alla sig.ra B.B. al mantenimento della figlia e ciò sia in relazione alla effettiva convivenza
della figlia con la madre, che in relazione all’età di C.C. (attualmente di 32 anni) e alla sua situazione
economica personale da valutare anche in rapporto all’effettivo conseguimento di un livello di
competenza professionale e tecnica, all’impegno rivolto verso la ricerca di un’occupazione lavorativa
e alla complessiva condotta personale tenuta dal momento del raggiungimento della maggiore età
(cfr. Cass. civ., sez. 1, n. 12952 del 22 giugno 2016 e Cass. civ. sez. VI-1 n. 5088 del 5 marzo 2018)”
Nella sentenza in questa sede impugnata si legge quanto segue: “”Il capo di domanda con cui la B.B.
ha chiesto condannarsi il A.A. al pagamento in suo favore dell’assegno di mantenimento in favore
della figlia maggiorenne, ad avviso della Corte, alla luce dei principi di diritto affermati nella
sentenza n. 18135/2018 del S.C., vincolanti per il Giudice di rinvio, è solo parzialmente fondato e va
accolto nei termini di cui infra. Va, invero, osservato che, nel caso in esame, pur essendo pacifico tra
le parti che la figlia al momento del deposito del divorzio congiunto conviveva con la madre,
tuttavia, dalla deposizione testimoniate resa dalla figlia dei coniugi in lite, C.C., nata nel 1985,
innanzi a questa Corte all’udienza del 21/1/2010, emerge che la predetta figlia, all’epoca ampiamente
maggiorenne, ha dichiarato di vivere da sola e di svolgere attività lavorativa (cfr. verbale in atti). Ne
deriva che, a far data dal gennaio del 2010, vi è la prova del venir meno della legittimazione ad agire
in capo alla madre per richiedere l’assegno di mantenimento in favore della figlia maggiorenne,
atteso che è provata la cessazione della convivenza, che, com’è noto, costituisce il presupposto della
legittimazione concorrente del genitore a richiedere il mantenimento per il figlio maggiorenne. La
domanda di assegno di mantenimento per la figlia maggiorenne va, pertanto accolta esclusivamente
per il periodo che va dalla data di proposizione del ricorso congiunto per divorzio – atteso che per
tale capo di domanda gli effetti della pronunzia retroagiscono alla data della domanda, – sino al
dicembre del 2009, epoca in cui vi è prova del venir meno della legittimazione attiva in capo alla B.B.
Per quanto attiene alla quantificazione dell’assegno per la figlia, alla luce delle condizioni
patrimoniali delle parti come supra riassunte, e tenuto conto che i figli hanno diritto al
mantenimento del tenore di vita goduto dai genitori, ritiene la Corte che l’assegno debba
quantificarsi in euro 5.000,00 mensili da rivalutarsi annualmente secondo gli indici Istat sino alla
cessazione dell’obbligo di mantenimento posto a carico del padre.”
7.2. In tale quadro, la censura è inammissibile nella parte in cui è dedotta la violazione dell’art. 2697
c.c., perché, come chiarito da questa Corte, il ricorrente per cassazione che deduca tale violazione,
per avere il giudice di merito ritenuto sussistente un fatto senza che la parte gravata dall’onere della
relativa prova l’abbia assolto, deve necessariamente evidenziare che quel fatto era stato oggetto di
contestazione e indicare se e quando, nel corso dello svolgimento processuale, detta contestazione
era stata sollevata (Cass., Sez. 2, Ordinanza n. 17474 del 04/07/2018; Cass., Sez. 3, Sentenza n. 10853
del 28/06/2012).
Nel caso di specie, il ricorso per cassazione non contiene alcuna indicazione in ordine alla
contestazione della sussistenza dei presupposti per l’erogazione dell’assegno di mantenimento della
figlia maggiorenne a decorrere dalla data in cui è stato presentato il ricorso per ottenere la pronuncia
di divorzio (che peraltro era stato proposto congiuntamente dai coniugi e prevedeva la
corresponsione di un assegno in favore della figlia), concentrandosi il ricorrente sull’allegazione,
operata in corso di causa, di fatti sopravvenuti che, secondo la parte, avrebbero inciso sulla durata
del mantenimento, anticipandone la data di cessazione.
7.3. Il motivo di ricorso e altresì inammissibile nella parte in cui è dedotta la violazione dell’art. 360,
comma 1, n. 5, c.p.c.
Questa Corte ha precisato che la decisività del fatto, il cui omesso esame costituisce un vizio della
sentenza censurabile per cassazione, deve essere, a pena di inammissibilità del motivo, chiaramente
allegata dal ricorrente, che e tenuto a rappresentare non solo quale sia il fatto specifico di cui sia
stato omesso l’esame, ma anche il rapporto di derivazione diretta tra l’omesso esame e la decisione,
a lui sfavorevole, della controversia (Sez. L, Ordinanza n. 29954 del 13/10/2022).
Nel caso di specie, il fatto della collaborazione della figlia C.C. con il padre è stato solo genericamente
riportato, senza alcuna ulteriore specificazione che potesse consentire una valutazione in termini di
rilevanza e decisività. Anche il riferimento al matrimonio contratto dalla ragazza, pur documentato
dal relativo atto dello stato civile, non si accompagna ad alcuna dettagliata allegazione e spiegazione
delle ragioni in forza delle quali tale evento assuma un carattere rilevante e decisivo, non potendo il
solo fatto del matrimonio in sé, in quanto dato puramente negoziale, costituire un elemento capace
di modificare i doveri genitoriali, in assenza di dati e circostanze dimostrative dell’effettivo distacco
dal nucleo parentale.
8. In conclusione, il ricorso deve essere respinto.
9. La particolarità della vicenda e delle questioni affrontate giustifica la compensazione delle spese
di lite.
10. In applicazione dell’art. 13, comma 1 quater, d.P.R. n. 115 del 2002, si deve dare atto della
sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore
importo a titolo di contributo unificato, pari a quello richiesto per l’impugnazione proposta, se
dovuto.
11. In caso di diffusione, devono essere omesse le generalità delle parti e dei soggetti menzionati
nella decisione, a norma dell’art. 52 D.Lgs. n. 196 del 2003.
P.Q.M.
la Corte
rigetta il ricorso;
compensa interamente tra le parti le spese di lite; dà atto, in applicazione dell’art. 13, comma 1
quater, d.P.R. n. 115 del 2002, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da
parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello richiesto per
l’impugnazione proposta, se dovuto.
dispone che, in caso di diffusione della presente ordinanza, siano omesse le generalità delle parti e
dei soggetti menzionati, a norma dell’art. 52 D.Lgs. n. 196 del 2003.
Conclusione
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Prima Sezione civile della Corte suprema di
Cassazione, il 6 ottobre 2023.
Depositato in Cancelleria il 18 marzo 2024.

Separazione. Il giudice deve valutare la malattia oncologica della richiedente

Cass. Civ., Sez. I, ord. 18 gennaio 2024 n. 1894 – Pres. Genovese, Cons. Rel. Meloni
CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
ha pronunciato la seguente
ORDINANZA
sul ricorso iscritto al n. …/2022 R.G. proposto da:
A.A., elettivamente domiciliato in ROMA VIA Ro.89, presso lo studio dell’avvocato …(Omissis)
rappresentato e difeso dall’avvocato …(Omissis)
– ricorrente –
contro
B.B., elettivamente domiciliato in ROMA VIA G.Pi., 2, presso lo studio dell’avvocato …(Omissis) che
lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato …(Omissis)
– contro ricorrente –
avverso SENTENZA di CORTE D’APPELLO ROMA n…. /2022 depositata il 09/05/2022.
Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 14/12/2023 dal Consigliere MARINA
MELONI.
Svolgimento del processo
Il Tribunale di Roma, su ricorso di A.A., con sentenza n. 8143/2020, dichiarava la separazione
personale dei coniugi A.A. e Eu.Ma., che avevano contratto matrimonio civile in Roma, in data
8/10/2011, e rigettava le rispettive domande di addebito nonché, sulla base di una CTU per la
valutazione della situazione economica delle parti (sulla richiesta della A.A. di ottenere un assegno
di mantenimento dal marito, in ragione del tenore di vita tenuto durante il matrimonio), ritenendo
che i debiti del coniuge fossero gravosi e tali da rendere sostanzialmente paritarie fra le parti le
condizioni patrimoniali e reddituali, respingeva anche la richiesta economica.
Avverso tale sentenza, la sig.ra A.A. proponeva appello, rilevando preliminarmente che il giudice
istruttore aveva adottato un’ordinanza istruttoria mentre era già stata depositata l’istanza per la sua
ricusazione, la quale determinava la sospensione del processo. Nel merito lamentava che il Tribunale
erroneamente non aveva addebitato la separazione al marito e contestava la circostanza che non
fosse stato disposto in suo favore un assegno di mantenimento, da porsi a carico del coniuge. Il sig.
Ma. eccepiva l’infondatezza dell’impugnazione, proponendo appello incidentale in relazione al
mancato addebito la separazione alla moglie.
Con sentenza n. …/2022, la Corte di Appello di Roma respinse sia l’appello principale sia l’appello
incidentale e compensò tra le parti le spese del giudizio. Avverso tale sentenza, A.A. propone ricorso
per Cassazione con tre motivi e memoria; resiste il sig. Ma. Con controricorso e memoria.
Motivi della decisione
Con il primo motivo di ricorso, la ricorrente lamenta violazione o falsa applicazione di norme di
diritto ex art 360 n. 3 c.p.c. in relazione agli artt. 52 e 295 c.p.c., per non aver la Corte d’appello rilevato
la nullità di tutti gli atti compiuti dal giudice durante il periodo di sospensione del processo,
determinato per effetto dell’avvenuto deposito della sua istanza di ricusazione.
La ricorrente ritiene erronea la valutazione della Corte di appello che ha ritenuto sostanzialmente
improduttive di pregiudizio per l’appellante la violazione delle norme procedurali in materia di
efficacia degli atti giudiziali a seguito di istanza di ricusazione.
Con il secondo motivo di ricorso, la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell’art 156,
commi 1 e 2, c.c. in relazione all’art 360 n. 3 c.p.c., per non avere la Corte ricostruito il tenore di vita
della coppia in corso di matrimonio. Nella motivazione, la Corte avrebbe erroneamente applicato la
normativa in materia di assegno divorzile ex art 5 L. n. 898/1970, in luogo dell’art 156 c.c.
La Corte non avrebbe poi considerato che la separazione personale presuppone la permanenza del
vincolo coniugale, in guisa che, in assenza di addebito, resta attuale il dovere di assistenza morale e
materiale, posto che dalla temporanea situazione di separazione deriva solo la sospensione degli
obblighi di natura personale e di fedeltà, convivenza e collaborazione. La stessa avrebbe inoltre
omesso di valutare il tenore di vita tenuto dalla coppia nel corso del matrimonio (per come emerso
dalle dichiarazioni dei redditi e dalle indagini della CTU), che era molto elevato esclusivamente
grazie agli apporti economici forniti dal marito.
1 Con il terzo motivo di ricorso la ricorrente lamenta omesso esame di un fatto decisivo per il
giudizio oggetto di discussione tra le parti, per avere la corte omesso l’esame di documenti forniti
dalle parti, dai quali si ricaverebbe che la situazione economica e reddituale dei coniugi dal momento
dell’emissione della sentenza di primo grado fino al momento della decisione in appello si fosse
evoluta, di modo che, mentre il marito non risultava più essere gravato da ingenti debiti per garanzia
fideiussoria, la moglie si trovava affetta da grave patologia oncologica che l’aveva resa invalida al
100%.
La situazione economica e lavorativa della ricorrente, già pregiudicata dalla pandemia, ha subito un
blocco totale a causa delle terapie connesse alla malattia e ciò conclamerebbe ulteriormente il dovere
di assistenza morale e materiale, a carico del marito, verso lei, coniuge più debole. Il primo motivo
di ricorso è infondato e deve essere respinto. Infatti, la reiterazione della questione processuale
relativa all’avvenuto deposito dell’istanza di ricusazione del giudice istruttore da parte della
ricorrente, essendo del tutto esauriente e condivisibile la motivazione sul punto della sentenza
impugnata. Infatti, la sola proposizione del ricorso per ricusazione non determina “ipso iure” la
sospensione del procedimento e la devoluzione della questione al giudice competente a decidere
della questione stessa, in quanto spetta pur sempre al giudice “a quo” una sommaria delibazione
della sua ammissibilità, all’esito della quale, ove risultino “ictu oculi” carenti i requisiti formali di
legge per l’ammissibilità dell’istanza, il procedimento può continuare (Cassazione n. 5236 del 2006;
26267 del 2011; 25709 del 2014; 1624 del 2022).
Il ricorso è fondato e deve essere accolto, invece, in ordine al secondo e terzo mezzo di cassazione
da trattare congiuntamente.
Occorre premettere al riguardo che la separazione personale, a differenza dello scioglimento o
cessazione degli effetti civili del matrimonio, presuppone la permanenza del vincolo coniugale,
sicché i “redditi adeguati” cui va rapportato, ai sensi dell’art. 156 c.c., l’assegno di mantenimento a
favore del coniuge, in assenza della condizione ostativa dell’addebito, sono quelli necessari a
mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, essendo ancora attuale il dovere di
assistenza, anche di tipo materiale, che non presenta alcuna incompatibilità con tale situazione
temporanea, dalla quale deriva solo la sospensione degli obblighi di natura personale di fedeltà,
convivenza e collaborazione, e che ha una consistenza ben diversa dalla solidarietà post-coniugale,
presupposto dell’assegno di divorzio (Sez. 1 nr. 12196 del 2017).
Sul punto occorre poi precisare che “In materia di separazione dei coniugi, grava sul richiedente
l’assegno di mantenimento, ove risulti accertata in fatto la sua capacità di lavorare, l’onere della
dimostrazione di essersi inutilmente attivato e proposto sul mercato per reperire un’occupazione
retribuita confacente alle proprie attitudini professionali, poiché il riconoscimento dell’assegno a
causa della mancanza di adeguati redditi propri, previsto dall’art. 156 c.c., pur essendo espressione
del dovere solidaristico di assistenza materiale, non può estendersi fino a comprendere ciò che,
secondo il canone dell’ordinaria diligenza, l’istante sia in grado di procurarsi da solo”. (Sez. 1 -,
Ordinanza n. 20866 del 21/07/2021).
Ebbene la ricorrente ha prodotto documentazione, non adeguatamente valutata dalla Corte di
Appello di Roma, al fine di dimostrare di essere affetta da malattia oncologica e, a cagione di ciò, di
avere completamente l’attività lavorativa di avvocato che svolgeva antecedentemente alla malattia.
Ma, al riguardo, non risulta alcuna valutazione da parte del giudice di merito della documentazione
prodotta dalla A.A. nelle memorie ex art. 183 co. 6. nn 1,2,3, e degli allegati alle note autorizzate in
appello: documentazione dalla quale risulterebbe una invalidità al 100% della moglie (con evidente
pregiudizio in ordine alla capacità lavorativa, situazione documentata da verbali di visite presso
l’INPS, con concessione dei benefici ex L 104, e dall’altro che il marito, costruttore, aveva invece
risolto i problemi societari con operazioni inerenti la sola società Leamar Srl, e con conseguente venir
meno delle fideiussioni personali).
La Corte d’Appello non risulta aver valutato gli effetti e le conseguenze economiche della grave e
documentata patologia tumorale di cui è portatrice la A.A. (appena menzionata a pag. 7) che –
secondo quanto allegato – ha costretto la richiedente ad interrompere ogni attività lavorativa,
siccome riconosciuta invalida al 100% con diritto di accompagnamento, stante le pesanti terapie
oncologie documentate cui deve sottoporsi.
Per tutto ciò deve essere accolto il ricorso in ordine al secondo e terzo motivo, infondato il primo, e
cassata la sentenza va fatto rinvio della causa alla Corte di Appello di Roma, in diversa
composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.
P.Q.M.
Accoglie il secondo e terzo motivo, infondato il primo, cassa la sentenza impugnata in relazione ai
motivi accolti e rinvia la causa alla Corte di Appello di Roma in diversa composizione anche per le
spese del giudizio di legittimità. Dispone che, in caso di utilizzazione della presente sentenza in
qualsiasi forma, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti
riportati nella sentenza.
Conclusione
Così deciso in Roma, il 14 Dicembre 2023.
Depositata in Cancelleria il 18 gennaio 2024.

Riguardo ad un’azione trasmissibile con l’eredità il successore assume la stessa posizione del suo dante causa

Cass. Civ., Sez. I, Ord., 12 febbraio 2024, n. 3768; Pres. Genovese, Rel. Cons. Iofrida
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
ha pronunciato la seguente
ORDINANZA
Svolgimento del processo
Con sentenza n. 18/2023, pubblicata il 9/1/2023, la Corte d’appello di Milano confermava la sentenza
n. 836/2021 del Tribunale di B, che aveva dichiarato inammissibile la domanda di revocazione, ex
art. 395 n. 1 c.p.c. (per dolo della parte), proposta, nel 2020, da A.A., della sentenza n. 85/2017,
pronunciata il 12/5/2017 dal Tribunale di B, con cui era stata disposta l’adozione di B.B. da parte di
C.C., fratello dell’attore.
La Corte territoriale respingeva il gravame del A.A. (il quale sosteneva che la prova della sua
legittimazione attiva derivava dall’essere state avviate procedure per la nomina di un amministratore
di sostegno del fratello, che non aveva moglie e figli, da esso A.A., e per l’interdizione dello stesso,
dal PM, nonché dagli atti penali che avevano portato alla condanna della B.B. a tre anni di reclusione
ed Euro 1.200,00 di multa, per reati commessi ai danni del padre adottivo, di circonvenzione di
incapace e induzione indotta, in quanto dopo essere stata assunta come badante, nel settembre 2016,
aveva indotto il C.C. ad adottarla, e che “egli era venuto a conoscenza del dolo della B.B.” soltanto
“il 21.2.2020 con la richiesta di copia del procedimento di sequestro preventivo”) e confermava la
valutazione fatta dal giudice di prime cure, secondo cui la domanda di revocazione era inammissibile
per difetto di legittimazione attiva di A.A., in virtù del fatto che costui aveva adito la Corte in qualità,
non di erede ma, di fratello di C.C., deceduto il 1/01/2020, senza essere stato parte del giudizio,
all’esito del quale era stata dichiarata l’adozione di B.B.
Invero, la Corte d’appello di Milano rilevava che l’appellante A.A., in quanto fratello di C.C., avrebbe
potuto far valere il suo interesse a rimuovere l’avvenuta adozione unicamente con il rimedio
dell’opposizione di terzo ex art. 404 c.p.c., mentre la revocazione costituiva un mezzo ordinario di
impugnazione, ex art. 323 c.p.c., riservato soltanto a coloro che hanno preso parte al precedente
giudizio
Avverso tale sentenza, A.A. propone ricorso per cassazione, notificato il 24/3/2023, affidandosi a due
motivi, nei confronti di B.B. (che resiste con controricorso).
Il ricorrente ha depositato memoria.
Motivi della decisione
Il ricorrente lamenta: a) con il primo motivo la violazione e falsa applicazione dell’art. 395 n. 1 c.p.c.,
sostenendo che egli, in qualità di erede di C.C., e titolare del diritto di impugnare per revocazione una
sentenza effetto di dolo “ai suoi danni”, in quanto, a parere del ricorrente, gli eredi dell’adottante sono
“parti del procedimento d’adozione”, tanto che, ai sensi dell’articolo 298, comma 4, c.p.c., quest’ultimi
possono presentare al Tribunale memorie e osservazioni per opporsi all’adozione, chiedendo,
altrimenti, sollevarsi questione di legittimità costituzionale di detta disposizione in relazione all’art. 3
Cost., sussistendo una disparità di trattamento tra la posizione dei genitori dell’adottando o del
coniuge dell’adottante – il cui consenso all’adozione è previsto dall’art. 297 c.c. – e gli eredi
dell’adottante; b) con il secondo motivo, in via subordinata, violazione e falsa applicazione, ex art.
360 n. 3 c.p.c., degli artt. 395 e 404 c.p.c. , denunciando che la Corte d’appello e, ancor prima il
Tribunale di B, non abbiano riqualificato l’azione di revocazione in opposizione di terzo revocatoria,
essendo previsto dal comma 2 dell’art. 404 c.p.c. “che taluni terzi…possano attaccare la sentenza,
quando questa è l’effetto di dolo a loro danno”.
2. La controricorrente eccepisce l’inammissibilità ed infondatezza nel merito del ricorso, rilevando,
in relazione al secondo motivo, che l’azione di opposizione di terzo revocatoria, ove possa così essere
riqualificata l’originaria domanda, risultava proposta oltre il termine di trenta giorni dalla scoperta del
dolo, che nella specie, come anche eccepito in primo grado, doveva ritenersi essere intervenuta già
dal 2017, in quanto, con una querela dal medesimo A.A. proposta, nell’aprile di quell’anno,
quest’ultimo lamentava l’asserito dolo della resistente, e inoltre nel procedimento penale apertosi a
carico di essa B.B. egli aveva avuto conoscenza della sentenza di adozione.
3. La prima doglianza è infondata.
Il ricorrente deduce di avere agito in qualità di fratello ed erede dell’adottante e di essere come tale
legittimato.
3.1. Deve anzitutto rilevarsi che parti del procedimento di adozione (di maggiorenne) in esame sono
esclusivamente l’adottante, l’adottando ed il pubblico ministero. E gli stessi soggetti sono i soli
legittimati ad impugnare il decreto di adozione.
Ai sensi dell’art. 305 c.c., l’adozione si può revocare soltanto nei casi di: a) revoca per indegnità
dell’adottato (art. 306 c.c.), quando l’adottato abbia “attentato” alla vita dell’adottante o del suo
coniuge oppure alla vita dei suoi discendenti o degli ascendenti o si sia reso colpevole nei loro
confronti di un delitto punibile con pena detentivi non inferiore nel minimo a tre anni; b) revoca per
indegnità dell’adottante.
Il testo originario dell’art. 313 c.c., è stato modificato ad opera della L. n. 184 del 1983, che ha previsto
l’obbligo di motivazione del decreto di adozione di persone di maggiore età e, inserendovi un secondo
comma, la reclamabilità alla Corte d’appello da parte dell’adottante, dell’adottato e del pubblico
ministero. Successivamente, la L. n. 149 del 2001 ha previsto per l’adozione la forma della sentenza
e la possibilità di proporre “impugnazione” alla corte d’appello da parte dei medesimi soggetti.
Questa Corte ha affermato che “il decreto che pronunzia l’adozione di persone di maggiore età (art.
314 c.c.) è costitutivo dell’adozione, produce effetti direttamente incidenti sullo status dell’adottato ed
è connotato dalla stabilità, comprovata dalla circostanza della previsione della sua revocabilità
soltanto in casi tassativi e specifici (artt. 305-309 c.c.), in conseguenza di fatti sopravvenuti e con
efficacia ex tunc; pertanto, poiché siffatto decreto ha natura di provvedimento decisorio e definitivo,
i vizi sia processuali sia sostanziali che, eventualmente, lo inficiano e ne determinano la nullità si
convertono in motivi di impugnazione e possono essere fatti valere esclusivamente con il mezzo di
impugnazione previsto dall’ordinamento, con la conseguenza che la decadenza dall’impugnazione
comporta che gli stessi, in applicazione del principio stabilito dall’art. 161 c.p.c., non possono essere
più dedotti, neppure con la actio nullitatis” (Cass. 13171/2004; conf. Cass. 12556/2012, con la quale
si è confutata la tesi dei ricorrenti secondo cui il reclamo ex art. 313 c.c. potrebbe ammettersi soltanto
per i vizi processuali o per l’assenza dei presupposti di legge dell’adozione, mentre quelli sostanziali,
quali mancanza o vizi del consenso, incapacità legale o naturale, scopo illecito, ecc., sarebbero stati
esperibili le ordinarie azioni negoziali di nullità o annullamento).
Sempre in tema di adozione di maggiorenni, anche in Cass. 4694/1992, pur affermandosi che il
consenso dell’adottante assume carattere negoziale e quindi resta soggetto alla disciplina concernente
i negozi privatistici, che inquadra si aveva poi precisato il principio secondo cui “nel caso di incapacità
naturale dell’adottante al momento della prestazione del consenso, la mancanza di una espressa
previsione normativa circa le persone legittimate a far valere la suddetta situazione invalidante,
raffrontata alla dettagliata e specifica indicazione delle categorie di persone e congiunti legittimati a
proporre le singole azioni dettata dal codice civile in materia di diritto di famiglia, esclude che possa
trovare applicazione in materia la disposizione generale di cui all’art. 428 cod. civ., atteso che tale
norma, nel consentire l’esercizio dell’azione anche agli eredi e aventi causa, appare volta a tutelare
interessi essenzialmente patrimoniali, con la conseguenza che soggetto legittimato a proporre l’azione
di impugnazione del consenso dell’adottante è soltanto lo stesso adottante, titolare della posizione
soggettiva in contestazione, dovendo tale azione considerarsi esclusivamente personale e non
trasmissibile, se non esercitata in vita dal detto titolare del rapporto adottivo”; tale principio è stato
tanto più ribadito nella successiva n. 12556/2012 (essendosi scelta la tesi della necessità di fare valere
anche i vizi sostanziali del decreto di adozione con il reclamo previsto dall’ordinamento).
Il disposto del quarto comma dell’art. 298 c.c. secondo cui “gli eredi dell’adottante possono presentare
al tribunale memorie e osservazioni per opporsi all’adozione” non ha il significato voluto dal
ricorrente, di riconoscimento da parte del legislatore della qualità di parte nel procedimento di
adozione dell’erede dell’adottante.
La disposizione deve infatti essere letta unitamente al terzo comma dell’art. 298 c.c., che contempla
l’ipotesi in cui l’adottante muoia “dopo la prestazione del consenso e prima della emanazione del
decreto”, stabilendo che si possa comunque procedere “al compimento degli atti necessari per
l’adozione”: la procedura di adozione resta aperta e possono essere sentiti gli eredi dell’adottante (che
aveva espresso il consenso all’adozione prima del decesso).
Ma tale ipotesi non ricorre nella fattispecie, essendo il decesso dell’adottante intervenuto nel 2020,
tre anni dopo che la sentenza di adozione della B.B. era stata pronunciata, nel 2017.
La questione di legittimità costituzionale, con la quale si pongono sullo stesso piano, ipotizzando
disparità di trattamento e violazione del principio di eguaglianza, i genitori dell’adottando o il coniuge
dell’adottante (che devono prestare assenso all’adozione), da un lato, e “gli eredi dell’adottante”,
dall’altro, è manifestatamente infondata, per la sola considerazione che anche i genitori dell’adottando
e il coniuge dell’adottante non sono parti del processo di adozione.
3.2. Nella specie, la sentenza di adozione, a distanza di tre anni dalla pubblicazione, è stata impugnata
dal fratello dell’adottante per revocazione per dolo di una parte ai danni dell’altra, ex art. 395 n. 1
c.p.c.
Il rimedio generale prescelto deve ritenersi in astratto ammissibile (cfr. Cass. 4780/1991, in fattispecie
di adozione di minorenne).
Orbene, la Corte d’appello ha rilevato che, essendo la revocazione, ex art. 395 c.p.c. (nella specie
proposta per dolo della parte, l’adottanda, poi adottata, B.B.), un mezzo ordinario di impugnazione,
secondo i principi generali in tema di interesse e legittimazione ad impugnare, sono soltanto coloro
che hanno preso parte al precedente giudizio che la possono esperire.
La motivazione deve essere corretta, ai sensi dell’art. 384 c.p.c.
In effetti, al giudizio di revocazione devono partecipare gli stessi soggetti che hanno preso parte al
processo conclusosi con la pronuncia di cui si chiede la revoca, come già chiarito da questa Corte
[Cass. 3228/1987, in cui si è precisato che: in caso abbia partecipato al giudizio (definito con la
sentenza oggetto di revocazione) un ente soppresso, deve essere convenuto il soggetto al primo
succeduto ex lege, per assunzione delle relative funzioni; nella successiva Cass. n. 1583/2020, inoltre,
si è affermato che, stante “la peculiare natura della revocazione, che mira a restaurare il processo nelle
condizioni in cui avrebbe dovuto trovarsi quello concluso con la sentenza revocanda se l’errore
revocatorio non ci fosse stato”, è “indefettibile la perfetta identità delle persone in relazione a tutte le
parti processuali della sentenza revocanda anche nel giudizio di revocazione”].
Questa Corte, con riguardo alla revocazione ed alla posizione dell’erede, ha affermato che “l’erede,
nella sua qualità di successore nella stessa situazione giuridica del defunto, non è titolare di un diritto
autonomo, ma di un diritto derivativo ad impugnare per revocazione o con l’opposizione di terzo, una
sentenza effetto di dolo o collusione ai danni del suo autore, con la conseguenza che se a costui sia
rimasto precluso, per scadenza del termine o per altro motivo, l’esercizio della suddetta azione (come
anche, di ogni altra azione trasmissibile con l’eredità) la medesima preclusione vale anche per il
successore” (Cass. 35/1971, in relazione a fattispecie in cui il defunto era decaduto dall’impugnativa
per inosservanza del termine ex art. 325 c.p.c. sia ai sensi dell’art. 404, comma 1, c.p.c., sia ai sensi
dell’art. 395 n. 1 c.p.c., perché consapevole del dolo o della collusione, cosicché si è ritenuto che non
potesse aver trasmesso l’azione alla moglie, erede testamentaria, non essendo la stessa mai entrata a
far parte del suo patrimonio; conf. Cass. 8284/2016).
Essendo dunque l’erede, in qualità di successore a titolo universale, titolare di un diritto derivativo e
subentrando il medesimo nella stessa situazione giuridica del defunto, l’impugnativa è condizionata
a “quei medesimi fatti costitutivi, modificativi ed estintivi, che condizionavano l’azione del
precedente titolare”: se al dante causa sia rimasto precluso, per tardività o altro motivo, l’esercizio di
una determinata azione trasmissibile con l’eredità, la stessa preclusione varrà per il suo successore.
Ne consegue che, anche se, come affermato nel presente ricorso dal ricorrente (ma negato nella
sentenza di primo grado), il A.A. avesse speso, nella citazione del 2020, introduttiva del giudizio di
revocazione della sentenza di adozione del 2017, anche la qualità di unico erede del fratello C.C. (che
non aveva né moglie né figli, salvo l’adottata B.B.), in base a quanto sopra chiarito, deve escludersi
che lo stesso A.A. fosse legittimato ad agire, atteso che l’erede dell’adottante non è parte del processo
di adozione, dove non vi aveva infatti preso parte, e che non poteva succedere al de cuius C.C., in
quanto egli era titolare di una posizione derivata, non autonoma; e non poteva subentrare in una
impugnativa in relazione alla quale il de cuius era già decaduto.
Nella memoria, il ricorrente ribadisce che il proprio ricorso si fonda sulla mancata considerazione
della qualità di parte nel processo, con conseguente sua legittimazione all’azione di revocazione
dell’adozione, dell’odierno ricorrente quale unico erede del fratello, circostanza non valutata dal
Tribunale e dalla Corte d’appello.
Avendo il ricorrente agito quale fratello ed erede dell’adottante e avendo “dimostrato” di essere suo
successore, nella stessa posizione giuridica del fratello, non si potrebbe quindi affermare che “i
successori di una delle parti non possono subentrare nella posizione di una delle parti processuali”.
Orbene, a prescindere dalla questione relativa alla qualificazione della domanda proposta e alla
legitimatio ad causam, il subentro, in caso di morte della parte, del successore (a titolo universale),
ex art. 110 c.p.c., nella stessa posizione processuale del proprio autore, presuppone che il processo
sia pendente.
Laddove il processo sia stato definito con sentenza passata in giudicato, l’erede, successore universale,
può impugnare per revocazione solo se, alla luce dei principi di diritto sopra richiamati, il dante causa
non sia decaduto dall’impugnativa.
Doveva essere allora dimostrato che, ai sensi dell’art. 396 c.p.c., per il dante causa deceduto la
scoperta del dolo fosse avvenuta dopo la scadenza del termine per impugnare.
Ma il ricorrente ha soltanto dedotto che “egli” aveva scoperto il dolo della B.B. nell’anno 2020 (dopo
il decesso dell’adottante).
Ciò che non basta.
4. Il secondo motivo è inammissibile.
La Corte d’appello ha ritenuto che il A.A. non fosse legittimato ad impugnare per revocazione ex art.
395 n. 1 c.p.c. la sentenza di adozione, in quanto terzo rimasto estraneo al precedente giudizio, e che
l’unico rimedio impugnatorio esperibile era l’opposizione di terzo ex art. 404 c.p.c., nella specie non
esperita.
Il ricorrente lamenta, in relazione a tale statuizione, che la domanda dal medesimo proposta (in cui si
contestava, sostanzialmente, l’opponibilità a sé della sentenza di adozione perché frutto del dolo
dell’adottando) doveva essere “riqualificata” come opposizione di terzo, essendo previsto dal secondo
comma dell’art. 404 c.p.c., che “gli aventi causa o i creditori di una delle parti possono fare
opposizione alla sentenza, quando è l’effetto di dolo o collusione a loro danno”.
Orbene, fermo che l’attore A.A. non era legittimato a far valere la pretesa nullità di una sentenza che
era stata resa inter alios, in quanto la legittimazione ad agire per revocazione compete solo a chi
avesse assunto la qualità di parte di quel giudizio, salvo l’ipotesi di successione nel diritto del de cuius
trasmesso con l’eredità, deve rilevarsi che, quand’anche potesse la domanda qualificarsi come
opposizione di terzo revocatoria ai sensi dell’art. 404, cpv. c.p.c., piuttosto che come azione ai sensi
dell’art. 395, n. 1 c.p.c., avendo il A.A. lamentato essenzialmente che la causa di adozione era stata
frutto di una macchinazione fraudolenta ai suoi danni, deve, in ogni caso, escludersi che il A.A. avesse
la legittimazione ad agire in opposizione di terzo revocatoria, essendo riconosciuta tale azione solo
“ai creditori o agli aventi causa di una delle parti”, non rientrando gli eredi in quest’ultima categoria.
Questa Corte ha infatti chiarito che “L’erede, nella sua qualità di successore nella stessa situazione
giuridica del defunto, non è titolare di un diritto autonomo, ma di un diritto derivativo ad impugnare
per revocazione o con l’opposizione di terzo, una sentenza effetto di dolo o collusione ai danni del
suo autore, con la conseguenza che se a costui sia rimasto precluso, per scadenza del termine o per
altro motivo, l’esercizio della suddetta azione (come anche, di ogni altra azione trasmissibile con
l’eredità) la medesima preclusione vale anche per il successore” (Cass. n. 35/1971; conf. Cass.
8284/2016).
Si è quindi affermato che quando la legge parla di “aventi causa”, senza ulteriori specificazioni,
intende riferirsi, al più, soltanto ai successori a titolo particolare e che dalla formulazione dell’art.
404, secondo comma, cod. proc. civ. non si ricavano elementi per ritenere che il legislatore abbia
inteso derogare a tale principio generale (Cass. 2323/1994).
Deve comunque ribadirsi, per quanto in questa sede interessa, che l’erede, successore nella situazione
giuridica del defunto, non sia titolare di un diritto autonomo, ma di un diritto derivativo che lo
legittima ad impugnare per revocazione o con l’opposizione di terzo una sentenza effetto di dolo o
collusione ai danni del suo autore, tanto che, se a costui sia rimasto precluso l’esercizio delle azioni
trasmissibili con l’eredità, la medesima preclusione vale anche per il successore.
Il successore, a titolo universale, non può pertanto essere considerato terzo poiché è l’effettivo titolare
del diritto in contestazione, assumendo la stessa posizione del suo dante causa, come conformata da
quest’ultimo, e venendo a profittare di tutti i diritti, le azioni e le facoltà inerenti al titolo.
La sentenza impugnata deve essere quindi soltanto corretta nella motivazione ex art. 384 c.p.c.
5. Pertanto, il ricorso va respinto. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.
P.Q.M.
La Corte respinge il ricorso; condanna il ricorrente al rimborso delle spese processuali del presente
giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 3.000,00, a titolo di compensi, oltre Euro 200,00
per esborsi, nonché al rimborso forfetario delle spese generali, nella misura del 15%, ed agli accessori
di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater del DPR 115/2002, dà atto della ricorrenza dei presupposti
processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari
a quello previsto per il ricorso, ove dovuto, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.
Dispone che, ai sensi del D.LGS. n. 196 del 2003, art. 52, siano omessi le generalità e gli altri dati
identificativi, in caso di diffusione del presente provvedimento.
Così deciso, in Roma, nella camera di consiglio del 23 gennaio 2024.
Depositato in Cancelleria il 12 febbraio 2024.