È legittima la notifica della richiesta di pagamento del contributo unificato nel domicilio eletto

Corte cost., 29 marzo 2019, n. 67
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori:
Presidente: Giorgio LATTANZI;
Giudici: Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON, Franco MODUGNO, Augusto Antonio BARBERA, Giulio PROSPERETTI, Giovanni AMOROSO, Francesco VIGANÒ, Luca ANTONINI,
ha pronunciato la seguente
Svolgimento del processo
SENTENZA
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art.248, comma 2, delD.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, recante “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia. (Testo A)”, promosso dalla Commissione tributaria provinciale di Messina, nel procedimento vertente tra G. C. e la Commissione tributaria provinciale di Messina, con ordinanza del 2 settembre 2016, iscritta al n. 108 del registro ordinanze 2018 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 34, prima serie speciale, dell’anno 2018.
Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nella camera di consiglio del 6 febbraio 2019 il Giudice relatore Aldo Carosi.
1.‒ La Commissione tributaria provinciale di Messina, con ordinanza del 2 settembre 2016 (reg. ord. n. 108 del 2018), ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art.248, comma 2, delD.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, recante “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia. (Testo A)”, in riferimento agliartt. 3, 24, 97 e 111 della Costituzione.
1.1.‒ La Commissione rimettente premette di essere investita del ricorso proposto da C.G. avverso l’intimazione di pagamento del 21 luglio 2015, di Euro 1.500,00, per mancata indicazione del valore della lite introdotta con un precedente ricorso tributario e per omesso versamento del contributo unificato relativo al predetto ricorso, e di ulteriori Euro 3.000,00, pari al 200 per cento dell’importo dovuto e non versato, a titolo di sanzione, per complessivi Euro 4.508,75, comprensivi di spese di notifica. Detta intimazione era stata preceduta dalla richiesta del 14 gennaio 2013, notificata al domicilio eletto nel giudizio tributario, a fornire la nota di iscrizione a ruolo e a indicare, tra l’altro, il valore della controversia (che avrebbe comportato il pagamento di un contributo unificato pari a Euro 120,00), e poi – rimasta la richiesta inadempiuta – dall’invito del 6 giugno 2013, notificato al medesimo domicilio eletto, a pagare il contributo unificato nella misura massima prevista, pari a Euro 1.500,00, con l’avvertimento che, in caso di perdurante inerzia, sarebbe stata irrogata anche la sanzione.
Notificata l’intimazione di pagamento del 21 luglio 2013 direttamente alla ricorrente, questa, tra le altre censure, ne ha dedotto la nullità, in quanto l’invito al pagamento del 6 giugno 2013 era stato notificato al domicilio eletto nel precedente giudizio tributario presso il difensore, e, poiché questi non l’aveva debitamente comunicato, non le era stato possibile né impugnarlo, né comunque averne conoscenza; ciò che comporterebbe “la carenza dell’elemento soggettivo necessario a procedere al recupero fiscale”. In sintesi, la ricorrente, pur non essendo stata posta in condizione di conoscere “direttamente” l’importo del contributo unificato dovuto (in quanto gli atti presupposti all’intimazione erano stati notificati presso il domicilio eletto per il ricorso tributario), è stata chiamata a rispondere sia della maggiorazione del contributo dovuto, sia della sanzione.
1.2.‒ Secondo il Collegio rimettente, l'”Ufficio Recupero Spese di giustizia” della Commissione tributaria avrebbe proceduto legittimamente, in base a quanto previsto dagli artt.14, commi 1e 3-bis,16e248delD.P.R. n. 115 del 2002. Quest’ultimo articolo, in particolare, stabilisce che: “1. Nei casi di cui all’articolo 16, entro trenta giorni dal deposito dell’atto cui si collega il pagamento o l’integrazione del contributo, l’ufficio notifica alla parte, ai sensidell’articolo 137 del codice di procedura civile, l’invito al pagamento dell’importo dovuto, quale risulta dal raffronto tra il valore della causa ed il corrispondente scaglione dell’articolo 13, con espressa avvertenza che si procederà ad iscrizione a ruolo, con addebito degli interessi al saggio legale, in caso di mancato pagamento entro un mese. 2. Salvo quanto previsto dall’articolo1, comma 367, dellaL. 24 dicembre 2007, n. 244, l’invito è notificato, a cura dell’ufficio e anche tramite posta elettronica certificata nel domicilio eletto o, nel caso di mancata elezione di domicilio, è depositato presso l’ufficio. 3. Nell’invito sono indicati il termine e le modalità per il pagamento ed è richiesto al debitore di depositare la ricevuta di versamento entro dieci giorni dall’avvenuto pagamento”.
Inoltre, in base all’art. 13, comma 6, dello stessoD.P.R. n. 115 del 2002, la mancata dichiarazione del valore della lite, prescritta dal successivo art. 14, comma 3-bis, determina l’applicazione del contributo unificato nella misura massima stabilita per scaglioni nel processo tributario.
1.3.‒ Ciò premesso, la Commissione tributaria provinciale di Messina dubita della legittimità costituzionale dell’art.248, comma 2, delD.P.R. n. 115 del 2002.
In ordine alla rilevanza, chiarisce che essa sarebbe legata al diverso esito del giudizio in corso nel caso di accoglimento delle odierne questioni.
Ritenuti infondati gli ulteriori motivi di ricorso, difatti, il Collegio rimettente dovrebbe, in applicazione della disposizione censurata, ritenere legittima la notifica dell’invito di pagamento al solo domicilio eletto, benché la parte interessata non abbia ricevuto alcun avviso personale, e, dunque, rigettare il ricorso.
Non sarebbe possibile né un’interpretazione estensiva della disposizione che impone la notifica dell’atto tributario al solo domicilio eletto, stante il chiaro tenore letterale della stessa (con l’alternativa, ancora meno garantista, del deposito presso l’ufficio in caso di mancata elezione); né – ammesso che ciò possa incidere sul giudizio di rilevanza – ritenere la responsabilità solidale del difensore, la quale, introdotta con il comma 1-bis, aggiunto all’art.16delD.P.R. n. 115 del 2002dalD.L. 4 luglio 2006, n. 223(Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all’evasione fiscale), è stata soppressa, in sede di conversione di tale decreto, dallaL. 4 agosto 2006, n. 248; né potrebbe incidere sulla rilevanza delle questioni l’azione risarcitoria promossa in sede civile nei confronti del precedente difensore domiciliatario, trattandosi di un procedimento diverso da quello disciplinato dall’art.248delD.P.R. n. 115 del 2002.
La rilevanza delle questioni neppure sarebbe inficiata da altre disposizioni “secondo le quali è consentito “spezzare” il vincolo soggettivo e, quindi, ritenere, a prescindere dalla notifica dell’avviso, rimediabile la mancata tempestiva conoscenza dell’atto impositivo”, come, ad esempio, l’art.1, comma 2, dellaL. 11 ottobre 1995, n. 423(Norme in materia di soprattasse e di pene pecuniarie per omesso, ritardato o insufficiente versamento delle imposte), che, in quanto applicabile alla dichiarazione dei redditi, riguarda evidentemente un diverso tributo e, dunque, non potrebbe essere estesa al contributo unificato.
La Commissione rimettente evidenzia, altresì, che l’ordinamento riconoscerebbe la possibilità di evitare il pagamento delle sanzioni comminate “per fatto altrui” (artt.5e6delD.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, recante “Disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie, a norma dell’articolo3, comma 133, dellaL. 23 dicembre 1996, n. 662”); tuttavia, in caso di applicazione di tali disposizioni alla fattispecie in esame, le questioni sarebbero comunque rilevanti, dal momento che rimarrebbe “l’interesse al controllo di legittimità costituzionale di detta norma, quanto meno rispetto alla determinazione dell’entità del dovuto”.
1.4.‒ Quanto alla non manifesta fondatezza, il giudice rimettente, ricordata sia la natura di “entrata tributaria erariale” del contributo unificato (affermata da questa Corte con la sentenza n. 73 del 2005 e dalla Corte di cassazione, sezioni unite civili, con la sentenza 5 maggio 2011, n. 9840), sia la giurisdizione tributaria su di esso, richiama diverse disposizioni volte a dare certezza alla conoscenza dei procedimenti di spesa (art.1delD.P.R. 20 aprile 1994, n. 367, recante “Regolamento recante semplificazione e accelerazione delle procedure di spesa e contabili”; art.60delD.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, recante “Disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi”; art.6dellaL. 27 luglio 2000, n. 212, recante “Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente”).
In particolare, l’art.60delD.P.R. n. 600 del 1973stabilirebbe che, per le imposte dirette, l’amministrazione ha l’obbligo, nel procedimento amministrativo volto all’applicazione del tributo, di notificare l’atto direttamente al contribuente, mentre l’art.6dellaL. n. 212 del 2000prevedrebbe detta notifica quale principio generale. Nel primo caso, l’elezione di domicilio è consentita mediante comunicazione con raccomandata, nel secondo, può essere fatta ai fini dello specifico procedimento cui si riferiscono gli atti da comunicare.
Diversamente, invece, l’art. 248 del D.Lgs. n. 115 del 2002 stabilisce che la notifica dell’invito al pagamento del contributo unificato debba effettuarsi presso il domicilio eletto, dovendosi intendere dunque quello “processuale”.
Secondo il Collegio rimettente, poiché nel procedimento tributario la regola sarebbe quella della conoscenza diretta dell’atto impositivo, l’eccezione sarebbe consentita solo mediante elezione di domicilio specifica per tale procedimento, sicché la disposizione che “estenda” l’elezione del domicilio resa ai fini del patrocinio nel processo tributario a un procedimento amministrativo, seppur occasionato dal processo, non sarebbe giustificata. L’elezione del domicilio nel processo dovrebbe, in definitiva, produrre i suoi effetti esclusivamente in tale ambito e non in quello diverso relativo al procedimento relativo al contributo unificato.
Ad avviso della Commissione tributaria, tale commistione tra procedimento e processo tributario, in definitiva, non garantirebbe una adeguata difesa, come tutelatadall’art. 24 Cost., la quale necessiterebbe di un’adeguata conoscenza degli atti prodromici al processo; contrasterebbe con i principi di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione, di cuiall’art. 97, secondo comma, Cost., che si fondano sull’effettività della conoscenza degli atti amministrativi, quali sono quelli di cui si tratta; costituirebbe infine un vulnus al principio del “giusto processo”, di cuiall’art. 111 Cost.
In particolare, il principio di imparzialità potrebbe dirsi effettivamente garantito nel procedimento amministrativo ove sia stata assicurata la necessaria integrità del contraddittorio, quale presupposto della successiva attività della pubblica amministrazione che deve essere caratterizzata, per un verso, dalla completezza dell’istruttoria, dalla motivazione degli atti e dalla loro pubblicità e, dall’altro, da una decisione che sia la sintesi dell’accertamento dei presupposti di fatto e dei contrapposti interessi in gioco. Tale attività non potrebbe quindi prescindere dalla concreta partecipazione del privato al procedimento amministrativo, la quale presuppone una corretta e effettiva informazione dell’attività in corso.
In materia di notificazioni, infatti, la giurisprudenza di legittimità ha sancito il principio dell’effettività dell’instaurazione del contraddittorio, indispensabile per assicurare il giusto processo (art. 111, primo e secondo comma, Cost.), a garanzia del quale devono essere valorizzati tutti gli elementi idonei a perseguire detto criterio di effettività (viene citata Corte di cassazione, sezioni unite civili, ordinanza 13 gennaio 2005, n. 458).
Inoltre, secondo quanto previsto dallaL. 7 agosto 1990, n. 241(Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi), l’attività amministrativa è regolata da criteri di economicità, efficacia, imparzialità, pubblicità e trasparenza nonché dai principi dell’ordinamento comunitario (art. 1). In particolare, il principio di imparzialità richiede una valutazione complessiva degli interessi pubblici e di quelli privati e, pertanto, la comunicazione dell’avvio del procedimento ‒ che “l’amministrazione provvede a dare … mediante comunicazione personale” (art. 8) ‒ è il presupposto della stessa partecipazione (art. 7), e la sua mancanza comporta l’annullabilità del provvedimento, salvo che, ai sensi dell’art. 21-octies della stessaL. n. 241 del 1990, si dimostrasse in giudizio che il contenuto del provvedimento avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato.
In definitiva, secondo il rimettente, l'””esclusività”, per altro “speciale”, della norma” censurata contrasterebbe con i principi costituzionali richiamati, con i principi del procedimento amministrativo, e, infine, a ben vedere, con la stessa norma regolatrice del processo tributario, contenuta nell’art.17delD.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546(Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell’art.30dellaL. 30 dicembre 1991, n. 413), che, al comma 1, consentirebbe la notifica mediante “consegna in mani proprie” pur in presenza di elezione di domicilio.
Infine, la disposizione censurata sarebbe irragionevole per contraddittorietà e disparità di trattamento, poiché regolerebbe in maniera “più restrittiva” una situazione procedimentale analoga ad altre disciplinate diversamente sia in termini generali dallaL. n. 212 del 2000e dallaL. n. 241 del 1990, sia nel medesimo ambito tributario, con conseguente violazionedell’art. 3 Cost.
2.‒ È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, che ha innanzitutto eccepito l’inammissibilità, per diversi motivi, delle questioni.
2.1.‒ Rammenta l’Avvocatura che la questione con la quale si deduce la irragionevole disparità di trattamento tra sanzioni e tributi, quale sarebbe quella in esame, è da ritenersi inammissibile quando – come nel caso di specie ‒ “il rimettente non argomenta minimamente in ordine alle ragioni per le quali, a fronte della diversità delle suddette pretese erariali, debba sussistere un identico trattamento, stante la diversa natura e funzione e la distinta disciplina” (è citata la sentenza n. 78 del 2016).
Parimenti inammissibile sarebbe la dedotta violazionedell’art. 24 Cost., atteso che, al di là dell’adozione di mere formule di stile, il rimettente non fornirebbe alcuna argomentazione a sostegno della tesi secondo la quale il diritto di difesa in giudizio sarebbe leso dal procedimento di notificazione dell’invito previsto dalla norma censurata.
Inoltre, come già affermato da questa Corte in altra pronuncia relativa al contributo unificato, “la questione è inammissibile per la pluralità delle soluzioni che possono essere offerte dal legislatore in una materia, quale quella della determinazione delle spese processuali poste a carico degli utenti della giustizia ed altresì quella tributaria, nella quale vige il principio della sua discrezionalità e della insindacabilità delle opzioni legislative che non siano caratterizzate da una manifesta irragionevolezza” (è richiamata l’ordinanza n. 164 del 2010).
Infine, secondo il Presidente del Consiglio dei ministri, l’ordinanza, dopo aver dedotto un presunto vulnus al principio del “giusto processo” garantitodall’art. 111 Cost., si soffermerebbe su profili afferenti al procedimento amministrativo, menzionando genericamente la tutela del contraddittorio nel processo. Non si comprenderebbe tuttavia in quale misura la notificazione dell’avviso al domicilio eletto vada ad incidere su un procedimento giurisdizionale, in realtà non ancora iniziato. La genericità di detta doglianza la renderebbe, in definitiva, inammissibile.
2.2.‒ Le questioni sarebbero comunque non fondate.
La fattispecie all’esame del rimettente presenterebbe difatti la peculiarità che l’obbligazione tributaria di cui si controverte nasce nel corso e in ragione del procedimento giurisdizionale. Ciò giustificherebbe la diversità di trattamento rispetto agli “ordinari” procedimenti tributari.
L’inadempimento del difensore alle proprie obbligazioni costituirebbe, poi, “un accadimento “patologico”” nel rapporto professionale, non suscettibile, quindi, di influenzare la legittimità della norma censurata.
Peraltro, secondo l’interveniente, potrebbe dubitarsi del fatto che l’invito al pagamento sia un atto impositivo vero e proprio, assimilabile ad una pretesa tributaria ordinaria, assolvendo esso piuttosto ad una funzione di sollecitazione, onde consentire al contribuente, tramite l’apporto dei difensori, di ovviare ad eventuali sviste ed errori senza alcun onere a suo carico. Sarebbe dunque ragionevole sostenere che si è in presenza di un atto del tutto atipico, per il quale ben può, almeno in una prima fase, prescindersi dalla necessità di una comunicazione immediata e diretta al contribuente come previsto per gli altri atti impositivi.
Al contribuente sarebbe comunque garantito avvalersi della possibilità di dimostrare l’assenza dell’elemento soggettivo nel proprio inadempimento, ai sensi degli artt. 5 e 6 delD.Lgs. n. 472nel 1997.
In definitiva, per un verso, le modalità di notifica presso il domicilio eletto soddisferebbero la necessità di piena conoscenza dell’atto; per altro verso, l’ordinamento appresterebbe comunque una piena tutela in caso di comprovata incolpevole ignoranza da parte del contribuente.
2.3.− Inoltre, non sarebbe ravvisabile alcuna ingiustificata disparità di trattamento con altre situazioni giuridiche, attesa la peculiarità della pretesa azionata dall’amministrazione e comunque la equipollenza delle modalità di notificazione, che soddisfano anche, nella maggior parte dei casi, la esigenza di celerità nella risoluzione della controversia; né vi sarebbe compressione del diritto di difesa, atteso che la notifica viene effettuata al difensore scelto dal contribuente, e ciò garantisce in linea di principio fin dalla prima fase proprio la miglior garanzia dell’interesse della parte, oltre che la piena e immediata conoscibilità dell’atto tributario. Peraltro, con la successiva notificazione dell’irrogazione della eventuale sanzione direttamente alla parte, questa verrebbe comunque messa in grado di conoscere la situazione e di sindacare tempestivamente, ove necessario, un ipotetico negligente comportamento del difensore.
Per le medesime ragioni ora esposte non sembrerebbe ravvisabile né la violazione del principio di buon andamento e imparzialità dell’amministrazione, non essendo preclusa al contribuente la possibilità di conoscere l’atto; né la violazione del principio del giusto processo, non essendo in alcun modo precluso al contribuente di difendersi in un eventuale giudizio di impugnazione della pretesa tributaria, comprensiva di accessori e sanzione.
Tantomeno, infine, la preclusione alla parte privata della “possibilità di una tutela avanzata in fase procedimentale”, potrebbe ritenersi incidere indirettamente sul “giusto processo” che ne dovesse seguire, dal momento che, con riferimento a sanzioni qualificabili come penali, la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (sentenza 4 marzo 2014, G.S. e altri contro Italia) ritiene sufficiente che la sanzione, irrogata in assenza delle guarentigie proprie della sede giudiziale, sia poi sindacabile in maniera piena davanti al giudice (si richiama, per l’applicazione del principio, Corte di cassazione, sezione seconda civile, sentenza 13 gennaio 2017, n. 770), come sembrerebbe accaduto anche nel giudizio a quo, nel quale tutte le difese sarebbero comunque state tempestivamente svolte.
L’interveniente ha quindi concluso per la inammissibilità o per la manifesta infondatezza delle questioni.
Motivi della decisione
1.- La Commissione tributaria provinciale di Messina, nel corso di un giudizio avente ad oggetto l’impugnazione dell’intimazione al pagamento del contributo unificato relativo a un precedente ricorso tributario e della relativa sanzione del 200 per cento dell’importo dovuto e non versato, ha sollevato, in riferimento agliartt. 3, 24, 97, secondo comma, e 111 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell’art.248, comma 2, delD.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, recante “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia. (Testo A)”.
La disposizione censurata prevede che l’invito al pagamento del contributo unificato “è notificato, a cura dell’ufficio e anche tramite posta elettronica certificata, nel domicilio eletto o, nel caso di mancata elezione di domicilio, è depositato presso l’ufficio”.
Dopo aver rammentato la natura tributaria del contributo unificato, il rimettente ritiene ingiustificata “l’estensione” del domicilio eletto nel processo tributario al successivo procedimento amministrativo relativo alla riscossione del contributo unificato concernente quel processo. Detta elezione dovrebbe, a suo avviso, produrre effetto esclusivamente nell’ambito processuale e non in quello amministrativo.
Secondo il rimettente, dunque, l’art.248, comma 2, delD.P.R. n. 115 del 2002, nella parte in cui prevede la notifica nel domicilio eletto dell’invito al pagamento, estenderebbe illegittimamente l’elezione di domicilio effettuata nel processo anche alla fase procedimentale relativa alla riscossione del contributo unificato, operando una “commistione tra procedimento e processo tributario”. Ciò comporterebbe innanzitutto la violazionedell’art. 24 Cost., in quanto la difesa processuale necessiterebbe di un’adeguata conoscenza degli atti prodromici al processo, quale sarebbe l’invito a pagare. Sarebbero inoltre lesil’art. 97 Cost., dal momento che i principi di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione si fonderebbero sull’effettività della conoscenza degli atti amministrativi, el’art. 111 Cost., che garantisce il “giusto processo” nel contraddittorio tra le parti. Infine, la disposizione censurata recherebbe un vulnusall’art. 3 Cost., sotto i profili della irragionevolezza e della disparità di trattamento, in quanto regolerebbe la conoscibilità dell’invito al pagamento del contributo unificato “in maniera più restrittiva” rispetto ad altre analoghe disposizioni, quali l’art.60delD.P.R. 29 settembre 1973, n. 600(Disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi), e l’art.6dellaL. 27 luglio 2000, n. 212(Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente).
2.− In via preliminare, deve essere disattesa l’eccezione sollevata dall’Avvocatura generale dello Stato inerente all’asserita omessa motivazione delle ragioni per le quali, a fronte della diversità delle pretese erariali aventi ad oggetto le sanzioni e i tributi, debba sussistere un identico trattamento. Il giudice rimettente non lamenta infatti l’irragionevole diversità di trattamento tra tributi e sanzioni bensì l’irragionevolezza dell’individuazione del luogo di notificazione dell’invito al pagamento, luogo che non consentirebbe un’adeguata conoscibilità da parte del destinatario.
2.1.- Quanto alla eccepita inammissibilità della questione per la pluralità di soluzioni che possono essere fornite dal legislatore nell’esercizio della propria discrezionalità, giova ribadire al riguardo che l’insindacabilità delle opzioni legislative incontra il limite della manifesta irragionevolezza che, secondo il rimettente, sarebbe stato superato nel caso in esame.
3.‒ Meritevole di accoglimento è, invece, l’eccezione di inammissibilità per omessa motivazione della non manifesta infondatezza della lesione del diritto di difesa in giudizio (art. 24 Cost.), nonché del “vulnus al principio del “giusto processo” regolatodall’art. 111 Cost.”, in quanto detti parametri risultano evocati a ulteriore supporto della lesione degliartt. 3 e 97 Cost., ma non ne risulta adeguatamente motivata la pretesa lesione.
4.− Giova brevemente premettere il quadro normativo relativo alle questioni sollevate in riferimento agliartt. 3 e 97 Cost.
IlD.P.R. n. 115 del 2002stabilisce, all’art. 14, comma 1, che “la parte che per prima si costituisce in giudizio, che deposita il ricorso introduttivo, ovvero che, nei processi esecutivi di espropriazione forzata, fa istanza per l’assegnazione o la vendita dei beni pignorati, è tenuta al pagamento contestuale del contributo unificato”; al successivo art. 16 prevede, in caso di omesso o insufficiente pagamento del contributo unificato, sia che “si applicano le disposizioni di cui alla parte VII, titolo VII del presente testo unico e nell’importo iscritto a ruolo sono calcolati gli interessi al saggio legale, decorrenti dal deposito dell’atto cui si collega il pagamento o l’integrazione del contributo” (comma 1), sia che “si applica la sanzione di cui all’articolo 71 del testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro di cui alD.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, esclusa la detrazione ivi prevista” (comma 1-bis).
L’originaria previsione dell’art.21, comma 5, delD.L. 4 luglio 2006, n. 223(Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all’evasione fiscale), stabiliva inoltre, nel medesimo comma 1-bis delD.P.R. n. 115 del 2002, la responsabilità solidale del difensore, soppressa in sede di conversione dallaL. 4 agosto 2006, n. 248.
Il richiamato Titolo VII delD.P.R. n. 115 del 2002disciplina, con gli artt. da 247 a 249, il procedimento di riscossione del contributo unificato. In particolare, l’art.248delD.P.R. n. 115 del 2002stabilisce, ai primi due commi, che: “1. Nei casi in cui all’art. 16 cioè in caso di omesso o insufficiente pagamento del contributo unificato, entro trenta giorni dal deposito dell’atto cui si collega il pagamento o l’integrazione del contributo, l’ufficio notifica alla parte, ai sensidell’articolo 137 del codice di procedura civile, l’invito al pagamento dell’importo dovuto, quale risulta dal raffronto tra il valore della causa ed il corrispondente scaglione dell’articolo 13, con espressa avvertenza che si procederà ad iscrizione a ruolo, con addebito degli interessi al saggio legale, in caso di mancato pagamento entro un mese. 2. Salvo quanto previsto dall’articolo1, comma 367, dellaL. 24 dicembre 2007, n. 244, l’invito è notificato, a cura dell’ufficio e anche tramite posta elettronica certificata nel domicilio eletto o, nel caso di mancata elezione di domicilio, è depositato presso l’ufficio”.
Nello specifico caso in esame, inerente al mancato versamento del contributo unificato e alla mancata dichiarazione del valore della lite, l’art.17delD.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546(Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell’art. 30 della L. 30 dicembre 1991, n. 431), dispone che: “1. Le comunicazioni e notificazioni sono fatte, salva la consegna in mani proprie, nel domicilio eletto o, in mancanza, nella residenza o nella sede dichiarata dalla parte all’atto della sua costituzione in giudizio. …. 2. L’indicazione della residenza o della sede e l’elezione del domicilio hanno effetto anche per i successivi gradi del processo. 3. Se mancano l’elezione di domicilio o la dichiarazione della residenza o della sede nel territorio dello Stato o se per la loro assoluta incertezza la notificazione o la comunicazione degli atti non è possibile, questi sono comunicati o notificati presso la segreteria della commissione”. Il comma 4 dell’art. 16-bis del medesimoD.Lgs. n. 546 del 1992stabilisce, inoltre, che “L’indicazione dell’indirizzo di posta elettronica certificata valevole per le comunicazioni e le notificazioni equivale alla comunicazione del domicilio eletto”.
Il suddettoD.Lgs. n. 546 del 1992, agli artt. 17 e 16-bis, comma 4, dunque, conferisce prevalenza all’elezione di domicilio sulla residenza dichiarata, prevedendo, in via residuale, il deposito nella segreteria della commissione; attribuisce, poi, all’eventuale elezione di domicilio, un effetto ultrattivo per i successivi gradi di giudizio; equipara, infine, l’indicazione dell’indirizzo di posta elettronica certificata alla comunicazione del domicilio eletto.
Inoltre, l’art.60delD.P.R. n. 600 del 1973, richiamato dal rimettente quale tertium comparationis, prevede che la notificazione degli avvisi e degli altri atti che per legge devono essere notificati al contribuente è eseguita secondo le norme stabilite dagli artt. 137 e seguenti del codice di procedura civile (mentre è esclusa l’applicazione degli artt. 142, 143, 146, 150 e 151 del medesimo codice), con determinate “modifiche”, tra le quali, per quanto di interesse in questa sede, indica le seguenti: “c) salvo il caso di consegna dell’atto o dell’avviso in mani proprie, la notificazione deve essere fatta nel domicilio fiscale del destinatario; d) è in facoltà del contribuente di eleggere domicilio presso una persona o un ufficio nel comune del proprio domicilio fiscale per la notificazione degli atti o degli avvisi che lo riguardano. In tal caso l’elezione di domicilio deve risultare espressamente da apposita comunicazione effettuata al competente ufficio a mezzo di lettera raccomandata con avviso di ricevimento ovvero in via telematica con modalità stabilite con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate”.
Il rimettente richiama anche, come tertium comparationis, l’art.6dellaL. n. 212 del 2000, che detta principi generali in materia di conoscenza degli atti tributari, stabilendo che l’amministrazione finanziaria provvede comunque a comunicarli nel luogo di effettivo domicilio, quale desumibile dalle informazioni in possesso della stessa amministrazione o di altre amministrazioni pubbliche indicate dal contribuente, ovvero nel luogo ove quest’ultimo abbia eletto domicilio speciale ai fini dello specifico procedimento cui si riferiscono gli atti da comunicare. Tale riferimento risulta non pertinente poiché la norma esclude espressamente la sua applicabilità alle notificazioni degli atti tributari.
5.− Nel merito, le questioni sollevate in riferimento agliartt. 3 e 97 Cost.non sono fondate.
Non può essere condivisa la tesi del rimettente secondo cui la notifica al domicilio eletto per il giudizio dal quale è scaturito l’obbligo del pagamento del tributo costituisce di per sé un vulnus del principio secondo cui al contribuente deve essere garantita una adeguata conoscibilità dell’instaurando procedimento di riscossione del contributo unificato. Rientra nella discrezionalità del legislatore la conformazione degli istituti processuali e, quindi, la disciplina delle notificazioni, con il “limite inderogabile” di assicurare al contribuente una “effettiva possibilità di conoscenza dell’atto” (sentenza n. 175 del 2018). Nel caso in esame la notifica al domicilio eletto non viola il “fondamentale diritto del destinatario della notificazione ad essere posto in condizione di conoscere, con l’ordinaria diligenza e senza necessità di effettuare ricerche di particolare complessità, il contenuto dell’atto e l’oggetto della procedura instaurata nei suoi confronti” (sentenza n. 346 del 1998).
La dichiarazione del destinatario dell’inequivoca volontà di ricevere le notificazioni per il giudizio in corso presso una persona o un ufficio viene configurata dalla disposizione in esame come il presupposto per fare operare una presunzione legale non implausibile, perché fondata sulla elevata probabilità che il destinatario abbia conoscenza effettiva degli atti a lui notificati presso il domiciliatario di sua fiducia, liberamente scelto.
D’altronde l’onere di diligenza e cooperazione che si richiede in capo al destinatario si concretizza nell’onere di acquisire informazioni dal domiciliatario in ordine al processo e alle incombenze ad esso connesse (compreso dunque l’obbligo di pagare il contributo).
La norma trova la sua ratio nel contemperamento non implausibile tra esigenze di garanzia del destinatario, principio di auto-responsabilità e onere di diligenza, da un canto, e di efficienza e buon andamento dell’amministrazione finanziaria, in quanto esonerata da approfondite ricerche anagrafiche, dall’altro.
A ben vedere l’ordinanza di rimessione sembra implicitamente pervasa dal dubbio – dubbio che tuttavia non viene sviluppato, anzi neppure esplicitato -, in ordine alla proporzionalità di un meccanismo sanzionatorio che produce un incremento del quantum debeatur da 120,00 a 4.508,75 Euro, piuttosto che sulle censurate modalità di notifica che, al contrario, alla luce del richiamato quadro normativo, appaiono coerenti con l’indirizzo seguito in materia dal legislatore.
L’omessa comunicazione da parte del domiciliatario al contribuente dell’invito al pagamento del contributo unificato si risolve, nel contesto normativo denunciato dal rimettente, in un inconveniente di mero fatto, come tale inidoneo a incidere sulla lamentata lesione di parametri costituzionali (ex multis, sentenze n. 249 e n. 231 del 2017).
Alla luce delle espresse considerazioni, le questioni sollevate in riferimento agliartt. 3 e 97, secondo comma, Cost., risultano non fondate.
P.Q.M.
LA CORTE COSTITUZIONALE
1) dichiara inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell’art.248, comma 2, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, recante “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia. (Testo A)”, sollevate dalla Commissione tributaria provinciale di Messina, in riferimento agli artt. 24 e 111 della Costituzione, con l’ordinanza indicata in epigrafe;
2) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art.248, comma 2, del D.P.R. n. 115 del 2002, sollevate dalla Commissione tributaria provinciale di Messina, in riferimento agli artt. 3 e 97, secondo comma, Cost., con l’ordinanza indicata in epigrafe.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 febbraio 2019.
Depositata in Cancelleria il 29 marzo 2019.

Divorzio e assegno: adeguamento a seguito delle mutate condizioni patrimoniali dei coniugi

Cassazione civile, sez. I, 04 Aprile 2019, n. 9533. Est. Pazzi.
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
Svolgimento del processo
1. Il Tribunale di Venezia, con sentenza in data (*), dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto da Cr.Gi. e C.P. disponendo che il primo versasse alla seconda un assegno divorzile di Euro 300 mensili.
2. La Corte d’appello di Venezia, con sentenza del 30 ottobre 2015, rilevava che la C., affetta da una grave patologia psichiatrica che non solo la rendeva invalida, ma ne condizionava anche le capacità di lavoro e integrazione, aveva perso nel frattempo il reddito derivante da un’attività di sostegno terapeutico, di cui in precedenza godeva, e, pur vivendo con i genitori, doveva affrontare le spese di vita e cura con il solo reddito da invalidità; di conseguenza il collegio d’appello, tenuto conto del reddito e delle condizioni patrimoniali del Cr. e della natura assistenziale dell’assegno divorzile, rideterminava in aumento l’importo dell’assegno già riconosciuto, affinchè lo stesso fosse funzionale alle esigenze minime di vita di una persona nei cui confronti esistevano necessità di tutela e terapia.
3. Ha proposto ricorso per cassazione contro detta pronuncia C.P. al fine di far valere due motivi di impugnazione.
Ha resistito con controricorso Cr.Gi., il quale ha proposto ricorso incidentale articolato in tre motivi.
La sesta sezione, originariamente investita della decisione della controversia, con ordinanza interlocutoria del 21 novembre 2017 ha ritenuto insussistenti i presupposti per la trattazione del ricorso in camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c., essendo necessario approfondire la questione dedotta nel secondo motivo del ricorso incidentale, ed ha rimesso la causa alla pubblica udienza della prima sezione.
Parte ricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c..
Motivi della decisione
4.1 Il primo motivo del ricorso principale denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, con riferimento alle condizioni dei coniugi: la corte territoriale avrebbe erroneamente determinato la consistenza dell’assegno divorzile, in funzione della sua natura assistenziale e tenendo conto delle esigenze minime di vita della beneficiaria, e in questo modo avrebbe fatto applicazione di criteri diversi da quelli indicati dalla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, e idonei a giustificare la fissazione di un assegno alimentare.
4.2 Con il primo motivo del ricorso incidentale la sentenza impugnata è censurata, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, e dei criteri ivi previsti nonchè, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio già oggetto di discussione fra le parti: la Corte d’appello, ai fini dell’attribuzione dell’assegno di divorzio, era chiamata in primo luogo a verificare l’esistenza del diritto in relazione all’inadeguatezza dei mezzi a disposizione della C. o all’impossibilità per la stessa di procurarseli per ragioni oggettive, operando un raffronto con un tenore di vita analogo a quello condotto in costanza di matrimonio, quindi ad applicare, attraverso una valutazione ponderata e bilaterale, gli altri criteri previsti dalla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, che operavano come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto; oltre a ciò nessun riconoscimento di un assegno divorzile poteva avvenire nel caso in cui il rapporto matrimoniale fosse stato solo formalmente istituito e non avesse dato luogo alla formazione di alcuna comunione materiale e spirituale fra i coniugi.
La corte territoriale, ove avesse opportunamente valutato i presupposti e applicato i criteri dalla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, – e avesse così considerato che la C., percependo un assegno di invalidità e avendo già beneficiato dell’inserimento lavorativo come categoria protetta, non era affatto priva di mezzi adeguati e comunque non era nell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive (tanto che nel corso di dieci anni di separazione non vi era stata necessità nè richiesta di alcun mantenimento), che il Cr. godeva di un reddito mensile di Euro 1350/1400 e che il matrimonio, solo formalmente istituito, non aveva dato luogo alla formazione di alcuna comunione materiale e spirituale -, sarebbe giunta a conclusioni differenti, non riconoscendo alcun assegno divorzile a favore della donna.
4.3 Entrambi i motivi, da trattarsi congiuntamente per la coincidenza delle questioni trattate, non sono fondati.
4.3.1 Va detto in primo luogo che i principi a cui la corte di merito, in tesi del ricorrente incidentale, non avrebbe dato attuazione, non corrispondono alla più recente giurisprudenza di questa Corte (Cass., Sez. U., 18287/2018), la quale ha invece ritenuto che il riconoscimento dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, applicandosi i criteri equiordinati di cui alla prima parte della norma, i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sulla attribuzione che sulla quantificazione dell’assegno.
Dunque, ferma la funzione assistenziale dell’assegno di divorzio previsto dalla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, la valutazione di adeguatezza dei mezzi e dell’incapacità del richiedente di procurarseli per ragioni oggettive deve fondarsi sulle condizioni economico-patrimoniali delle parti ed essere collegata causalmente alla valutazione degli altri indicatori contenuti nella prima parte della norma, al fine di accertare se l’eventuale rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi sia dipendente dalle scelte di conduzione della vita familiare, oltre che dalle effettive potenzialità professionali e reddituali valutabili alla conclusione della relazione matrimoniale, anche in relazione all’età del coniuge richiedente e alla conformazione del mercato del lavoro.
Gli indicatori contenuti nella prima parte della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, svolgono così una funzione perequativa e riequilibratrice dell’assegno di divorzio, dando attuazione al principio di solidarietà che funge da fondamento dell’istituto.
4.3.2 La sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione di questi generali criteri, laddove ha preso atto delle attuali differenti condizioni economico-patrimoniali in cui versano le parti, della fruizione da parte del Cr. della casa già coniugale e delle effettive potenzialità professionali e reddituali dell’odierna ricorrente (risultata affetta da grave patologia che, oltre a renderla totalmente invalida, ne condiziona le capacità di lavoro, tanto da averle consentito di percepire in passato un reddito “il quale più che essere effettivamente tale era il risultato di attività di sostegno terapeutico”).
L’esito di questo preliminare accertamento – istituzionalmente attribuito al giudice di merito e non rinnovabile in questa sede di legittimità – ha posto in evidenza l’insufficienza di redditi propri in capo alla ricorrente principale e la mancanza di potenzialità professionali e reddituali che andassero oltre l’assegno di invalidità, stante il venir meno della percezione di sovvenzioni correlate allo svolgimento di attività di sostegno terapeutico.
Nella quantificazione dell’assegno la corte territoriale ha poi dato corretta attuazione al principio di solidarietà post coniugale.
4.3.3 Il ricorrente incidentale assume reiteratamente che il matrimonio sarebbe stato istituito solo formalmente e non avrebbe dato luogo alla formazione di alcuna comunione materiale e spirituale.
La sentenza impugnata non fa però il minimo cenno a una simile questione, che non risulta posta dall’appellante; nè dalla narrativa del ricorso incidentale, come pure dallo svolgimento dei motivi, risulta che il reclamante, nel corso del giudizio di merito, avesse allegato una simile natura del vincolo matrimoniale.
Sicchè trova applicazione il principio secondo cui, qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni comportanti accertamenti in fatto di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso stesso, indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Suprema Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass. 6089/2018, Cass. 23675/2013).
5.1 n secondo mezzo del ricorso principale lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c.: la corte territoriale avrebbe integralmente compensato le spese di lite malgrado non vi fosse ragione di non applicare il disposto dell’art. 91 c.p.c., dato che il Cr. era risultato del tutto soccombente all’esito del giudizio.
5.2 La censura non merita accoglimento.
L’integrale compensazione delle spese di lite può considerarsi implicitamente fondata sul rigetto, totale o parziale, dei motivi di appello presentati da ambo le parti, le quali avevano domandato l’una la totale esenzione da ogni obbligo, l’altra l’aumento da Euro 300 a Euro 700 mensili.
Se per soccombenza si deve intendere l’oggettiva differenza tra il contenuto della domanda della parte e la decisione assunta, non vi è dubbio che entrambe le parti siano risultate soccombenti in appello, il Cr. totalmente e la C. in larga parte, avendo visto accolto il proprio motivo di appello in modesta misura.
Posto che nessuna norma prevede un criterio di valutazione della prevalenza della soccombenza dell’una o dell’altra basato sul numero delle domande accolte o respinte per ciascuna di esse, in presenza di simili presupposti la corte di merito ha ragionevolmente esercitato il proprio potere discrezionale di disporre la compensazione integrale delle spese di lite, non sindacabile in sede di legittimità (Cass. 1703/2013).
6.1 Il secondo motivo del ricorso incidentale lamenta la violazione e falsa applicazione delle disposizioni di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 9, artt. 24 e 111 Cost. e la violazione dell’art. 342 c.p.c., in ragione del mancato esperimento dell’apposita procedura prevista per la modifica delle condizioni di divorzio a seguito di fatti sopravvenuti: la Corte d’appello avrebbe erroneamente omesso di rilevare l’inammissibilità del motivo di gravame formulato dalla C., la quale aveva dedotto la circostanza nuova costituita dall’intervenuta cessazione della sua attività lavorativa al fine di sollecitare l’innalzamento della misura dell’assegno già fissata dal Tribunale piuttosto che instaurare l’apposita procedura prevista per la modifica delle condizioni di divorzio.
6.2 Il motivo non è fondato.
La natura e la funzione dei provvedimenti diretti a regolare i rapporti economici tra i coniugi in conseguenza del divorzio, così come quelli attinenti al regime di separazione, postulano la possibilità di adeguare l’ammontare del contributo al variare nel corso del giudizio delle loro condizioni patrimoniali e reddituali e anche, eventualmente, di modularne la misura secondo diverse decorrenze riflettenti il verificarsi di dette variazioni (oltre che di disporne la modifica in un successivo giudizio di revisione), con la conseguenza che il giudice d’appello, nel rispetto del principio di disponibilità e di quello generale della domanda, è tenuto a considerare l’evoluzione delle condizioni delle parti verificatasi nelle more del giudizio (Cass. 1824/2005).
Dunque nel caso in cui, dopo la sentenza di divorzio in primo grado, sopravvengano mutamenti della situazione economica dei coniugi, grava sulla parte interessata l’onere di chiedere la riduzione dell’assegno e di fornire la relativa prova (Cass. 3676/1997, Cass. 380/1999); allo stesso modo il giudice d’appello, davanti al quale le parti deducano sopravvenuti mutamenti della situazione, non può esimersi dal disporre i necessari accertamenti in proposito, ancorchè con riguardo a fatti verificatisi nel corso del procedimento di secondo grado (Cass. 2684/1978).
7.1 L’ultimo motivo del ricorso incidentale assume, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità della sentenza e del procedimento ai sensi dell’art. 112 c.p.c. nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio già oggetto di discussione fra le parti, consistente nello svolgimento di attività lavorativa retribuita: la corte territoriale avrebbe omesso di pronunciarsi sulla domanda di accertamento dell’indipendenza e dell’autosufficienza delle parti in epoca anteriore alla cessazione dell’attività lavorativa di C.P., risalente al 2(*), nonchè sulla richiesta di revoca dei provvedimenti provvisori di cui all’ordinanza presidenziale del 20 settembre 2012 e di conseguente restituzione di quanto versato in ragione della medesima.
7.2 Il motivo non è fondato.
La Corte d’appello, in realtà, non si è limitata a esaminare la più recente condizione non lavorativa allegata dalla C. ai fini di sollecitare la modifica in aumento dell’assegno fissato in suo favore dal Tribunale, ma ha tenuto presente il fatto storico asserita mente trascurato, vale a dire la condizione di occupazione della odierna ricorrente principale (tanto da arrivare a definirla un’attività di sostegno terapeutico piuttosto che un lavoro) ed il reddito così conseguito sino al termine dell’attività (tanto da far decorrere l’aumento riconosciuto dalla mensilità successiva al venir meno dell’impiego).
Nè può essere fondatamente predicata un’omessa pronuncia sulla domanda tesa a negare il riconoscimento di un assegno di divorzio fino a quell’epoca, ove si consideri che il collegio d’appello, in proposito, ha espressamente ritenuto che fino alla data in cui la C. aveva cessato di lavorare dovevano valere i provvedimenti presidenziali (pag. 4).
Risultano poi inammissibili i profili di censura tesi a sovvertire una simile valutazione, che rimane di pertinenza esclusiva del giudice di merito e non può essere rinnovata in questa sede di legittimità, dato che a questa Corte è affidato il controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e motivazionale, delle argomentazioni svolte nella decisione impugnata.
8. In forza dei motivi sopra illustrati tanto il ricorso principale quanto il ricorso incidentale debbono essere respinti.
La reciproca soccombenza giustifica l’integrale compensazione delle spese di lite tra le parti, ex art. 92 c.p.c., comma 2.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso principale e il ricorso incidentale e compensa integralmente fra le parti le spese del giudizio di cassazione.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente principale e del ricorrente incidentale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale e il ricorso incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri titoli identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge.
Così deciso in Roma, il 12 febbraio 2019.
Depositato in Cancelleria il 4 aprile 2019.

Nuova convivenza esclude titolo a percepire assegno di mantenimento anche se in seguito cessa ed anche se non si dimostra il miglioramento delle condizioni economiche a favore del beneficiario del contributo.

Cass. 28 febbraio 2019 n. 5979.

FATTI DI CAUSA
La Corte d’appello di Trieste, con decreto del 9/02/2015, ha confermato il decreto del Tribunale di Gorizia che aveva respinto la richiesta di E.G. nei confronti di L.C., di revisione, ex art. 9 I.div., delle condizioni economiche di divorzio, in particolare, di disporre la cessazione dell’obbligo dell’ex marito di corrispondere alla C. l’assegno divorzile di 250,00 mensili.
La Corte d’appello, all’esito anche di informative disposte tramite polizia tributaria, ha ritenuto che il reclamante non avesse comprovato un fatto sopravvenuto legittimante la modifica delle condizioni di divorzio, non rilevando la circostanza che il coniuge beneficiario dell’assegno avesse instaurato una convivenza more uxorio con altra persona, occorrendo la prova, da parte dell’ex coniuge onerato, che tale convivenza abbia influito in melius sulle condizioni economiche dell’avente diritto.
Avverso il suddetto decreto, E.G. propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi, nei confronti di L.C. (che resiste con controricorso).
RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Il ricorrente lamenta, con il primo motivo, la violazione o falsa applicazione, ex art.360 n. 3 c.p.c., dell’art.5 comma 6 I.div. nonché vizio di motivazione, ex art.360 n. 5 c.p.c., in relazione al fatto rappresentato dalla stabile convivenza della C. con altra persona;
con il secondo motivo, l’omesso esame, ex art.360 n. 5 c.p.c., di un fatto decisivo rappresentato dalle risultanze degli accertamenti tributari, dai quali si evidenziava la parificazione dei redditi della coppia costituita dal G. con l’attuale coniuge e di quella costituita dalla C. con il convivente di fatto.
2. La prima censura è fondata, con assorbimento della seconda.
Questa corte ha già da tempo chiarito (Cass. 6855/2015; conf. Cass. 2466/2016; Cass.4649/2017; Cass. 2732/2018) che «l’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, ancorché di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge, sicché il relativo diritto non entra in stato di quiescenza, ma resta definitivamente escluso»;
invero, la formazione di una famiglia di fatto – costituzionalmente tutelata ai sensi dell’art. 2 Cost. come formazione sociale stabile e duratura in cui si svolge la personalità dell’individuo – è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio di una cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà post matrimoniale con l’altro coniuge, il quale non può che confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo.
Nell’ordinanza di questa Corte n. 18111/2017 si è poi precisato che non assume rilievo la successiva cessazione della convivenza di fatto intrapresa dall’ex coniuge beneficiario. Nella specie, la ricorrente, costituendosi in giudizio, aveva riconosciuto di avere instaurato una stabile convivenza con altra persona, dato questo talmente pacifico che la Corte (avendo il G. contratto nuovo matrimonio) aveva disposto informative tramite polizia tributaria circa le rispettive condizioni patrimoniali dei due nuovi nuclei familiari.
Il fatto sopravvenuto giustificava pertanto la revisione dell’assegno divorzile e la decisione impugnata, escludendo che la convivenza more uxorio dell’ex coniuge, beneficiario di assegno, facesse venir meno il diritto all’assegno stesso, non è conforme al principio di diritto sopra richiamato.
3. Per tutto quanto sopra esposto, in accoglimento del primo motivo del ricorso, assorbito il secondo, va cassata la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’appello di Trieste, in diversa composizione.
Il giudice (1 , 21 rinvio provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.
P.Q.M.
La Corte accoglie il primo motivo del ricorso, assorbito il secondo, cassa la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’appello di Trieste, in diversa composizione, anche in ordine alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità. Così deciso, in Roma, il 14 dicembre 2018.

Bigenitorialità: il padre deve avere tempi di frequentazione adeguati. Il solo week end non basta

Cass. Civ., sez. I, sentenza 8 aprile 2019 n. 9764 (Pres. Valitutti, rel. Scalia)
Fatti di causa
1. Il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto con decreto del 18 gennaio 2016 affidava la minore ….. ad entrambi i genitori, con collocamento presso la madre, stabilendo che il padre potesse vederla e tenerla con sé, salvo diverso accordo con la genitrice, a fine settimana alterni, ossia ogni quindici giorni, stabilendo altresì a carico del padre un assegno di mantenimento di Euro 600,00.
La Corte di appello di Messina, adita in sede di reclamo ex art. 739 c.p.c., riduceva l’assegno mensile ad Euro 450,00, confermando nel resto le modalità di visita del padre e “rigettando tutte le altre richieste formulate dalle parti”.
2. Ricorre in cassazione avverso il decreto emesso dalla Corte di appello, D.G.F. , articolando quattro motivi di annullamento.
Resiste con controricorso C.A. .

Ragioni della decisione
1. Il primo ed il secondo motivo di ricorso si prestano a trattazione congiunta perché entrambi sono diretti a censurare l’impugnato provvedimento per violazione di legge, anche processuale, in relazione all’art. 337 ter c.c., e art. 132 c.p.c., ed agli artt. 2, 3, 29 e 30 Cost., per assunta lesione del diritto alla bigenitorialità.
Il ricorrente si duole che il provvedimento impugnato non preveda tempi di permanenza infrasettimanali della figlia presso il padre e quindi di frequentazione con la minore in misura tendenzialmente paritetica rispetto a quelli di permanenza presso il genitore collocatario, sì da consentire, nella stabilita congrua assiduità dei rapporti, anche, l’esercizio della comune responsabilità genitoriale.
La tenera età della figlia, nata il (omissis) , non sarebbe stata di ostacolo all’incremento del tempo di frequentazione tra padre e figlia, avendo da tempo la giurisprudenza riconosciuto il rilievo assunto da una più assidua e consistente disciplina del tempo di permanenza del figlio presso il padre, là dove essa intervenga in caso di tenera età del minore e tanto nella finalità assolta di consentire l’instaurarsi di un solido legame tra padre e figlio.
La Corte di merito avrebbe omesso ogni indicazione di elementi espressivi della inidoneità genitoriale del ricorrente tali da giustificare i disciplinati ristretti tempi di visita.
I motivi sono fondati nei termini di seguito precisati.
Questa Corte di legittimità ha più volte affermato che, nell’interesse superiore del minore, va assicurato il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, nel dovere dei primi di cooperare nell’assistenza, educazione ed istruzione (ex multis: Cass. 23/09/2015 n. 18817; Cass. 22/05/2014 n. 11412).
La lettura riservata dalla giurisprudenza di legittimità al superiore interesse della prole, atteso il preminente diritto del minore ad una crescita sana ed equilibrata, si è spinta a ritenere giustificata l’adozione, in un contesto di affidamento, di provvedimenti contenitivi o restrittivi di diritti individuali di libertà dei genitori, nell’apprezzato loro carattere recessivo rispetto all’interesse preminente del minore (Cass. 24/05/2018 n. 12954; Cass. 04/11/2013 n. 24683).
L’orientamento è confortato nelle sue affermazioni di principio dalla giurisprudenza di fonte convenzionale là dove la Corte Edu, chiamata a pronunciare sul rispetto della vita familiare di cui all’art. 8 della CEDU, pur riconoscendo all’autorità giudiziaria ampia libertà in materia di diritto di affidamento, evidenzia la necessità di un più rigoroso controllo sulle “restrizioni supplementari”, tali intendendo quelle apportate dalle autorità al diritto di visita dei genitori, e sulle garanzie giuridiche destinate ad assicurare la protezione effettiva del diritto dei genitori e dei figli al rispetto della loro vita famigliare.
Le “restrizioni supplementari” comportano, invero, il rischio di troncare le relazioni familiari tra un figlio in tenera età e uno dei genitori o entrambi, pregiudicando il preminente interesse del minore (Corte EDU, 09/02/2017, Solarino c. Italia).
La Corte di Strasburgo chiama le autorità nazionali – nella materia in questione – ad adottare tutte le misure che era ragionevolmente possibile attendersi da loro per mantenere i legami tra il genitore e i suoi figli (Corte EDU, 17/11/2015, Bondavalli c. Italia; Corte EDU, 23/02/2017, D’Alconzo c. Italia), nella premessa che “per un genitore e suo figlio, stare insieme costituisce un elemento fondamentale della vita famigliare (Kutzner c. Germania, n. 46544/99, 5 58, CEDU 2002) e che delle misure interne che lo impediscano costituiscono una ingerenza nel diritto protetto dall’art. 8 della Convenzione (K. e T. c. Finlandia (GC), n. 25702/94, 5 151, CEDU 2001 VII)” (par. 55 Corte EDU, 23/02/2017).
Con l’ulteriore precisazione che in un quadro di osservanza e rispetto della frequentazione tra genitore e figlio, gli obblighi positivi da adottarsi dalle autorità degli Stati nazionali, per garantire effettività della vita privata o familiare nei termini di cui all’art. 8 della Convenzione Edu, non si limitano al controllo che il bambino possa incontrare il proprio genitore o avere contatti con lui, ma includono l’insieme delle misure preparatorie che, non automatiche e stereotipate, permettono di raggiungere questo risultato, nella preliminare esigenza che le misure deputate a riavvicinare il genitore al figlio rispondano a rapida attuazione, perché il trascorrere del tempo può avere delle conseguenze irrimediabili sulle relazioni tra il fanciullo e quello dei genitori che non vive con lui (Corte EDU 29/01/2013, Lombardo c/ Italia).
Nel caso di specie, la Corte di appello, dopo avere ritenuto che la minore “abbisogna di mantenere e semmai intensificare i rapporti con il padre, ma ciò in maniera del tutto graduale”, ha, poi, con motivazione praticamente assente, dato acritica conferma ai provvedimenti, emessi dal giudice di primo grado di cui ha apprezzato equilibrio e conformità agli interessi del minore, senza tenere in alcun conto le critiche mosse dal padre con l’atto di impugnazione.
Rileva questo Collegio, tenendo conto anche della conflittualità tra i genitori, che non lasciava presagire possibilità di soluzioni diverse concordate, che manca del tutto per il segnalato passaggio una specifica motivazione in ordine alle eventuali ragioni che hanno indotto la Corte di merito ad escludere una frequentazione infrasettimanale con il padre nella inosservanza del principio della bigenitorialità segnato, nei suoi pieni contenuti, dalla interlocuzione tra giudici nazionali e della Corte di Strasburgo.
È invero nulla, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, la motivazione solo apparente, che non costituisce espressione di un autonomo processo deliberativo, quale la decisione di appello motivata “per relationem” a quella di primo grado, attraverso una generica condivisione della ricostruzione in fatto e delle argomentazioni svolte dal primo giudice, senza alcun esame critico delle stesse in base ai motivi di gravame e che non lasci in evidenza, nella combinata lettura di entrambe le sentenze, un percorso argomentativo esaustivo e coerente (Cass. 05/11/2018 n. 28139; Cass. 21/09/2017 n. 22022).
2. Si lasciano apprezzare come fondati anche il terzo ed il quarto motivo di ricorso con cui si fa valere la violazione dell’art. 132 c.p.c., e l’omesso esame ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, di un fatto decisivo per la controversia.
Vero è infatti che la Corte di appello omette del tutto di prendere in esame quale fatto decisivo per la controversia la condotta ostracistica della madre, posta a fondamento del ricorso ex art. 709 ter c.p.c., su cui non impegna parola alcuna, affidandosi invece all’adozione della formula, generica, di rigetto di “tutte le richieste formulate dalle parti”.
E tanto, pur trattandosi di una condotta gravemente lesiva del diritto del minore alla bigenitorialità, garanzia di stabile consuetudine di vita e di ferme relazioni affettive con entrambi.
I giudici di appello anche in questo caso non evidenziano le ragioni di indegnità o di incapacità del padre di prendersi cura della figlia, mancando nel contempo di apprezzare, avuto riguardo alla posizione del genitore collocatario, che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e sana.
3. Il ricorso va pertanto accolto con rinvio alla Corte di appello di Messina che in altra composizione provvederà ad attenersi agli indicati principi, liquidando altresì le spese per il giudizio di cassazione.
P.Q.M.
La Corte accoglie i motivi di ricorso, nei sensi di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Messina, sezione per i minorenni, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.
Dispone che ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento.

ALTERAZIONE DI STATO E FALSE DICHIARAZIONI IN ATTI DELLO STATO CIVILE

Di Gianfranco Dosi
I I reati contro lo status filiationis
Nell’ambito dei delitti contro la famiglia (Titolo XI del secondo libro del codice penale1), alcune nor¬me sono rivolte all’incriminazione di comportamenti illeciti commessi contro lo “stato di famiglia” (espressione che fa riferimento allo status filiationis), includendosi in questa categoria comporta¬menti eterogenei che determinano una difformità tra quanto riportato nei registri di stato civile e la vera identità del figlio, cioè di uno dei più importanti suoi diritti della personalità2.
Si prendono qui in considerazione – per l’assoluta maggior frequenza con cui si verificano – le di¬chiarazioni all’ufficiale di stato civile non corrispondenti alla verità della procreazione.
Alcuni di questi comportamenti possono realizzarsi al momento della formazione dell’atto di nasci¬ta di un figlio (indifferentemente nato nel matrimonio o fuori dal matrimonio) ed integrano reati gravi contro lo status filiationis, il più significativo dei quali è l’alterazione di stato (art. 567, secon¬do comma, c.p.). Altri comportamenti, sempre contro lo status filiationis (false attestazioni e false dichiarazioni), possono invece realizzarsi a distanza di tempo dalla formazione dell’atto di nascita (nel caso di falso riconoscimento di un figlio nato fuori dal matrimonio da parte del genitore che non lo ha riconosciuto al momento della nascita) e possono integrare il diverso (meno grave) reato di “false dichiarazioni in atti dello stato civile” (art. 495 c.p.3).
Le disposizioni penali contro lo stato di famiglia riguardano la protezione dell’identità personale attraverso la corretta registrazione delle persone nei registri dello stato civile (essendo gli atti di stato civile destinati a documentare e provare l’identità delle persone) e sino dirette in particolare alla veritiera attribuzione dello status filiationis.
E’ opportuno ricordare che la riforma della filiazione (attuata con la legge 10 dicembre 2012, n. 219 e con il decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154) ha cancellato le diversità di status collegate alla nascita nel matrimonio e fuori dal matrimonio e il nuovo art. 315 c.c. proclama so¬lennemente che “Tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico”. Non ha più senso interrogarsi, quindi – come avveniva in passato – se il bene giuridico protetto da queste norme sia lo status del figlio “legittimo” o “naturale”. Lo status è oggi indiscutibilmente l’identità della persona.
Perciò alterare (in senso generale) lo status di figlio (al momento della formazione dell’atto di nascita o successivamente con un riconoscimento tardivo), significa dichiarare o attestare consa¬pevolmente una condizione diversa dalla verità della procreazione biologica.
La giurisprudenza è consolidata su questa interpretazione.
La dichiarazione falsa resa in sede di formazione dell’atto di nascita altera lo stato del neonato, attribuendo al figlio riconosciuto una discendenza che non gli è propria secondo natura, essendo l’interesse protetto dal secondo comma dell’art. 567, c.p., integrato dall’interesse del neonato a non vedersi attribuire uno stato civile difforme da quello che gli spetta in virtù dei dati costitutivi reali (Cass. pen. Sez. VI, 5 maggio 2008, n. 35806). Per configurare il reato di alterazione di stato, nell’ipotesi di cui al secondo comma dell’art. 567 c.p., occorre che nell’atto di nascita venga¬no attribuiti al neonato genitori diversi da quelli che lo hanno generato poiché con questa norma il legislatore ha inteso tutelare l’interesse del minore alla verità effettiva dell’ascendenza, punendo l’attribuzione al neonato di un genitore diverso da quello naturale (Cass. pen. Sez. VI, 13 dicem¬bre 2004, n. 4453 secondo cui non risponde di alterazione di stato la madre che, nel dichiarare all’ufficiale di stato civile che il figlio è stato concepito da un’unione naturale, occulti il suo stato di persona coniugata). Si tratta di una norma posta a garanzia dell’identità del neonato, del rapporto effettivo di procreazione per come naturalmente si determina e, quindi, dell’integrità dello stato di filiazione, quale attributo della personalità (Cass. pen. Sez. VI, 12 febbraio 2003, n. 17627).
Il reato è integrato anche, naturalmente, dal comportamento di chi afferma falsamente che un figlio nato nel matrimonio sarebbe invece figlio nato fuori dal matrimonio (Cass. pen. Sez. VI, 12 agosto 2009, n. 32854; Cass. pen. Sez. VI, 12 febbraio 2003, n. 17627).
Pertanto ai fini dei reati commessi contro lo stato di famiglia, si intende per status filiationis la si¬tuazione di fatto determinata dalla procreazione biologica (favor veritatis) e non anche la situazio¬ne giuridica a cui l’ordinamento ricollega diritti di famiglia e da cui fa discendere relazioni parentali giuridicamente riconosciute (favor legitimitatis). Il che – come si dirà – significa che non dichiarare al momento della nascita l’eventuale difformità biologica rispetto alla presunzione di concepimento
2 Art. 566 (Supposizione o soppressione di stato)
Chiunque fa figurare nei registri dello stato civile una nascita inesistente è punito con la reclusione da tre a dieci anni.
Alla stessa pena soggiace chi, mediante l’occultamento di un neonato, ne sopprime lo stato civile.
Art. 567 (Alterazione di stato)
Chiunque, mediante la sostituzione di un neonato, ne altera lo stato civile è punito con la reclusione da tre a dieci anni.
Si applica la reclusione da cinque a quindici anni a chiunque, nella formazione di un atto di nascita, altera lo stato civile di un neonato, mediante false certificazioni, false attestazioni o altre falsità.
Art. 568 (Occultamento di stato di un figlio)
Chiunque depone o presenta un fanciullo, già iscritto nei registri dello stato civile come figlio nato nel matrimonio o riconosciuto, in un ospizio di trovatelli o in un altro luogo di beneficenza, occultandone lo stato, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.
3 Art. 495 (Falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità perso¬nali proprie o di altri)
Chiunque dichiara o attesta falsamente al pubblico ufficiale l’identità, lo stato o altre qualità della propria o dell’altrui persona è punito con la reclusione da uno a sei anni.
La reclusione non è inferiore a due anni:
1) se si tratta di dichiarazioni in atti dello stato civile;
2) se la falsa dichiarazione sulla propria identità, sul proprio stato o sulle proprie qualità personali è resa all’au¬torità giudiziaria da un imputato o da una persona sottoposta ad indagini, ovvero se, per effetto della falsa dichiarazione, nel casellario giudiziale una decisione penale viene iscritta sotto falso nome.
durante il matrimonio (art. 232 c.c.) comporta l’attribuzione di responsabilità penale ove vi sia la consapevolezza di tale difformità. Lo status legitimitatis non è, perciò, uno schermo che consente l’attribuzione al figlio di una identità biologica non veritiera.
L’ordinamento di stato civile (DPR 3 novembre 2000, n. 396, cosiddetto) attribuisce all’art. 5 all’ufficiale di stato civile la funzione primaria di formare tutti gli atti concernenti lo stato civile (cittadinanza, nascita, matrimonio, unione civile, morte) nonché quella di archiviarli, conservarli, aggiornarli (con le annotazioni), rilasciarne copie e verificare le dichiarazioni delle parti4. Gli atti di nascita, in particolare, sono formati in genere nel Comune in cui la nascita avviene; se il Comu¬ne in cui l’atto è formato è diverso da quello di residenza degli interessati, gli atti devono essere comunicati dall’ufficiale di stato civile che li ha formati all’ufficiale di stato civile del Comune di residenza (art. 12 DPR 396/2000).
L’art. 7 della Convenzione internazionale del 1989 sui diritti del fanciullo (ratificata in Italia dalla Legge 27 maggio 1991, n. 176) prescrive appositamente – pur non entrando nella definizione dello status filiationis – che “Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi. Gli Stati parti vigilano affinché questi diritti siano attuati in conformità con la loro legislazione nazionale e con gli obblighi che sono imposti loro dagli stru¬menti internazionali applicabili in materia…”.
Il DPR 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordina¬mento dello stato civile, a norma dell’articolo 2, comma 12, della legge 15 maggio 1997, n.127) prescrive al primo comma dell’art. 30 (Dichiarazione di nascita) che “La dichiarazione di nascita è resa da uno dei genitori, da un procuratore speciale, ovvero dal medico o dalla ostetrica o da altra persona che ha assistito al parto, rispettando l’eventuale volontà della madre di non essere nominata”, con tale ultima precisazione volendo alludere al diritto della donna (previsto nel nostro ordinamento) sia di non riconoscere il figlio nato fuori del matrimonio e di escludere in futuro di essere convenuta in un giudizio tendente alla dichiarazione di maternità, sia di non voler attribuire al figlio nato nel matrimonio nemmeno lo status legitimitatis.
II Il reato di “alterazione di stato” (al momento della formazione dell’atto di nascita)
a) Il reato di “alterazione di stato”
Il reato di “alterazione di stato” (art. 567, secondo comma, c.p.5) consiste nel comportamen¬to commesso, per lo più con gli atti indicati nel secondo comma della disposizione, da parte di “chiunque nella formazione di un atto di nascita altera lo stato civile di un neonato, mediante false certificazioni, false attestazioni o altre falsità”6.
Per comprendere quali possano essere gli altri autori di tali falsità – oltre alla partoriente – è op¬portuno ricordare che il sopra richiamato art. 30 dell’Ordinamento di stato civile prevede che la dichiarazione di nascita è resa “da uno dei genitori [solo da uno o entrambi i genitori se si tratta di figlio nato fuori dal matrimonio] da un procuratore speciale, ovvero dal medico o dalla ostetrica o da altra persona che ha assistito al parto…” con la conseguenza che ciascuno di questi soggetti (in genere in concorso con uno dei genitori: e quindi anche il marito della partoriente) potrebbe commettere il reato sia attraverso proprie dichiarazioni o attestazioni non veritiere sia attraverso altri comportamenti di compartecipazione consapevole all’illecito (Cass. pen. Sez. VI, 12 agosto 2009, n. 32854).
La falsità che integra nello specifico il reato di “alterazione di stato” (art. 567, secondo comma, c.p.) è quella che si realizza al momento della nascita con la formazione dell’atto di nascita ef¬fettuata ex art. 30 dell’ordinamento di stato civile, indifferentemente, come detto, per i figli nati nel matrimonio (in virtù della presunzione di paternità) o per i figli nati fuori dal matrimonio (in conseguenza del riconoscimento).
Una alterazione dello status filiationis può verificarsi anche successivamente, a distanza di tempo dalla formazione dell’atto di nascita (e per questo motivo non integra il reato di “alterazione di stato” che è contestuale alla formazione dell’atto di nascita), attraverso un “falso riconoscimento” del figlio nato fuori dal matrimonio che in tal caso integra il reato di cui all’art. 495 c.p. (“false dichiarazioni in atti dello stato civile”) in concorso con il genitore consapevole della falsità che per primo ha effettuato il riconoscimento, chiamato ad esprimere obbligatoriamente il proprio consen¬so (art. 250 c.c.).
4 La redazione degli atti di stato civile – registrazione, in senso lato – non è libera ma avviene obbligatoriamente (art. 12 DPR 396/2000) secondo formule stabilite con decreto del Ministero (attualmente il decreto che contiene tutte le formule è il decreto del 5 aprile 2002 e successive modificazioni)
5 Art. 567 (Alterazione di stato)
Chiunque, mediante la sostituzione di un neonato, ne altera lo stato civile è punito con la reclusione da tre a dieci anni.
Si applica la reclusione da cinque a quindici anni a chiunque, nella formazione di un atto di nascita, altera lo stato civile di un neonato, mediante false certificazioni, false attestazioni o altre falsità.
6 Del tutto infrequenti – considerata anche l’organizzazione amministrativa degli enti ospedalieri e degli uffici di stato civile – sono gli altri pur possibili comportamenti che determinano anch’essi una “alterazione” dello status filiationis quali la “sostituzione di un neonato” (art. 567, primo comma, c.p.) o il far figurare una nascita inesistente (che in verità è una “invenzione” di uno status inesistente) ovvero l’occultamento della nascita di un neonato (art. 566 c.p) o del suo stato (art. 568 c.p.).
b) Il reato di ”alterazione di stato” assorbe quello di “false dichiarazioni in atti dello stato civile”
Come si è detto, il reato di “alterazione di stato” (art. 567, secondo comma, c.p.) si realizza necessariamente attraverso “false certificazioni, false attestazioni o altre falsità” (rese ai sensi dell’art. 30 dell’Ordinamento di stato civile) ed è per questo motivo che potrebbe porsi il problema del concorso formale con il reato di “false dichiarazioni in atti dello stato civile” (art. 495 c.p.). In effetti l’alterazione di stato del neonato si produce attraverso la falsa dichiarazione all’ufficiale di stato civile.
Il concorso formale (cioè, ai sensi dell’art. 81 c.p., un’azione che viola diverse disposizioni di legge, dando luogo all’applicazione della pena più grave prevista tra i reati commessi) è tuttavia escluso del fatto che l’alterazione di stato è un reato complesso (art. 84 c.p.) cioè un reato del quale gli elementi costitutivi (falsità e alterazione dello status filiationis) costituiscono di per sé reato. Per¬tanto non si applicano le norme sul concorso formale ma trova applicazione solo il reato complesso (appunto l’art. 567 secondo comma c.p.).
Tutto questo comporta che la falsità (benché di per sé non punibile, perché assorbita dall’altera¬zione di stato) costituisce certamente un elemento del reato e contribuisce a produrre il disvalo¬re del fatto (alterare lo stato civile di una persona con una falsa attestazione al momento della formazione dell’atto di nascita). Il concetto è sintetizzato anche in giurisprudenza da Cass. pen. Sez. V, 10 marzo 2016, n. 13525 secondo cui ai fini della configurabilità del reato ex art. 567, comma 2, c.p., occorre un’attività materiale di alterazione di stato che costituisca un quid pluris rispetto alla mera falsa dichiarazione e si caratterizzi per l’idoneità a creare una falsa attestazione, con attribuzione al figlio di una diversa discendenza, in conseguenza dell’indicazione di un genitore diverso da quello naturale.
Se la falsità non producesse l’alterazione di stato il comportamento sarebbe quindi punibile come falsità.
Queste considerazioni inducono a ritenere che la madre coniugata che partorisce ha l’obbligo di dichiarare il vero all’ufficiale di stato civile circa lo stato del neonato (non potendo rifugiarsi dietro lo schermo della presunzione di paternità del marito). Se non esistesse il reato di “alterazione di stato” la madre che non dichiarasse il vero commetterebbe quanto meno un reato di falsità in at¬testazioni all’ufficiale di stato civile.
Le stesse considerazioni – come meglio si dirà più oltre – valgono per il marito consapevole della falsità che è compartecipe del medesimo reato essendo certamente egli obbligato a impedire l’e¬vento (art. 40 c.p.).
c) La sanzione penale rivista dalla sentenza della Corte costituzionale 10 novembre 2016, n. 236
Su sollecitazione del tribunale di Varese la Corte costituzionale (Corte cost. 10 novembre 2016, n. 236) è intervenuta per scrutinare la ragionevolezza della grave sanzione prevista nell’art. 567, secondo comma, c.p. (da cinque a quindici anni di reclusione) rispetto alla meno grave sanzione prevista per un fatto analogo (alterazione di stato realizzata attraverso la sostituzione di un neo¬nato) dal primo comma del medesimo art. 567 c.p. (reclusione da tre a dieci anni).
Secondo il tribunale di Varese si tratterebbe di un trattamento sanzionatorio irragionevolmente eccessivo e sproporzionato, anche in riferimento alle altre fattispecie delittuose contenute nel Libro II, Titolo XI, Capo III, del codice penale e soprattutto in riferimento.
La medesima questione era già stata dichiarata manifestamente infondata dalla Corte costituzio¬nale con l’ordinanza n. 106 del 2007 (Corte cost. 23 marzo 2007, n. 106) in cui la Corte chiarì come le fattispecie descritte dal primo e dal secondo comma dell’art. 567 c.p. siano oggettivamen¬te diverse, perché, seppure in entrambe è tutelato il medesimo bene giuridico (l’interesse del mi¬nore alla verità dell’attestazione ufficiale della propria ascendenza), nel caso del primo comma la condotta consiste in uno scambio materiale di neonati, mentre la fattispecie prevista dal secondo comma si realizza mediante la commissione di un altro reato (quello di falso ideologico, che non concorre con quello di alterazione di stato), rivelando una più intensa carica criminosa, sicché il principio di uguaglianza appare rispettato, avendo il legislatore trattato, dal punto di vista sanzio¬natorio, situazioni diverse in modo diverso.
La Corte ha ritenuto, però, oggi, fondata la questione nuovamente posta al suo esame (Corte cost. 10 novembre 2016, n. 236 che dichiara applicabile al reato di “alterazione di stato” pre¬visto nel secondo comma dell’art. 567 c.p. la sanzione prevista nel primo comma dell’art. 567 c.p.) ritenendo manifestamente sproporzionata la pena indicata nel secondo comma (da cinque a quindici anni) alla luce del reale disvalore della condotta punita.
Si afferma nella decisione che è costante, nella giurisprudenza costituzionale, la considerazione secondo cui l’art. 3 Costituzione esige che la pena sia proporzionata al disvalore del fatto illecito commesso, in modo che il sistema sanzionatorio adempia nel contempo alla funzione di difesa sociale ed a quella di tutela delle posizioni individuali. E la tutela del principio di proporzionalità, nel campo del diritto penale, conduce a “negare legittimità alle incriminazioni che, anche se pre¬sumibilmente idonee a raggiungere finalità statuali di prevenzione, producono, attraverso la pena, danni all’individuo (ai suoi diritti fondamentali) ed alla società sproporzionatamente maggiori dei vantaggi ottenuti (o da ottenere) da quest’ultima con la tutela dei beni e valori offesi dalle predette incriminazioni” (sentenze n. 341 del 1994 e n. 409 del 1989). Deve essere ricordato, in questa prospettiva, anche l’art. 49, numero 3), della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea – proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000, e che ha ora lo stesso valore giuridico dei trattati, in forza dell’art. 6, comma 1, del Trattato sull’Unione Europea (TUE), come modificato dal Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2007, ratificato e reso esecutivo con L. 2 agosto 2008, n. 130, ed entrato in vigore il 1 dicembre 2009 – a tenore del quale “le pene inflitte non devono essere sproporzionate rispetto al reato”.
In questo delicato settore dell’ordinamento, il principio di proporzionalità esige un’articolazione le¬gale del sistema sanzionatorio che renda possibile l’adeguamento della pena alle effettive respon¬sabilità personali, svolgendo una funzione di giustizia, e anche di tutela delle posizioni individuali e di limite della potestà punitiva statale, in armonia con il “volto costituzionale” del sistema penale (sentenza n. 50 del 1980).
A ciò si aggiunge che, alla luce dell’art. 27 Costituzione il principio della finalità rieducativa della pena costituisce “una delle qualità essenziali e generali che caratterizzano la pena nel suo con¬tenuto ontologico, e l’accompagnano da quando nasce, nell’astratta previsione normativa, fino a quando in concreto si estingue” (sentenza n. 313 del 1990; si vedano anche le sentenze n. 183 del 2011 e n. 129 del 2008). Esso, pertanto, non vale per la sola fase esecutiva, ma obbliga tanto il legislatore quanto i giudici della cognizione (sentenza n. 313 del 1990). Anche la finalità riedu¬cativa della pena, nell’illuminare l’astratta previsione normativa, richiede “un costante principio di proporzione tra qualità e quantità della sanzione, da una parte, e offesa, dall’altra” (sentenza n. 251 del 2012 e, ancora, sentenza n. 341 del 1994), mentre la palese sproporzione del sacrificio della libertà personale produce “una vanificazione del fine rieducativo della pena prescritto dall’art. 27, terzo comma, della Costituzione, che di quella libertà costituisce una garanzia istituzionale in relazione allo stato di detenzione” (sentenza n. 343 del 1993).
Laddove la proporzione tra sanzione e offesa difetti manifestamente, perché alla carica offensiva insita nella condotta descritta dalla fattispecie normativa il legislatore abbia fatto corrispondere conseguenze punitive di entità spropositata, non ne potrà che discendere una compromissione ab initio del processo rieducativo, processo al quale il reo tenderà a non prestare adesione, già solo per la percezione di subire una condanna profondamente ingiusta (sentenze n. 251 e n. 68 del 2012), del tutto svincolata dalla gravità della propria condotta e dal disvalore da essa espressa.
In tale contesto, una particolare asprezza della risposta sanzionatoria determina perciò una viola¬zione congiunta degli artt. 3 e 27 Costituzione essendo lesi sia il principio di proporzionalità della pena rispetto alla gravità del fatto commesso, sia quello della finalità rieducativa della pena (sen¬tenza n. 68 del 2012, che richiama le sentenze n. 341 del 1994 e n. 343 del 1993).
È ciò che accade nel caso della cornice edittale prevista per il delitto di cui all›art. 567, secondo comma, codice penale.
Un ruolo non secondario – nelle valutazioni del giudice a quo e, come si dirà, di questa stessa Cor¬te – è in effetti svolto dallo specifico riferimento al più mite trattamento sanzionatorio stabilito per il delitto di alterazione di stato mediante sostituzione di un neonato, significativamente presente al primo comma dello stesso articolo 567 codice penale, che riunisce, sotto la medesima rubrica, due fattispecie accomunate dall’essere indirizzate alla tutela del medesimo bene giuridico, come questa Corte ha già riconosciuto nell’ordinanza n. 106 del 2007.
La manifesta irragionevolezza per sproporzione della forbice edittale censurata si evidenzia al co¬spetto della meno severa cornice (reclusione da tre a dieci anni) che il medesimo art. 567 codice penale prevede, al primo comma, per l’altra fattispecie di alterazione dello stato di famiglia del neonato, commessa mediante la sua sostituzione.
Le fattispecie punite, rispettivamente, al primo e al secondo comma del citato articolo, non sono identiche, ma non possono considerarsi del tutto disomogenee, non fosse altro perché indirizzate a proteggere, come questa Corte ha già riconosciuto (ordinanza n. 106 del 2007), il medesimo bene giuridico.
Tutto ciò premesso, alla luce dei limiti dei poteri d’intervento di questa Corte, l’unica soluzione praticabile consiste nel parificare il trattamento sanzionatorio delle due fattispecie nelle quali si articola l’unitario art. 567 codice penale, trattandosi, appunto, di utilizzare coerentemente “gran¬dezze già rinvenibili nell’ordinamento”.
Va pertanto dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 567, secondo comma, codice penale, nella parte in cui punisce il delitto ivi descritto con la pena della reclusione da cinque a quindici anni, anziché con la pena della reclusione da tre a dieci anni.
d) La maternità surrogata non è “alterazione di stato” ove realizzata in Stati che la con¬siderano lecita
La giurisprudenza ha ritenuto che deve essere esclusa l’ipotesi delittuosa di cui all’art. 567, se¬condo comma , c.p. (alterazione dello stato civile di un neonato mediante false certificazioni, false attestazioni o altre falsità), nel caso di dichiarazioni di nascita effettuate ai sensi dell’art. 15 del D.P.R. n. 396 del 2000, in ordine a cittadini italiani nati all’estero mediante la tecnica della maternità surrogata eterologa e rese all’autorità consolare sulla base di certificato redatto dalle autorità straniere che li indichi come genitori, in conformità alle norme stabilite dalla legge del luogo (Cass. pen. Sez. VI, 11 ottobre 2016, n. 48696; Cass. pen. Sez. V, 10 marzo 2016, n. 13525; Cass. pen. Sez. VI, 11 novembre 2015, n. 8060). Infatti – precisano in sostanza le sentenze – coloro che realizzano una surrogazione di maternità all’estero, conformemente alla lex loci, e si dichiarano legittimamente genitori di fronte alla competente autorità straniera ai fini della formazione dell’atto di nascita, ed infine consegnano tale atto agli uffici consolari perché venga trasmesso all’ufficiale di stato civile italiano per la trascrizione, non compiono un’ alterazione di stato (art. 567, secondo comma, c.p.), né false dichiarazioni o attestazioni ex art. 495 c.p., es¬sendo quelle loro dichiarazioni conformi a una attribuzione di genitorialità valida alla stregua della stessa legge italiana, che in tali casi rinvia alla legge dello Stato estero e prevede, poi, l’anzidetta procedura (artt. 15 e 17, D.P.R. 3 novembre 2000, n. 396).
Non integra, pertanto, il reato di alterazione di stato, previsto dall’art. 567, secondo comma, c.p., la trascrizione in Italia di un atto di nascita legittimamente formato all’estero, non potendosi considerare ideologicamente falso il certificato conforme alla legislazione del Paese di nascita del minore, neppure nel caso in cui la procreazione sia avvenuta con modalità non consentite in Italia7.
III La presunzione di paternità nella famiglia matrimoniale non è di ostacolo alla commissione del reato di “alterazione di stato”
a) Il punto di vista della giurisprudenza sulla presunzione di paternità
La nascita di un figlio nella famiglia matrimoniale non comporta – come nel caso di nascita fuori dal matrimonio – la necessità che i genitori ne effettuino entrambi personalmente il riconoscimento all’ufficio di stato civile. L’ordinamento giuridico prevede una presunzione legale (articoli 231 e 232 c.c. 8) in base alla quale nascere nella famiglia coniugale comporta l’attribuzione per così dire au¬tomatica dello status filiationis. E’ sufficiente, quindi, dare comunicazione della nascita all’ufficiale di stato civile – chiamato a formare l’atto di nascita – con una “…dichiarazione di nascita… resa da uno dei genitori, da un procuratore speciale, ovvero dal medico o dalla ostetrica o da altra persona che ha assistito al parto…” (art. 30 Ordinamento di stato civile) e l’ufficiale di stato civile dovrà solo verificare l’esistenza del vincolo matrimoniale.
La presunzione di paternità comporta che il marito è considerato il padre del figlio concepito o nato durante il matrimonio. Il che non significa, però, che il marito sia necessariamente il padre biologico del neonato. Si presume, soltanto, che lo sia.
Questa presunzione può essere vinta non soltanto con l’azione di disconoscimento ma anche – ed è questo il punto centrale della questione che qui si tratta – con la dichiarazione resa dalla madre co¬niugata, al momento della nascita del figlio, che il marito non è il padre del neonato da lei partorito.
A partire, infatti, da una lontana decisione delle Sezioni Unite della Cassazione (Cass. pen. Sez. Unite 30 maggio 1959) l’interpretazione da parte della giurisprudenza della regola contenuta nell’articolo 231 del codice civile – considerata storicamente un presidio della famiglia legittima – è nel senso che “la presunzione di paternità in tanto è operativa in quanto concorra il titolo di stato legittimo (atto di nascita o possesso di stato)”; cioè la presunzione è integrativa del titolo stesso. In altre parole la presunzione legale scatta soltanto se il neonato è indicato nell’atto di nascita come figlio nato nel matrimonio. Quindi la presunzione di paternità del marito è operativa, solo allorché il neonato è dichiarato nell’atto di nascita figlio nato nel matrimonio.
Per queste ragioni la giurisprudenza ha sempre ammesso la partoriente coniugata a dichiarare ed a riconoscere il figlio come figlio “naturale”, cioè nato fuori del matrimonio (fatto sempre salvo il dirit¬to all’anonimato) in quanto la presunzione di paternità non opera per il semplice fatto della procre¬azione da donna coniugata, ma solo quando vi sia anche un atto di nascita di figlio “legittimo” (cioè nato nel matrimonio); mentre, quando risulti che la madre abbia dichiarato il figlio come “naturale” (nato da una sua relazione fuori dal matrimonio), difettando l’operatività di detta presunzione e dello status di figlio “legittimo”, non è necessario il disconoscimento ai sensi dell’art. 235 c.c. (Cass. civ. Sez. I, 27 agosto 1997, n. 8059; Cass. civ. Sez. I, 5 aprile 1996, n. 3194; Cass. civ. Sez. I, 10 ottobre 1992, n. 11073; Cass. civ. Sez. I, 2 febbraio 1987, n. 3184).
Il principio è stato ribadito anche in sede penale da Cass. pen. Sez. VI, 13 dicembre 2004, n. 4453 secondo cui non risponde di alterazione di stato la madre che, nel dichiarare all’ufficiale di stato civile che il figlio è stato concepito da un’unione naturale, occulti il suo stato di persona coniugata
La giurisprudenza di merito è completamente allineata su questa posizione (Trib. Milano, Sez. IX, 25 gennaio 2012; Trib. Salerno, Sez. I, 4 agosto 2008; Trib. Reggio Emilia, 30 gen¬
7 Le pratiche di maternità surrogata sono vietate dalla legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), che all’art. 12 (Divieti generali e sanzioni), comma 6, prevede che “Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”.
8 Art. 231 (Paternità del marito)
Il marito è padre del figlio concepito o nato durante il matrimonio.
Art. 232 (Presunzione di concepimento durante il matrimonio)
Si presume concepito durante il matrimonio il figlio nato quando non sono ancora trascorsi trecento giorni dalla data dell’annullamento, dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio.
La presunzione non opera decorsi trecento giorni dalla pronuncia di separazione giudiziale o dalla omologazione di separazione consensuale ovvero dalla data della comparizione dei coniugi avanti al giudice quando gli stessi sono stati autorizzati a vivere separatamente nelle more del giudizio di separazione o dei giudizi previsti nel comma precedente.
naio 2006; Trib. Rimini, 24 marzo 1995; Trib. Milano, 12 dicembre 1984; App. Genova, 16 ottobre 1982).
Se invece non vi è stata da parte della partoriente coniugata la dichiarazione di riconoscimento del neonato come figlio nato fuori del matrimonio l’unico modo di porre nel nulla lo status non veritiero rimane l’azione di disconoscimento (Cass. civ. Sez. I, 8 giugno 2012, n. 9379).
b) Dichiarare che il figlio non è nato nel matrimonio è una facoltà o un obbligo giuridico?
Si è detto finora che la giurisprudenza ammette la madre coniugata che partorisce un figlio nato da una sua relazione extramatrimoniale a dichiarare che il figlio è nato appunto fuori dal matrimonio.
Ci si deve ora chiedere se il fatto che la madre coniugata è ammessa a dichiarare che il neonato non è figlio del marito (così superando la presunzione di paternità) sia una facoltà o un obbligo giuridico.
In altre parole si tratta di verificare se sussiste nel nostro ordinamento un obbligo per chi è chia¬mato a dichiarare lo status filiationis di garantire sempre la veridicità dell’identità del figlio, indi¬pendentemente dal fatto che figlio nasca nel matrimonio o fuori dal matrimonio.
La conseguenza è l’applicazione del secondo comma dell’art. 40 del codice penale9 nella parte in cui prescrive che “Non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo”. In tal caso la madre coniugata che partorisce il figlio nato fuori dal matrimonio com¬metterebbe il reato di “alterazione di stato”. Altro avverrebbe se alla madre fosse naturalmente impedito di superare con tale sua dichiarazione la presunzione di paternità.
Come si è già detto all’inizio l’art. 7 della Convenzione internazionale del 1989 sui diritti del fanciullo si limita a prescrivere che “Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a cono¬scere i suoi genitori e a essere allevato da essi….” mentre l’art. 30 dell’Ordinamento di stato civile indica chi deve fare la dichiarazione di nascita “rispettando l’eventuale volontà della madre di non essere nominata”. In nessuno dei due testi normativi si accenna alla necessaria corrispondenza tra la dichiarazione e la veridicità della procreazione biologica anche se è piuttosto evidente che questa corrispondenza sia alla base di tutta la normativa di contrasto alle falsità in atti dello stato civile.
L’approfondimento in giurisprudenza del concetto di identità personale10 consente, però – no¬nostante decisioni che ancora propongono l’opportunità di un bilanciamento tra verità biologica e interesse del minore ma che non escludono il valore, sia pure non assoluto, di rilevanza costi¬tuzionale della identità biologica 11 – di approdare a risultati piuttosto appaganti circa l’inclusione della verità biologica della procreazione nel concetto di identità personale (Cass. pen. Sez. VI, 12 febbraio 2003, n. 17627 secondo cui l’art. 567, secondo comma, c.p. è posto a garanzia dell’i¬dentità del neonato, del rapporto effettivo di procreazione per come naturalmente si determina e, quindi, dell’integrità dello stato di filiazione, quale attributo della personalità; Cass. pen. Sez. VI, 5 maggio 2008, n. 35806 secondo cui l’interesse protetto dal secondo comma dell’art. 567, c.p., è quello del neonato a non vedersi attribuire uno stato civile difforme da quello che gli spetta in virtù dei dati costitutivi reali; Cass. pen. Sez. VI, 13 dicembre 2004, n. 4453 che parla di interesse del minore alla verità effettiva dell’ascendenza).
Importanti in questa prospettiva sono alcune sentenze di merito – di cui si parlerà più oltre – rela¬tive all’affermazione del diritto al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali cagionati dalla falsità nella dichiarazione di nascita e nel riconoscimento (Trib. Trieste, 5 giugno 2018; Trib. Milano, 27 aprile 2016; Trib. Firenze, 12 febbraio 2015).
D’altra parte il dolo nel reato di alterazione di stato è costruito in giurisprudenza come dolo gene¬rico consistente nella contemporanea presenza nell’agente della consapevolezza della falsità della dichiarazione, della volontà di effettuarla e della previsione dell’evento di attribuzione al neonato di uno stato civile diverso da quello che gli spetterebbe secondo natura (Cass. pen. Sez. VI, 30 ottobre 2014, n. 51662).
Essendo ammessa, quindi, la madre del neonato, a dichiarare che il figlio non è del marito (in mancanza di un obbligo giuridico, perciò, di garantire la presunzione di paternità attraverso la prevalenza del favor legitimitatis) evidentemente l’omissione di tale dichiarazione (unita alla con¬sapevolezza della non paternità del marito) integra il reato di alterazione di stato, potendosi con¬figurare un vero obbligo di verità a carico della donna coniugata che partorisca un figlio nato da una sua relazione extraconiugale.
9 Art. 40 (Rapporto di causalità)
Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se l’evento dannoso o pericoloso, da cui dipende l’esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione od omissione.
Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo.
10 Cfr la voce IDENTITA’ PERSONALE
11 Corte cost. 18 dicembre 2017, n. 272 afferma che pur dovendosi riconoscere un accentuato favore dell’ordinamento per la conformità dello status alla realtà della procreazione, va escluso che quello dell’accer¬tamento della verità biologica e genetica dell’individuo costituisca un valore di rilevanza costituzionale assoluta, tale da sottrarsi a qualsiasi bilanciamento. Ed invero, l’attuale quadro normativo e ordinamentale, sia interno, sia internazionale, non impone, nelle azioni volte alla rimozione dello status filiationis, l’assoluta prevalenza di tale accertamento su tutti gli altri interessi coinvolti. In tutti i casi di possibile divergenza tra identità genetica e identità legale, la necessità del bilanciamento tra esigenze di accertamento della verità e interesse concreto del minore è resa trasparente dall’evoluzione ordinamentale intervenuta e si proietta anche sull’interpretazione delle disposizioni da applicare al caso in esame.
Altrettanto può dirsi con riferimento al comportamento del marito che nella consapevolezza della falsità non si adopera per impedire la dichiarazione non veritiera all’ufficiale di stato civile. E’ op¬portuno rinviare a tale proposito alle nozioni penali sul concorso nel reato.
Problemi tutti che vanno tenuti ben distinti da quello della prova del reato, in quanto, come è evi¬dente, la donna coniugata (ed il marito di lei) potrebbe non aver avuto consapevolezza del fatto che il neonato partorito nel matrimonio è in realtà nato da una relazione extraconiugale.
IV Il reato di “false dichiarazioni in atti dello stato civile” (successivamente alla formazione dell’atto di nascita) (art. 495 c.p.)
Può avvenire che le false dichiarazioni all’ufficiale di stato civile sullo status filiationis non si veri¬fichino al momento in cui, ai sensi dell’art. 30 del DPR 396 del 2000, avviene la dichiarazione di nascita e quindi nel momento in cui si forma l’atto di nascita, ma successivamente. Ciò avviene nei casi di filiazione fuori dal matrimonio, quando l’atto di nascita è già formato (in quanto il ricono¬scimento del figlio è stato già fatto da un genitore) e la falsa dichiarazione sia opera della persona che successivamente riconosce il figlio.
In questi casi l’autore del falso riconoscimento non risponderà di “alterazione di stato” (che, come detto, presuppone che il falso riconoscimento si verifichi al momento in cui si forma l’atto di nasci¬ta) ma del reato di cui all’art. 495 (false dichiarazioni in atti dello stato civile) secondo cui “Chiun¬que dichiara o attesta falsamente al pubblico ufficiale l’identità, lo stato o altre qualità della propria o dell’altrui persona è punito con la reclusione da uno a sei anni. La reclusione non è inferiore a due anni: 1) se si tratta di dichiarazioni in atti dello stato civile…”12.
In giurisprudenza la distinzione tra il reato di “alterazione di stato” (art. 567, secondo comma, c.p.) e il reato di “false dichiarazioni in atti dello stato civile” (l’art. 495 c.p.) è da considerare consolidato: l’elemento discriminante tra il reato di alterazione di stato e quello di false indicazioni in atti dello stato civile consiste nella contestualità o meno alla redazione dell’originario atto di na¬scita delle dichiarazioni mendaci, ideologicamente false, sul rapporto di procreazione del neonato; soltanto la falsità espressa al momento della prima obbligatoria dichiarazione di nascita è, infatti, in grado di determinare la perdita del vero stato civile del neonato (Cass. pen. Sez. VI, 5 maggio 2008, n. 35806; Cass. pen. Sez. VI, 24 ottobre 2002, n. 5356).
Anche dopo la parificazione dello status di tutti i figli, avvenuta con la legge 10 dicembre 2012, n 219 e con il decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154, l’accesso allo status filiationis continua ad essere logicamente diverso a seconda che il figlio nasca nel matrimonio o fuori dal matrimonio. Nel primo caso lo status di figlio si acquista automaticamente in virtù della nascita nel corso del matrimonio (art. 232 c.c.), mentre nel secondo caso è necessario un atto di riconoscimento da parte di uno o di entrambi i genitori (art. 250 e seguenti c.c.). Conseguentemente permane anche una diversificazione dei mezzi di ripristino della verità nel caso in cui lo status legale non coincida con il dato biologico/genetico a causa di un riconoscimento non veritiero. Perciò nel caso in cui il figlio nato nel matrimonio sia biologicamente figlio di un padre diverso dal marito lo status filia¬tionis non veritiero può essere eliminato con l’azione di disconoscimento (art. 243 e seguenti c.c.) mentre nel caso in cui il figlio nato fuori dal matrimonio sia riconosciuto come figlio da persona che non ne è il genitore biologico la verità può essere ripristinata con l’impugnazione del riconoscimen¬to. In entrambi i casi l’azione è di competenza del tribunale ordinario.
Il motivo della non veridicità, e cioè della non corrispondenza del dato biologico a quello legale, può essere certamente l’errore e cioè una situazione di difformità che non è voluta da chi effettua il riconoscimento.
Il che può accadere (cfr art. 250, primo comma, c.c.) sia quando il riconoscimento viene effettuato da una sola persona, sia quando ad effettuarlo sono entrambe le persone che si ritengono genitori. Il riconoscimento può, infatti, essere stato effettuato congiuntamente da parte della madre e del padre (vero o non vero), oppure separatamente, cioè in tempi successivi. In ciascuna di queste situazioni può annidarsi la non veridicità dell’atto di riconoscimento. Ed in entrambi i casi la madre che per prima ha riconosciuto il figlio potrebbe essere chiamata anche lei a rispondere delle false dichiarazioni del padre (se ha acconsentito nella consapevolezza della falsità). Come è noto infatti la madre che per prima abbia riconosciuto il figlio deve poi dare il suo consenso all’eventuale suc¬cessivo riconoscimento tardivo paterno (art. 250 c.c.). In questo caso, come nel caso in cui abbia accettato di riconoscere il figlio congiuntamente al “falso padre” risponderà anche lei naturalmente per la falsità.
Il riconoscimento non veritiero può verificarsi, come si è detto, nella inconsapevolezza delle per¬sone che lo effettuano. Spesso, però, si tratta di una difformità voluta, una vera e propria falsità, anche se il dolo può tingersi di tinte diverse.
12 Le false dichiarazioni all’ufficiale di stato civile sembrerebbero poter integrare anche il reato di cui all’art. 483 c.p. (falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici) che punisce le false attestazioni di fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità (“Chiunque attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità, è punito con la reclusione fino a due anni. Se si tratta di false attestazioni in atti dello stato civile la reclusione non può essere inferiore a tre mesi”) ma la giurisprudenza ha chiarito che la differenza tra i due reati consiste nel fatto che nell’art. 495 le false attestazioni hanno ad oggetto specificamente l’identità, lo stato o altre qualità, mentre nell’art, 483 le falsità hanno ad oggetto altri “fatti” (Cass. pen. Sez. V, 4 dicembre 2007, n. 4420; Cass. pen. Sez. V, 16 gennaio 2001, n. 89; Cass. pen. Sez. VI, 28 giugno 1994, n. 8996).
In alcuni casi il riconoscimento falso è effettuato (in sede di formazione dell’atto di nascita) al fine di procacciarsi una genitorialità impossibile biologicamente. Ciò avviene quando una persona senza scrupoli, non potendo avere figli e utilizzando la possibilità offerta dall’art. 250 c.c. di effet¬tuare il riconoscimento anche se unito in matrimonio con altra persona13, riconosce falsamente un neonato magari corrispondendo un compenso alla madre biologica che lo ha partorito (e che non riconosce naturalmente il figlio). Qui il comportamento che dà origine ad uno status non veritiero al momento della formazione dell’atto di nascita, ha il disvalore penale dell’alterazione di stato di cui al secondo comma dell’art. 567 del codice penale.
In altri casi si è in presenza di un atto effettuato in una condizione per lo più di genitorialità co¬siddetta sociale (o affettiva) nell’intento – naturalmente sempre illegale – di evitare il ricorso alla procedura di adozione che nel caso di specie sarebbe l’unica procedura utilizzabile per creare il legame giuridico tra il genitore sociale e il minore. Si pensi alla possibilità di adottare ex art. 44 lett. b della legge 4 maggio 1983, n. 184 il figlio del proprio coniuge o ex art. 44 lett. d il figlio del proprio partner. Il falso riconoscimento, in tal caso, pur essendo una scorciatoia illegale, non ha per chi lo effettua lo stesso disvalore del falso riconoscimento effettuato al momento ella nascita per appropriarsi di un figlio. Ed infatti lo stesso codice penale tratta questo comportamento all’art. 495 in modo meno severo.
V I poteri dell’ufficiale di stato civile e del tribunale in ordine alle dichiarazioni di riconoscimento di figlio nato fuori dal matrimonio
La falsità sullo status filiationis al momento della dichiarazione di nascita e quindi della formazione dell’atto di nascita (di figlio indifferentemente nato nel matrimonio o fuori dal matrimonio) (“alte¬razione di stato”) ovvero il falso riconoscimento di un figlio nato fuori dal matrimonio da parte del secondo genitore successivamente alla formazione dell’atto di nascita (“falso ideologico commesso dal privato in atti dello stato civile”) comporta la possibilità di avviare l’azione di disconoscimento (del figlio nato nel matrimonio) ovvero di impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità (del figlio nato fuori dal matrimonio).
In linea teorica l’ufficiale di stato civile, pur essendo pubblico ufficiale, ha scarse possibilità di paralizzare eventuali falsità al momento in cui vengono fatte le dichiarazioni degli interessati, non potendo certamente mettere in discussione le affermazioni degli interessati sullo status filiationis. Egli certamente deve accertare “la verità della nascita attraverso l’attestazione o la dichiarazione sostitutiva…” (art. 29 comma 6 DPR 396/2000) ma non può certo entrare nel merito della loro veri¬dicità intrinseca cioè della corrispondenza tra la dichiarazione e il dato biologico della genitorialità.
Tuttavia la legge prevede un meccanismo potenzialmente idoneo a paralizzare quanto meno eventuali falsi riconoscimenti di figli nati fuori dal matrimonio, attraverso l’imposizione all’uffi¬ciale di stato civile dell’obbligo di comunicare al tribunale il riconoscimento di figli nati fuori dal matrimonio effettuati da una persona coniugata a condizione che non siano riconosciuti dall’altro genitore (altrimenti si tratterebbe di una violazione della riservatezza collegata alla possibilità di riconoscere figli anche da parte di chi è unito in matrimonio con altra persona). Il meccanismo di controllo della eventuale falsità del riconoscimento scatta quindi sostanzialmente solo se un uomo sposato riconosce da solo un figlio nato fuori dal matrimonio. In tali casi la legge sospetta che vi possa essere stato un abbandono del neonato da parte della madre biologica o, peggio, addirittura la cessione onerosa del figlio ad una coppia che in tal modo potrebbe violare la nor¬mativa sull’adozione.
L’art. 74 della legge 4 maggio 1983, n. 184 sull’adozione dei minori prevede, infatti, che “Gli uffi¬ciali di stato civile trasmettono immediatamente al competente tribunale per i minorenni comuni¬cazione, sottoscritta dal dichiarante, dell’avvenuto riconoscimento da parte di persona coniugata di un figlio naturale non riconosciuto dall’altro genitore. Il tribunale dispone l’esecuzione di opportune indagini per accertare la veridicità del riconoscimento. Nel caso in cui vi siano fondati motivi per ritenere che ricorrano gli estremi dell’impugnazione del riconoscimento il tribunale per i minorenni assume, anche d’ufficio, i provvedimenti di cui all’articolo 264, secondo comma, del codice civile”.
L’art. 268 c.c. prevede che “Quando è impugnato il riconoscimento, il giudice può dare, in penden¬za del giudizio, i provvedimenti che ritenga opportuni nell’interesse del figlio”.
La competenza ad adottare questo tipo di provvedimenti in passato era attribuita al tribunale per i minorenni (art. 38 disp. attuazione del codice civile nel testo precedente alla riforma della filia¬zione del 2013), trattandosi di una competenza in linea con le attribuzioni che al tribunale per i minorenni la legge sull’adozione aveva affidato in materia di contrasto ai falsi riconoscimenti.
Sulla base di questa disposizione il tribunale per i minorenni adottava in genere provvedimenti di allontanamento del figlio nel caso in cui vi fossero sospetti di un falso riconoscimento.
Il nuovo testo dell’art. 38 delle disposizioni di attuazione del codice civile (in seguito alle modifiche operate con l’art. 3, comma 1, della legge 10 dicembre 2012, n. 219) ha espunto l’art. 264 dalle competenze attribuite al tribunale per i minorenni ed anche se l’art. 74 della legge 184 del 1983 è rimasto invariato, si dovrebbe ritenere che tale potere oggi sia passato alla competenza del tri¬bunale ordinario.
13 Art. 250 (Riconoscimento)
Il figlio nato fuori del matrimonio può essere riconosciuto, nei modi previsti dall’articolo 254, dalla madre e dal padre, anche se già uniti in matrimonio con altra persona all’epoca del concepimento…
Pertanto nei casi in cui – in seguito alla trasmissione al tribunale per i minorenni della segnalazione da parte dell’ufficiale di stato civile di cui si è sopra detto – sorgesse un dubbio di falsità nel ricono¬scimento, il tribunale per i minorenni dovrebbe trasmettere la segnalazione al pubblico ministero presso il tribunale ordinario con la richiesta di nomina di un curatore speciale per il promovimento dell’azione davanti al tribunale ordinario competente all’adozione dei provvedimenti opportuni. Tuttavia nella prassi il tribunale per i minorenni si ritiene ancora competente ad adottare provvedi¬menti di allontanamento del figlio minore dal genitore che lo ha falsamente riconosciuto, sul rilievo che tale potere discende dalle norme di contrasto in tema di abusi della responsabilità genitoriale. Formalmente il genitore che riconosce un figlio ne è il genitore e questo appare sufficiente – in attesa degli sviluppi dell’azione – per legittimare l’intervento del tribunale per i minorenni.
VI Il dolo nei reati di “alterazione di stato” e di “false attestazioni all’ufficiale di stato civile”
a) La consapevolezza della falsità
Non possono esserci dubbi circa il fatto che sia il reato di “alterazione di stato” (art. 567, secondo comma, c.p.) che quello di “false dichiarazioni in atti dello stato civile” (art. 495 c.p.) presuppon¬gano la consapevolezza della falsità relativa allo status filiationis.
Come si è detto, anche la donna coniugata che partorisce nella consapevolezza che il figlio non è del marito e non dichiara che trattasi di figlio nato fuori del matrimonio, commette il reato di alterazione di stato.
Si è già accennato a Cass. pen. Sez. VI, 30 ottobre 2014, n. 51662 (in un caso di riconosci¬mento congiunto di figlio nato fuori dal matrimonio, che in realtà era, però, figlio nato dalla rela¬zione tra la partoriente e il suo precedente compagno) secondo cui il dolo nel reato di alterazione di stato consiste nella contemporanea presenza nell’agente della consapevolezza della falsità della dichiarazione, della volontà di effettuarla e della previsione dell’evento di attribuzione al neonato di uno stato civile diverso da quello che gli spetterebbe secondo natura.
Nello stesso senso in passato si sono espresse altre sentenze di legittimità.
Secondo Cass. pen. Sez. VI, 12 febbraio 2003, n. 17627 integra il delitto di alterazione di stato, ipotizzato dall’art. 567, secondo comma c.p. (falsità nella formazione di un atto di nascita) la falsa dichiarazione resa in sede di formazione dell’atto di nascita del neonato nella quale si attesti falsamente che il neonato sia figlio proprio e di persona che non intende essere nominata, poiché il riconoscimento di un figlio come naturale configura una dichiarazione di scienza che è rivolta ad esprimere tale rapporto di discendenza fondato nella procreazione.
In Cass. pen. Sez. VI, 12 marzo 1993, n. 5225; Cass. pen. Sez. VI, 3 luglio 1989 n. 15039 e Cass. pen. Sez. VI, 2 dicembre 1970, n. 1504 si afferma che nell’ipotesi di alterazione di stato descritta dall’art. 567, 2° comma, c.p., il dolo richiesto è quello generico e consiste nella coscienza e volontà di rendere una dichiarazione contraria alla realtà, tale da attribuire al neonato uno stato civile diverso da quello che gli spetterebbe secondo natura.
Richiamando quanto si è sopra detto trattando il tema dell’obbligo giuridico di preservare l’identità personale del neonato (in cui in cui è compresa la identità biologica) si può fondatamente ritene¬re che il dolo nel reato di alterazione di stato è non è solo commissivo ma anche omissivo con la conseguente applicazione del principio che “Non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo” (art. 40 c.p.).
b) Il figlio nato attraverso la procreazione medicalmente assistita
Nel caso di figlio nato a seguito di pratiche di fecondazione eterologa, nonostante la consapevolez¬za della procreazione per il tramite di un donatore estraneo alla coppia coniugale o di fatto, non si può parlare di alterazione di stato.
A seguito, infatti, di una pronuncia della Corte costituzionale (Corte cost. 10 giugno 2014, n. 16214) che ha fatto venir meno il divieto di procreazione medicalmente assistita eterologa, la qualità di genitore prescinde dalla diretta discendenza e dal rapporto biologico, in quanto il nato da fecondazione eterologa acquisisce, ai sensi dell’art. 8 della legge n. 40 del 200415, lo status di figlio. Conseguentemente la dichiarazione di paternità non integra né un’alterazione di stato ne’ una falsa attestazione in atti dello stato civile (Cass. pen. Sez. VI, 10 gennaio 2019, n. 4854).
14 La Corte costituzionale – che nel 2012 aveva dichiarato inammissibile la questione (Corte cost. 7 giugno 2012, n. 150) – chiamata successivamente di nuovo in causa ha dichiarato, infatti, con la sentenza Corte cost. 10 giugno 2014, n. 162 che è costituzionalmente illegittimo per violazione degli artt. 2, 3, 29, 31 e 32 Cost., l’art. 4, comma 3, della legge 40/2004– e la relativa incriminazione penale prevista nell’art. 9 – nella parte in cui stabilisce il divieto del ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo, qualora sia stata diagnosticata una patologia che sia causa di sterilità o infertilità assolute ed irreversibili.
15 Legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita),
Art. 8. (Stato giuridico del nato)
1. I nati a seguito dell’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita hanno lo stato di fi¬gli nati nel matrimonio o di figli riconosciuti della coppia che ha espresso la volontà di ricorrere alle tecniche medesime ai sensi dell’articolo 6.
VII La sospensione del processo penale per pregiudizialità dell’accertamento civile sullo status filiationis
a) La sospensione discrezionale del processo
L’articolo 3 del codice di procedura penale prevede la sospensione del processo penale fino al pas¬saggio in giudicato della sentenza civile che definisce la questione sullo status, a condizione che la questione sia ritenuta seria dal giudice e che la causa civile sia già iniziata16.
Inoltre la sentenza irrevocabile del giudice civile che ha deciso una questione sullo stato di famiglia o di cittadinanza ha efficacia di giudicato nel procedimento penale (cfr Cass. pen. Sez. III, 19 febbraio 2015, n. 27062 che ha escluso che sentenze diverse da quelle sullo stato di famiglia e sulla cittadinanza possano avere l’efficacia di giudicato nel processo penale).
In applicazione di questi principi Cass. pen. Sez. VI, 20 giugno 2007, n. 33326 ha precisato – annullando un provvedimento di merito che aveva negato la sospensione – che il processo per il delitto di alterazione di stato, commesso mediante falsa attestazione della paternità nella forma¬zione dell’atto di nascita, può essere sospeso in relazione alla controversia civile sulla questione di stato perché essa condiziona, in termini di pregiudizialità, la pronuncia sull’imputazione ed inoltre perché la sentenza del giudice civile sul rapporto di paternità naturale esplica effetti vincolanti nel procedimento penale pur non sospeso.
Viceversa il procedimento civile sullo status non può essere sospeso in attesa dell’esito di un pro-cedimento penale iniziato anteriormente in quanto nell’attuale codice di procedura penale non è stata riprodotta la disposizione di cui all’art. 3, comma 2, del codice abrogato, con conseguente soppressione di ogni riferimento alla cosiddetta pregiudiziale penale nel testo dell’art. 295 c.p.c. in sede di nuova formulazione di detto articolo da parte della riforma del codice di procedura civile operata dalla legge n. 353 del 199017.
In seguito a questa modifica si ritiene pacificamente che il nostro ordinamento non sia più ispira¬to al principio dell’unità della giurisdizione e della prevalenza del giudizio penale su quello civile, essendo stato dal legislatore instaurato il sistema della (pressoché) completa autonomia e sepa¬razione fra i due giudizi, nel senso che, tranne alcune particolari e limitate ipotesi di sospensione del processo civile previste dall’art. 75, comma 3, del nuovo codice di procedura penale (azione promossa in sede civile dopo la costituzione di parte civile nel processo penale o dopo la sentenza penale di primo grado), da un lato il processo civile deve proseguire il suo corso senza essere in¬fluenzato dal processo penale e, dall’altro, il giudice civile deve procedere ad un autonomo accer¬tamento dei fatti e della responsabilità (civile) dedotta in giudizio (cfr sul punto per esempio Cass. civ. Sez. lavoro, 14 settembre 2000, n. 12141; Cass. civ. Sez. lavoro, 7 maggio 1997, n. 3992; Tribunale Salerno Sez. I, 3 febbraio 2010).
b) La prova nel processo penale non sospeso
Se il processo civile non è iniziato prima di quello penale o se, iniziato il processo civile, il giudice penale non reputa seria la questione pregiudiziale sollevata davanti a lui, il procedimento penale non viene sospeso.
In tal caso l’accertamento della falsità avverrà secondo i criteri generali dell’acquisizione della pro¬va nel processo penale (libri terzo del codice di procedura penale) o in sede di indagini (libro quinto del codice di procedura penale). A tal fine particolare rilievo avrà la perizia anche coattiva secondo le modalità previste nell’art. 224 bis c.p.p. (e 359 bis c.p.p. su iniziativa del pubblico ministero e autorizzazione del giudice) per i casi in cui sia necessario il compimento di atti idonei ad incidere sulla libertà personale (come il prelievo di capelli, di peli, o di mucosa del cavo orale su persone viventi ai fini della determinazione del profilo del DNA o accertamenti medici).
In passato Cass. pen. Sez. VI, 28 aprile 2005, n. 24586 (pronunciata in un caso di utilizzazione dei risultati dell’esame del DNA disposto dal P.M. sul campione ematico prelevato a fini sanitari all’imputato detenuto proprio finalizzato all’accertamento del reato di “alterazione di stato”) ha ri¬tenuto legittima, per l’accertamento del reato di cui all’art. 567 c.p., l’utilizzazione, a fini di prova, di un campione di sangue prelevato all’imputato nell’ambito degli ordinari accertamenti sanitari
16 Art. 3c.p.p. (Questioni pregiudiziali)
1. Quando la decisione dipende dalla risoluzione di una controversia sullo stato di famiglia o di cittadinanza il giudice, se la questione è seria e se l’azione a norma delle leggi civili è già in corso, può sospendere il processo fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce la questione.
2. La sospensione è disposta con ordinanza soggetta a ricorso per cassazione. La corte decide in camera di consiglio.
3. La sospensione del processo non impedisce il compimento di atti urgenti.
4. La sentenza irrevocabile del giudice civile che ha deciso una questione sullo stato di famiglia o di cittadinanza ha efficacia di giudicato nel procedimento penale.
17 L’attuale art. 295 c.p.c. (sospensione necessaria) prevede che “Il giudice dispone che il processo sia sospeso in ogni caso in cui egli stesso o altro giudice deve risolvere una controversia dalla cui definizione dipende3 la decisione della causa”.
Il precedente testo prevedeva invece – facendo anche espresso riferimento all’art. 3 c.p.p. – che “Il giudice dispone che il processo sia sospeso nel caso previsto nell’articolo 3 del codice di procedura penale e in ogni altro caso in cui egli stesso o altro giudice deve risolvere una controversia civile o amministrativa, dalla cui definizione dipende la decisione della causa”.
effettuati ai sensi dell’ordinamento penitenziario, essendo irrilevante la mancanza di uno specifico consenso a tal fine.
Non vale per i reati contro lo stato di famiglia quanto previsto nell’ambito dei delitti contro la libertà sessuale dall’art. 540 secondo comma c.p. secondo cui il rapporto di filiazione fuori dal matrimonio è stabilito osservando i limiti di prova indicati dalla legge civile (per esempio la necessità dell’au¬torizzazione del tribunale per il riconoscimento della filiazione in caso di genitorialità incestuosa).
Inoltre è opportuno ricordare che l’art. 238, secondo comma, c.p.p. consente l’acquisizione di ver¬bali di prove assunte in un giudizio civile definito con sentenza passata in giudicato.
VIII La pena accessoria della perdita della responsabilità genitoriale
L’articolo 569 del codice penale (pena accessoria) prevede che la condanna pronunciata contro il genitore per il delitto di alterazione di stato importa la perdita della responsabilità genitoriale.
La Corte costituzionale, intervenuta sul punto, ha però dichiarato incostituzionale questa disposi¬zione nella parte in cui stabilisce l’automaticità della perdita della responsabilità genitoriale così precludendo al giudice (civile) ogni possibilità di valutazione dell’interesse del minore nel caso concreto (Corte cost. 23 febbraio 2012, n. 31). Ciò in quanto – afferma la Corte – tanto nell’or¬dinamento internazionale, quanto in quello interno, è principio acquisito che in ogni atto comunque riguardante un minore deve tenersi presente il suo interesse morale e materiale, che ha assunto carattere di piena centralità ed è considerato preminente. Incidendo su di esso la pronunzia di automatica decadenza, non è conforme al principio di ragionevolezza, e quindi la norma contrasta con l’art. 3 Cost. in quanto, ignorando l’interesse del minore, statuisce la perdita della “potestà” sulla base di un mero automatismo, che preclude al giudice ogni possibilità di valutazione e di bi¬lanciamento, nel caso concreto, tra l’interesse stesso e la necessità di applicare comunque la pena accessoria in ragione della natura e delle caratteristiche dell’episodio criminoso.
La pena accessoria della perdita della responsabilità genitoriale non può estendersi, per il principio di tassatività vigente in ambito penale, al reato di cui all’art. 495 c.p. (false dichiarazioni in atti dello stato civile) che, come sopra detto, resta integrato dalla falsità sullo status commessa suc¬cessivamente alla formazione dell’atto di nascita.
IX Il risarcimento dei danni
Ci si chiede ora se sia ipotizzabile un’azione di risarcimento dei danni in seguito all’accertamento della falsità nell’attribuzione dello status filiationis.
Ciò, sia nel caso in cui la falsità (in caso di filiazione nel matrimonio o fuori dal matrimonio) sia accertata nel procedimento penale sia nel caso in cui sia accertata in una causa civile in seguito al positivo esperimento dell’azione di disconoscimento o di impugnazione del riconoscimento non veritiero.
a) Il risarcimento chiesto dal figlio
Posto che la falsità costituisce un illecito in danno dell’identità personale e biologica del figlio, il primo dei soggetti che potrebbe pretendere di essere risarcito è proprio il figlio (se minore, rappre¬sentato dal genitore che ne esercita la responsabilità o da un curatore speciale). L’attribuzione di uno status non veritiero, d’altro lato, produce un danno alla identità personale che è da annoverare indubbiamente tra le lesioni costituzionalmente protette (Cass. civ. Sez. unite, 11 novembre 2008, n. 26972) da cui discende il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale.
Ed in effetti secondo Trib. Trieste, 5 giugno 2018 in seguito al disconoscimento per difetto di veridicità può configurarsi, in capo al soggetto falsamente riconosciuto come figlio, un danno non patrimoniale, quanto all’identità personale e con riferimento al nome, alla dignità, alle relazioni sociali, che è tanto maggiore quanto più ampio è il lasso di tempo intercorso tra il riconoscimento e l’esercizio dell’azione, e che è risarcibile anche equitativamente e a mezzo di presunzioni.
Secondo Trib. Milano, 27 aprile 2016 va risarcito il danno al figlio falsamente riconosciuto da un uomo che, a distanza di anni impugni il riconoscimento disconoscendone la veridicità. L’uomo aveva riconosciuto la figlia minorenne della compagna, con la quale successivamente contraeva matrimonio. Il matrimonio era stato poi annullato con sentenza ecclesiastica e l’uomo, i cui rap¬porti con la ragazza si erano fortemente incrinati, chiedeva al Tribunale di accertare e dichiarare che la ragazza ormai maggiorenne non era sua figlia.
Da qui la richiesta risarcitoria della ragazza per il danno morale ed esistenziale patito, a fronte del falso riconoscimento.
Secondo il tribunale il falso riconoscimento integrerebbe il reato di cui all’art. 483 c.p. e cioè “falsi¬tà ideologica commessa dal privato in atto pubblico” (in verità come si è sopra detto il reato è pre¬visto nell’art. 495 c.p. e cioè “false attestazioni o dichiarazioni in atti dello stato civili”) sussistendo l’elemento oggettivo e soggettivo del reato: fatto incontestato e pienamente ammesso dall’attore è che questi aveva riconosciuto falsamente la figlia della compagna quando aveva circa un anno e mezzo, nella piena consapevolezza di non esserne il padre.
Si afferma nella sentenza che soprattutto dopo la riforma della filiazione operata con la legge 219 del 2012 va dichiarato il principio che il diritto alla propria identità personale e sociale, ove leso da una condotta dolosa o colposa non giustificata dall’ordinamento, meriti un pieno risarcimento.
Sussistono quindi nella tutti gli elementi propri della responsabilità aquiliana: il fatto ingiusto (non jure), il danno, il nesso di causa tra gli stessi, l’elemento soggettivo.
La sentenza quindi che accoglie l’impugnazione per il falso riconoscimento da parte dell’uomo determina un danno ingiusto, risarcibile secondo i consolidati principi in tema di responsabilità aquiliana, in quanto lede degli interessi meritevoli di primaria tutela e di valore preminente rispetto all’interesse alla riaffermazione del principio di verità biologica. L’interesse dell’uomo a riaffermare la verità biologica, a fronte di un rapporto con la figlia ormai divenuto distaccato, non può certo prevalere rispetto al contrapposto interesse della convenuta alla conservazione della sua identi¬tà personale e appartenenza familiare (interesse quest’ultimo da considerarsi preminente, alla luce dei valori costituzionali). La valutazione comparativa degli interessi delle parti deve peraltro compiersi avendo riguardo anche al principio di responsabilità. Alla luce di tale principio, non può essere assicurata maggior tutela al padre che, riconosciuto in malafede un figlio non suo, ritratti il suo atto per mero capriccio o valutazione di opportunità o per sopravvenute difficoltà nel rapporto genitoriale, rispetto alla posizione del figlio che, a causa del ripensamento paterno, vede sconvolta la propria identità e vede recisi legami familiari consolidatisi nel tempo.
Il Tribunale rileva, infine, che in diverse occasioni la giurisprudenza di merito ha riconosciuto, nell’ambito dei danni endofamiliari, la risarcibilità del danno arrecato dal genitore al figlio a se¬guito di falso riconoscimento, seguito da azione di impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità; tale danno è stato qualificato come danno non patrimoniale connesso alla lesione della propria identità, alla necessità di reinserirsi nel contesto sociale con un nuovo cognome, alla sofferenza legata alla repentina scoperta di una nuova realtà circa le proprie origini, alla perdita di legami familiari consolidati, senza possibilità di crearne di nuovi.
b) Il risarcimento chiesto dalla persona ingannata dal partner
La persona ingannata dal partner con cui congiuntamente forma l’atto di nascita del figlio (nato nel matrimonio o fuori dal matrimonio) ha titolo per chiedere di essere risarcito dei danni? Il presunto padre “ingannato” che corrisponde a chi ritiene suo figlio per anni il mantenimento, potrà chiedere di essere risarcito dei danni patrimoniali che ha subìto?
Secondo Trib Firenze, 12 febbraio 2015 va risarcito il danno subìto da un uomo che, ignorando di non esserne il padre, ha riconosciuto come propria una figlia nata da una relazione a lui sotta¬ciuta della propria convivente con altra persona.
I punti su cui la sentenza si sofferma sono i seguenti:
a) L’obbligo di impedire l’evento
Si afferma che l’art. 2043 c.c. prevede che l’evento dannoso possa ritenersi cagionato sia da azioni che da omissioni, dolose o colpose. Tuttavia, l’art. 2043 c.c., non richiede un indiscriminato dovere di attivarsi a tutela delle posizioni giuridiche soggettive vantate da terzi per interrompere la serie causale originata all’esterno della propria sfera giuridica. Per integrare la violazione del principio del neminem laedere non è sufficiente il riconoscimento di una generica antidoverosità della con¬dotta omissiva, da parte del soggetto agente; è invece necessaria l’individuazione anche di un vero e proprio obbligo giuridico di impedire l’evento; obbligo che può derivare da una specifica norma, da un contratto ovvero da una specifica relazione di fatto tra le parti (art. 1173 c.c.18), come ap¬punto la convivenza di fatto. A tal proposito, assumono rilievo i diritti/doveri derivanti dalla nascita di un figlio ed i reciproci rapporti tra i genitori, anche se non inseriti all’interno di un rapporto ma¬trimoniale, quali quello di lealtà e di informazione, improntati a principi di buonafede, correttezza e tutela dell’affidamento (principi generali non circoscrivibili alla sola materia negoziale).
b) La natura della responsabilità
Sul piano della natura della responsabilità civile, occorre tuttavia specificare che, nel caso di spe¬cie, non si tratta di responsabilità da contatto sociale a cui applicare il regime di responsabilità contrattuale, istituto che ha trovato fertile applicazione giurisprudenziale soprattutto in alcune fattispecie peculiari (come ad esempio nel rapporto tra medico operante in struttura ospedaliera pubblica e paziente, pur in assenza di uno specifico contratto d’opera – o nel rapporto tra inse¬gnante e alunno in caso di autolesioni subite da quest’ultimo), bensì di responsabilità aquiliana di cui all’art. 2043 cc.
c) Sull’ingiustizia del danno – evento
Occorre però stabilire anche se la condotta posta in essere dalla donna, sia idonea ad ingenerare un danno ingiusto alla luce anche della peculiare relazione di fatto instauratesi tra le parti sulle quali, non essendo legate da alcun vincolo di matrimonio, non ricadono espressi obblighi giuridici
18 Art. 1173 c.c. (Fonti delle obbligazioni). Le obbligazioni derivano da contratto, da fatto illecito o da ogni altro atto o fatto idoneo a produrle in conformità dell’ordinamento giuridico.
così come quelli indicati nell’art 143 c.c.. Ecco, quindi, che l’attenzione si dovrà quindi spostare sul presunto diritto leso dalla condotta di parte convenuta.
Ora, nel caso in esame, presupposto per il riconoscimento del diritto al risarcimento è la sussisten¬za di un danno ingiusto subito dall’uomo ed imputabile a parte convenuta a titolo di colpa o dolo per aver nascosto informazioni che avrebbero diversamente orientato le scelte dell’uomo.
Sul punto, occorre quindi verificare se, in conseguenza della condotta tenuta dalla donna, vi sia stata una lesione di interessi tutelati dall’ordinamento giuridico che abbia dato luogo ad un danno ingiusto subito dall’uomo.
Occorre premettere che il rispetto della dignità e della personalità, nella sua interezza, costitui¬sce il presupposto logico della responsabilità civile, non potendo chiaramente ritenersi che diritti definiti come inviolabili ricevano diversa tutela a seconda che i loro titolari si pongano o meno all’interno di un contesto familiare.
Il bene giuridico che l’uomo ritiene sia stato leso in conseguenza della condotta della donna è da rinvenire sia nella propria dignità sia nel diritto di autodeterminazione, entrambi in riferimento al proprio, del tutto peculiare, ruolo genitoriale. Si tratta di diritti assoluti e pertanto tutelabili erga omnes, come si ricava dal combinato disposto di cui all’art. 2 e 13 Cost. espressione di un più generale principio di libertà, tutela dell’autonomia privata e di autodeterminazione nelle proprie scelte. La Corte costituzionale ha avuto, infatti, il merito di ricondurre nuove fattispecie al testo della Costituzione, ampliando gli spazi di tutela dei cittadini e degli individui, come testimoniano le numerose decisioni in cui si è occupata del “diritto alla vita” (sentenze nn. 27 del 1975; 35 del 1997; 223 del 1996), del diritto “all’identità personale” definito come “diritto ad essere se stessi” (sentenza n. 13 del 1994) e soprattutto, per quello che qui rileva – della libertà personale, intesa non solo come garanzia da forme di coercizione fisica della persona, ma anche come espressione della libertà morale del soggetto (sentenza n. 30 del 1962).
d) Sull’elemento soggettivo
L’elemento soggettivo della colpa della donna non può sussistere in re ipsa, per il semplice fatto di avere tradito la fiducia del partner, quanto nell’aver leso la capacità di autodeterminazione di quest’ultimo influenzando negativamente le scelte di vita effettuate in conseguenza della nascita della piccola. La donna ha rivelato al proprio compagno di avere avuto rapporti sessuali con un altro uomo solo quindici mesi dopo la nascita della piccola e circa ventiquattro mesi dall’inizio della gravidanza. Ma anche circa un anno dopo l’interruzione del rapporto sentimentale. Né del resto la donna ha mai dedotto in corso di causa che il suo compagno fosse a conoscenza di altri eventuali rapporti della stessa con altri uomini.
e) Sul risarcimento del danno.
Il danno patrimoniale dedotto è costituito da oltre 40.000 euro che l’uomo deduce di aver soppor¬tato per adempiere ai suoi compiti di “padre”.
f) Il risarcimento del danno non patrimoniale
L’uomo rileva, inoltre, di aver subito, in conseguenza della condotta della madre della bambina un danno non patrimoniale, sia nella componente biologica che in quella morale ed esistenziale, per una somma complessiva di euro 128.141,00.
Il pregiudizio alla salute psicofisica, il pregiudizio morale ed il pregiudizio alla vita di relazione sono distinti profili della stessa unica voce risarcitoria raccolta nella definizione di danno non patrimo¬niale. Occorre rilevare che, nel caso di specie, sia il presunto danno biologico che il presunto danno morale, non sembrano porsi in rapporto diretto rispetto ai fatti costitutivi posti a fondamento della domanda di parte attrice. Se non per il danno morale da sofferenza temporanea, nei limiti che si perviene ad argomentare…. Non può negarsi però che la sofferenza derivante dalla immediata percezione di non essere il padre biologico della bambina è qualcosa di diverso dalla stessa per¬cezione avvenuta però successivamente ad un lungo periodo nel quale il soggetto danneggiato ha comunque instaurato un legame affettivo con il figlio ritenuto come proprio.
È vero infatti che la relazione affettiva con la neonata (che è il bene presupposto dalla domanda di tutela) tra l’uomo e la piccola è stata resa possibile solo dalla condotta colposa di parte convenuta. Ma la presa di coscienza dell’uomo di non essere il padre biologico della bambina, nei cui confronti ha compiuto un legittimo e comprensibile “investimento” emotivo, costituisce sicuramente un danno non patrimoniale posto in una relazione di immediatezza e stringente connessione (ex art. 1223 c.c.) con il fatto illecito, che deve trovare legittimo ristoro. Ad avviso del giudicante la valutazione equitativa considerata la durata temporale del rapporto con la piccola è stimabile in euro 5.000,00.
Per quanto riguarda invece il presunto danno biologico, parte attrice ha prodotto una consulenza tecnica di parte in cui si fa riferimento al fatto che, in conseguenza dell’evento lesivo addebitato a parte convenuta, sarebbe emerso un danno da invalidità permanente nella percentuale del 20% e un danno da invalidità temporanea pari a 90 gg al 75 % e a 90 gg. al 50 %. Questo Giudice rileva che dalla relazione tecnica prodotta in atti da parte attrice non risulta sufficientemente provato il presunto danno biologico…
Per quanto riguarda il danno esistenziale, si è statuito in giurisprudenza che questo possa trovare ristoro risarcitorio anche in assenza di alcun danno biologico e cioè anche qualora il diritto costituzionalmente protetto risulti diverso da quello di cui all’art. 32 Costituzione. Ciò che rileva è che tali componenti del danno non patrimoniale siano, da un punto di vista dell’an risarcitorio, espres¬sione di una lesione di un diritto costituzionalmente tutelato, in assenza di un fatto di reato o di una norma che preveda espressamente il ristoro economico e provati anche a mezzo presunzioni, nella loro verificazione secondo un’entità tale da superare la soglia della normale tollerabilità (cfr. Cass. n. 22585/2013).
Richiamando quanto già detto precedentemente in merito alla connotazione ingiusta del danno subito da parte attrice (ingiustizia che, ai sensi dell’art. 2043 c.c. costituisce uno degli elementi necessari per l’an risarcitorio), si ritiene che la risarcibilità del danno non patrimoniale non può esaurirsi nel ristoro della sofferenza indotta dalla falsa rappresentazione perché la condotta della madre della bambina ha prodotto una temporanea lesione del diritto di autodeterminazione nelle proprie scelte esistenziali che trova copertura costituzionale negli artt. 2 e 13 Costituzione, soddi¬sfacendo così l’esigenza di tipicità richiesta dall’art.2059 c.c..
Per quanto riguarda la prova del danno esistenziale lamentato, risultano agli atti i numerosi viag¬gi effettuati da parte attrice in Firenze dopo il periodo della nascita della piccola, l’esternazione della propria paternità sia nei confronti dei familiari della compagna., che soprattutto dei propri parenti e amici. Si tratta di un insieme di dati fattuali da cui risulta inconfutabilmente che l’uomo ha modificato la propria quotidiana “routine”, in conseguenza della nascita di una bambina di cui ritenne, ragionevolmente, di essere il padre, per oltre un anno. Tuttavia, tale corredo probatorio, non è idoneo ad avviso del giudicante a provare la sussistenza di un danno esistenziale. Difatti, per poter parlare di danno esistenziale è necessario che il soggetto danneggiato abbia subito uno stravolgimento in pejus della propria condizione relazionale in conseguenza della condotta tenuta dal soggetto danneggiante. Nel caso di specie, sulla base delle stesse allegazioni di parte attrice, le relazioni dell’uomo con la piccola, sono sorte proprio in conseguenza della condotta colposa della madre della bimba che ha ingenerato in lui l’erronea convinzione di esserne il padre. Si può para¬dossalmente affermare che, nella situazione in esame, manchi il peggioramento del proprio stile di vita che in verità, sarebbe migliorato proprio in conseguenza della convinzione, seppur erronea, di essere padre e quindi del verificarsi dell’evento dannoso. Mentre come si è detto l’eventuale sussistenza del danno esistenziale, derivante dallo sconvolgimento della propria progettualità esi¬stenziale in funzione dell’acquisizione della posizione di padre, in verità, troverebbe fondamento non tanto nella condotta omissiva della donna, quanto nella sua infedeltà, aspetto non oggetto della presente controversia.
Giurisprudenza
Cass. pen. Sez. VI, 10 gennaio 2019, n. 4854 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
A seguito di una pronuncia della Consulta con efficacia invalidante ex tunc del divieto di procreazione medical¬mente assistita eterologa, la qualità di genitore prescinde dalla diretta discendenza e dal rapporto biologico, in quanto il nato da fecondazione eterologa acquisisce, ai sensi dell’art. 8 della legge n. 40 del 2004 lo status di figlio, nato durante il matrimonio. conseguentemente la dichiarazione di paternità resa in tal senso, non integra un’alterazione di stato né una falsa attestazione in atti dello stato civile.
Trib. Trieste, 5 giugno 2018 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
In seguito al disconoscimento per difetto di veridicità può configurarsi, in capo al soggetto falsamente riconosciu¬to come figlio, un danno non patrimoniale, quanto all’identità personale e con riferimento al nome, alla dignità, alle relazioni sociali, che è tanto maggiore quanto più ampio è il lasso di tempo intercorso tra il riconoscimento e l’esercizio dell’azione, e che è risarcibile anche equitativamente e a mezzo di presunzioni.
Corte cost. 18 dicembre 2017, n. 272 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 263 cod. civ. – sollevata dalla Corte d’appello di Milano, in riferimento agli artt. 2, 3, 30, 31 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali – nella parte in cui non consentirebbe di valutare il concreto interesse del minore a mantenere l’identità relazionale e lo status di una riconosciuta filiazione materna (in un caso di maternità surrogata), impedendo, così, che tale interesse pos¬sa essere realizzato con l’ampiezza di tutele riconosciute da plurimi principi costituzionali. Infatti, pur dovendosi riconoscere un accentuato favore dell’ordinamento per la conformità dello status alla realtà della procreazione, va escluso che quello dell’accertamento della verità biologica e genetica dell’individuo costituisca un valore di rilevanza costituzionale assoluta, tale da sottrarsi a qualsiasi bilanciamento. Ed invero, l’attuale quadro norma¬tivo e ordinamentale, sia interno, sia internazionale, non impone, nelle azioni volte alla rimozione dello status filiationis, l’assoluta prevalenza di tale accertamento su tutti gli altri interessi coinvolti. In tutti i casi di possibile divergenza tra identità genetica e identità legale, la necessità del bilanciamento tra esigenze di accertamento della verità e interesse concreto del minore è resa trasparente dall’evoluzione ordinamentale intervenuta e si proietta anche sull’interpretazione delle disposizioni da applicare al caso in esame.
Corte cost. 10 novembre 2016, n. 236 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
È costituzionalmente illegittimo l›art. 567, comma 2, c.p., nella parte in cui punisce il reato di alterazione di stato mediante falsificazione con la pena della reclusione da cinque a quindici anni, anziché con la pena della reclusione da tre a dieci anni.
La severa cornice edittale censurata dal rimettente Tribunale ordinario di Varese – mentre non può ritenersi anacronistica in rapporto al mutato contesto normativo, tecnico e scientifico (giacché il disvalore della condotta sanzionata e l’inerente allarme sociale non sono attenuati né dall’astratta possibilità delle prove genetiche per l’accertamento della filiazione, né dalle riforme del diritto di famiglia intervenute nel diverso settore del diritto civile) – risulta, sul piano della ragionevolezza intrinseca, manifestamente sproporzionata al reale disvalore della condotta punita, ledendo congiuntamente il principio di proporzionalità della pena rispetto alla gravità del fatto commesso (art. 3 Cost.) e quello della finalità rieducativa della pena (art. 27 Cost.). Pertanto, alla luce dei poteri di intervento della Corte costituzionale, l’unica soluzione praticabile per eliminare la manifesta irragionevolez¬za denunciata, utilizzando coerentemente grandezze già rinvenibili nell’ordinamento, consiste nel parificare il trattamento sanzionatorio delle due fattispecie incriminatrici nelle quali si articola l’unitario art. 567 cod. pen. È auspicabile un intervento del legislatore che, riconsiderando funditus, ma complessivamente, il settore dei delitti in esame, potrà introdurre i diversi trattamenti sanzionatori ritenuti adeguati,
Cass. pen. Sez. VI, 11 ottobre 2016, n. 48696 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Deve essere esclusa l’ipotesi delittuosa di cui all’art. 567, comma 2, c.p. ( alterazione dello stato civile di un neonato mediante false certificazioni, false attestazioni o altre falsità), nel caso di dichiarazioni di nascita ef¬fettuate ai sensi dell’art. 15 del D.P.R. n. 396 del 2000, in ordine a cittadini italiani nati all’estero mediante la tecnica della maternità surrogata eterologa (utero in affitto) e rese all’autorità consolare sulla base di certificato redatto dalle autorità ucraine che li indichi come genitori, in conformità alle norme stabilite dalla legge del luogo.
Trib. Milano, 27 aprile 2016 (Pres. Canali, est. Stella) (www.osservatoriofamiglia.it)
Va riconosciuta, nell’ambito dei danni endofamiliari, la risarcibilità del danno arrecato dal genitore al figlio a seguito di falso riconoscimento, seguito da azione di impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità; tale danno è stato qualificato come danno non patrimoniale connesso alla lesione della propria identità, alla necessità di reinse¬rirsi nel contesto sociale con un nuovo cognome, alla sofferenza legata alla repentina scoperta di una nuova realtà circa le proprie origini, alla perdita di legami familiari consolidati, senza possibilità di crearne di nuovi.
Deve ritenersi adeguatamente dimostrata la sussistenza di un danno non patrimoniale, riconducibile, in termini descrittivi, al danno morale (quale sofferenza
interiore conseguente alla condotta del … e al fatto costituente reato), al danno da lesione alla propria identità personale e al danno da perdita del rapporto parentale con l’attore.
Cass. pen. Sez. V, 10 marzo 2016, n. 13525 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Non integra il reato di alterazione di stato la circostanza che all’estero (nella specie, in Ucraina) una coppia italiana abbia reso all’autorità consolare dichiarazione di nascita di un bambino ivi nato, e di cui risultano essere i genitori alla stregua dell’atto di nascita, redatto conformemente alla legge locale, e quindi trascritto in Italia, pur se solo l’uomo è il padre anche biologico, in quanto la nascita è avvenuta a mezzo di maternità surrogata, con l’utilizzo di gameti femminili estranei alla coppia (la corte ha anche escluso – pure confermando la sentenza di merito – il reato di cui all’art. 495 c.p., presupponente una falsa dichiarazione, nella specie non intervenuta).
Cass. pen. Sez. VI, 11 novembre 2015, n. 8060 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Non integra il reato di alterazione di stato, non ravvisandosi l’induzione in errore dell’ufficiale di statocivile, la trascrizione in Italia di un falso atto di nascita formato all’estero in forza di una richiesta presentata da parte del solo padre biologico del neonato, corredata da documenti che dimostravano che la madre effettiva del ne¬onato era diversa da quella indicata nell’atto. (Nella fattispecie, dopo la formazione in Ucraina di un falso atto di nascita, alla prima richiesta di trascrizione presentata dagli imputati, coniugi che si dichiaravano genitori del bambino, è seguita una seconda istanza da parte solo del solo padre biologico, con la produzione di documenti che dimostravano chi era la madre effettiva del neonato).
Cass. pen. Sez. III, 19 febbraio 2015, n. 27062 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Il giudicato civile fa stato sulle sole questioni concernenti lo stato di famiglia o di cittadinanza. (Fattispecie nella quale la S.C. ha ritenuto che il passaggio in giudicato della sentenza civile, che aveva accertato la simulazione di alcuni contratti di compravendita immobiliare, non avesse efficacia vincolante in sede penale, dove all’esito dell’istruttoria era emersa l’effettività dei trasferimenti immobiliari).
Trib. Firenze, 12 febbraio 2015 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Va risarcito il danno subìto da un uomo che, ignorando di non esserne il padre, ha riconosciuto come propria una figlia nata da una relazione a lui sottaciuta della propria convivente con altra persona.
Cass. pen. Sez. VI, 30 ottobre 2014, n. 51662 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Il delitto di alterazione di stato previsto dall’art. 567, comma secondo, cod. pen., richiede il dolo generico che consiste nella contemporanea presenza nell’agente della consapevolezza della falsità della dichiarazione, della volontà di effettuarla e della previsione dell’evento di attribuire al neonato uno stato civile diverso da quello che gli spetterebbe secondo natura, mentre l’intenzione di favorire il neonato mediante l’attribuzione di un genitore diverso da quello naturale può essere valutata solo per l’eventuale concessione dell’attenuante di cui all’art. 62 n. 1) cod. pen.
Corte cost. 10 giugno 2014, n. 162 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
L’art. 4, comma 3, della L. n. 40 del 2004, ove si stabilisce il divieto del ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo anche quando necessarie per superare specifici problemi di sterilità e infertilità della coppia, nonché gli artt. 9, commi 1 e 3, limitatamente alle parole “in violazione del divieto di cui all’articolo 4, comma 3”, e 12, comma 1, di detta legge, che configura appunto l’illecito amministrativo di fecon¬dazione eterologa, sono incostituzionali per violazione degli artt. 2, 3, 29, 31, 32 Cost.
Cass. civ. Sez. I, 8 giugno 2012, n. 9379 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
La presunzione legale di paternità di cui all’articolo 231 codice civile, a norma della quale il marito della madre è padre del figlio da essa concepito durante il matrimonio, può essere vinta soltanto con l’azione di disconosci¬mento di cui all’articolo 235 codice civile e, quindi, da parte dei soggetti, nei termini e nelle condizioni all’uopo previste, ancorché vi sia stata declaratoria di nullità del matrimonio tra i coniugi.
Corte cost. 7 giugno 2012, n. 150 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
A seguito della sentenza 3 novembre 2011 con cui la grande camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha fornito una diversa interpretazione – rispetto a quella seguìta sullo stesso caso dalla prima sezione della stessa corte e posta a fondamento delle questioni di costituzionalità – in ordine alla compatibilità con la Cedu di una normativa nazionale che escluda la tecnica della inseminazione eterologa, vanno restituiti ai giudici a quibus gli atti relativi alla questione di legittimità costituzionale degli artt. 4, 3 comma, 9, 1 e 3 comma, e 12, 1 comma, legge 19 febbraio 2004, n. 40, nella parte in cui vietano il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistite di tipo eterologo, stabilendo sanzioni per chiunque utilizzi a fini procreativi gameti di soggetti estranei alla coppia richiedente, esclu¬dono, in caso di ricorso alla inseminazione eterologa, il disconoscimento di paternità allorché il consenso del coniuge o convivente sia ricavabile da atti concludenti e prevedono che il donatore di gameti non acquisisce alcuna relazione giuridica parentale con il nato e non può far valere nei suoi confronti alcun diritto né essere titolare di obblighi, in riferimento agli artt. 2, 3, 29, 31, 32 Cost. e, in relazione agli artt. 8 e 14 Cedu, all’art. 117, 1 comma, Cost..
Corte cost. 23 febbraio 2012, n. 31 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
È costituzionalmente illegittimo l›art. 569 c.p., nella parte in cui stabilisce che, in caso di condanna pronunciata contro il genitore per il delitto di alterazione di stato, previsto dall›art. 567, secondo comma, c.p., consegua di diritto la perdita della potestà genitoriale, così precludendo al giudice ogni possibilità di valutazione dell›interesse del minore nel caso concreto (La pronuncia è stata resa nel giudizio di legittimità costituzionale dell›articolo 569 c.p. promosso dal Tribunale di Milano con ordinanza del 31 gennaio 2011, iscritta al n. 141 del registro ordinanze 2011 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 28, prima serie speciale, dell›anno 2011).
Trib. Milano, Sez. IX, 25 gennaio 2012(Pluris, Wolters Kluwer Italia)
La presunzione di paternità di cui all’articolo 231 codice civile non opera per il semplice fatto della procreazione da donna coniugata, ma solo quando vi siano anche un atto di nascita di figlio legittimo o, in difetto, il relativo possesso di stato, mentre, quando risulti che la madre abbia dichiarato il figlio come naturale, difettando l’o¬peratività di detta presunzione e dello “status” di figlio legittimo, non è necessario il disconoscimento ai sensi dell’articolo 235 codice civile, né si frappone alcun ostacolo all’azione per la dichiarazione giudiziale della pater¬nità naturale di persona diversa dal marito.
Tribunale Salerno Sez. I, 3 febbraio 2010 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Il testo originario dell’art. 295 c.p.c., che, sul presupposto della prevalenza dell’accertamento penale, nel richia¬mare l’art. 3 c.p.p. prevedeva la sospensione obbligatoria del processo civile nel caso di pendenza di giudizio pe¬nale, è stato sostituito dalla attuale previsione che, sul diverso presupposto dell’autonomia dei due accertamenti, subordina la sospensione del processo civile alla condizione della dipendenza dell’accertamento civile da quello penale, ovverosia, della sussistenza di una pregiudizialità logico-giuridica dell’accertamento penale.
Cass. pen. Sez. VI, 12 agosto 2009, n. 32854 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Concorre nel reato di alterazione di stato mediante falso di cui all’art. 567, comma secondo, cod. pen., chiunque, pur senza rendere alcuna falsa dichiarazione di nascita, contribuisca, materialmente o moralmente, con adeguata efficienza causale, all’evento tipico realizzato dall’autore della dichiarazione che altera lo stato di nascita.
Cass. civ. Sez. unite, 11 novembre 2008, n. 26972 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Il danno non patrimoniale è categoria generale non suscettiva di suddivisione in sottocategorie variamente eti¬chettate. In particolare, non può farsi riferimento ad una generica sottocategoria denominata danno esistenziale perché attraverso questa si finisce per portare anche il danno non patrimoniale nell’atipicità, sia pure attraver¬so l’individuazione della apparente tipica figura categoriale del danno esistenziale, in cui tuttavia confluiscono fattispecie non necessariamente previste dalla norma ai fini della risarcibilità di tale tipo di danno, mentre tale situazione non è voluta dal legislatore ordinario né è necessitata dall’interpretazione costituzionale dell’art. 2059 c.c., che rimane soddisfatta dalla tutela risarcitoria di specifici valori della persona presidiati da diritti inviolabili secondo Costituzione. Il riferimento a determinati tipi di pregiudizio, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno. È compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiu¬dizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione.
Trib. Salerno, Sez. I, 4 agosto 2008 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
La presunzione di paternità di cui all’articolo 231 codice civile non opera per il semplice fatto della procreazione da donna coniugata, ma solo quando vi siano anche un atto di nascita di figlio legittimo o, in difetto, il relativo possesso di stato, mentre, quando risulti che la madre abbia dichiarato il figlio come naturale, difettando l’o¬peratività di detta presunzione e dello “status” di figlio legittimo, non è necessario il disconoscimento ai sensi dell’articolo 235 codice civile, né si frappone alcun ostacolo all’azione per la dichiarazione giudiziale della pater¬nità naturale di persona diversa dal marito.
Cass. pen. Sez. VI, 5 maggio 2008, n. 35806 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Il reato di alterazione di stato di cui all’art. 567, comma secondo cod. pen. non è configurabile in relazione alle false dichiarazioni incidenti sullo stato civile di una persona, rese quando l’atto di nascita è già formato, potendo tale condotta rientrare invece nella previsione dell’art. 495, comma terzo, n. 1 cod.pen..(Fattispecie nella quale la Corte ha qualificato ai sensi dell’art. 495 cod. pen. la falsa dichiarazione di paternità naturale resa all’ufficiale di stato civile a distanza di due anni dalla nascita della bambina).
Cass. pen. Sez. V, 4 dicembre 2007, n. 4420 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
La mancata indicazione, nell’apposito modulo di richiesta del passaporto, dell’esistenza di precedenti penali dà luogo alla configurabilità del reato di cui all’art. 495, ultimo comma, cod. pen., trattandosi di implicita, falsa at¬testazione inerente ad una qualità personale del dichiarante, con esclusione, quindi, tanto del reato di cui all’art. 483 cod. pen. (poiché la falsa attestazione non ha per oggetto “fatti”), quanto di quello di cui all’art. 496 cod. pen., configurabile solo in via residuale quando la falsità non abbia alcuna attinenza, né diretta né indiretta, con la formazione di un atto pubblico, inteso in senso lato.
Cass. pen. Sez. VI, 20 giugno 2007, n. 33326 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Il processo per il delitto di alterazione di stato, commesso mediante falsa attestazione della paternità nella formazione dell’atto di nascita, può essere sospeso in relazione alla controversia civile sulla questione di stato perché essa condiziona, in termini di pregiudizialità, la pronuncia sull’imputazione e la sentenza del giudice civile sul rapporto di paternità naturale esplica effetti vincolanti nel procedimento penale pur non sospeso.
Corte cost. 23 marzo 2007, n. 106 (Famiglia e Diritto, 2007, 8-9, 761 nota di PITTARO)
È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell›art. 567, secondo comma, c.p., censurato, in riferimento all›art. 3 Cost., nella parte in cui commina la reclusione da cinque a quindici anni a chiunque, nella formazione di un atto di nascita, altera lo stato civile di un neonato mediante false dichiarazioni, in quanto la pena sarebbe irragionevolmente elevata rispetto a quella prevista per altre condotte non solo simili ma anche più gravi. Posto che la determinazione del trattamento sanzionatorio per condotte penalmente rilevanti rientra nella discrezionalità legislativa, censurabile solo in caso di scelte manifestamente arbitrarie, nella specie il giudice a quo ha richiamato, quali tertia comparationis, fattispecie non assimilabili, per la diversità delle condotte (art. 567, primo comma, e art. 578 c.p.) e del bene giuridico protetto (art. 578 c.p.).
Trib. Reggio Emilia, 30 gennaio 2006 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Non opera la presunzione di paternità di cui all’articolo 231 codice civile per il semplice fatto della procreazione da donna coniugata, ma solo quando vi sia anche un atto di nascita di figlio legittimo o, in mancanza, il rela¬tivo possesso di stato, mentre, quando risulti che la madre abbia dichiarato il figlio come naturale, difettando l’operatività di detta presunzione e dello “status” di figlio legittimo, non è necessario il disconoscimento ai sensi dell’articolo 235 codice civile né si frappone alcun ostacolo all’azione per la dichiarazione giudiziale della pater¬nità naturale di persona diversa dal marito.
Cass. pen. Sez. VI, 28 aprile 2005, n. 24586 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
È utilizzabile, a fini di prova, il campione di sangue prelevato all›imputato nell›ambito degli ordinari accertamenti sanitari effettuati ai sensi dell›ordinamento penitenziario, essendo irrilevante la mancanza di uno specifico consenso a tal fine. (Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto legittima, per l›accertamento del reato di cui all›art. 567 cod. pen., la utilizzazione dei risultati dell›esame del DNA disposto dal P.M. sul campione ematico prelevato a fini sanitari all›imputato detenuto).
Cass. pen. Sez. VI, 13 dicembre 2004, n. 4453 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
La fattispecie delittuosa di cui all’art. 567 cod. pen. punisce l’attribuzione al neonato di un genitore diverso da quello naturale. Ne consegue che non risponde del suddetto delitto la madre che, nel dichiarare all’ufficiale di stato civile che il figlio è stato concepito da un’unione naturale, occulti il suo stato di persona coniugata. Nè il silenzio serbato su tale circostanza, concomitante al fatto regolarmente attestato, può integrare una reticenza punibile ai sensi dell’art. 495 cod. pen., trattandosi di dichiarazione che non incide sull’essenza del documento e non è lesiva della funzione probatoria dell’atto in relazione allo specifico contenuto per cui esso è stato formato.
Cass. pen. Sez. VI, 12 febbraio 2003, n. 17627 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Integra il delitto di alterazione di stato, ipotizzato dall’art. 567, secondo comma c.p. (falsità nella formazione di un atto di nascita) la falsa dichiarazione resa in sede di formazione dell’atto di nascita del neonato nella quale si attesti falsamente che il neonato sia figlio proprio e di persona che non intende essere nominata, poiché il riconoscimento di un figlio come naturale configura una dichiarazione di scienza che è rivolta ad esprimere tale rapporto di discendenza fondato nella procreazione.
Cass. pen. Sez. VI, 24 ottobre 2002, n. 5356 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Il reato di alterazione di stato di cui all’art. 567 c.p., comma 2 si commette nella formazione dell’atto di nasci¬ta. Pertanto, le false dichiarazioni incisive sullo stato civile di una persona, rese quando l’atto di nascita è già formato, esulano dalla sfera specifica di tutela dell’alterazione di stato e rientrano nella previsione dell’art. 495 c.p., comma 3, n. 1.
Cass. pen. Sez. V, 16 gennaio 2001, n. 89 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
E’ configurabile il delitto di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico con riferimento a una dichia¬razione sostitutiva di atto di notorietà, allorché la falsità riguardi fatti (che siano a diretta conoscenza dell’inte¬ressato) diversi da quelli personali. Infatti, l’art. 26 della l. n. 15 del 1968, nel prevedere le sanzioni penali per la falsità delle attestazioni, rinvia genericamente al codice penale (e alle leggi speciali): sicché sarà applicabile l’art. 495 c.p. quando la falsa dichiarazione riguardi l’identità, lo stato o altre qualità personali; sarà invece applicabile l’art. 483 c.p. quando la falsità riguardi altri fatti.
Cass. civ. Sez. lavoro, 14 settembre 2000, n. 12141 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Poiché nel nuovo codice di procedura penale non è stata riprodotta la disposizione di cui all’art. 3, comma 2, del codice abrogato, nè sono state reiterate le altre disposizioni alla stessa collegate e contenute nel capo secondo del Titolo primo del Libro primo del medesimo codice, con conseguente soppressione di ogni riferimento alla cosiddetta pregiudiziale penale nel testo dell’art. 295 c.p.c. in sede di nuova formulazione di detto articolo da parte della no¬vella introdotta dalla l. n. 353 del 1990, si deve ritenere che il nostro ordinamento non sia più ispirato al principio dell’unità della giurisdizione e della prevalenza del giudizio penale su quello civile, essendo stato dal legislatore instaurato il sistema della (pressoché) completa autonomia e separazione fra i due giudizi, nel senso che, tranne alcune particolari e limitate ipotesi di sospensione del processo civile previste dall’art. 75, comma 3, del nuovo codice di procedura penale (azione promossa in sede civile dopo la costituzione di parte civile nel processo penale o dopo la sentenza penale di primo grado), da un lato il processo civile deve proseguire il suo corso senza essere influenzato dal processo penale e, dall’altro, il giudice civile deve procedere ad un autonomo accertamento dei fatti e della responsabilità (civile) dedotta in giudizio. Ne deriva che è illegittima, non ricorrendo alcuna delle sopra indicate ipotesi di sospensione necessaria, l’ordinanza che abbia sospeso il processo civile ex art. 295 (nuovo testo) c.p.c. sul presupposto della mera presentazione in sede penale di un esposto- querela, non essendosi neppure in presenza di un processo penale effettivamente pendente, non essendo stata ancora esercitata l’azione penale.
Cass. civ. Sez. I, 27 agosto 1997, n. 8059 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
La presunzione di paternità di cui all’articolo 231 codice civile non opera per il semplice fatto della procreazione da donna coniugata, ma solo quando vi siano anche un atto di nascita di figlio legittimo o, in difetto, il relativo possesso di stato, mentre, quando risulti che la madre abbia dichiarato il figlio come naturale, difettando l’o¬peratività di detta presunzione e dello “status” di figlio legittimo, non è necessario il disconoscimento ai sensi dell’articolo 235 codice civile, né si frappone alcun ostacolo all’azione per la dichiarazione giudiziale della pater¬nità naturale di persona diversa dal marito.
Cass. civ. Sez. lavoro, 7 maggio 1997, n. 3992 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Poiché nel nuovo codice di procedura penale non è stata riprodotta la disposizione di cui all’art. 3, comma 2, del codice abrogato, né sono state reiterate le altre disposizioni alla stessa collegate e contenute nel capo II del titolo I del libro I del medesimo codice, con conseguente soppressione di ogni riferimento alla cosiddetta pregiudiziale penale nel testo dell’art. 295 c.p.c. in sede di nuova formulazione di detto articolo da parte della novella introdotta dalla legge n. 353 del 1990, si deve ritenere che il nostro ordinamento non sia più ispirato al principio dell’unità della giurisdizione e della prevalenza del giudizio penale su quello civile, essendo stato dal legislatore instaurato il sistema della (pressoché) completa autonomia e separazione fra i due giudizi, nel senso che, tranne alcune particolari e limitate ipotesi di sospensione del processo civile previste dall’art. 75, comma 3, del nuovo codice di procedura penale (azione promossa in sede civile dopo la costituzione di parte civile nel processo penale o dopo la sentenza penale di primo grado), da un lato il processo civile deve proseguire il suo corso senza essere influenzato dal processo penale e, dall’altro, il giudice civile deve procedere ad un autonomo accertamento dei fatti e della responsabilità (civile) dedotta in giudizio. Resta peraltro ferma la possibilità per il giudice civile di disporre la sospensione facoltativa del giudizio.
Cass. civ. Sez. I, 5 aprile 1996, n. 3194 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
La presunzione di paternità di cui all’articolo 231 codice civile non opera per il semplice fatto della procreazione da donna coniugata, ma solo quando vi siano anche un atto di nascita di figlio legittimo o, in difetto, il relativo possesso di stato, mentre, quando risulti che la madre abbia dichiarato il figlio come naturale, difettando l’o¬peratività di detta presunzione e dello “status” di figlio legittimo, non è necessario il disconoscimento ai sensi dell’articolo 235 codice civile, né si frappone alcun ostacolo all’azione per la dichiarazione giudiziale della pater¬nità naturale di persona diversa dal marito.
Trib. Rimini, 24 marzo 1995 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
La presunzione di paternità di cui all’art. 231 c.c. non opera per il solo fatto della procreazione da donna co¬niugata, essendo necessario un conforme atto di nascita che attesti la paternità del marito; integra quindi gli estremi del reato di alterazione di stato la denuncia come legittimo del figlio procreato a seguito di fecondazione artificiale eterologa, anche se nato in costanza di matrimonio.
Cass. pen. Sez. VI, 28 giugno 1994, n. 8996 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Il privato può commettere il reato di cui all’art. 479 c.p. (falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici) solo quale concorrente del pubblico ufficiale, ex art. 117 c.p., ovvero inducendolo in errore, ex art. 48 c.p.Tale ultima ipotesi ricorre soltanto ove le false dichiarazioni del privato siano integrate da un’attestazione del pubblico ufficiale sulla loro intrinseca rispondenza al vero, rientrandosi invece nell’ambito delle fattispecie previste dagli artt. 483 e 495 c.p. quando la falsa dichiarazione riguarda fatti o qualità personali che il pubblico ufficiale si limita a riportare nell’atto pubblico, senza che rientri nelle sue funzioni di attestarne la veridicità.
Cass. civ. Sez. I, 10 ottobre 1992, n. 11073 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
La presunzione di paternità di cui all’art. 231 c. c. non opera per il semplice fatto della procreazione da donna coniugata, ma solo quando vi sia anche un atto di nascita di figlio legittimo o, in difetto, il relativo possesso di stato, mentre, quando risulti che la madre abbia dichiarato il figlio come naturale, difettando l’operatività di detta presunzione e dello status di figlio legittimo, non è necessario il disconoscimento ai sensi dell’art. 235 c. c., né si frappone alcun ostacolo all’azione per la dichiarazione giudiziale della paternità naturale di persona diversa dal marito.
Cass. pen. Sez. VI, 3 luglio 1989 n. 15039 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Ai fini della sussistenza del dolo nel delitto di alterazione di stato è sufficiente la coscienza e volontà di rendere una dichiarazione contraria alla realtà, tale da attribuire al neonato uno stato civile diverso da quello che gli spetterebbe secondo natura. (Nella specie, la madre del neonato lo aveva dichiarato all’ufficiale dello stato civile come figlio del marito dal quale viveva separata e con il quale aveva in corso giudizio rotale di annullamento del matrimonio, pur sapendo che il bambino era figlio di altra persona).
Cass. civ. Sez. I, 2 febbraio 1987, n. 3184 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
La presunzione di paternità contemplata dall’articolo 231 codice civile non opera, qualora dall’atto di nascita risulti che la madre abbia dichiarato il figlio come figlio naturale, e quindi come non concepito ad opera del ma¬rito, atteso che in tale ipotesi viene a mancare il titolo attributivo dello status di figlio legittimo, senza che sia necessaria alcuna azione di disconoscimento.
Trib. Milano, 12 dicembre 1984 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
La presunzione di paternità del marito non opera per il semplice fatto della nascita da donna coniugata, ma entra in funzione solo allorquando il nato viene denunciato come figlio della donna unita in matrimonio.
App. Genova, 16 ottobre 1982 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
La donna coniugata può riconoscere nell’atto di nascita il proprio figlio naturale, non ostandovi la presunzione di paternità del marito.
Cass. pen. Sez. VI, 2 dicembre 1970, n. 1504 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Nell’ipotesi di alterazione di stato descritta dall’art. 567, 2° comma, c.p., il dolo richiesto è quello generico e consiste nella coscienza e volontà di rendere una dichiarazione contraria alla realtà, tale da attribuire al neonato uno stato civile diverso da quello che gli spetterebbe secondo natura
Cass. pen. Sez. Unite 30 maggio 1959 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Lo stato di figlio legittimo, in relazione alla presunzione di paternità contemplata dall’articolo 231 codice civi¬le, non sussiste quando facciano difetto sia l’atto di nascita, contenente il nome della madre coniugata, sia il possesso di stato (considerato quale titolo sussidiario equivalente), giacché la presunzione in parola in tanto è operativa in quanto concorra il titolo di stato legittimo (atto di nascita o possesso di stato); cioè è integrativa del titolo stesso. Pertanto non commette delitto di alterazione di stato il celibe che denunzia all’ufficio dello stato civile l’infante, nato dalla relazione di lui con donna coniugata, come figlio proprio e di donna che non consente di essere nominata. In tale caso, non sussistendo il titolo che costituisce il presupposto perché funzioni la “prae¬sumptio juris” suddetta, l’infante non ha assunto lo stato di figlio legittimo e quindi non è alterato uno stato che a lui spetti legalmente; viceversa, il titolo derivante dalla dichiarazione fatta nell’atto di nascita è conforme allo stato che all’infante realmente compete tramite il riconoscimento che il dichiarante opera nell’esercizio di un suo diritto (articolo 252 codice civile) che, per ciò stesso, non può costituire reato (articolo 51 codice penale). Non è di ostacolo al riconoscimento suddetto, né quindi all’esercizio del diritto in questione, il disposto dello articolo 253 codice civile (inammissibilità di riconoscimento “in contrasto con lo stato di figlio legittimo in cui la persona si trova”), giacché la locuzione “trovarsi nello stato di figlio legittimo” va intesa nel significato di “essere legalmente investito del titolo relativo”.

Ai fini della prova dell’usucapione va applicato il canone del ‘più probabile che non’

Cassazione civile, sez. II, 08 Febbraio 2019, n. 3847. Est. Tedesco.
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA CIVILE
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
Svolgimento del processo
– la Corte d’appello di Milano ha rigettato l’appello proposto da Pugliese Vincenza contro ordinanza ai sensi dell’art. 702-bis c.p.c., del Tribunale di Milano, di rigetto di domanda dal medesimo proposta nei confronti del Condominio (*);
– il P. aveva chiesto l’accertamento della nullità della delibera condominiale che aveva autorizzato la realizzazione di un muro a confine fra la proprietà del ricorrente e quella del condomino D.D.S.;
– la corte d’appello ha rilevato d’ufficio la sopravvenuta carenza dell’interesse del ricorrente all’accertamento della nullità della delibera, essendo stata definita con transazione la lite con il condomino interessato;
– per la cassazione della sentenza il P. ha proposto ricorso affidato a quattro motivi;
– il condominio ha resistito con controricorso:
– il ricorrente ha depositato memoria.
Motivi della decisione
– il ricorso sfugge ai rilievi di inammissibilità formulati nel controricorso, sia per quanto riguarda l’esposizione dei fatti di causa, che è tale da consentire alla Corte, in relazione ai motivi proposti, di avere una chiara e completa cognizione dei fatti che hanno originato la controversia e dell’oggetto dell’impugnazione, sia in relazione ai motivi, che presentano i requisiti della specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata;
– il primo motivo denuncia violazione dell’art. 101 c.p.c., comma 2;
– la corte d’appello, pur avendo rilevato d’ufficio il difetto di interesse a coltivare l’azione nei confronti del condominio, non ha adempiuto alle prescrizioni imposte dall’art. 101 c.p.c., comma 2, con conseguente violazione del principio del contraddittorio.
– il secondo motivo denuncia violazione degli artt. 306 e 310 c.p.c.;
– nella causa con il D.D. non c’era stata cessazione della materia del contendere, ma parziale rinuncia agli atti del giudizio da parte del ricorrente, con conseguente estinzione solo parziale della lite;
– il terzo motivo denuncia violazione dell’art. 100 c.p.c.;
– il ricorrente censura la sentenza per avere negato la sussistenza dell’interesse del ricorrente a fare accertare la nullità della delibera condominiale in relazione agli ulteriori profili di illegittimità fatti valere con l’impugnazione (violazione del regolamento condominiale, mancata approvazione con l’unanimità dei consensi, carattere vietato dell’innovazione);
– il quarto motivo denuncia la sentenza nella parte in cui, con travisamento delle risultanze processuali, ha ravvisato, nella definizione della lite fra l’attuale ricorrente e il D.D., una ipotesi di cessazione della materia del contendere in luogo della parziale estinzione del giudizio a seguito di rinuncia;
– il primo motivo è fondato e il suo accoglimento determina l’assorbimento delle altre censure;
– ed invero la definizione della lite nei rapporti fra i due condomini interessati non aveva mutato i temi del dibattito fra il P. e il Condominio, che continuò a svolgersi sul difetto di legittimazione passiva del condominio e sul fatto che i vizi fatti valere comportavano l’annullabilità e non la nullità della delibera condominiale, conseguendone da ciò, secondo il condominio, che, decorsi inutilmente i termini di impugnazione, la definitività e vincolatività della deliberazione anche per il condomino ricorrente;
– la corte non è entrata nel merito di questi profili, ma ha posto l’attenzione, da un lato, sul fatto che il condomino aveva realizzato un’opera difforme da quella autorizzata dall’assemblea, dall’altro, sul fatto che fra i diretti interessati avevano raggiunto un accordo di natura transattiva;
– la considerazione congiunta dell’una e dell’altra circostanza ha indotto la corte a ravvisare una ipotesi di sopravvenuta carenza dell’interesse ad agire;
– fatto è, però, che tale possibile conseguenza dell’evolversi della vicenda ha costituito oggetto di rilievo d’ufficio, il che imponeva al giudice di sottoporre la questione al preventivo contraddittorio fra le parti in causa, in applicazione di un principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte e oramai acquisito al diritto positivo attraverso la novella dell’art. 101 c.p.c., comma 2 (L. n. 69 del 2009);
– si intende alludere al principio secondo cui “la mancata segnalazione da parte del giudice di una questione, rilevata d’ufficio per la prima volta in sede di decisione, che comporti nuovi sviluppi della lite non presi in considerazione dalle parti, modificando il quadro fattuale, determina nullità della sentenza per violazione del diritto di difesa delle parti, private dell’esercizio del contraddittorio e delle connesse facoltà di modificare domande ed eccezioni, allegare fatti nuovi e formulare richieste istruttorie sulla questione decisiva ai fini della deliberazione. Pertanto se la violazione si sia verificata nel giudizio d’appello, la sua deduzione come motivo di ricorso in sede di giudizio di legittimità, determina la cassazione con rinvio della pronuncia impugnata, affinchè ai sensi dell’art. 394 c.p.c., comma 3, possano essere esplicate le attività processuali che la parte abbia lamentato di non aver potuto svolgere a causa della decisione solitariamente adottata dal giudice” (Cass. n. 10062/2010; n. 11928/2012; n. 11453/2014);
– si impone pertanto la cassazione della sentenza, con rinvio della causa ad altra sezione della Corte d’appello di Milano, perchè provveda a nuovo esame e liquidi le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.
accoglie il primo motivo di ricorso; dichiara assorbiti gli altri; cassa la sentenza in relazione al motivo accolto; rinvia ad altra sezione della Corte d’appello di Milano anche per le spese del giudizio di legittimità.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 13 luglio 2018.
Depositato in Cancelleria il 8 febbraio 2019.

Mediazione e negoziazione assistita da avvocati hanno ruoli e funzioni diversi. La Consulta li ritiene strumenti efficaci e che possono coesistere senza che vi sia violazione dell’art 3 Cost.

Corte Cost., sent. del 7 marzo 2019 n. 97
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Presidente: Giorgio LATTANZI; Giudici : Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Mario
Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS,
Nicolò ZANON, Franco MODUGNO, Augusto Antonio BARBERA, Francesco VIGANÒ, Luca
ANTONINI,
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 84, comma 1, lettera b), del decreto-legge 21 giugno
2013, n. 69 (Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia), convertito, con modificazioni, nella legge 9
agosto 2013, n. 98, che inserisce il comma 1-bis all’art. 5 del decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28
(Attuazione dell’articolo 60 della legge 18 giugno 2009, n. 69, in materia di mediazione finalizzata alla
conciliazione delle controversie civili e commerciali), dell’art. 84, comma 1, lettera i), dello stesso d.l. n. 69
del 2013, nella parte in cui aggiunge il comma 4-bis, secondo periodo, all’art. 8 del citato d.lgs. n. 28 del
2010, nonché del comma 2 del medesimo art. 84 e dell’art. 5, comma 4, lettera a), del citato d.lgs. n. 28 del
2010, promossi dal Tribunale ordinario di Verona con ordinanze del 30 gennaio e del 23 febbraio 2018,
iscritte, rispettivamente, ai numeri 62 e 98 del registro ordinanze 2018 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica numeri 16 e 27, prima serie speciale, dell’anno 2018.
Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nella camera di consiglio del 6 marzo 2019 il Giudice relatore Luca Antonini.
Ritenuto in fatto
1.– Con ordinanza iscritta al n. 62 r.o. 2018, il Tribunale ordinario di Verona ha sollevato – in
riferimento agli art. 3 e 77, secondo comma, della Costituzione – questioni di legittimità costituzionale
dell’art. 84, comma 1, lettera i), del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69 (Disposizioni urgenti per il rilancio
dell’economia), convertito, con modificazioni, nella legge 9 agosto 2013, n. 98, nella parte in cui aggiunge il
comma 4-bis, secondo periodo, all’art. 8 del decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28 (Attuazione
dell’articolo 60 della legge 18 giugno 2009, n. 69, in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione
delle controversie civili e commerciali), nonché del comma 2 del medesimo art. 84.
2.– Il rimettente premette di essere chiamato a decidere la controversia instaurata da una società a
responsabilità limitata nei confronti di una banca per ottenere l’accertamento della nullità, per difetto della
forma scritta, di un contratto di conto corrente e di «due contratti di apertura di conto corrente», nonché la
condanna della convenuta alla restituzione delle somme indebitamente percepite, nel corso dei rapporti
originati da tali contratti, a titolo di interessi usurari e di commissione di massimo scoperto.
Quindi, il giudice a quo riferisce che la parte attrice ha attivato vanamente, prima della instaurazione
della controversia, il procedimento di mediazione previsto quale condizione di procedibilità della domanda
dall’art. 5, comma 1-bis, del d.lgs. n. 28 del 2010, non avendovi la convenuta partecipato.
Dopo avere precisato che la causa oggetto del processo principale è «giunta a decisione», il Tribunale
ordinario di Verona osserva che la mancata partecipazione al procedimento di mediazione non sarebbe
sorretta da giustificato motivo, non essendo questo ravvisabile nelle ragioni, specificamente indicate
nell’ordinanza di rimessione, addotte dalla società convenuta al fine di legittimare il proprio comportamento
omissivo: essa, pertanto, ai sensi dell’art. 8, comma 4-bis, secondo periodo, del d.lgs. n. 28 del 2010,
dovrebbe essere condannata, anche d’ufficio e a prescindere dalla sua eventuale soccombenza, al
versamento, in favore dello Stato, di un importo corrispondente a quello del contributo unificato dovuto per
il giudizio.
2.1.– In ordine alla non manifesta infondatezza delle questioni sollevate, il giudice rimettente ricorda,
anzitutto, che il comma 4-bis è stato aggiunto all’art. 8 del d.lgs. n. 28 del 2010 dall’art. 84, comma 1, lettera
i), del d.l. n. 69 del 2013.
Quindi, sostiene che il secondo periodo del citato comma 4-bis – a mente del quale «[i]l giudice
condanna la parte costituita che […] non ha partecipato al procedimento [preliminare di mediazione] senza
giustificato motivo, al versamento all’entrata del bilancio dello Stato di una somma di importo
corrispondente al contributo unificato dovuto per il giudizio» – violerebbe l’art. 77, secondo comma, Cost.
per difetto dei requisiti di necessità e d’urgenza.
Al riguardo, il rimettente – richiamato l’orientamento della giurisprudenza costituzionale sui presupposti
della decretazione d’urgenza – premette che questa Corte avrebbe anche precisato che l’urgente necessità di
provvedere in via legislativa presupporrebbe la «intrinseca coerenza delle norme contenute in un
decreto-legge, o dal punto di vista oggettivo e materiale, o dal punto di vista funzionale e finalistico»: i
requisiti cui è subordinata la legittimità dell’adozione del decreto-legge potrebbero, pertanto, anche
riguardare una pluralità di norme, purché queste siano, tuttavia, accomunate, sul piano obiettivo, «dalla
natura unitaria delle fattispecie disciplinate», ovvero, sul piano teleologico, in caso di interventi eterogenei
afferenti a materie diverse, «dall’unico scopo di approntare rimedi urgenti a situazioni straordinarie venutesi
a determinare» (viene richiamata la sentenza n. 22 del 2012).
Ad avviso del giudice a quo, peraltro, la «uniformità teleologica» che deve accomunare le norme
contenute in un decreto-legge sarebbe vanificata ove, come nel caso in esame, esse non abbiano «il
medesimo termine di efficacia».
Fatte tali premesse, il Tribunale di Verona evidenzia come l’entrata in vigore delle disposizioni dettate
dall’art. 84, comma 1, del d.l. n. 69 del 2013 sia stata differita, dal successivo comma 2, al decorso «di trenta
giorni rispetto al momento della sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale» (recte: rispetto al momento della
entrata in vigore della legge di conversione del d.l.): questo differimento rappresenterebbe un elemento
sintomatico della «manifesta insussistenza», nel caso di specie, dei requisiti di necessità e d’urgenza, tanto
più in considerazione della distonia con la diversa scelta di attribuire, invece, efficacia immediata alle altre
norme contenute nel medesimo decreto-legge.
Del resto, prosegue il giudice rimettente, la posticipazione in parola contrasterebbe anche con l’art. 15,
comma 3, della legge 22 agosto 1988, n. 400 (Disciplina dell’attività di Governo e ordinamento della
Presidenza del Consiglio dei Ministri), che, nella parte in cui stabilisce che i decreti-legge devono contenere
misure di immediata applicazione, espliciterebbe «ciò che deve ritenersi intrinseco alla natura stessa» di tali
provvedimenti normativi.
2.1.1.– Il giudice a quo ritiene, inoltre, che l’art. 84, comma 2, del d.l. n. 69 del 2013 – che, come detto,
ha procrastinato l’applicabilità delle disposizioni di cui al precedente comma 1 al decorso di trenta giorni
«[…] dall’entrata in vigore della legge di conversione[…]» – recherebbe un vulnus all’art. 3 Cost., in
relazione al principio di ragionevolezza.
A suo parere, la scelta, operata con la norma censurata, di differire l’efficacia delle disposizioni dettate
dal precedente comma 1, peraltro difforme da quella adottata per le altre norme del medesimo d.l. aventi «la
stessa finalità di contribuire a rendere maggiormente efficiente il sistema giudiziario», sarebbe, difatti,
«immotivata e priva di una ragione logica».
3.– È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura
generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate manifestamente inammissibili e, comunque,
infondate.
3.1.– L’eccezione preliminare d’inammissibilità è basata, innanzitutto, sulla asserita erroneità di una
delle argomentazioni addotte dal Tribunale rimettente.
Contrariamente a quanto da esso sostenuto, infatti, a mente dell’art. 86 del d.l. n. 69 del 2013, le
disposizioni poste dall’art. 84, comma 1, sarebbero entrate in vigore, come del resto tutte le altre norme
contenute nel medesimo decreto-legge, il giorno successivo a quello della pubblicazione nella Gazzetta
Ufficiale della Repubblica italiana, mentre ne sarebbe stata posticipata soltanto l’efficacia: il legislatore
avrebbe, pertanto, disposto «semplicemente […] un differimento nella efficacia di talune disposizioni […]»
contenute nel d.l.
3.1.1.– Sotto altro profilo, la difesa statale ritiene che sia inammissibile la questione, avente ad oggetto
l’art. 84, comma 2, del d.l. n. 69 del 2013, sollevata in riferimento all’art. 3 Cost.
L’irragionevolezza della norma censurata sarebbe stata, infatti, dedotta in maniera apodittica, essendosi
il giudice a quo in sostanza limitato a sostenere che, in sede di decretazione d’urgenza, non possa essere
procrastinata l’applicabilità di alcune disposizioni, senza illustrare i motivi per cui siffatta scelta sarebbe
illogica.
In proposito, l’Avvocatura generale osserva altresì che le ragioni dell’evidenziato differimento, la cui
valutazione è d’altro canto rimessa al discrezionale apprezzamento del legislatore, sarebbero ravvisabili, per
un verso, in «comprensibili problemi organizzativi»; per altro verso, nella necessità, correlata alla natura
sanzionatoria della condanna conseguente alla mancata partecipazione al procedimento di mediazione, che
le parti siano tempestivamente rese edotte degli obblighi su di esse incombenti.
Del resto, prosegue la difesa statale, il Tribunale rimettente avrebbe trascurato di rilevare che il
legislatore non avrebbe posticipato l’efficacia soltanto dell’art. 84, comma 1, del d.l. n. 69 del 2013, ma
anche di altre norme contenute nel medesimo decreto-legge.
3.2.– Ad avviso dell’interveniente, le questioni di legittimità costituzionale sarebbero, in ogni caso,
prive di fondamento.
La non immediata applicabilità delle disposizioni recate dal comma 1 dell’art. 84 del d.l. n. 69 del 2013
non sarebbe, infatti, sufficiente, da sola, a rendere evidentemente insussistenti i presupposti, richiesti
dall’art. 77, secondo comma, Cost., della straordinaria necessità e urgenza, tanto più in considerazione della
breve durata di tale dilazione e della sua riconducibilità a ragionevoli motivi.
3.2.1.– Quanto, invece, al vulnus asseritamente arrecato all’art. 3 Cost. dall’art. 84, comma 2, del d.l. n.
69 del 2013, la difesa statale richiama le considerazioni, dianzi illustrate, svolte in punto di ammissibilità
con riguardo a tale parametro, le quali sarebbero idonee a disvelare anche l’insussistenza della denunciata
irragionevolezza.
In proposito, essa evidenzia, inoltre, come la particolarità dei precetti normativi contenuti del
decreto-legge in parola e le esigenze a essi sottese giustifichino e rendano razionale la scelta di prevedere
differenti termini di applicabilità.
4.– Con successiva ordinanza n. 98 del 23 febbraio 2018, il Tribunale di Verona ha sollevato – in
riferimento agli art. 3 e 77, secondo comma, Cost. – questioni di legittimità costituzionale dell’art. 84,
comma 1, lettera b), del d.l. n. 69 del 2013, che ha inserito il comma 1-bis all’art. 5 del d.lgs. n. 28 del 2010,
nonché dell’art. 84, comma 2, del medesimo decreto-legge.
In via subordinata, ha, inoltre, censurato – in riferimento all’art. 3 Cost. – anche l’art. 5, comma 4,
lettera a), del d.lgs. n. 28 del 2010.
4.1.– In punto di rilevanza, il giudice a quo premette di essere chiamato a decidere, in sede di
opposizione a decreto ingiuntivo, sulla istanza di concessione della esecuzione provvisoria del decreto
stesso, avente ad oggetto un credito derivante da un contratto di anticipazione bancaria e ottenuto da una
banca nei confronti di una società a responsabilità limitata e della sua garante.
Il rimettente precisa, inoltre, che, una volta assunta la decisione in merito alla suddetta richiesta, egli
dovrebbe assegnare alle parti un termine di quindici giorni per intraprendere il procedimento di mediazione.
Secondo quanto previsto dall’art. 5, comma 4, lettera a), del d.lgs. n. 28 del 2010, infatti, la mediazione – cui
la controversia sarebbe assoggettata, ratione materiae, ai sensi del precedente art. 5, comma 1-bis –, benché
non obbligatoria nella fase monitoria, tornerebbe ad essere tale nell’eventuale giudizio di opposizione a
decreto ingiuntivo, dopo la pronuncia del giudice sulle istanze di concessione o di sospensione della sua
provvisoria esecuzione.
4.2.– Quanto alla non manifesta infondatezza, il Tribunale rimettente – dopo aver rilevato che l’art. 84,
comma 1, lettera b), del d.l. n. 69 del 2013 ha inserito il comma 1-bis all’art. 5 del d.lgs. n. 28 del 2010 –
sostiene che tale norma recherebbe un vulnus all’art. 77, secondo comma, Cost. per carenza dei requisiti di
necessità e d’urgenza.
Ciò sulla scorta di argomentazioni pressoché identiche a quelle, dianzi descritte, addotte a sostegno della
questione di legittimità costituzionale avente ad oggetto l’art. 84, comma 1, lettera i), del d.l. n. 69 del 2013.
4.2.1.– Ad avviso del giudice a quo, inoltre, l’art. 84, comma 2, del d.l. n. 69 del 2013 contrasterebbe
l’art. 3 Cost., sotto il profilo della ragionevolezza.
Anche in relazione a tale censura, vengono spesi argomenti sostanzialmente coincidenti con quelli
illustrati in precedenza.
4.2.2.– In via subordinata, il Tribunale ordinario di Verona dubita, infine, della legittimità costituzionale
dell’art. 5, comma 4, lettera a), del d.lgs. n. 28 del 2010, in riferimento all’art. 3 Cost., in relazione al
principio di uguaglianza.
La compromissione di tale principio emergerebbe dal raffronto con la disciplina legislativa della
procedura di negoziazione assistita da uno o più avvocati, introdotta dall’art. 2 del decreto-legge 12
settembre 2014, n. 132 (Misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione
dell’arretrato in materia di processo civile), convertito, con modificazioni, nella legge 10 novembre 2014, n.
162.
Anche tale istituto – applicabile alle controversie in materia di risarcimento del danno da circolazione di
veicoli e natanti nonché, fuori da questa ipotesi e da quelle di cui all’art. 5, comma 1-bis, del d.lgs. n. 28 del
2010, alle domande aventi ad oggetto il pagamento, a qualsiasi titolo, di somme non eccedenti
cinquantamila euro e in seguito esteso alle controversie «in materia di contratto di trasporto o di
sub-trasporto» dall’art. 1, comma 249, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, recante «Disposizioni per la
formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2015)» – costituirebbe, infatti,
come la mediazione civile, una condizione di procedibilità.
Tuttavia, ai sensi dell’art. 3, comma 3, lettera a), «della legge n. 162/2014» (recte: del d.l. n. 132 del
2014, convertito nella legge n. 162 del 2014), nei procedimenti per ingiunzione la negoziazione assistita non
sarebbe obbligatoria né nella fase monitoria né nel successivo, eventuale giudizio di opposizione al decreto
ingiuntivo.
Al contrario, in virtù della disposizione censurata, il procedimento preliminare di mediazione, benché
non applicabile alle domande proposte in via monitoria, dovrebbe essere intrapreso nel giudizio di
opposizione al decreto ingiuntivo, sia pure dopo la pronuncia del giudice, ai sensi degli artt. 648 e 649 del
codice di procedura civile, sulle istanze di concessione e di sospensione della provvisoria esecuzione del
decreto stesso.
Tenuto conto dell’analoga funzione svolta sia dalla mediazione che dalla negoziazione assistita, la
diversa disciplina appena descritta sarebbe, ad avviso del giudice a quo, del tutto ingiustificata e,
conseguentemente, manifestamente irragionevole.
5.– Anche in questo giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e
difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili e,
comunque, manifestamente infondate.
5.1.– Quanto alle censure aventi ad oggetto l’art. 84, commi 1, lettera b), e 2, del d.l. n. 69 del 2013, la
difesa dello Stato è basata su argomentazioni sostanzialmente sovrapponibili a quelle sostenute con riguardo
alle medesime questioni, prima considerate, oggetto del giudizio incidentale iscritto al n. 62 del registro
ordinanze 2018.
5.2.– In relazione, invece, alla questione di legittimità costituzionale che investe l’art. 5, comma 4,
lettera a), del d.lgs. n. 28 del 2010, l’Avvocatura generale anzitutto ne eccepisce l’inammissibilità per difetto
di rilevanza o, comunque, per difetto di motivazione su di essa: il rimettente non avrebbe, infatti, indicato il
valore della causa sottoposta alla sua cognizione, sicché non sarebbe dato comprendere se nella fattispecie
concreta possa, o meno, trovare applicazione la norma, evocata quale tertium comparationis, che disciplina
la negoziazione assistita.
5.2.1.– Nel merito, la difesa statale ritiene insussistente l’asserito vulnus all’art. 3 Cost., dal momento
che il procedimento di negoziazione assistita sarebbe basato su presupposti diversi da quelli della
mediazione e sorretto da una differente ratio.
Né sarebbe stato, d’altro canto, superato il limite di quella manifesta irragionevolezza che, secondo il
consolidato orientamento di questa Corte, il legislatore incontra nel disciplinare gli istituti processuali.
Considerato in diritto
1.– Il Tribunale ordinario di Verona, con due distinte ordinanze di cui si è detto in narrativa, solleva – in
riferimento agli artt. 3 e 77, secondo comma, della Costituzione – sostanzialmente identiche questioni di
legittimità costituzionale dell’art. 84, comma 1, lettera b), del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69
(Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia), convertito, con modificazioni, nella legge 9 agosto
2013, n. 98, che inserisce il comma 1-bis all’art. 5 del decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28 (Attuazione
dell’articolo 60 della legge 18 giugno 2009, n. 69, in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione
delle controversie civili e commerciali), dell’art. 84, comma 1, lettera i), dello stesso d.l. n. 69 del 2013,
nella parte in cui aggiunge il comma 4-bis, secondo periodo, all’art. 8 del citato d.lgs. n. 28 del 2010, nonché
del comma 2 del medesimo art. 84.
Nella sola ordinanza iscritta al n. 98 r.o. 2018, subordinatamente alla questione avente ad oggetto l’art.
84, comma 1, lettera b), del d.l. n. 69 del 2013, il Tribunale rimettente dubita, inoltre, della legittimità
costituzionale dell’art. 5, comma 4, lettera a), del d.lgs. n. 28 del 2010, in riferimento all’art. 3 Cost.
2.– In considerazione della parziale identità delle norme denunciate e delle censure formulate, i giudizi
devono essere riuniti per essere decisi con un’unica pronuncia.
3.– Con la disposizione di cui all’art. 84, comma 1, lettera b), del d.l. n. 69 del 2013, il legislatore –
mosso dalla necessità, cui fa riferimento il preambolo del decreto-legge stesso, di adottare «misure per
l’efficienza del sistema giudiziario e la definizione del contenzioso civile» finalizzate, unitamente alle altre
contestualmente previste, a «dare impulso al sistema produttivo del Paese attraverso il sostegno alle imprese,
il rilancio delle infrastrutture, operando anche una riduzione degli oneri amministrativi per i cittadini e le
imprese» – ha inserito il comma 1-bis all’art. 5 del d.lgs. n. 28 del 2010.
È stata così reintrodotta nell’ordinamento – dopo la declaratoria d’illegittimità costituzionale dell’art. 5,
comma 1, del citato del d.lgs. n. 28 del 2010 pronunciata da questa Corte, per eccesso di delega, con la
sentenza n. 272 del 2012 – la mediazione civile quale condizione di procedibilità delle domande giudiziali
relative a talune materie, tra le quali quella dei contratti bancari oggetto dei giudizi a quibus, specificamente
individuate dalla norma.
La parte che intende esercitare in giudizio una delle azioni indicate dall’art. 5, comma 1-bis, del d.lgs. n.
28 del 2010 è, dunque, tenuta preliminarmente a tentare la composizione stragiudiziale della controversia
mediante l’esperimento del procedimento disciplinato dal d.lgs. medesimo, il cui svolgimento è affidato ad
appositi organismi di mediazione e, al loro interno, ai mediatori. È, infatti, presso l’organismo
territorialmente competente che devono essere depositate le istanze di mediazione, ricevute le quali il
responsabile designa un mediatore e fissa il primo incontro tra le parti, che si deve tenere, nella sede
dell’organismo stesso (o nel luogo indicato nel regolamento da esso adottato), entro trenta giorni (artt. 4 e 8
del d.lgs. n. 28 del 2010).
L’art. 84, comma 1, lettera i), del d.l. n. 69 del 2013, nella parte in cui aggiunge il comma 4-bis, secondo
periodo, all’art. 8 del d.lgs. n. 28 del 2010, riproduce, invece, la norma – in precedenza espressa dal comma
5 dello stesso art. 8, parimenti dichiarato incostituzionale, in via consequenziale, con la citata sentenza n.
272 del 2012 – che prevede che il giudice «condanna la parte costituita che, nei casi previsti dall’articolo 5
[del d.lgs. n. 28 del 2010], non ha partecipato al procedimento senza giustificato motivo, al versamento
all’entrata del bilancio dello Stato di una somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto
per il giudizio».
3.1.– Tanto la lettera b) dell’art. 84, comma 1, del d.l. n. 69 del 2013, quanto il secondo periodo del
comma 4-bis aggiunto all’art. 8 del d.lgs. n. 28 del 2010 dalla lettera i) dello stesso art. 84, comma 1,
difetterebbero, ad avviso del giudice a quo, «dei requisiti di necessità ed urgenza legittimanti la [loro]
adozione con decreto legge», così ledendo l’art. 77, secondo comma, Cost., segnatamente in quanto il
successivo comma 2, peraltro anch’esso autonomamente censurato, avrebbe posticipato la loro entrata in
vigore di trenta giorni rispetto alla data di entrata in vigore del decreto-legge stesso (recte: rispetto alla data
della entrata in vigore della legge di conversione del d.l.).
Il denunciato vulnus si apprezzerebbe, nella prospettiva del rimettente, sotto un duplice profilo.
Il suddetto differimento, infatti, per un verso, sarebbe incompatibile con l’urgenza del provvedere, che
presupporrebbe, al contrario, l’immediata applicabilità delle norme dettate dal decreto-legge, anche alla luce
di quanto disposto dall’art. 15, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400 (Disciplina dell’attività di
Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri). Sotto altro aspetto, determinerebbe la
carenza della omogeneità finalistica tra le norme censurate e le altre introdotte dal d.l. n. 69 del 2013, la cui
efficacia non sarebbe stata procrastinata.
3.2.– Il Presidente del Consiglio dei ministri ha in limine sollevato, in entrambi i giudizi, eccezione di
inammissibilità delle questioni, in quanto basate su un argomento fallace.
Contrariamente a quanto sostenuto dal giudice a quo, infatti, le disposizioni di cui all’art. 84, comma 1,
del d.l. n. 69 del 2013 sarebbero entrate in vigore, ai sensi del successivo art. 86, come tutte le altre norme
contenute nel medesimo decreto-legge, il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta
Ufficiale della Repubblica italiana: il legislatore, con il comma 2 dell’art. 84, avrebbe, pertanto, disposto
«semplicemente […] un differimento nella efficacia di talune disposizioni […]».
3.2.1.– Le eccezioni non sono pertinenti e non possono essere accolte, dal momento che
l’argomentazione su cui riposano non incide sul nucleo fondante la censura formulata, ravvisabile piuttosto
nell’asserita necessità che tutte le norme contenute nel decreto-legge abbiano la stessa, immediata efficacia.
3.3.– Nel merito, le questioni non sono fondate.
3.3.1.– Esse devono essere scrutinate alla stregua del consolidato orientamento di questa Corte secondo
cui «[…] il sindacato sulla legittimità dell’adozione, da parte del Governo, di un decreto-legge va limitato ai
casi di evidente mancanza dei presupposti di straordinaria necessità e urgenza richiesti dall’art. 77, secondo
comma, Cost., o di manifesta irragionevolezza o arbitrarietà della loro valutazione» (sentenza n. 99 del
2018).
3.3.2.– Tanto premesso in linea generale, va rilevato che non può condividersi, quanto al primo profilo
in cui è articolata la censura, la tesi del rimettente secondo cui l’insussistenza della straordinaria necessità e
urgenza sarebbe desumibile dal mero differimento dell’efficacia delle disposizioni censurate.
Al contrario, questa Corte – anche laddove ha ricordato che l’art. 15, comma 3, della legge n. 400 del
1988, nel prescrivere, tra l’altro, che i decreti devono contenere misure di immediata applicazione,
costituisce esplicitazione della ratio implicita nel secondo comma dell’art. 77 Cost. – ha tuttavia precisato
che la necessità di provvedere con urgenza «non postula inderogabilmente un’immediata applicazione delle
disposizioni normative contenute nel decreto-legge» (sentenza n. 170 del 2017; nello stesso senso sentenze
n. 5 del 2018, n. 236 e n. 16 del 2017).
Mette conto, d’altra parte, osservare che, nel caso di specie, la norma che ha reintrodotto l’obbligatorietà
della mediazione avrebbe evidentemente comportato un significativo incremento delle istanze di accesso al
relativo procedimento: la decisione di procrastinarne, peraltro per un periodo contenuto, l’applicabilità è,
pertanto, ragionevolmente giustificata dall’impatto che essa avrebbe avuto sul funzionamento degli
organismi deputati alla gestione della mediazione stessa.
Del resto, una volta posticipata l’efficacia della mediazione obbligatoria, diviene con riguardo a essa
coerente il differimento anche della connessa disciplina, posta dal secondo periodo del comma 4-bis dell’art.
8 del d.lgs. n. 28 del 2010, come introdotto dall’art. 84, comma 1, lettera i), del d.l. n. 69 del 2013, delle
conseguenze della mancata partecipazione, senza giustificato motivo, al relativo procedimento.
3.3.3. – Nemmeno condivisibile è l’assunto, su cui è basato il secondo profilo in cui è articolata la
censura in esame, in forza del quale le disposizioni sottoposte all’odierno scrutinio difetterebbero di
coerenza funzionale rispetto alle altre norme contenute nel d.l. n. 69 del 2013 in quanto il legislatore avrebbe
differito l’applicabilità solo delle prime.
Dalla «uniformità teleologica» che deve accomunare le norme contenute in un decreto-legge (sentenza
n. 22 del 2012) non si può inferire, contrariamente a quanto sostenuto dal rimettente, un generale corollario
per cui queste dovrebbero tutte necessariamente sottostare al medesimo termine iniziale di efficacia. La
omogeneità finalistica che deve connotare le norme introdotte con la decretazione d’urgenza non
presuppone, infatti, indefettibilmente l’uniformità di tale termine, ben potendo alcune di esse risultare
comunque funzionali all’unico scopo di approntare rimedi urgenti anche là dove ne sia stata procrastinata
l’applicabilità.
Il disposto differimento delle norme qui censurate trova del resto fondamento, come poc’anzi osservato,
nell’esigenza di assicurare il corretto funzionamento degli organismi di mediazione: dunque, non solo non è
sintomatico dell’assenza di coerenza finalistica, ma, al contrario, concorre a garantirla.
Deve quindi ritenersi che esso non abbia compromesso la matrice funzionale unitaria delle disposizioni
denunciate, anch’esse finalizzate, unitamente alle altre adottate in materia di giustizia, alla realizzazione dei
comuni e urgenti obiettivi – a loro volta preordinati al rilancio dell’economia – del miglioramento
dell’efficienza del sistema giudiziario e dell’accelerazione dei tempi di definizione del contenzioso civile.
Le norme oggetto dell’odierno incidente di costituzionalità si collocano, pertanto, coerentemente
all’interno di tale cornice finalistica, risultante dal preambolo e dal Titolo III (Misure per l’efficienza del
sistema giudiziario e la definizione del contenzioso civile) del decreto-legge in cui sono contenute.
D’altro canto, proprio la considerazione delle peculiari conseguenze – differenti rispetto a quelle
prodotte dalle altre misure adottate – derivanti dalle disposizioni in parola e prima ricordate concorre a
rendere ragionevole la scelta di differirne l’applicabilità.
3.3.4.– Alla luce dei rilievi che precedono, deve escludersi sia l’evidente difetto dei presupposti di
straordinaria necessità e urgenza richiesti dall’art. 77, secondo comma, Cost., sia l’esistenza di una
disomogeneità finalistica delle norme censurate rispetto alle altre contenute nel decreto-legge.
4.– Entrambe le ordinanze di rimessione del Tribunale di Verona reputano, altresì, «immotivata e priva
di una ragione logica» la previsione dell’art. 84, comma 2, del d.l. n. 69 del 2013, che posticipa, come si è
visto, di trenta giorni rispetto all’entrata in vigore della legge di conversione l’applicabilità delle disposizioni
di cui al precedente comma 1: e la censurano perciò per contrasto con l’art. 3 Cost.
4.1.– In entrambi i giudizi l’Avvocatura generale ha eccepito l’inammissibilità delle questioni per difetto
di motivazione sulla non manifesta infondatezza, giacché il Tribunale rimettente si sarebbe in sostanza
limitato a sostenere che, in sede di decretazione d’urgenza, non possa essere procrastinata l’applicabilità di
alcune disposizioni, senza tuttavia adeguatamente illustrare i motivi per cui siffatta scelta sarebbe illogica.
4.1.1.– Le eccezioni vanno disattese.
Malgrado la obiettiva sinteticità che connota la censura in esame, formulata in maniera pressoché
identica in entrambe le ordinanze di rimessione, da una lettura complessiva di queste ultime si evince,
infatti, che il giudice a quo, sulla base di un argomento sostanzialmente sovrapponibile a quello sviluppato
in merito all’asserita violazione dell’art. 77, secondo comma, Cost., reputa illogica, e perciò in contrasto con
l’art. 3 Cost., la decisione di differire l’applicabilità di una norma adottata in sede di decretazione d’urgenza,
evidenziando, quale indice sintomatico di tale irragionevolezza, la diversa soluzione prescelta dal legislatore
con riguardo ad altre norme contenute nel medesimo testo normativo.
Sulla scorta della considerazione che precede, deve ritenersi assolto l’onere di motivazione che grava sul
giudice rimettente.
4.2.– Le questioni, tuttavia, sono inammissibili per altre e diverse ragioni.
Va al riguardo rilevato che il rimettente non motiva in alcun modo sull’applicabilità, nei giudizi
pendenti dinanzi a sé, della norma censurata.
Né d’altra parte ciò sarebbe stato possibile: dalle ordinanze di rimessione emerge, infatti, come i
processi a quibus siano stati rispettivamente iscritti al ruolo generale degli anni 2014 e 2017; emerge quindi
per tabulas che questi sono stati instaurati successivamente al periodo in cui ha prodotto effetti il
differimento (trenta giorni dall’entrata in vigore, avvenuta il 21 agosto 2013, della legge di conversione)
disposto dalla norma censurata.
Tale disposizione, pertanto, aveva ormai esaurito i propri effetti e di essa il giudice a quo non deve,
conseguentemente, fare applicazione, sicché le questioni che la investono sono prive di rilevanza.
5.– In via subordinata, con l’ordinanza di rimessione iscritta al n. 98 r.o. 2018, il Tribunale rimettente
dubita, in riferimento all’art. 3 Cost., in relazione al principio di uguaglianza, della legittimità costituzionale
dell’art. 5, comma 4, lettera a), del d.lgs. n. 28 del 2010, che esclude l’obbligatorietà della mediazione,
limitatamente alla fase monitoria, nei procedimenti per ingiunzione.
5.1.– Benché tale disposizione non sia indicata nel dispositivo dell’ordinanza di rimessione, dalla lettura
della sua motivazione si desume con chiarezza come le censure formulate investano anche questa,
specificamente nella parte in cui prevede l’obbligatorietà della mediazione nei giudizi di opposizione a
decreto ingiuntivo.
Deve conseguentemente ritenersi che il presente scrutinio di costituzionalità investa anche l’art. 5,
comma 4, lettera a), del d.lgs. n. 28 del 2010, segnatamente laddove prevede l’obbligatorietà della
mediazione nei giudizi di opposizione a decreto ingiuntivo. Infatti, per un verso, il «thema decidendum, con
riguardo alle norme censurate, va identificato tenendo conto della motivazione delle ordinanze» (sentenza n.
238 del 2014; nello stesso senso, ex plurimis, sentenza n. 203 del 2016; ordinanze n. 169 del 2016 e n. 162
del 2011); per altro verso, sulla base di tale motivazione è «ben possibile circoscrivere l’oggetto del giudizio
di legittimità costituzionale ad una parte della disposizione censurata» (ex plurimis, sentenza n. 35 del
2017).
5.2.– Secondo il giudice rimettente, la compromissione del principio di uguaglianza emergerebbe dal
raffronto con la disciplina legislativa della negoziazione assistita da uno o più avvocati, applicabile, ai sensi
dell’art. 2 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132 (Misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri
interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile), convertito, con modificazioni, nella
legge 10 novembre 2014, n. 162, alle controversie in materia di risarcimento del danno da circolazione di
veicoli e natanti, nonché, fuori da questo caso e da quelli previsti dall’art. 5, comma 1-bis, del d.lgs. n. 28
del 2010, alle domande aventi a oggetto il pagamento, a qualsiasi titolo, di somme non eccedenti
cinquantamila euro.
Anche la negoziazione assistita costituirebbe, infatti, come la mediazione, una condizione di
procedibilità della domanda giudiziale.
Tuttavia, nei procedimenti per ingiunzione, la procedura di negoziazione assistita, secondo quanto
disposto dall’art. 3, comma 3, lettera a), del d.l. n. 132 del 2014, non deve essere esperita né nella fase
monitoria né nel successivo, eventuale giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo.
Al contrario, in virtù della disposizione censurata, il procedimento preliminare di mediazione, benché
parimenti non applicabile alle domande proposte in via monitoria, deve essere intrapreso nel giudizio di
opposizione al decreto ingiuntivo, sia pure dopo la pronuncia del giudice, ai sensi degli artt. 648 e 649 del
codice di procedura civile, sulle istanze di concessione e di sospensione della provvisoria esecuzione del
decreto stesso.
La descritta diversità tra le due discipline, ad avviso del giudice a quo, integrerebbe, come detto, una
violazione dell’art. 3 Cost., determinando una disparità di trattamento manifestamente irragionevole e in
quanto tale incidente anche nell’ambito della disciplina degli istituti processuali.
5.3.– L’Avvocatura generale ha sollevato preliminarmente eccezione d’inammissibilità della questione
per difetto di rilevanza – o, comunque, per difetto di motivazione su di essa – rimarcando l’omessa
indicazione, da parte del Tribunale rimettente, del valore della causa oggetto del giudizio a quo, che non
consentirebbe di comprendere se nella fattispecie concreta possa, o meno, trovare applicazione la norma,
evocata quale tertium comparationis, che disciplina la negoziazione assistita.
5.3.1.– L’eccezione non è pertinente.
A prescindere dal tertium comparationis, evocato solo quale indice di una rottura della coerenza
dell’ordinamento, il giudice a quo è infatti chiamato a decidere, in sede di opposizione a decreto ingiuntivo,
sulla istanza di concessione della esecuzione provvisoria del decreto stesso, avente ad oggetto un credito
derivante da un contratto di anticipazione bancaria. Assunta la decisione in merito a tale richiesta, egli
dovrebbe quindi assegnare alle parti il termine per intraprendere il procedimento di mediazione, secondo
quanto previsto dal disposto dei commi 1-bis e 4, lettera a), dell’art. 5 del d.lgs. n. 28 del 2010.
Tanto chiarito, si deve osservare che è ben vero che il rimettente non indica specificamente il valore
della causa sottoposta alla sua cognizione, ma è altrettanto vero che ciò è ininfluente, giacché questa ha ad
oggetto un contratto bancario: a prescindere dal suo valore, essa rientra quindi, in ogni caso, nel novero di
quelle soggette alla mediazione.
Pertanto, ove dovesse essere ritenuta sussistente la dedotta irragionevole disparità di trattamento, con la
conseguente espunzione di quella parte della norma censurata da cui deriva l’obbligatorietà della mediazione
nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, si espanderebbe la disciplina generale dell’accesso
incondizionato alla giurisdizione. È dunque palese che, nonostante l’omissione evidenziata dalla difesa
statale, la questione è rilevante, giacché dal suo accoglimento deriverebbe che il giudice rimettente non
dovrebbe assegnare il termine per intraprendere il procedimento di mediazione.
Da questo punto di vista, la censura supera il vaglio di ammissibilità.
5.4.– Al pari di quelle già esaminate, neppure essa è, tuttavia, fondata.
5.4.1.– Entrambi gli istituti processuali posti a raffronto sono diretti a favorire la composizione della lite
in via stragiudiziale e sono riconducibili alle «misure di ADR (Alternative Dispute Resolution)» (sentenza n.
77 del 2018). Entrambi, inoltre, costituiscono condizioni di procedibilità della domanda giudiziale, il cui
difetto ha peraltro conseguenze analoghe, con finalità deflattiva.
A fronte di tali profili di omogeneità, è tuttavia ravvisabile nella mediazione un fondamentale elemento
specializzante, che assume rilievo al fine di escludere che si sia al cospetto di situazioni sostanzialmente
identiche disciplinate in modo ingiustificatamente diverso, ovvero che la scelta legislativa di trattare
diversamente, con riguardo al giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, le due fattispecie possa ritenersi
manifestamente irragionevole e arbitraria, «questo essendo il parametro di riferimento in materia, tenuto
conto che si discute di istituti processuali, nella cui conformazione […] il legislatore fruisce di ampia
discrezionalità» (sentenza n. 12 del 2016; nello stesso senso, sentenza n. 164 del 2017).
5.4.2.– Più precisamente, il procedimento di mediazione è connotato dal ruolo centrale svolto da un
soggetto, il mediatore, terzo e imparziale, là dove la stessa neutralità non è ravvisabile nella figura
dell’avvocato che assiste le parti nella procedura di negoziazione assistita.
Il mediatore, infatti, ai sensi dell’art. 14 del d.lgs. n. 28 del 2010, da un lato, non può «assumere diritti
od obblighi connessi […] con gli affari trattati […]» né percepire compensi direttamente dalle parti (comma
1); dall’altro, è obbligato a sottoscrivere, per ciascuna controversia affidatagli, un’apposita «dichiarazione di
imparzialità» e a informare l’organismo di mediazione e le parti delle eventuali ragioni che possano minare
la sua neutralità (comma 2, lettere a e b).
Tale neutralità, oltre ad essere sancita anche dall’art. 3, comma 2, del d.lgs. n. 28 del 2010, è peraltro
altresì precisata dalla disciplina posta dall’art. 14-bis del decreto del Ministro della giustizia 18 ottobre 2010,
n. 180 (Regolamento recante la determinazione dei criteri e delle modalità di iscrizione e tenuta del registro
degli organismi di mediazione e dell’elenco dei formatori per la mediazione, nonché l’approvazione delle
indennità spettanti agli organismi, ai sensi dell’articolo 16 del decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28),
adottato, ai sensi dell’art. 16, comma 2, del medesimo d.lgs., di concerto con il Ministro per lo sviluppo
economico, che regola le cause di incompatibilità e le ipotesi di conflitti di interesse in capo al mediatore.
Mentre, dunque, nella mediazione il compito – fondamentale al fine del suo esito positivo – di assistenza
alle parti nella individuazione degli interessi in conflitto e nella ricerca di un punto d’incontro è svolto da un
terzo indipendente e imparziale, nella negoziazione l’analogo ruolo è svolto dai loro stessi difensori: è
conseguentemente palese come, pur versandosi in entrambi i casi in ipotesi di condizioni di procedibilità con
finalità deflattive, gli istituti processuali in esame siano caratterizzati da una evidente disomogeneità.
La lumeggiata eterogeneità, nei termini appena illustrati, trova d’altro canto un chiaro riscontro nella giurisprudenza costituzionale. Questa Corte, esaminando la mediazione tributaria disciplinata dall’art. 17-bis del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell’art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), ha difatti rimarcato che la mancanza, in essa, «di un soggetto terzo che, come avviene per la mediazione delle controversie civili e commerciali disciplinata dal d.lgs. n. 28 del 2010 […], svolga la mediazione», se da un lato «comporta l’impossibilità di ricondurre la mediazione tributaria al modello di quella civilistica», dall’altro «induce a dubitare della stessa riconducibilità dell’istituto all’àmbito mediatorio propriamente inteso» (sentenza n. 98
del 2014).
L’evidenziata disomogeneità delle due fattispecie poste a confronto ne preclude, dunque, una
comparabilità idonea a integrare l’asserita violazione dell’art. 3 Cost. e induce a escludere che sia stato irragionevolmente riservato un trattamento differenziato alla mediazione e, quindi, che la scelta legislativa denunciata dal rimettente abbia valicato il confine dell’arbitrarietà.
5.4.3.– D’altra parte, il tratto differenziale appena rilevato conferma la ratio che sostiene il diverso
regime giuridico di cui, invece, si duole il giudice a quo: la presenza di un terzo del tutto indipendente rispetto alle parti giustifica, infatti, le maggiori possibilità della mediazione, rispetto alla negoziazione assistita, di conseguire la finalità cui è preordinata e, pertanto, la scelta legislativa di rendere obbligatoria solo la prima, e non la seconda, anche nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo.
In tale ultimo giudizio, in altri termini, il legislatore ha ritenuto inutile imporre la negoziazione assistita, giacché essa è condotta direttamente dalle parti e dai loro avvocati, senza l’intervento di un terzo neutrale.
Anche alla luce della considerazione che precede, deve dunque escludersi che il differente trattamento normativo portato all’attenzione di questa Corte possa essere ritenuto manifestamente irragionevole e arbitrario.
PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE
riuniti i giudizi,
1) dichiara inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 84, comma 2, del
decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69 (Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia), convertito, con
modificazioni, nella legge 9 agosto 2013, n. 98, sollevate, in riferimento all’art. 3 della Costituzione, dal
Tribunale ordinario di Verona con le ordinanze indicate in epigrafe;
2) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 84, comma 1, lettera b), del d.l.
n. 69 del 2013, come convertito, che inserisce il comma 1-bis all’art. 5 del decreto legislativo 4 marzo 2010,
n. 28 (Attuazione dell’articolo 60 della legge 18 giugno 2009, n. 69, in materia di mediazione finalizzata alla
conciliazione delle controversie civili e commerciali), e dell’art. 84, comma 1, lettera i), dello stesso d.l. n.
69 del 2013, nella parte in cui aggiunge il comma 4-bis, secondo periodo, all’art. 8 del citato d.lgs. n. 28 del
2010, sollevate, in riferimento agli artt. 3 e 77, secondo comma, Cost., dal Tribunale ordinario di Verona
con le ordinanze indicate in epigrafe;
3) dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 5, comma 4, lettera a), del
d.lgs. n. 28 del 2010, sollevata, in riferimento all’art. 3 Cost., dal Tribunale ordinario di Verona con
l’ordinanza iscritta al n. 98 del registro ordinanze 2018.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 7 marzo 2019.
F.to:
Giorgio LATTANZI, Presidente
Luca ANTONINI, Redattore
Roberto MILANA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 18 aprile 2019.
Il Direttore della Cancelleria
F.to: Roberto MILANA

Il reo affetto da malattia mentale sopravvenuta potrà scontare la pena residua anche fuori dal carcere.

Corte Costituzionale 20 febbraio 2019 n. 99
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Presidente: Giorgio LATTANZI; Giudici : Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Mario
Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS,
Nicolò ZANON, Franco MODUGNO, Augusto Antonio BARBERA, Giulio PROSPERETTI, Giovanni
AMOROSO, Francesco VIGANÒ, Luca ANTONINI,
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 47-ter, comma 1-ter, della legge 26 luglio 1975, n. 354
(Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà),
promosso dalla Corte di cassazione, prima sezione penale, nel procedimento penale a carico di N. M., con
ordinanza del 22 marzo 2018, iscritta al n. 101 del registro ordinanze 2018 e pubblicata nella Gazzetta
Ufficiale della Repubblica n. 28, prima serie speciale, dell’anno 2018.
Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nella camera di consiglio del 6 febbraio 2019 il Giudice relatore Marta Cartabia.
Ritenuto in fatto
1.– Con ordinanza del 22 marzo 2018, la Corte di cassazione, prima sezione penale, ha sollevato
questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 2, 3, 27, 32 e 117, primo comma, della
Costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo
e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con
legge 4 agosto 1955, n. 848, dell’art. 47-ter, comma 1-ter, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme
sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), «nella
parte in cui detta previsione di legge non prevede la applicazione della detenzione domiciliare anche nelle
ipotesi di grave infermità psichica sopravvenuta durante l’esecuzione della pena».
L’ordinanza di rimessione espone che, nel caso sottoposto al giudice rimettente, un detenuto condannato
per concorso in rapina aggravata aveva fatto ricorso avverso un’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di
Roma che non aveva accolto la sua richiesta di differimento della pena per grave infermità ai sensi dell’art.
147 del codice penale, in quanto applicabile solo ai casi di grave infermità fisica, mentre nel caso di specie il
detenuto risultava affetto da «grave disturbo misto di personalità, con predominante organizzazione border
line in fase di scompenso psicopatologico», accertato in seguito a gravi comportamenti autolesionistici. Al
momento in cui il Tribunale di sorveglianza si pronunciava, la pena residua da espiare era di sei anni,
quattro mesi e ventuno giorni. L’ordinanza di rimessione riferisce che si tratta di una patologia grave e
radicata nel tempo, per la quale la detenzione determina un trattamento contrario al senso di umanità.
2.– Dopo avere precisato, in via preliminare, che anche la fase del giudizio di legittimità risulta idonea
alla proposizione dell’incidente di costituzionalità, la Corte rimettente conferma il proprio costante
orientamento, fatto proprio anche dal provvedimento del Tribunale di sorveglianza, secondo cui il detenuto
portatore di infermità esclusivamente di tipo psichico sopravvenuta alla condanna non può accedere né agli
istituti del differimento obbligatorio o facoltativo della pena previsti dagli artt. 146 e 147 cod. pen., né alla
detenzione domiciliare cosiddetta “in deroga” di cui alla disposizione censurata, posto che nel testo di tale
disposizione vengono richiamate esclusivamente le condizioni di infermità fisica di cui agli artt. 146 e 147
cod. pen., e non anche quelle relative alla infermità psichica sopravvenuta evocate nel testo dell’art. 148 cod.
pen. Pertanto, solo in presenza di ricadute della patologia psichica sul complessivo assetto funzionale
dell’individuo risulta possibile attivare le garanzie previste dagli artt. 146 e 147 cod. pen.
3.– La Corte rimettente si interroga sull’applicabilità dell’art. 148 cod. pen. o di altre forme alternative
alla detenzione in carcere, per i casi di infermità psichica sopravvenuta alla condanna; in particolare
considera la misura alternativa della detenzione domiciliare “in deroga”.
3.1.– La Corte di cassazione ritiene che «[n]ell’attuale momento storico è da ritenersi che la
disposizione di legge di cui all’art. 148 cod. pen. sia inapplicabile per effetto di abrogazione implicita
derivante dal contenuto degli interventi legislativi succedutisi tra il 2012 e il 2014», che hanno previsto la
chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) e che, nel creare le residenze per l’esecuzione delle
misure di sicurezza (REMS), operanti su base regionale, non hanno previsto che esse subentrassero nelle
funzioni accessorie di cui all’art. 148 cod. pen. già svolte dagli OPG, dato che le vigenti disposizioni di
legge indicano le REMS come luoghi di esecuzione delle sole misure di sicurezza (provvisorie o definitive).
Né rileverebbe, in contrario, la previsione dell’art. 16, comma 1, lettera d) [recte: art. 1, comma 16, lettera
d], della legge 23 giugno 2017, n. 103 (Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e
all’ordinamento penitenziario), ove si prevede l’assegnazione alle REMS anche dei soggetti portatori di
infermità psichica sopravvenuta durante l’esecuzione, in ipotesi di inadeguatezza dei trattamenti praticati in
ambito penitenziario, «trattandosi, per l’appunto, di delega non ancora tradotta in una o più disposizioni
concretamente applicabili».
L’impossibilità di ritenere che le REMS siano succedute nelle funzioni in precedenza svolte dagli OPG
in base all’art. 148 cod. pen. sarebbe del resto confermata dal fatto che il processo di superamento degli
OPG è stato accompagnato dalla realizzazione, all’interno degli istituti penitenziari ordinari, di «apposite
sezioni denominate “articolazioni per la tutela della salute mentale”» e dedicate all’accoglienza dei detenuti
appartenenti a specifiche categorie giuridiche in precedenza ospitati negli OPG per le necessarie cure e
assistenza psichiatriche.
Secondo il giudice rimettente, dunque, il sistema normativo attuale tratterebbe in modo differente il
soggetto portatore di un’infermità psichica tale da escludere la capacità di intendere o di volere al momento
della commissione del fatto – il quale, lì dove si riscontri pericolosità sociale, viene sottoposto al trattamento
riabilitativo presso le REMS, strutture ad esclusiva gestione sanitaria – rispetto al soggetto in esecuzione di
pena portatore di patologia psichica sopravvenuta, che resta detenuto e ove possibile è allocato presso una
delle articolazioni per la tutela della salute mentale poste all’interno del circuito penitenziario. Si tratterebbe
di due categorie soggettive indubbiamente non pienamente assimilabili, ove si consideri il rapporto tra
patologia e imputabilità (si richiama la sentenza n. 111 del 1996); tuttavia, osserva il giudice a quo, «la
condizione vissuta dai secondi è del tutto assimilabile, quantomeno sul piano delle prevalenti necessità
terapeutiche, a quella dei non imputabili». L’assenza di alternative alla detenzione per i condannati affetti da
grave patologia psichica determinerebbe un dubbio di legittimità, sufficiente ad attivare l’incidente di
costituzionalità.
3.2.– La Corte di cassazione afferma che allo stato attuale della normativa non sussistono alternative alla
detenzione carceraria per una persona nelle condizioni in cui versa il ricorrente, e cioè per un soggetto in
esecuzione pena con residuo superiore a quattro anni (o per reato ricompreso nella elencazione di cui all’art.
4-bis ordin. penit.) affetto da patologia psichica sopravvenuta, «stante da un lato la impossibilità di
usufruire, per assenza dei presupposti di accessibilità, della detenzione domiciliare ordinaria (art. 47-ter,
comma 1 ord. pen.), dall’altro la già segnalata impossibilità di accedere, per il criterio della interpretazione
letterale, alla detenzione domiciliare “in deroga” di cui all’art. 47-ter, comma 1 ord. pen.», posto che la
disposizione permette l’applicazione di tale misura nei casi in cui potrebbe essere disposto il rinvio
obbligatorio o facoltativo della esecuzione della pena ai sensi degli artt. 146 e 147 cod. pen., i quali a loro
volta si riferiscono alla grave infermità fisica e non a quella psichica.
Né sarebbe possibile estendere la detenzione domiciliare “in deroga” di cui alla disposizione censurata
anche alla grave infermità psichica in forza di un’interpretazione conforme a Costituzione dell’attuale
sistema normativo; a ciò osterebbero sia il dato testuale sia l’intenzione del legislatore.
L’assetto normativo attuale, in definitiva, impedirebbe al condannato affetto da grave infermità psichica
sopravvenuta, qualora il residuo di pena sia superiore a quattro anni o si trovi in espiazione per reato
ostativo, di accedere sia all’istituto del differimento della pena (artt. 146 e 147 cod. pen.), sia al ricovero in
OPG di cui all’art. 148 cod. pen., sia alla collocazione nelle REMS, sia alla detenzione domiciliare “in
deroga”. Inoltre, la situazione del detenuto portatore di questo tipo di infermità sarebbe caratterizzata da
aspetti di manifesto regresso trattamentale dato che, da una parte, l’ingresso nelle articolazioni per la salute
mentale non è oggi frutto di una decisione giurisdizionale, come invece era in passato per il collocamento in
OPG, bensì di una decisione dell’amministrazione, la cui discrezionalità tra l’altro è condizionata da fattori
non dominabili quali il sovraffollamento delle strutture; e, dall’altra parte, l’idoneità del trattamento
praticabile all’interno di tali articolazioni non è previamente verificato in sede giurisdizionale da parte della
magistratura di sorveglianza.
In particolare, proprio l’impossibilità di accedere alla misura alternativa della detenzione domiciliare “in
deroga” di cui all’art. 47-ter, comma 1-ter, ordin. penit. si porrebbe in contrasto con numerosi principi sia
costituzionali sia convenzionali, sicché si imporrebbe la necessità di rivalutare i contenuti di precedenti
decisioni costituzionali sul tema, in particolare si richiama la sentenza n. 111 del 1996 di questa Corte.
4.– Quanto ai parametri costituzionali interni, la Corte di cassazione denuncia la violazione degli artt. 2,
3, 27 e 32 Cost.
Dalla giurisprudenza costituzionale, infatti, si ricaverebbero alcune linee-guida sul sistema
dell’esecuzione penale il quale, per essere costituzionalmente compatibile, dovrebbe offrire: «a) opportunità
giurisdizionali di verifica in concreto della condizione patologica; b) strumenti giuridici di contemperamento
dei valori coinvolti che siano tali da consentire la sospensione della esecuzione o la modifica migliorativa
delle condizioni del singolo, lì dove le ricadute della patologia finiscano con l’esporre il bene primario della
salute individuale a compromissione, sì da concretizzare – in ipotesi di mantenimento della condizione
detentiva – un trattamento contrario al senso di umanità (art. 27, comma 3 Cost.) o inumano o degradante
(con potenziale violazione dell’art. 3 Convenzione Edu)» (si citano, con ampi richiami testuali, le sentenze
n. 438 del 1995, n. 70 del 1994 e n. 313 del 1990).
Le opportunità di contemperamento dei valori in gioco, e la stessa giurisdizionalità piena
dell’intervento, sarebbero invece compromesse da un assetto normativo come quello attuale, che vede come
unica risposta il mantenimento della condizione detentiva del soggetto affetto da infermità psichica
sopravvenuta e l’affidamento al servizio sanitario reso in ambito penitenziario.
In particolare, anche a fronte della avvenuta constatazione di inadeguatezza di simile trattamento, non
risulterebbe consentita – allo stato – né la sospensione dell’esecuzione, né l’approdo alla detenzione
domiciliare “in deroga” nei casi in cui non risulti applicabile quella ordinaria.
Alla luce dei mutamenti del quadro normativo, pertanto, assumerebbe nuovo significato il monito al
legislatore rivolto dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 111 del 1996, in cui la Corte, posta di fronte
al dubbio di legittimità costituzionale dell’art. 148 cod. pen., pur condividendo il «non soddisfacente
trattamento riservato all’infermità psichica grave sopravvenuta, specie quando è incompatibile con l’unico
tipo di struttura custodiale oggi prevista», aveva ritenuto che spettasse al legislatore individuare una
«equilibrata soluzione», tale da garantire anche a quei condannati la cura della salute mentale senza che
fosse eluso il trattamento penale. Negli anni successivi tale invito sembra essere stato accolto dal legislatore
«solo in minima parte» con l’introduzione dell’art. 47-ter, comma 1, lettera c, ordin. penit., disposizione che
tuttavia incontra limiti di applicabilità correlati alla natura del reato e all’entità del residuo di pena, e sarebbe
rimasto comunque «eluso in riferimento alla condizione di quei soggetti affetti da patologia psichica
sopravvenuta, non ammissibili alla detenzione domiciliare ordinaria (per i limiti di applicabilità della
disposizione) né a quella in deroga».
5.– Quanto ai profili di contrasto con l’art. 117, primo comma, Cost. in relazione all’art. 3 CEDU, il
giudice a quo, dopo avere ricordato la giurisprudenza costituzionale in tema di rapporti tra ordinamento
interno e ordinamento internazionale, ritiene di dovere sollevare questione di costituzionalità, dato che
«l’unica disposizione interna che potrebbe offrire – in caso di patologia psichica sopravvenuta – l’accesso
alla composizione del conflitto in chiave di tutela delle garanzie fondamentali (art. 47-ter, comma 1-ter,
ordin. penit.) non risulta interpretabile in senso costituzionalmente e convenzionalmente orientato». La
protrazione della detenzione del soggetto affetto da grave infermità psichica sembrerebbe infatti
concretizzare, oltre che un trattamento contrario al senso di umanità, vietato dall’art. 27 Cost., anche una
violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti previsto dall’art. 3 CEDU, in un contesto
normativo come quello italiano che ha di recente elevato (si richiamano gli artt. 35-bis e 35-ter ordin. penit.)
tale divieto a regola fondante del sistema di tutela dei diritti delle persone detenute.
L’ordinanza di rimessione provvede a ricostruire gli orientamenti della giurisprudenza della Corte
europea dei diritti dell’uomo attraverso il richiamo puntuale di numerose pronunce, da cui emerge
univocamente che il divieto della tortura o delle pene o di trattamenti inumani o degradanti, di cui all’art. 3
CEDU, ha carattere assoluto. Nella giurisprudenza del giudice europeo tale divieto configurerebbe un
obbligo positivo per lo Stato e non ammetterebbe alcuna deroga, neppure nel caso di pericolo pubblico che
minaccia la vita della nazione. In ogni caso in cui la protrazione del trattamento detentivo, per la particolare
gravità della patologia riscontrata, per la inadeguatezza delle cure prestate o per la assenza delle condizioni
materiali idonee risulti contraria al senso di umanità e rischi di dar luogo a un trattamento degradante,
sarebbe «preciso dovere della autorità giurisdizionale provvedere alla interruzione della carcerazione», posto
che la esecuzione della pena inframuraria sarebbe recessiva rispetto all’obbligo dello Stato di garantire che
le condizioni dei reclusi non si traducano in trattamenti inumani o degradanti. Nella giurisprudenza di
Strasburgo, l’obbligo di interruzione della detenzione non conforme all’art. 3 CEDU sarebbe ancora più
pressante proprio nel delicato settore del diritto alla salute del soggetto recluso. Così, la mancanza di cure
mediche adeguate e, più in generale, la detenzione di una persona malata in condizioni non adeguate,
potrebbe in linea di principio costituire un trattamento contrario all’art. 3 CEDU. In particolare, la Corte di
Strasburgo avrebbe in più occasioni affermato la necessità di fornire adeguata tutela a soggetti reclusi
portatori di accentuata vulnerabilità in quanto affetti da patologia psichica, affermando che anche
l’allocazione in reparto psichiatrico carcerario può dar luogo a trattamento degradante quando le terapie non
risultino appropriate e la detenzione si prolunghi per un periodo di tempo significativo.
6.– È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso
dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile a causa della
pluralità di soluzioni normative in astratto ipotizzabili a tutela del condannato, che escluderebbe l’asserito
carattere «a rime obbligate» dell’intervento sollecitato dalla Corte di cassazione (sono citate, in particolare,
l’ordinanza n. 318 e la sentenza n. 279 del 2013).
La questione sarebbe anche infondata sia perché già ora, secondo la giurisprudenza di legittimità,
l’infermità psichica che sfoci in grave infermità fisica rende possibile il differimento della pena e la
detenzione domiciliare “in deroga”, sia perché una infermità psichica che non sfociasse in grave infermità
fisica porrebbe «tematiche, inerenti il relativo accertamento, caratterizzate da indubbie peculiarità, che
escludono la possibilità di una piena equiparazione e legittimano un differente trattamento in sede di
esecuzione della pena». Inoltre, l’attuale sistema delle articolazioni per la salute mentale all’interno del
circuito penitenziario, fondato sull’art. 65 ordin. penit., consentirebbe «un equo bilanciamento tra la
posizione del reo e le esigenze di sicurezza sociale».
Considerato in diritto
1.– La Corte di cassazione, prima sezione penale, ha sollevato d’ufficio questione di legittimità
costituzionale dell’art. 47-ter, comma 1-ter, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento
penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nella parte in cui non
prevede l’applicazione della detenzione domiciliare “in deroga” anche nell’ipotesi di grave infermità
psichica sopravvenuta durante l’esecuzione della pena, per contrasto con gli artt. 2, 3, 27, 32 e 117, primo
comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 3 della Convenzione per la salvaguardia dei
diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa
esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848.
Il giudizio principale riguarda un detenuto con pena residua superiore a quattro anni, affetto da una
grave «infermità psichica sopravvenuta» ai sensi dell’art. 148 del codice penale, intendendosi per tale,
secondo la giurisprudenza consolidata, una malattia mentale che, pur cronica o preesistente al reato, non sia
stata considerata influente sulla capacità di intendere e di volere nel corso del giudizio penale dal quale è
scaturita la condanna definitiva, oppure sia stata accertata o sia effettivamente insorta durante la detenzione.
Secondo il giudice a quo, a un detenuto che si trovi nelle condizioni del ricorrente l’assetto normativo
attuale non offrirebbe forme di esecuzione della pena alternative alla detenzione in carcere, ma solo la
possibilità di essere assistito presso una delle «Articolazioni per la tutela della salute mentale»
eventualmente costituite all’interno del circuito penitenziario sulla base dell’art. 65 ordin. penit.
L’impossibilità di disporre il collocamento del detenuto fuori del carcere in un caso come quello di specie
determinerebbe, in riferimento ai parametri costituzionali interni, un trattamento contrario al senso di
umanità e lesivo del diritto inviolabile alla salute del detenuto (artt. 2, 27, terzo comma, e 32 Cost.) e, in
riferimento al parametro convenzionale, un trattamento inumano e degradante (art. 117, primo comma,
Cost., in relazione all’art. 3 CEDU, così come interpretato dalla giurisprudenza della Corte europea dei
diritti dell’uomo). Sarebbe inoltre violato anche l’art. 3 Cost. per disparità di trattamento rispetto alla
situazione delle persone portatrici di un’infermità psichica tale da escludere la capacità di intendere o di
volere al momento del fatto, là dove si riscontri pericolosità sociale, per le quali l’ordinamento prevede un
trattamento riabilitativo all’esterno del carcere presso le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza
(REMS). Si ravviserebbe una disparità di trattamento altresì rispetto alle persone condannate con un analogo
residuo di pena, ma affette da grave infermità fisica, le quali possono accedere tanto al rinvio facoltativo
dell’esecuzione della pena di cui all’art. 147 cod. pen., quanto alla detenzione domiciliare di cui alla
disposizione censurata.
2.– Deve preliminarmente essere respinta l’eccezione di inammissibilità formulata dal Presidente del
Consiglio dei ministri, basata sulla asserita mancanza di rimedi a “rime obbligate”, idonei a sanare i vizi di
illegittimità costituzionale prospettati dalla Corte rimettente.
2.1.– Nella giurisprudenza più recente, questa Corte ha ripetutamente affermato che, di fronte alla
violazione di diritti costituzionali, non può essere di ostacolo all’esame nel merito della questione di
legittimità costituzionale l’assenza di un’unica soluzione a “rime obbligate” per ricondurre l’ordinamento al
rispetto della Costituzione.
Proprio in materia penale, questa Corte ha più volte esaminato nel merito le questioni portate al suo
esame qualora fossero ravvisabili nell’ordinamento soluzioni già esistenti, ancorché non costituzionalmente
obbligate, idonee a «porre rimedio nell’immediato al vulnus riscontrato», ferma restando la facoltà del
legislatore di intervenire con scelte diverse (così la sentenza n. 222 del 2018; ma si veda anche,
analogamente, in un ambito vicino a quello qui considerato, la sentenza n. 41 del 2018, nonché la sentenza
n. 236 del 2016). L’ammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale risulta perciò condizionata non
tanto dall’esistenza di un’unica soluzione costituzionalmente obbligata, quanto dalla presenza
nell’ordinamento di una o più soluzioni costituzionalmente adeguate, che si inseriscano nel tessuto
normativo coerentemente con la logica perseguita dal legislatore (sentenze n. 40 del 2019 e n. 233 del 2018).
Occorre, infatti, evitare che l’ordinamento presenti zone franche immuni dal sindacato di legittimità
costituzionale specie negli ambiti, come quello penale, in cui è più impellente l’esigenza di assicurare una
tutela effettiva dei diritti fondamentali, incisi dalle scelte del legislatore. Ciò vale tanto più in un’ipotesi
come quella di cui la Corte è ora chiamata a occuparsi, nella quale viene in rilievo l’effettività delle garanzie
costituzionali di persone che non solo si trovano in uno stato di privazione della libertà personale, ma sono
anche gravemente malate e, dunque, versano in una condizione di duplice vulnerabilità.
2.2.– Nel caso di specie, il giudice rimettente ritiene che l’ordinamento non offra, allo stato,
un’alternativa all’esecuzione della pena in carcere per i detenuti che soffrono di gravi infermità psichiche
sopravvenute alla commissione del reato che si trovino nella situazione del detenuto ricorrente. Ciò, a causa
di una evoluzione dell’ordinamento che ha nei fatti svuotato di ogni contenuto l’art. 148 cod. pen., dedicato
proprio ai casi di «[i]nfermità psichica sopravvenuta al condannato», come recita la rubrica dello stesso. Per
i gravi malati psichici, la reclusione costituirebbe una modalità di esecuzione della pena contraria al senso di
umanità e perciò lesiva degli artt. 2, 27, terzo comma, e 32 Cost., oltre che dell’art. 3 CEDU che vieta i
trattamenti inumani o degradanti e, quindi, dell’art. 117, primo comma, Cost.
La Corte rimettente ha individuato nell’istituto della detenzione domiciliare di cui all’art. 47-ter, comma
1-ter, ordin. penit. una risposta già presente nell’ordinamento per i detenuti affetti da gravi infermità fisiche,
la quale, per le modalità con cui può essere articolata, risulta costituzionalmente adeguata e idonea a porre
rimedio alle denunciate violazioni, in quanto permetterebbe anche ai malati psichici di espiare la pena fuori
dal carcere in condizioni che consentano di contemperare le esigenze della tutela della salute con quelle
della sicurezza. Si tratta della detenzione domiciliare “umanitaria” o “in deroga”, così denominata perché
può essere disposta anche nei confronti di detenuti che debbano ancora scontare una pena residua superiore
ai quattro anni (come nel caso di specie), limite previsto dall’art. 47-ter, comma 1, ordin. penit. quale
requisito generale per poter beneficiare, invece, della detenzione domiciliare “ordinaria”.
2.3.– Il giudice rimettente chiede di estendere la detenzione domiciliare “in deroga”, di cui al censurato
art. 47-ter, comma 1-ter, ordin. penit., anche ai detenuti che soffrono di patologie psichiatriche talmente
gravi da rendere l’espiazione della pena in carcere un trattamento sanzionatorio contrario al senso di
umanità, oltre che lesivo del diritto alla salute; ciò senza che possa essere di ostacolo l’entità della pena
residua da scontare.
Così configurata, alla luce dei principi sopra enunciati, la questione supera il vaglio di ammissibilità.
3.– Nel merito la questione è fondata.
L’ordinanza di rimessione muove dalla premessa che, allo stato attuale, un detenuto affetto da grave
infermità psichica sopravvenuta con un residuo di pena superiore ai quattro anni, come la parte del giudizio
a quo, non avrebbe accesso ad alcuna forma di esecuzione della pena alternativa alla detenzione in carcere.
La ricostruzione dell’assetto normativo vigente compiuta dalla Corte di cassazione è senz’altro da
condividere.
3.1.– È vero innanzitutto che l’art. 148, primo comma, cod. pen., dedicato appunto ai casi di «[i]nfermità
psichica sopravvenuta al condannato», è oggi divenuto inapplicabile, perché superato da riforme legislative
che, pur senza disporne espressamente l’abrogazione, l’hanno completamente svuotato di contenuto
precettivo. La richiamata disposizione codicistica, infatti, prevede che il giudice possa disporre la
sospensione o il differimento della pena e il contestuale ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario, in
casa di cura e di custodia ovvero, in determinate ipotesi, in un ospedale psichiatrico civile, nei casi di
infermità psichica sopravvenuta dopo la condanna che siano di gravità tale da impedire l’esecuzione della
pena in carcere.
L’art. 148 cod. pen. riflette un approccio alla malattia mentale tipico dell’epoca in cui fu scritto, basato
sull’internamento. In tale orizzonte culturale, i detenuti malati psichici potevano essere allontanati dal
carcere per le difficoltà che la convivenza con altri detenuti, in un ambiente ristretto, poteva (e può)
generare, con lo scopo di essere reclusi altrove, insieme ad altre persone similmente malate e senza
prospettive di rientro nella vita sociale. Tale disposizione non è mai stata formalmente abrogata, ma tutti gli
istituti a cui essa rinvia sono scomparsi in virtù di riforme legislative che riflettono un cambiamento di
paradigma culturale e scientifico nel trattamento della salute mentale, che può riassumersi nel passaggio
dalla mera custodia alla terapia (ad esempio, in tal senso, il parere del Comitato nazionale per la bioetica,
«Salute mentale e assistenza psichiatrica in carcere», del 22 marzo 2019).
Sulla base delle mutate premesse culturali che orientano la tutela della salute mentale, gli ospedali
psichiatrici civili sono stati chiusi oltre quaranta anni fa dalla nota legge Basaglia (legge 13 maggio 1978, n.
180, recante «Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori»). Quanto agli ospedali psichiatrici
giudiziari (OPG) e alle case di cura e custodia, essi hanno dimostrato la loro inidoneità a garantire la salute
mentale di chi ivi era ricoverato (sentenza n. 186 del 2015) e sono perciò stati espunti dall’ordinamento
giuridico a far data dal 31 marzo 2015, a seguito di un lungo itinerario legislativo, avviato dall’art. 5 del
decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 1° aprile 2008 (Modalità e criteri per il trasferimento al
Servizio sanitario nazionale delle funzioni sanitarie, dei rapporti di lavoro, delle risorse finanziarie e delle
attrezzature e beni strumentali in materia di sanità penitenziaria); proseguito con l’art. 3-ter del
decreto-legge 22 dicembre 2011, n. 211 (Interventi urgenti per il contrasto della tensione detentiva
determinata dal sovraffollamento delle carceri), convertito, con modificazioni, nella legge 17 febbraio 2012,
n. 9; continuato con l’art. 1, comma 1, lettera a, del decreto-legge 25 marzo 2013, n. 24 (Disposizioni
urgenti in materia sanitaria), convertito, con modificazioni, nella legge 23 maggio 2013, n. 57, e terminato
con l’art. 1 del decreto-legge 31 marzo 2014, n. 52 (Disposizioni urgenti in materia di superamento degli
ospedali psichiatrici giudiziari), convertito, con modificazioni, nella legge 30 maggio 2014, n. 81.
Conclusosi l’iter normativo, l’effettiva chiusura degli ultimi OPG è avvenuta solo grazie all’opera del
commissario unico nominato dal Governo a tale scopo, che ha perfezionato la definitiva dismissione di tali
istituzioni nel 2017.
Chiusi gli ospedali psichiatrici civili e giudiziari, non può più farsi riferimento all’art. 148 cod. pen.,
vale a dire l’unica disposizione dedicata alla condizione dei detenuti affetti da gravi patologie psichiche
sopravvenute.
3.2.– Nel frattempo, il legislatore ha istituito le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza
(REMS), su base regionale e a esclusiva gestione sanitaria. Tali strutture non sono però destinate ad
accogliere i condannati in cui la malattia psichica si manifesti successivamente. Per queste persone
l’ordinamento non offre alternative al carcere, ove è possibile soltanto che siano istituite apposite «sezioni
speciali» per i soggetti affetti da infermità o minorazioni fisiche o psichiche, secondo quanto disposto
dall’art. 65 ordin. penit.
Il lungo e faticoso processo riformatore che ha dato vita al fondamentale risultato della chiusura degli
OPG non è stato completato con previsioni adeguate alla situazione dei detenuti con gravi malattie psichiche
sopravvenute. È rimasta, infatti incompiuta quella parte della delega disposta dalla legge 23 giugno 2017, n.
103 (Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario), relativa ai
detenuti malati psichici, volta a garantire loro adeguati trattamenti terapeutici e riabilitativi anche attraverso
misure alternative alla detenzione, oltre che attraverso la creazione di nuove strutture sanitarie interne al
carcere. L’istituzione delle REMS introdotte dalla riforma non è di rimedio alla lacuna che si è venuta a
creare in seguito alla chiusura degli OPG. Come correttamente osserva la Corte di cassazione rimettente, le
REMS non sono istituzioni volte a sostituire i vecchi ospedali psichiatrici sotto altra veste e denominazione.
Mentre i vecchi OPG erano destinati a ospitare tutti i malati psichiatrici gravi in qualsiasi modo venuti a
contatto con la giurisdizione penale e, dunque, anche i condannati con infermità psichica “sopravvenuta”
alla condanna, al contrario le REMS, così come chiaramente indica la loro stessa denominazione, hanno
come unici destinatari i malati psichiatrici che sono stati ritenuti non imputabili in sede di giudizio penale o
che, condannati per delitto non colposo a una pena diminuita per cagione di infermità psichica, sono stati
sottoposti a una misura di sicurezza (art. 3-ter, comma 2, del d.l. n. 211 del 2011, introdotto dalla legge di
conversione n. 9 del 2012 e successivamente attuato con decreto del Ministro della salute adottato di
concerto con il Ministro della giustizia 1° ottobre 2012, recante «Requisiti strutturali, tecnologici e
organizzativi delle strutture residenziali destinate ad accogliere le persone cui sono applicate le misure di
sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario e dell’assegnazione a casa di cura e custodia»).
Il chiaro dettato normativo attualmente vigente non può essere integrato in via interpretativa neppure
considerando quel passaggio della citata legge di delega nel quale ambiguamente si prevede la «destinazione
alle REMS prioritariamente dei soggetti per i quali sia stato accertato in via definitiva lo stato di infermità al
momento della commissione del fatto, da cui derivi il giudizio di pericolosità sociale, nonché dei soggetti
per i quali l’infermità di mente sia sopravvenuta durante l’esecuzione della pena, degli imputati sottoposti a
misure di sicurezza provvisorie e di tutti coloro per i quali occorra accertare le relative condizioni psichiche,
qualora le sezioni degli istituti penitenziari alle quali sono destinati non siano idonee, di fatto, a garantire i
trattamenti terapeutico-riabilitativi» (art. 1, comma 16, lettera d, della legge n. 103 del 2017). Si tratta infatti
di una delle previsioni della delega a cui non è stata data attuazione.
3.3.– Rimasto incompiuto il complesso disegno riformatore, oggi il tessuto normativo presenta serie
carenze che gravano, tra l’altro, proprio sulla condizione dei detenuti affetti da infermità psichica
sopravvenuta, i quali non hanno accesso né alle REMS né ad altre misure alternative al carcere, qualora
abbiano un residuo di pena superiore a quattro anni, come il detenuto ricorrente.
I detenuti che si trovino in condizioni simili a quelle della parte nel giudizio a quo non possono avere
accesso alla detenzione domiciliare “ordinaria” di cui all’art. 47-ter, comma 1, lettera c, ordin. penit.,
prevista per tutti i detenuti con una pena residua inferiore a quattro anni e che siano gravemente malati,
indipendentemente dal tipo di patologia – fisica o psichica – di cui soffrono.
Neppure può essere loro applicato l’istituto del rinvio obbligatorio della esecuzione della pena di cui
all’art. 146, primo comma, numero 3), cod. pen., perché la grave patologia psichica non integra il
presupposto ivi previsto della malattia grave, in fase così avanzata da essere refrattaria alle terapie.
Inoltre, i malati psichici non possono nemmeno beneficiare del rinvio facoltativo dell’esecuzione della
pena di cui all’art. 147, primo comma, numero 2), cod. pen., perché questa previsione riguarda solo i casi di
«grave infermità fisica».
Quest’ultima disposizione non lascia margini per una diversa interpretazione, tale da renderla
applicabile anche al detenuto che soffra di una patologia psichica. Ostano a tale interpretazione tanto il dato
testuale, quanto l’orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, secondo la quale le sole
patologie psichiatriche che possono consentire al giudice di disporre il rinvio facoltativo dell’esecuzione
della pena sono quelle da cui discendono anche gravi ricadute di tipo fisico (tra le numerosissime pronunce
in questo senso Corte di cassazione, sezione prima penale, sentenze 11 maggio-30 agosto 2016, n. 35826 e
28 gennaio-16 settembre 2015, n. 37615).
In breve, poiché il rinvio obbligatorio o facoltativo di cui agli artt. 146 e 147 cod. pen. riguarda solo le
persone affette da grave infermità fisica, come si è visto poco sopra, ne consegue che i malati psichici non
possono giovarsi neppure della detenzione domiciliare “umanitaria” o “in deroga”, di cui al censurato art.
47-ter, comma 1-ter, ordin. penit., che a tali disposizioni rinvia nel definire il suo ambito di applicazione.
4.– La mancanza di qualsiasi alternativa al carcere per i detenuti affetti da grave malattia psichica
sopravvenuta viola i principi costituzionali invocati nell’ordinanza di rimessione.
4.1.– La malattia psichica è fonte di sofferenze non meno della malattia fisica ed è appena il caso di
ricordare che il diritto fondamentale alla salute ex art. 32 Cost., di cui ogni persona è titolare, deve intendersi
come comprensivo non solo della salute fisica, ma anche della salute psichica, alla quale l’ordinamento è
tenuto ad apprestare un identico grado di tutela (tra le molte, sentenze n. 169 del 2017, n. 162 del 2014, n.
251 del 2008, n. 359 del 2003, n. 282 del 2002 e n. 167 del 1999), anche con adeguati mezzi per garantirne
l’effettività.
Occorre, anzi, considerare che soprattutto le patologie psichiche possono aggravarsi e acutizzarsi
proprio per la reclusione: la sofferenza che la condizione carceraria inevitabilmente impone di per sé a tutti i
detenuti si acuisce e si amplifica nei confronti delle persone malate, sì da determinare, nei casi estremi, una
vera e propria incompatibilità tra carcere e disturbo mentale.
Come emerge anche dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (tra le altre, Corte
EDU, seconda sezione, sentenza 17 novembre 2015, Bamouhammad contro Belgio, paragrafo 119, e Corte
EDU, grande camera, sentenza 26 aprile 2016, Murray contro Paesi Bassi, paragrafo 105), in taluni casi
mantenere in condizione di detenzione una persona affetta da grave malattia mentale assurge a vero e
proprio trattamento inumano o degradante, nel linguaggio dell’art. 3 CEDU, ovvero a trattamento contrario
al senso di umanità, secondo le espressioni usate dall’art. 27, terzo comma, della Costituzione italiana.
4.2.– Se è vero che la tutela della salute mentale dei detenuti richiede interventi complessi e integrati,
che muovano anzitutto da un potenziamento delle strutture sanitarie in carcere, è vero altresì che occorre che
l’ordinamento preveda anche percorsi terapeutici esterni, almeno per i casi di accertata incompatibilità con
l’ambiente carcerario. Per questi casi gravi, l’ordinamento deve prevedere misure alternative alla detenzione
carceraria, che il giudice possa disporre caso per caso, momento per momento, modulando il percorso
penitenziario tenendo conto e della tutela della salute dei malati psichici e della pericolosità del condannato,
di modo che non siano sacrificate le esigenze della sicurezza collettiva.
Per le ragioni sopra esposte, questa Corte ritiene in contrasto con i principi costituzionali di cui agli artt.
2, 3, 27, terzo comma, 32 e 117, primo comma, Cost. l’assenza di ogni alternativa al carcere, che impedisce
al giudice di disporre che la pena sia eseguita fuori dagli istituti di detenzione, anche qualora, a seguito di
tutti i necessari accertamenti medici, sia stata riscontrata una malattia mentale che provochi una sofferenza
talmente grave che, cumulata con l’ordinaria afflittività del carcere, dia luogo a un supplemento di pena
contrario al senso di umanità.
4.3.– Questa Corte, con una sentenza risalente, preso atto dell’insoddisfacente trattamento riservato
all’infermità psichica grave, sopravvenuta alla condanna, ha richiamato il legislatore a «trovare una
equilibrata soluzione» che garantisca ai condannati affetti da patologie psichiche «la cura della salute
mentale – tutelata dall’art. 32 della Costituzione – senza che sia eluso il trattamento penale» (sentenza n. 111
del 1996). A distanza di tanti anni, tale richiamo è rimasto inascoltato.
Pur consapevole che incombe sul legislatore il dovere di portare a termine nel modo migliore la già
avviata riforma dell’ordinamento penitenziario nell’ambito della salute mentale, con la previsione di
apposite strutture interne ed esterne al carcere, questa Corte non può esimersi dall’intervenire per rimediare
alla violazione dei principi costituzionali denunciata dal giudice rimettente, di modo che sia da subito
ripristinato un adeguato bilanciamento tra le esigenze della sicurezza della collettività e la necessità di
garantire il diritto alla salute dei detenuti (art. 32 Cost.) e di assicurare che nessun condannato sia mai
costretto a scontare la pena in condizioni contrarie al senso di umanità (art. 27, terzo comma, Cost.), meno
che mai un detenuto malato.
Pertanto, deve essere accolta la questione di legittimità costituzionale prospettata dal giudice rimettente
e dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 47-ter, comma 1-ter, ordin. penit., nella parte in cui non
consente che la detenzione domiciliare “umanitaria” sia disposta anche nelle ipotesi di grave infermità
psichica sopravvenuta.
5.– La misura alternativa della detenzione domiciliare “umanitaria” o “in deroga”, individuata dal
giudice rimettente si presta, allo stato attuale, a colmare le carenze sopra individuate.
L’istituto della detenzione domiciliare è una misura che può essere modellata dal giudice in modo tale
da salvaguardare il fondamentale diritto alla salute del detenuto, qualora esso sia incompatibile con la
permanenza in carcere e, contemporaneamente, le esigenze di difesa della collettività che deve essere
protetta dalla potenziale pericolosità di chi è affetto da alcuni tipi di patologia psichiatrica.
5.1.– Introdotta dalla legge 10 ottobre 1986, n. 663 (Modifiche alla legge sull’ordinamento penitenziario
e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), la detenzione domiciliare è stata nel corso
del tempo ampliata quanto all’ambito di applicazione e parzialmente ridisegnata nelle sue finalità, tanto da
interventi del legislatore quanto da pronunce di questa Corte. Essa risponde sempre, tuttavia, secondo la
giurisprudenza costituzionale, a una «logica unitaria e indivisibile» (sentenze n. 211 del 2018 e n. 177 del
2009).
Per quanto qui rileva, questa Corte ha riconosciuto che la detenzione domiciliare costituisce «“non una
misura alternativa alla pena”, ma una pena “alternativa alla detenzione o, se si vuole, una modalità di
esecuzione della pena”», sottolineando come essa sia sempre accompagnata da «prescrizioni limitative della
libertà, sotto la vigilanza del magistrato di sorveglianza e con l’intervento del servizio sociale» (ordinanza n.
327 del 1989). Per questo motivo, tra l’altro, essa differisce completamente dalla semplice scarcerazione del
detenuto che consegue al rinvio dell’esecuzione della pena disposto sulla base degli artt. 146 e 147 cod. pen.
Il dato normativo, in effetti, non lascia alcun dubbio in proposito.
L’art. 47-ter, comma 4, ordin. penit. prevede che il «tribunale di sorveglianza, nel disporre la detenzione
domiciliare, ne fissa le modalità secondo quanto stabilito dall’articolo 284 del codice di procedura penale»,
il quale a sua volta statuisce che, con «il provvedimento che dispone gli arresti domiciliari, il giudice
prescrive all’imputato di non allontanarsi dalla propria abitazione o da altro luogo di privata dimora ovvero
da un luogo pubblico di cura o di assistenza ovvero, ove istituita, da una casa famiglia protetta» (comma 1).
Pertanto, la detenzione domiciliare non significa riduttivamente un ritorno a casa o tanto meno un
ritorno alla libertà; certamente essa comporta l’uscita dal carcere, ma è pur sempre accompagnata da severe
limitazioni della libertà personale, dato che il giudice, nel disporla, stabilisce le condizioni e le modalità di
svolgimento e individua il luogo di detenzione, che può essere anche diverso dalla propria abitazione, se più
adeguato a contemperare le esigenze di tutela della salute del malato, quella della sicurezza e quelle della
persona offesa dal reato (art. 284, comma 1-bis, cod. proc. pen.). Di fondamentale rilievo è la possibilità che
la detenzione domiciliare possa svolgersi, oltre che «nella propria abitazione o in altro luogo di privata
dimora», anche in «luogo pubblico di cura, assistenza o accoglienza», come prevede l’art. 284 cod. proc.
pen. e come ribadisce anche il comma 1 del medesimo art. 47-ter ordin. penit.
Inoltre, occorre sottolineare che il detenuto in regime di detenzione domiciliare non si può allontanare
dal luogo a cui è assegnato, salvo specifiche autorizzazioni da parte del giudice (art. 284, comma 3, cod.
proc. pen.), il quale può anche imporgli limiti o divieti alla facoltà di comunicare con persone diverse da
quelle che con lui coabitano o che lo assistono (art. 284, comma 2, cod. proc. pen.). In ogni caso, il pubblico
ministero o la polizia giudiziaria, anche di propria iniziativa, possono controllare in ogni momento
l’osservanza delle prescrizioni imposte (art. 284, comma 4, cod. proc. pen.). L’art. 47-ter, comma 4, ordin.
penit. aggiunge poi che il tribunale di sorveglianza «[d]etermina e impartisce altresì le disposizioni per gli
interventi del servizio sociale. Tali prescrizioni e disposizioni possono essere modificate dal magistrato di
sorveglianza competente per il luogo in cui si svolge la detenzione domiciliare».
5.2.– L’introduzione nell’ordinamento penitenziario della disposizione relativa alla detenzione
domiciliare “umanitaria” o “in deroga” di cui al censurato art. 47-ter, comma 1-ter, ordin. penit. si deve alla
più recente legge 27 maggio 1998, n. 165 (Modifiche all’art. 656 del codice di procedura penale ed alla
legge 26 luglio 1975, n. 354 e successive modificazioni).
Tale disposizione stabilisce che quando «potrebbe essere disposto il rinvio obbligatorio o facoltativo
della esecuzione della pena ai sensi degli articoli 146 e 147 del codice penale», il tribunale di sorveglianza,
anche se la pena supera il limite di quattro anni di cui all’art. 47-ter, comma 1, ordin. penit., «può disporre la
applicazione della detenzione domiciliare». Come si è detto, in virtù dei richiami agli artt. 146 e 147 cod.
pen., la detenzione domiciliare “in deroga” è oggi preclusa ai malati psichici.
Questa Corte ha già esplicitato che la ragione che ha spinto il legislatore a introdurre la detenzione
domiciliare “in deroga” è offrire una «alternativa rispetto al differimento dell’esecuzione della pena», «nella
prospettiva di creare uno strumento intermedio e più duttile tra il mantenimento della detenzione in carcere e
la piena liberazione del condannato (conseguente al rinvio): permettendo così di tener conto della eventuale
pericolosità sociale residua di quest’ultimo e della connessa necessità di contemperamento delle istanze di
tutela del condannato medesimo con quelle di salvaguardia della sicurezza pubblica» (ordinanza n. 255 del
2005).
Anche la giurisprudenza di legittimità sottolinea che la norma sulla detenzione domiciliare “in deroga”,
della cui legittimità costituzionale ora si discute, persegue proprio «la finalità di colmare una lacuna della
previgente normativa», che «imponeva un’alternativa secca tra carcerazione e libertà senza vincoli», da un
lato, obbedendo «all’esigenza di effettività dell’espiazione della pena e del necessario controllo cui vanno
sottoposti i soggetti pericolosi» e, dall’altro, mirando a una esecuzione della pena «mediante forme
compatibili con il senso di umanità» (così, tra le molte, Corte di cassazione, sezione prima penale, sentenza
5 aprile-16 settembre 2016, n. 38680).
5.3.– In definitiva, la detenzione domiciliare è uno strumento capace di offrire sollievo ai malati più
gravi, per i quali la permanenza in carcere provoca un tale livello di sofferenza da ferire il senso di umanità;
al tempo stesso, essa può essere configurata in modo variabile, con un dosaggio ponderato delle limitazioni,
degli obblighi e delle autorizzazioni secondo le esigenze del caso: grazie a una attenta individuazione del
luogo di detenzione, possono perseguirsi finalità terapeutiche e di protezione, senza trascurare le esigenze
dei suoi familiari e assicurando, al tempo stesso, la sicurezza della collettività.
La varietà dei quadri clinici e delle condizioni sociali e familiari dei detenuti affetti da malattie
psichiche esige da parte del giudice un’attenta valutazione caso per caso e momento per momento della
singola situazione. A lui spetterà verificare, anche in base alle strutture e ai servizi di cura offerti all’interno
del carcere, alle esigenze di salvaguardia degli altri detenuti e di tutto il personale che opera negli istituti
penitenziari, se il condannato affetto da grave malattia psichica sia in condizioni di rimanere in carcere o
debba essere destinato a un luogo esterno, ai sensi dell’art. 47-ter, comma 1-ter, ordin. penit., fermo restando
che ciò non può accadere se il giudice ritiene prevalenti, nel singolo caso, le esigenze della sicurezza
pubblica.
In conclusione, è opportuno sottolineare che, anche alla luce della più recente giurisprudenza di
legittimità, la detenzione domiciliare “umanitaria” offre al giudice una possibilità da attivare quando le
condizioni lo consentano, sulla base di una complessiva valutazione a cui non può rimanere estraneo «il
giudizio di pericolosità ostativa a trattamenti extra-murari, opportunamente rinnovato e attualizzato in
parallelo alla evoluzione della condizione sanitaria e personale del detenuto» (Corte di cassazione, sezione
prima penale, sentenza 28 novembre 2018-4 marzo 2019, n. 9410).
PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 47-ter, comma 1-ter, della legge 26 luglio 1975, n. 354
(Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà),
nella parte in cui non prevede che, nell’ipotesi di grave infermità psichica sopravvenuta, il tribunale di
sorveglianza possa disporre l’applicazione al condannato della detenzione domiciliare anche in deroga ai
limiti di cui al comma 1 del medesimo art. 47-ter.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 febbraio 2019.
F.to:
Giorgio LATTANZI, Presidente
Marta CARTABIA, Redattore
Roberto MILANA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 19 aprile 2019.
Il Direttore della Cancelleria
F.to: Roberto MILANA

giudizi de potestate hanno natura contenziosa e richiedono un curatore speciale per il minore.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 28 gennaio – 13 marzo 2019, n. 7196
Presidente Giancola – Relatore Scalia
Fatti di causa
1. La Corte di appello di Bari con il decreto in epigrafe indicato ha respinto il reclamo proposto da R.M.
avverso il provvedimento del Tribunale per i minorenni di Bari, depositato il 1 luglio 2016, che l’aveva
dichiarata decaduta dall’esercizio della responsabilità genitoriale sul figlio F.G. , ed ha confermato i
precedenti provvedimenti di collocamento del minore presso altra famiglia.
Il decreto è stato impugnato con ricorso straordinario per cassazione affidato ad unico articolato motivo.
Le parti intimate non hanno svolto attività difensiva.
Ragioni della decisione
1. Va in via preliminare affermata, in adesione a consolidato indirizzo di legittimità, di cui costituisce
ormai tranquillo approdo la pronuncia da questa Corte resa a Sezioni Unite al n. 32359 del 13/12/2018,
l’impugnabilità per cassazione, ai sensi dell’art. 111 c.c., comma 7, del decreto della Corte territoriale che
si trovi a confermare, revocare o modificare il provvedimento ablativo della responsabilità genitoriale che
sia stato emesso dal giudice minorile ai sensi degli artt. 330 e 336 c.c., nell’attitudine al giudicato rebus
sic stantibus di quest’ultimo.
2. Logico corollario dell’indicato principio resta l’ulteriore affermazione di questa Corte finalizzata a
rimarcare del procedimento ex art. 336 c.c., la natura comunque contenziosa, con la conseguente
necessaria partecipazione allo stesso di parti processuali tra loro in conflitto, genitori e minori, rispetto ai
quali vi è obbligo di audizione e di ascolto, nell’assistenza di un difensore.
L’immediata reclamabilità o revocabilità del provvedimento adottato dal primo giudice ad istanza del
genitore interessato, nella natura personalissima, di rango costituzionale dei diritti su cui incide definisce
nel carattere contenzioso del procedimento, la necessità che allo stesso partecipi il minore rispetto al
quale deve assicurarsi il contraddittorio, previa eventuale nomina di un curatore speciale ex art. 78 c.p.c..
I giudizi de potestate vedono la posizione del figlio potenzialmente contrapposta a quella di entrambi i
genitori sulla scorta di un giudizio che non può che essere di prognosi nella impossibilità di stabilirsi,
altrimenti, coincidenza ed omogeneità degli interessi del minore con quello del genitore e con
conseguente necessitata nomina di un curatore speciale per far fronte ad una situazione di incompatibilità
potenziale tra colui che sia incapace di stare in giudizio ed il suo rappresentante legale (arg. ex Cass.
02/02/2016 n. 1957).
3. Per gli indicati estremi di struttura del procedimento deve darsi continuità, nella sua applicazione, al
principio di diritto già fatto proprio da questa Corte di legittimità e per il quale, “nei giudizi riguardanti
l’adozione di provvedimenti limitativi, ablativi o restitutivi della responsabilità genitoriale, riguardanti
entrambi i genitori, l’art. 336 c.c., comma 4, così come modificato dalla L. n. 149 del 2001, art. 37,
comma 3, richiede la nomina di un curatore speciale, ex art. 78 c.p.c., ove non sia stato nominato un
tutore provvisorio, sussistendo un conflitto d’interessi verso entrambi i genitori. Ne consegue che,
nell’ipotesi in cui non si sia provveduto a tale nomina, il procedimento deve ritenersi nullo ex art. 354
c.p.c., comma 1, con rimessione della causa al primo entrambi i genitori. Ne consegue che, nell’ipotesi in
cui non si sia provveduto a tale nomina, il procedimento deve ritenersi nullo ex art. 354 c.p.c., comma 1,
con rimessione della causa al primo giudice perché provveda all’integrazione del contraddittorio” (Cass.
06/03/2018 n. 5256).
4. Non risultando agli atti, il cui esame discende dalla natura procedurale del rilevato vizio, che la
pronuncia del primo giudice sia stata adottata a contraddittorio integro, con conseguente nullità
dell’intero procedimento ex art. 354 c.p.c., comma 1, il decreto impugnato deve essere cassato e
ricorrendo l’ipotesi di cui all’art. 383 c.p.c., comma 3, il processo deve essere rinviato al Tribunale per i
minorenni di Bari, in diversa composizione, perché provveda all’integrazione del contraddittorio nei
confronti del minore, previa nomina di un curatore speciale che ne rappresenti gli interessi.
5. Questa Corte nell’intervenuto affidamento del minore presso una famiglia, come risulta dal testo del
proposto ricorso, nell’osservanza del disposto di cui alla L. n. 184 del 1983, art. 5, comma 1, ult. parte,
come novellato dalla L. 19 ottobre 2015, n. 173, – dettata sul diritto alla continuità affettiva dei bambini e
delle bambine in affido familiare -, nella nullità ivi espressamente contemplata e per la quale in tema di
adozione di minori, il giudice deve disporre l’audizione degli affidatari o della famiglia collocataria L. n.
184 del 1983, ex art. 5, comma 1, ult. parte, come modificato dalla L. n. 173 del 2015, art. 2, la cui
natura processuale ne legittima l’applicazione immediata ai processi in corso” (Cass. 29/09/2017 n.
22934), dispone altresì che il giudice di primo grado provveda a curare anche siffatto ulteriore
adempimento.
P.Q.M.
La Corte dichiara nullo l’intero procedimento e rinvia, anche per le spese di questa fase, al Tribunale per i
Minorenni di Bari, in diversa composizione, che provvederà ad integrare il contraddittorio nei confronti del
minore ed a convocare la famiglia affidataria nei termini di cui in parte motiva.
Dispone che ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52, siano omessi le generalità e gli altri dati
identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento.

Giurisdizione in tema di separazione e giurisdizione in tema di responsabilità genitoriale.

Tribunale di Genova, 6 settembre 2018
TRIBUNALE ORDINARIO di GENOVA
SEZIONE IV CIVILE
Ordinanza
ai sensi dell’art. 708, comma 3, c.p.c.
Il Presidente, Dott. Francesco Mazza Galanti,
Visti gli atti della causa n. R.G. 16725/2016 tra:
il ricorrente signor M____, res. a Genova, Via ____, rappresentato e difeso dall’Avv. Annamaria
Costa, in forza di mandato in atti,
e la convenuta, signora L______, residente in San Lorenzo De El Escorial (Spagna), ______,
rappresentata e difesa dall’Avv. Mariagrazia Gammarota in forza di mandato in atti.
dato atto di avere proceduto, all’udienza del 9.5.2017, alla personale audizione del ricorrente e
della convenuta, nonché, all’udienza del 22.5.2017, in assenza di eccezioni da parte dei legali, ad
una breve audizione del solo ricorrente (al fine di ottenere da lui alcune precisazioni, anche tenuto
conto del fatto che, nel corso della precedente udienza, non vi era stato il tempo di di interpellare
il predetto in relazione alle dichiarazioni rese della moglie, la quale aveva parlato dopo di lui e in
sua assenza);
rilevato che, in occasione dell’ultima udienza, a seguito di una serrata discussione, i legali
chiedevano che il giudicante si riservasse al fine di adottare\ i provvedimenti di sua competenza;
rilevato che, come chiaramente si evince dagli atti processuali, quando i coniugi avevano già
sottoscritto una separazione consensuale (per ragioni non chiarite mai depositata dal legale al
quale si erano rivolti), a seguito della decisione, assunta dalla convenuta, nel mese di agosto del
2016, di restare a vivere in Spagna unitamente ai due figli minori (M____, nato il ___.5.2008 e
N____ nato il __.3.2015), scelta cui il ricorrente (“a malincuore”) aveva acconsentito (così il
ricorso introduttivo a pag. 4, rigo 14), egli si era recato per la prima volta a San Lorenzo nel mese
di settembre al fine di incontrare i figli (per completezza va ricordato che il signor M____ ha
onestamente riconosciuto che anche il figlio M_____, per telefono, gli aveva manifestato il suo
intenso desiderio di vivere in Spagna, atteggiamento a suo dire derivante dai condizionamenti di
parte materna) ;
rilevato che, al termine della breve permanenza in Spagna del signor M_____ (dal 15 al 18
settembre), durante la quale egli aveva dormito per due notti consecutive insieme al figlio (la
prima in albergo e la seconda, a seguito di espressa richiesta del bambino, presso l’abitazione
condotta in locazione dalla moglie), la signora L_____ dopo avere fatto cenno ad “atteggiamenti
problematici da parte del piccolo N____” (il quale in presenza del padre avrebbe pianto), aveva
fatto riferimento parlando con il marito a possibili “abusi sessuali” (evidentemente a lui riferiti),
avvisandolo che avrebbe portato i figli dallo psicologo (così la convenuta nelle sue dichiarazioni
rese a verbale in data 22.5.2017);
rilevato che, rientrato in Italia, secondo quanto riferito in ricorso, il ricorrente aveva mantenuto
regolari contatti telefonici con il figlio M____, sino a quando, ai primi di ottobre, la moglie aveva
impedito ogni conversazione tra padre e figlio (assumendo, via SMS in data 14.10.2017 che il
primogenito non voleva più parlare con il genitore, con la precisazione che, mediante un successivo
whatsup, gli era stato comunicato che lo psicologo da cui il bambino era stato condotto, sospettava
un trauma “legato alla figura paterna”);
rilevato che, successivamente, in data 25.10.2017, un legale (a quanto si è compreso di San
Lorenzo), cui la moglie si era rivolta, aveva comunicato che l’autorità giudiziaria spagnola, il
21.10.2016, aveva emesso nei suoi confronti un provvedimento con il quale gli veniva impedito di
contattare e di vedere i figli e, tuttavia, tale provvedimento veniva revocato da un successivo
decreto, in data 15.11.2016, il quale prevedeva visite settimanali ai figli (dal venerdì alla domenica)
“con la supervisione di un professionista” (in proposito, come si ricava sia dalle dichiarazioni della
signora L_______, sia dalla traduzione degli atti giudiziari spagnoli, la donna, subito dopo la visita
del marito, sospettando abusi paterni, si era rivolta al figlio chiedendogli in maniera esplicita se il
papà “lo toccava” e, a tale domanda, M____ avrebbe risposto positivamente affermando che la cosa
era avvenuta anche in Italia, e precisando che, proprio in Spagna, il padre gli avrebbe anche chiesto
di essere toccato, ma che lui si era rifiutato facendolo “arrabbiare”);
rilevato, peraltro, che, successivamente, il legale di parte ricorrente ha prodotto la traduzione del
provvedimento, emesso in data 20.2.2017, dal Tribunale di Primo Grado (Istruttoria n. 2) di San
Lorenzo De El Escorial ove si afferma che il minore M_____ “non ha subito abusi sessuali infantili
da parte del padre”, con la sottolineatura, tra l’altro, che l’ipotetico abuso viene rivelato “dopo
domande suggestive da parte della madre al figlio e non in un rapporto spontaneo del minore” (per
completezza va detto che con il citato provvedimento viene decretato il “non luogo a procedere
provvisorio”, con immediata decadenza di “tutte le misure cautelari imposte all’indagato”);
rilevato che, avendo il signor M_____ ritenuto il figlio M_____ “vittima di una strumentalizzazione
della madre” (la quale avrebbe “dolosamente progettato di allontanarsi dall’Italia con i figli,
carpendo con l’inganno il consenso del marito”, così il ricorso alla pag. 8, righe 2-4) , egli, da un
lato, aveva denunciato la moglie per sottrazione di minore, ai sensi degli artt. 574 e 574 bis c.p.,
dall’altro, aveva presentato un ricorso avanti al Tribunale per i minorenni di Genova, al fine di
ottenere il rimpatrio dei due figli (richiesta che il Tribunale minorile, in data 16.1.2017, ha respinto
evidenziando che avrebbe dovuto essere azionata la procedura regolata dalla Convenzione dell’Aja
del 25.10.1985 – rectius 1980 -, ferma restando la competenza in merito dell’autorità giudiziaria
spagnola essendo i minori collocati in Spagna);
rilevato che, in questa sede, il ricorrente, oltre ad avere formalizzato la domanda di separazione con
addebito alla moglie (“per grave violazione dei doveri derivanti dal matrimonio”) e l’affidamento
esclusivo dei figli, ha richiesto “in via preliminare e di urgenza una consulenza tecnica d’ufficio
sull’intero nucleo familiare”;
rilevato che, in via pregiudiziale, il legale di parte convenuta ha eccepito l’incompetenza del
Tribunale di Genova in ordine alla decisione in punto affidamento dei figli della coppia, essendo i
minori residenti in Spagna (come documentato in atti), motivo per cui “così come previsto dall’art.
8, n. 1 e n.12 del c.d. Regolamento di Bruxelles II bis n. 2201/2003” (ispirato al superiore interesse
del minore e al criterio di vicinanza), competente a decidere sull’affidamento dei figli sarebbe
esclusivamente l’autorità giudiziaria spagnola;
rilevato che, come risulta sia dalla comparsa di costituzione e risposta, sia dalle ampie dichiarazioni
personalmente rese dalla convenuta, la signora L_____ ha recisamente escluso di avere mai posto in
essere “un progetto dolosamente macchinato” (così la citata comparsa a pag. 10, rigo 13) per carpire
con l’inganno il consenso del coniuge al trasferimento dei bambini in Spagna (cui egli aveva
consentito, come confermato anche dalla documentazione versata in atti), e per impedire al padre di
incontrare i figli, essendosi essa limitata a sporgere denuncia dopo avere ricevuto la confessione di
M_____, essendo suo unico intento quello di proteggere i propri figli;
rilevato che parte convenuta, a fronte delle produzioni del ricorrente riguardanti la traduzione dei
provvedimenti assunti in materia penale, ha contestato che l’impugnazione proposta dalla sua
assistita nei riguardi del provvedimento di archiviazione della denuncia penale sporta nei confronti
del marito sia stata rigettata (in proposito, la traduzione italiana del provvedimento spagnolo,
emesso in data 5.4.2017, dal Tribunale di Primo Grado e per le Istanze Preliminari n. 2 di San
Lorenzo de El Escorial, si esprime nel senso che non vi sono i presupposti per concedere la richiesta
archiviazione “definitiva”, ciò in quanto “non è stato possibile determinare, al di fuori di ogni
ragionevole dubbio, che ni fatti denunciati non fossero accaduti”);
ritenuto che, alla luce di quanto sinteticamente sopra esposto, appare opportuno, in via preliminare,
osservare che, a fronte della incompleta produzione degli atti dell’autorità giudiziaria spagnola
versati in atti, l’unica cosa certa è che non esiste prova alcuna del fatto che il signor M_____ abbia
abusato sessualmente del figlio (in Spagna piuttosto che in Italia), così come non vi è prova del fatto
che la madre abbia indotto il figlio a mentire allo scopo di potere presentare una denuncia
calunniosa nei confronti del marito, questioni in ogni caso di stretta rilevanza penalistica, sulle quali
questo giudice non può pronunciarsi trattandosi di materia di esclusiva competenza della
magistratura spagnola;
ritenuto, inoltre, che, tenuto conto di quanto sopra esposto e delle ragioni indicate dalla parte
convenuta, non pare potersi affermare che la fattispecie in esame sia riconducibile alla sottrazione di
minori (con conseguente non applicabilità dell’art. 10 del Regolamento UE di cui si dirà
nell’immediato prosieguo della motivazione), fermo restando che, ove di sottrazione si trattasse
(come sostenuto dal legale di parte ricorrente), la relativa domanda giudiziale avrebbe dovuto essere
sottoposta, ai sensi della citata Convenzione de l’Aja, all’autorità giudiziaria spagnola, come
chiaramente ha statuito il Tribunale per i minorenni di Genova nella menzionata pronuncia di
incompetenza;
ritenuto che, tutto ciò premesso, preso in esame il Regolamento UE cui entrambi i legali hanno fatto
riferimento (Reg. 27 novembre 2003, n. 2201/2003, occorre tenere presente quanto segue: 1) l’art. 3
prevede che in materia di divorzio e di separazione personale la competenza sia dello Stato membro
dell’ultima residenza abituale dei coniugi, se uno di essi vi risiede ancora (ed il ricorrente, come si è
anticipato, risiede stabilmente in Italia e, precisamente, a Genova); 2) l’art. 4 prevede che l’autorità
giurisdizionale davanti alla quale pende un procedimento in base all’art. 3 (nel caso in esame il
Tribunale di Genova), è compente per esaminare la domanda riconvenzionale in quanto essa rientri
nel campo di applicazione del presente Regolamento (nella fattispecie in questione può considerarsi
“riconvenzionale” la domanda di addebito della convenuta, nonché quella di determinare l’importo
di un assegno da porre a carico del marito a titolo di contributo al mantenimento suo e dei figli
minori, oltre al pagamento delle spese straordinarie relative ai bambini); 3) l’art. 8 prevede
espressamente che le autorità giurisdizionali di uno Stato membro sono competenti per le domande
relative alla responsabilità genitoriale su un minore, se il minore risiede “abitualmente” in quello
Stato membro alla data in cui sono aditi (e nella specie non vi è dubbio che i minori _____ siano
residenti abitualmente in San Lorenzo De El Escorial, ove la loro residenza è stata trasferita con il
consenso paterno dal 25.8.2016); 4) l’art. 9 prevede la ultrattività della competenza (dello Stato)
della precedente residenza abituale, solo per un periodo di tre mesi dal trasferimento, e con
riferimento esclusivo alle decisioni sul diritto di visita (con conseguente inapplicabilità della
competenza dell’autorità giudiziaria italiana in tema di affidamento dei figli minori che non si
trovano sul territorio dello Stato); 5) l’art. 12 chiarisce che la competenza del Tribunale adito ex art.
3 del citato Regolamento (quello genovese) a decidere sulla separazione personale dei coniugi si
estende alle domande “collegate” in materia di responsabilità genitoriale se “almeno uno dei
coniugi esercita la responsabilità genitoriale sul figlio” (presupposto certamente esistente nel caso in
esame), e se “la competenza giurisdizionale di tale autorità è stata accettata espressamente o in
qualsiasi altro modo univoco dai coniugi e dai titolari della responsabilità genitoriale alla data in cui
le autorità giurisdizionali sono adite” (requisito che nella specie non sussiste avendo la convenuta
eccepito la incompetenza di questo Ufficio), “ed è conforme all’interesse del minore” (con la
precisazione che, nella specie, non pare conforme all’interesse del minore essere giudicato da un
Tribunale in relazione al quale non è possibile esercitare il “criterio di vicinanza”, non avendo al
momento questo Presidente alcuna possibilità di un contatto diretto con i figli dei coniugi);
ritenuto che, ad avviso di chi scrive, la semplice enunciazione di tali lineari principi rende palese il
motivo per cui questo Tribunale non può essere competente ad assumere decisioni in punto
affidamento dei minori ed esercizio in concreto della responsabilità genitoriale e, del resto, a
supporto delle affermazioni che precedono vi è la giurisprudenza della Suprema Corte indicata dalla
convenuta (si v., in particolare, Cass. SS.UU. 7 settembre 2016, n. 17676, con riguardo ad una
fattispecie simile in cui la giurisdizione in tema di separazione è stata attribuita al giudice italiano,
mentre al giudice inglese è stata riconosciuta quella in tema di responsabilità genitoriale essendo i
figli stabilmente residenti nel Regno Unito; Cass. SS.UU., 10 febbraio 2017, n. 3555, riguardante
analoga vicenda in cui i figli minori erano stabilmente residenti in territorio spagnolo);
ritenuto, del resto, che al di là della drammatica vicenda umana che ha per protagonista il piccolo
M_____ (sulla quale brevemente si tornerà nel prosieguo), non c’è dubbio che a distanza di quasi
nove mesi dal trasferimento dei due bambini in Spagna, la città di San Lorenzo sia divenuta per loro
il centro della vita di relazione, con specifico riferimento all’ambiente sociale (in particolare
scolastico) e familiare (essendo, per le ragioni esposte, la madre l’unico genitore di riferimento),
con la conseguenza che un eventuale rientro in Italia (davvero improponibile al momento) potrebbe
avere effetti altamente negativi specie per quanto concerne il primogenito;
ritenuto, ancora, che, anche volendo prescindere (il che ovviamente non è possibile) dai citati
riferimenti normativi e dai chiari insegnamenti della Suprema Corte, venendo alla richiesta
preliminare formalizzata dalla parte ricorrente, resta il fatto che non si comprende come un CTU
eventualmente nominato da un giudice italiano potrebbe espletare in Spagna accertamenti di natura
peritale che, a fronte di una (inevitabile) mancata collaborazione da parte della convenuta,
richiederebbero l’utilizzo di operatori del servizio sociale spagnolo (di cui il consulente tecnico non
potrebbe disporre), se non addirittura della forza pubblica;
ritenuto che, in una situazione problematica come quella in esame, sarebbe certamente auspicabile
un’intesa tra i genitori (sostenuta dai rispettivi legali) volta ad individuare un esperto psicologo (o
un collegio di esperti), inevitabilmente da reperire sul territorio spagnolo, di fiducia di entrambi i
coniugi, in grado di approfondire la condizione dei due bambini e la possibilità per il padre di
mantenere con loro un legame che (fatta l’esistenza di elementi ostativi) consenta di non vanificare
il diritto alla bigenitorialità che riguarda i figli prima ancora che il genitore;
ritenuto, tuttavia, che una realistica considerazione della situazione data non consente di considerare
realizzabile un percorso quale quello che si è sopra ipotizzato, motivo per cui, nella difficilissima
situazione in cui versa il signor M____ non resta al predetto che adire l’autorità giudiziaria spagnola
territorialmente e funzionalmente competente (vale a dire il Tribunale per i minorenni, che dovrebbe
avere sede in Madrid), affinché siano assunti da parte dei giudici competenti le migliori decisioni a
tutela dell’interesse dei bambini, essendo evidente che non può certamente essere la madre
(pesantemente coinvolta in un conflitto coniugale che la vede protagonista) a decidere se il padre
possa o non possa vedere i propri figli;
ritenuto che, a completamento di quanto sopra si è venuti esponendo, resta ancora da dire che,
anche laddove M___ non avesse subito alcun abuso da parte del padre (come è auspicabile da parte
di tutti), resta il fatto che per le dichiarazioni che egli ha reso e per le esperienze (familiari, prima, e
giudiziarie poi) che ha subito, non c’è dubbio che egli abbia, comunque, riportato un grave trauma
(che, indirettamente, non può che essersi riverberato sul secondogenito), motivo per cui è opinione
di questo giudicante che entrambi i minori debbano essere sottoposti ad accertamenti da un punto di
vista psicologico, cui verosimilmente dovranno seguire interventi terapeutici prolungati nel tempo;
ritenuto che, quanto ai provvedimenti da assumere, non v’è dubbio che i coniugi debbano
formalmente essere autorizzati a vivere separati;
ritenuto, quanto agli aspetti economici, che non sussistono i presupposti per un contributo
economico a favore della moglie (nei riguardi della quale, nella pregressa sede consensuale, era
stata prevista una somma meramente simbolica) da parte del marito, trattandosi di una donna che è
dotata di sicura capacità lavorativa, la quale ha esplicitamente giustificato il suo trasferimento in
terra spagnola (anche) per via della affermata possibilità di trovare in tale nazione molte e più
convenienti occasioni di lavoro rispetto a quelle che avrebbe potuto reperire in Italia (né può
trascurarsi, da un lato, il fatto che, come è stato riconosciuto, la signora L_____ ha affrontato il
trasferimento in Spagna contando sull’aiuto anche economico della propria famiglia di origine, e,
dall’altro, che la necessità per il ricorrente di doversi spostare sino a San Lorenzo per incontrare i
figli comporta per lui esborsi economici non lievi);
ritenuto, quanto ai figli, che, essendosi il signor M_____ impegnato ad un assegno pari ad euro
500,00 per ciascuno di essi in sede di separazione consensuale, in questa fase appare possibile
disporre che egli versi, a titolo di contributo al mantenimento dei due bambini, la somma
complessiva di euro 800,00 mensili (ridotta, rispetto ai precedenti accordi di separazioen, per via
delle menzionate spese supplementari che egli dovrà sostenere per incontrare i figli), cui dovrà
aggiungersi il contributo nella misura del 50% alle eventuali spese straordinarie (si v. sul punto in
ordine all’orientamento giurisprudenziale di questo Ufficio il verbale di riunione della IV Sezione
civile in data 15.9.2017, reperibile anche on line), previa esibizione da parte della moglie dei
giustificativi di spesa;
ritenuto che, fatti salvi possibili sviluppi istruttori, la circostanza che l’importo dell’assegno a
favore dei figli appaia sovradimensionato rispetto alla formali risultanze fiscali in atti, è
esclusivamente indice del fatto che (anche per le ragioni indicate dal ricorrente nel più recente
verbale di udienza), queste ultime (risultanze) non possono avere valore vincolante per il Tribunale
per quanto concerne le decisioni in materia di mantenimento.
P.Q.M.
fermi restando i provvedimenti provvisori esplicitati nella parte motiva del presente provvedimento
che devono qui essere integralmente richiamati;
rimette le parti avanti al Giudice Istruttore designando per l’udienza del 28.9.2017 alle ore 10.30, ai
fini della prosecuzione della causa, stabilendo per la parte ricorrente termine di gg. 45 prima
dell’udienza per il deposito in cancelleria di memoria integrativa, che deve avere il contenuto di cui
all’art. 163, 3° comma nn., 2, 3, 4, 5, 6 c.p.c., e per la parte convenuta termine di gg. 20 prima
dell’udienza per la costituzione in giudizio ai sensi dell’art. 166, comma 1 e 2 c.p.c., nonché per la
proposizione di eventuali eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio, con avvertenza
per il suddetto convenuto che la costituzione oltre suddetto termine implica le decadenze di cui
all’art. 167 c.p.c. e che, oltre tale termine, non potranno essere più proposte le eccezioni processuali
e di merito non rilevabili d’ufficio.
Manda alla Cancelleria per la comunicazione del presente provvedimento alle parti e al P.M..
Genova, 28 maggio 2017.
Il Presidente
Francesco Mazza Galanti