Appello avverso le sentenze di divorzio e separazione. Ammesse le produzioni documentali fino all’udienza di precisazione delle conclusioni

Cass. Civ., sez. I, ord. 19 novembre 2021, n. 35706 – Pres. Acierno, Cons. Rel. Scalia
CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 5018/2018 proposto da:
S.M., elettivamente domiciliata in Roma, Via Circonvallazione Clodia, 145/A presso lo studio
dell’Avvocato Alberto Bonu, che la rappresenta e difende con l’Avvocato Pierluigi Micucci, per
procura speciale in calce al ricorso;
– ricorrente –
contro
C.C., elettivamente domiciliato in Roma, Via Flaminia, 71, presso lo studio dell’Avvocato Walter
Feliciani, e rappresentato e difeso dall’Avvocato Riccardo Leonardi, per procura speciale in calce al
controricorso;
– controricorrente –
avverso la sentenza della CORTE D’APPELLO di ANCONA, n. 1742 del 2017, depositata il
22/11/2017;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 14/10/2021 dal Cons. Dott. Laura
Scalia.
Svolgimento del processo
1. La signora S.M. ricorre con tre motivi per la cassazione della sentenza in epigrafe indicata con cui
la Corte di appello di Ancona, in accoglimento dell’impugnazione proposta dall’ex coniuge, C.C., ed
in parziale riforma della sentenza di primo grado – emessa dal Tribunale di Ancona che,
nell’introdotto giudizio di scioglimento del matrimonio contratto tra le parti, aveva riconosciuto alla
signora S. un assegno mensile di Euro 1.500,00 -, ha respinto la domanda riconvenzionale della
ricorrente di accertamento del diritto ad un assegno divorzile nella misura di Euro 4.000,00 mensili
con decorrenza dalla domanda, e, per l’effetto, rigettato l’appello incidentale.
La Corte territoriale ritenuta l’ammissibilità dei nuovi documenti prodotti nel giudizio camerale di
appello, celebrato nelle forme proprie dei giudizi in materia di separazione e divorzio, ed apprezzato
quanto prodotto nel grado dall’appellante, ha concluso, nell’accertata autosufficienza economica
dell’appellata, signora S., per l’insussistenza del suo diritto a percepire l’assegno divorzile.
La Corte di merito ha, nel resto, ritenuto non rilevante, al fine del disconoscimento dell’indicata
posta, la produzione della relazione investigativa attestante l’esistenza di una relazione della
richiedente l’assegno con un terzo.
2. Resiste con controricorso C.C..
La ricorrente ha depositato memoria ex art. 380-bis 1 c.p.c..
Motivi della decisione
1. Con il primo motivo la ricorrente fa valere la nullità dell’impugnata sentenza e/o del procedimento
per violazione dell’art. 167 c.p.c., art. 183 c.p.c., comma 6 e art. 345 c.p.c., comma 3, in relazione all’art.
360 c.p.c., comma 1, n. 4, per avere la Corte d’appello ritenuto utilizzabili, ai fini della decisione, i
nuovi documenti allegati nel giudizio di secondo grado.
Il rito camerale previsto per l’appello nei giudizi in materia di separazione e divorzio non può
derogare ai principi propri del rito ordinario, consentendo di sanare decadenze processuali in cui le
parti siano incorse nella prima fase del giudizio.
Poichè le vicende descritte dai prodotti documenti si erano verificate dopo la scadenza dei termini
concessi dal giudice alle parti ex art. 183 c.p.c., comma 6, ma prima della fase di precisazione delle
conclusioni, controparte avrebbe dovuto chiedere al tribunale di essere rimessa in termini e quindi
autorizzata a produrre tutta la documentazione, attinente alle società C. Srl e C.R. di C.R. S.n.c. ed
ai rapporti intercorrenti tra le due aziende, ritenuti rilevanti nell’impugnata sentenza, per ricostruire
i redditi dell’ex coniuge, richiedente l’assegno, e la sua autosufficienza economica.
Alcuni documenti, poi, erano in possesso della parte sin dal primo grado di giudizio all’interno del
quale, pertanto, dovevano essere prodotti, non sussistendo impedimenti in tal senso.
2. Con il secondo motivo la ricorrente fa valere la violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del
1970, art. 5, comma 6, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
La Corte di appello aveva negato alla ricorrente il diritto all’assegno sul presupposto della sua
autosufficienza economica senza valutare l’adeguatezza dei mezzi e l’impossibilità di procurarseli
per ragioni oggettive, in relazione al tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio.
Separazione e divorzio sono aspetti giuridici della medesima crisi coniugale e vanno trattati al
medesimo modo non potendo il giudizio sulla indipendenza economica, richiesto dalla più recente
giurisprudenza di legittimità, rendere lettera morta la previsione contenuta nella norma sul
contributo dato dagli ex coniugi alla conduzione familiare, la formazione del reddito comune e di
ciascuno in rapporto alla durata del matrimonio.
3. Con il terzo motivo la ricorrente fa valere la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione
all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per travisamento della prova ed omesso esame di fatto decisivo del
giudizio, oggetto di discussione tra le parti.
In difetto dell’individuazione da parte della giurisprudenza, dopo la sentenza della Corte di
cassazione n. 11504 del 2017, di un reddito di riferimento per stabilire l’autosufficienza economica
dell’ex coniuge, il criterio di valutazione doveva ritenersi integrato, in concreto, nel reddito medio
goduto dalla classe economico-sociale di appartenenza degli ex coniugi. I mezzi adeguati per vivere
autonomamente non possono che essere rapportati alla condizione sociale ed economica delle parti,
ai loro redditi ed al tenore di vita, passato ed attuale, nella finalità di riequilibrare le fortune
economiche dei coniugi.
La Corte non si era attenuta al criterio ed aveva travisato la documentazione prodotta in atti non
valutando l’età non più giovane della donna, di anni 46, e la sua incapacità di reperire una nuova
occupazione destinata a garantirle un’esistenza decorosa.
Quanto ricavato dalla cessione delle quote sociali era stato impiegato per far fronte ai bisogni primari
e, una volta evitato il fallimento di una delle società, di cui era stata titolare, la ricorrente era alla
ricerca di nuova occupazione ostacolata dall’età, nel rapporto con il contesto di appartenenza, e dalla
grave crisi del settore dell’abbigliamento.
Quanto statuito poi dalle parti in sede di separazione, in cui i coniugi davano atto di essere entrambi
muniti di adeguato reddito, non poteva valere, di contro a quanto ritenuto dalla Corte territoriale,
che era così incorsa in violazione dell’art. 116 c.p.c., a sostenere l’esclusione dell’assegno divorzile
nella diversità dei due istituti.
4. Il controricorrente ha eccepito l’improcedibilità/inammissibilità del ricorso per inosservanza del
protocollo del 17 dicembre 2015 e ancora l’improcedibilità del ricorso per omessa produzione di atti
e documenti ex art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4.
5. In via preliminare vanno scrutinate le eccezioni di inammissibilità di improcedibilità del ricorso
sollevate dal controricorrente; esse sono infondate.
Come da questa Corte già affermato, con principio qui condiviso nella condivisibile sua
ragionevolezza, “il protocollo d’intesa fra la Corte di cassazione e il Consiglio nazionale forense non
può radicare, di per sè, sanzioni processuali di nullità, improcedibilità o inammissibilità che non
trovino anche idonea giustificazione nelle regole del codice di rito. Ne consegue che non può essere
considerato improcedibile il ricorso ove il ricorrente non abbia provveduto alla formazione di
apposito fascicoletto contenente gli atti e i documenti sui quali il ricorso si fonda, atteso che l’onere
del ricorrente di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, come modificato dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art.
7 è soddisfatto, sulla base del principio di strumentalità delle forme processuali, anche mediante la
produzione del fascicolo di parte del giudizio di merito, mentre per gli atti e i documenti del
fascicolo d’ufficio, è sufficiente il deposito della richiesta di trasmissione del fascicolo presentata alla
cancelleria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata, ferma in ogni caso, l’esigenza di
specifica indicazione, a pena di inammissibilità ex art. 366 c.p.c., n. 6, degli atti, dei documenti e dei
dati necessari al reperimento degli stessi” (Cass. 29/07/2021, n. 21831; vd., Cass. 24/04/2018, n. 10112,
massimata su altro, p. 8 motivazione).
6. Nel resto.
6.1. Il primo motivo è infondato.
Il rito camerale previsto per l’appello avverso le sentenze di divorzio e separazione personale (L. n.
898 del 1970, ex art. 4, comma 15), essendo caratterizzato dalla sommarietà della cognizione e dalla
semplicità delle forme, esclude la piena applicabilità delle norme del rito ordinario (Cass. 1179/2006;
Cass. 6094/2018) con conseguente ammissibilità di una produzione documentale fino all’udienza di
precisazione delle conclusioni purchè sia garantito il contraddittorio e quindi il diritto dell’altra parte
ad interloquire sulla tardiva produzione documentale (da ultimo massimata, sul punto: Cass.
30/11/2020, n. 27234; ex multis, ancora: Cass. 13/04/2012, n. 5876; Cass. 11319/2005; Cass. 8547/2003;
vd. Cass. 6094/2018).
L’affermazione, pacifica nelle conclusioni di questa Corte, merita di trovare continuità applicativa
nel mancato efficace contrasto con il proposto ricorso.
6.2. Per l’indicato orientamento nei giudizi di separazione o divorzio vanno distinte due fasi
autonome: l’una, relativa al primo grado di giudizio, governata dalle preclusioni dettate dal rito
ordinario quanto alla definizione del tema di decisione e prova; l’altra, propria dell’appello,
sommaria nella cognizione e semplificata nelle forme ex art. 737 c.c. che resta governata dal rispetto
del fondamentale principio del contraddittorio.
La tardività delle produzioni documentali nel giudizio di appello svoltosi in materia di separazione
e divorzio nelle forme cameralizzate non deriva, pertanto, dalla inosservanza dei termini di
decadenza maturati in primo grado, ma dalla violazione del termine che il giudice di appello abbia
concesso alle parti per l’indicato incombente, la cui inosservanza è, comunque ed in ogni caso, di
impedimento all’ammissibilità della produzione solo là dove controparte che ne abbia eccepito la
tardività, non abbia potuto interloquire sui contenuti della produzione.
Le produzioni documentali, curate in appello da C.C. (documentazione relativa alla C. s.r.l., alla C.R.
di C.R. S.n.c. ed ai rapporti tra le due aziende; estratto registro imprese; relazione investigativa) dopo
i termini previsti in primo grado per la definizione del tema di prova, non hanno ragione per essere
escluse in appello una volta assoggettate al regime destinato a valere nel grado e quindi, in
mancanza di contestazioni, portate dalla parte che censuri la produzione, in punto di
contraddittorio, non venendo peraltro neppure adombrata l’inosservanza di un termine concesso a
tal fine dal giudice di appello.
5. Il secondo motivo ed il terzo, da trattarsi congiuntamente perchè connessi, sono invece fondati.
L’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge ha natura assistenziale, ma anche perequativo-
compensativa, discendente direttamente dal principio costituzionale di solidarietà, che conduce al
riconoscimento di un contributo volto non a conseguire l’autosufficienza economica del richiedente
sulla base di un parametro astratto, bensì un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella
vita familiare in concreto, tenendo conto in particolare delle aspettative professionali sacrificate,
fermo restando che la funzione equilibratrice non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita
endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge
economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale
degli ex coniugi (Cass. 28/02/2020, n. 5603; Cass. SU 11/07/2018, n. 18287).
6. La ricorrente ha dedotto sul proprio ruolo all’interno della famiglia e sulla correlazione tra il primo
ed il riconoscimento dell’assegno divorzile in forza del nuovo criterio che coniuga sperequazioni
reddituali, con ruoli e rinunce operate dal richiedente, per scelte condivise con l’altro coniuge,
durante ed a causa della vita matrimoniale.
7. La Corte dorica non si è attenuta all’indicato principio ed in accoglimento dei motivi la sentenza
va cassata con rinvio della causa alla Corte d’Appello di Ancona, in altra composizione, anche per
le spese del giudizio di legittimità.
Si dispone che ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 siano omessi le generalità e gli altri dati
identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento.
P.Q.M.
La Corte, rigetta il primo motivo di ricorso e accolti i restanti, nei sensi di cui in motivazione, cassa
la sentenza impugnata e rinvia la causa davanti la Corte d’appello di Ancona, in diversa
composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.
Dispone che ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 siano omessi le generalità e gli altri dati
identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento.