Separazione e divorzio. L’appello è trattato e deciso in camera di consiglio

Cass. Civ., Sez. VI – 1, Ord., 10 novembre 2021, n. 33175

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA CIVILE
SOTTOSEZIONE 1

ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 29611-2020 proposto da:
C.C., elettivamente domiciliato presso la cancelleria della CORTE DI CASSAZIONE, PIAZZA
CAVOUR, ROMA, rappresentato e difeso dall’avvocato A. M.;
– ricorrente –
contro
A.K.N., elettivamente domiciliata presso la cancelleria della CORTE DI CASSAZIONE, PIAZZA
CAVOUR, ROMA, rappresentata e difesa dall’avvocato M. C.;
– controricorrente –
avverso la sentenza n. 150/2020 della CORTE D’APPELLO di TRENTO, depositata il 13/07/2020;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 09/06/2021 dal
Consigliere Relatore Dott. MAURO DI MARZIO.

Svolgimento del processo
Che:

1. – C.C. ricorre per un mezzo, nei confronti di A.K.N., contro la sentenza del 13 luglio 2020 con cui
la Corte d’appello di Trento, provvedendo in parziale riforma della sentenza resa tra le parti dal
locale Tribunale, ha disposto l’assegnazione alla A.K. della casa coniugale nella sua interezza, ivi
compreso il solaio posto al piano sottotetto, disponendone il rilascio da parte del C. e regolando le
spese di lite.

2. – A.K.N. resiste con controricorso e deposita memoria illustrativa.

Motivi della decisione
Che:

3. – L’unico mezzo denuncia nullità della sentenza per violazione dell’art. 24 Cost., comma 2, e
dell’art. 111 Cost., comma 2, nonchè 101 c.p.c., dolendosi del fatto che la Corte d’appello, dopo aver
disposto la trattazione scritta della causa, ed avere assegnato termine per note scritte, aggiungendo
che avrebbero potuto essere previsti “se espressamente richiesti, termini per una breve sintetica
illustrazione e per le repliche”, aveva poi deciso l’appello senza assegnare detti ultimi termini,
quantunque richiesti.

Ritenuto che:

4. – Il ricorso è manifestamente infondato.
Occorre premettere che il giudizio svoltosi tra le parti ha avuto ad oggetto la domanda di
separazione coniugale proposta dalla A.K. con addebito al C., domanda accolta dal Tribunale, che
ha inoltre affidato il figlio della coppia ad entrambi i genitori con collocazione presso la madre,
assegnato la casa familiare a quest’ultima, fatta eccezione per il solaio al piano sottotetto, regolato il
diritto di visita e disposto in ordine all’obbligo di mantenimento del figlio.
Proposto appello dal C., la Corte d’appello di Trento, in esito alla comparizione delle parti, disposti
alcuni rinvii per tentare la conciliazione, non perfezionatasi, ha disposta la trattazione scritta del
procedimento, già fissato per la decisione all’udienza del 18 giugno 2020. La Corte d’appello, in
particolare, ha disposto la trattazione scritta dell’udienza fissata al 18 giugno 2020, invitando le parti
a depositare note scritte contenenti le loro argomentate richieste e stabilendo che essa Corte potesse
assegnare, se espressamente richiesti, termini per una breve e sintetica illustrazione e per le repliche,
con successiva decisione all’esito dei termini eventualmente concessi.
Secondo il ricorrente, dunque, non avendo la Corte d’appello assegnato i termini per memorie, che
pure egli aveva richiesto, avrebbe cagionato una lesione del contraddittorio, tale da determinare la
denunciata nullità della sentenza impugnata.
La tesi non può però essere condivisa.
Alla data dell’adozione del provvedimento con cui la Corte d’appello ha disposto la trattazione
scritta dell’udienza già fissata al 18 giugno 2020 era in vigore il D.L. 17 marzo 2020, n. 18, art. 83,
convertito in L. 24 aprile 2020, n. 27, nel testo che, al comma 7, lett. h), assegnava ai capi degli uffici
giudiziari la facoltà di adottare, tra le altre misure, quella dello “svolgimento delle udienze civili che
non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori delle parti mediante lo scambio e il
deposito in telematico di note scritte contenenti le sole istanze e conclusioni, e la successiva adozione
fuori udienza del provvedimento del giudice”.
Dopodichè non ha inciso su detta previsione il D.L. 19 maggio 2020, n. 34, art. 221, cosiddetto
“Decreto rilancio”, mentre vi ha inciso la legge di conversione di tale decreto-legge, ossia la L. 17
luglio 2020, n. 77, stabilendo all’art. 221, comma 4 (in vigore dal 29 ottobre 2020) quanto segue: “Il
giudice può disporre che le udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai
difensori delle parti siano sostituite dal deposito telematico di note scritte contenenti le sole istante
e conclusioni. Il giudice comunica alle parti almeno trenta giorni prima della data fissata per
l’udienza che la stessa è sostituita dallo scambio di note scritte e assegna alle parti un termine fino a
cinque giorni prima della predetta data per il deposito delle note scritte. Ciascuna delle parti può
presentare istanza di trattazione orale entro cinque giorni dalla comunicazione del provvedimento.
Il giudice provvede entro i successivi cinque giorni. Se nessuna delle parli effettua il deposito
telematico di note scritte, il giudice provvede ai sensi dell’art. 181 c.p.c., comma 1”.

Ora, nè la prima nè la seconda disposizione, che precisa ed integra la prima, definendo le modalità
operative della trattazione scritta, sempre nella medesima direzione, manifesta un qualche intento
di incidere sulla fase decisoria del processo civile, nelle sue diverse forme: il legislatore, cioè, allo
scopo di contrastare la pandemia, ha adottato una previsione diretta a ridurre l’accesso presso gli
uffici giudiziari, sostituendo lo svolgimento dell’udienza, siccome regolata dagli artt. 127 e ss. c.p.c.,
con la trattazione scritta, o, come pure viene detto, udienza figurata, destinata a svolgersi – in una
prospettiva che, solo in senso assai lato, ha un suo antecedente nell’art. 83 bis delle disposizioni di
attuazione del c.p.c. – mediante il deposito “di note scritte contenenti le sole istanze e conclusioni”, e
cioè, in buona sostanza, di note nelle quali i difensori delle parti hanno occasione di mettere per
iscritto ciò che avrebbero esposto oralmente in udienza e che sarebbe stato raccolto con la
verbalizzazione. Congegno di sostituzione, quello descritto, che il legislatore ha poi esplicitato,
stabilendo, come si è detto, che il giudice può per l’appunto “disporre che le udienze civili… siano
sostituite dal deposito telematico di note scritte”.
Ergo:
– ) la regola rimane quella dell’udienza, che si svolge se il giudice nulla ha disposto, ovvero, nel
vigore della seconda disposizione, se, disposta la trattazione scritta, una delle parti ha fatto istanza
di trattazione orale, nel qual caso non sembra residui alcun potere del giudice di respingere l’istanza;
– ) l’eccezione diviene quella della trattazione scritta in luogo dell’udienza, ove il giudice abbia così
disposto;
– ) la fase decisoria non è attinta dalla trattazione scritta.
E’ allora evidente che l’individuazione della -disciplina posta a regolare la fase decisoria va effettuata
in applicazione delle regole ordinarie, sulle quali non impatta la previsione della trattazione scritta,
di cui poc’anzi si è dato conto. Così, ad esempio, ove si versi in ipotesi di appello celebrato secondo
il rito ordinario di cui all’art. 352 c.p.c., il giudice d’appello, ottenuto il deposito delle note di cui si è
detto, adotterà il provvedimento di assegnazione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c., esattamente
come avrebbe fatto se l’udienza si fosse celebrata.
Certo, la norma non manca di suscitare alcuni problemi interpretativi e di coordinamento, talora con
ricadute pratico-operative non irrilevanti: e così, ad esempio, può presentarsi il quesito della
compatibilità della trattazione scritta in ipotesi di decisione della causa secondo il modulo dell’art.
281 sexies c.p.c., in forza del quale il giudice “può ordinare la discussione orale della causa nella
stessa udienza o, su istanza di parte, in un’udienza successiva e pronunciare sentenza al termine
della discussione, dando lettura del dispositivo e della concisa esposizione delle ragioni di fatto e di
diritto della decisione”; ovvero ai sensi degli artt. 429-437 c.p.c., nel qual caso il giudice, esaurita la
discussione orale, pronuncia sentenza dando lettura del dispositivo, e, secondo la nota disciplina,
della motivazione; potrebbe difatti sostenersi che il giudice, nel provvedere per la trattazione scritta,
possa assegnare alle parti un termine per memorie tese a sostituire la discussione orale: ma, a parte
il fatto che la disciplina della trattazione scritta prevede, come si è detto, il deposito “di note scritte
contenenti le sole istanze e conclusioni”, il fatto è che la compatibilità tra la trattazione scritta e tali
moduli decisori è da escludersi sol che si consideri che la sostituzione dell’udienza destinata alla
discussione orale della causa, con la trattazione scritta, non comporterebbe la mera sostituzione
dell’udienza nei termini prima descritti, ma impatterebbe pesantemente sulla fase decisoria,
determinando un radicale stravolgimento di essa, giacchè – indipendentemente da ogni altra
considerazione – impedirebbe l’osservanza di un adempimento essenziale, quale la lettura del
dispositivo e della motivazione alla presenza, se vogliono, delle parti, senza che possa attribuirsi un
particolare peso all’eliminazione – tra la prima e la seconda stesura della norma – dell’inciso
concernente la “successiva adozione fuori udienza del provvedimento del giudice”.
Per aggirare un simile ostacolo occorrerebbe reputare che le parti, con il depositare le note scritte
previste dalla norma, omettendo di chiedere la fissazione dell’udienza “in presenza”, abbiano inteso
in tal modo preventivamente rinunciare a far valere la nullità derivante dell’omissione della lettura
del dispositivo e eventualmente della motivazione: ma non sembra che detta nullità – se si tiene
conto della severità della giurisprudenza di questa Corte in ordine al rilievo della lettura: v. per il
rito del lavoro ex multis, Cass. 28 novembre 2014, n. 25305; Cass. 8 giugno 2009, n. 13165 – sia nella
disponibilità delle parti, tanto più se si consideri il rilievo della lettura del dispositivo e della
motivazione ai fini del decorso del termine “lungo” (da ult. Cass. 11 febbraio 2021, n. 3394); oppure
occorrerebbe reputare che, nel caso di applicazione delle regole del processo telematico, il deposito
telematico della sentenza all’esito dell'”udienza figurata”, sia in buona sostanza equipollente alla
lettura della sentenza: il che avrebbe una sua realistica plausibilità (anche in considerazione del fatto
che, in via di prassi, la lettura per esteso della sentenza non sembra possa dirsi osservata senza
eccezione alcuna), se non fosse che il deposito telematico della sentenza da parte del giudice non la
rende visibile alle parti, se non all’esito dei necessari adempimenti di cancelleria.
Nel nostro caso, però, non si versa in ipotesi di decisione all’esito di discussione orale, e neppure di
decisione all’esito dello scambio di conclusionali e repliche. Non ha difatti bisogno di essere
rammentato che l’appello avverso la sentenza di separazione personale dei coniugi o di divorzio,
per espressa previsione di legge (L. n. 74 del 1987, art. 23 e della L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 15),
è trattato e deciso in camera di consiglio, il che comporta che l’intero giudizio di impugnazione sia
regolato dal rito camerale (Cass. 10 gennaio 2019, n. 403; Cass. 13 ottobre 2011, n. 21161) Il giudizio
era dunque sottoposto al rito camerale: e, per conseguenza, non prevedeva l’assegnazione dei
termini per conclusionali e repliche ai sensi dell’art. 190 c.p.c., in ossequio al ribadito principio
secondo cui i procedimenti camerali contenziosi, fermo il rispetto del principio del contraddittorio,
sono caratterizzati da particolare celerità e semplicità di forme, sicchè con essi sono incompatibili le
disposizioni che regolano la fase decisoria nel processo ordinario di cognizione e, segnatamente,
quelle di cui agli artt. 189 e 190 c.p.c. (Cass. 30 dicembre 2015, n. 26200; Cass. 12 gennaio 2007, n.
565). Di guisa che il richiamo fatto dal ricorrente a giurisprudenza di questa Corte concernente
l’omessa assegnazione dei termini di cui al cit. art. 190 (questione peraltro al momento rimessa alle
Sezioni Unite) non è pertinente. Nè, d’altro canto, è previsto che nel rito camerale, ex art. 737 e ss.
c.p.c., la decisione debba essere pronunciata all’esito della discussione orale, o comunque all’esito
del deposito di scritti difensivi finali.

Sicchè, il giudice ben poteva disporre la sostituzione dell’udienza del 18 giugno 2020 con la
trattazione scritta, pronunciando all’esito sentenza, come ha poi fatto.

Nè rileva alcunchè la circostanza che la Corte d’appello, nel disporre la trattazione scritta, si fosse
tuttavia riservata la facoltà, non contemplata dalla norma, di assegnare, eventualmente, un termine
per memorie illustrative e repliche, su istanza di parte: si può discutere se in tale frangente un
termine per memorie potesse essere dato, avuto riguardo alla già operata constatazione che la norma
sulla trattazione scritta discorre di deposito “di note scritte contenenti le sole istanze e conclusioni”,
ma certo è che, ove pure il giudice avesse legittimamente ipotizzato l’esercizio di una facoltà di
concessione di un termine per memorie, ciò non gli imponeva poi di assegnarlo necessariamente.

E dunque non ricorre la nullità per violazione del contraddittorio lamentata dal ricorrente.

5. – Le spese del giudizio di legittimità si compensano per novità della questione. Sussistono i
presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato dovuto.

P.Q.M.
rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di legittimità, dando atto, ai sensi del D.P.R. n. 115
del 2002, art. 13, comma 1 quater, che sussistono i presupposti per il versamento, a carico della parte
ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a
norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificati, a
norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.