Sull’assenza di comportamenti di dissenso ai rapporti sessuali da parte della moglie

Cass. Pen., Sez. III, Sent., 29 settembre 2021, n. 35676
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. MARINI Luigi – Presidente –
Dott. DI NICOLA Vito – Consigliere –
Dott. SOCCI Angelo Matteo – Consigliere –
Dott. CERRONI Claudio – Consigliere –
Dott. AMOROSO Maria C. – rel. Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
M.C., nato a (OMISSIS);
avverso la sentenza del 18/06/2020 della Corte d’appello di Trieste;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere AMOROSO MARIA CRISTINA;
udita la requisitoria del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
ANGELILLIS Ciro, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso;
udito il difensore avv. F. S., anche in sostituzione, con delega orale dell’avv. M.G., che chiede
l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo
1. Con sentenza del 06/12/2018, il Tribunale di Gorizia ha dichiarato M.C. responsabile dei reati a lui
ascritti di cui agli artt. 572, 612, e 609 bis c.p., commessi ai danni della moglie, condannandolo alla
pena di anni 11 di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali e dichiarandolo interdetto in
perpetuo dai pubblici uffici.
2. Il presente ricorso è stato presentato avverso la decisione della Corte d’appello di Trieste che ha
confermato la sentenza di primo grado.
3. Nel primo e nel secondo motivo d’impugnazione si lamenta l’erronea applicazione della legge
penale in relazione all’art. 609 – bis c.p., e l’inesistenza della motivazione in punto di elemento
psicologico del reato.
In primo luogo, il ricorrente si duole della circostanza che il giudice di merito abbia ritenuto integrati
di estremi oggettivi del reato contestato pur in assenza di comportamenti di dissenso ai rapporti
sessuali da parte della vittima.
In proposito si è evidenziato che la stessa persona offesa avrebbe chiarito che sebbene inizialmente
non entusiasta delle proposte intime rivoltele dal marito poi vi accondiscendeva senza alcuna
costrizione ed in maniera volontaria.
In secondo luogo, in maniera collegata e conseguente, il ricorrente si duole della riconosciuta
sussistenza dell’elemento soggettivo del reato alla luce di quanto precedentemente esposto.
4. Nel terzo motivo e nel quarto motivo, afferenti al reato di cui all’art. 572 c.p., si contesta la
decisione del giudice di merito relativa al riconoscimento degli elementi oggettivi e soggettivi del
reato di maltrattamenti e l’inesistenza della motivazione in punto di elemento psicologico del reato.
Si lamenta che pur difettando la abitualità delle condotte, essendo stati contestati solo tre distinti
episodi di minaccia ingiurie e percosse commesse dall’imputato in un arco temporale
significativamente lungo, il tribunale abbia ritenuto sussistere il reato contestato e, pertanto, si censura
il riconoscimento dell’elemento soggettivo del reato di maltrattamenti alla luce di quanto appena
esposto.
5. Il quinto motivo di ricorso censura la contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione sotto
il profilo del travisamento della prova.
Il giudice, ad avviso del ricorrente, avrebbe fondato il giudizio di responsabilità per i reati contestati
sulla base di una lettura non accurata delle dichiarazioni testimoniali intendendo che le stesse abbiano
confermato il quadro accusatorio della procura, mentre dalle stesse sarebbe emersa una versione
esattamente contraria dell’accaduto.
6. Da ultimo e in subordine il ricorrente, qualora non si demolisse l’intera ricostruzione accusatoria,
comunque censura il mancato riconoscimento delle circostanze generiche, a suo avviso concedibili
alla luce della risalenza nel tempo dei fatti, della convivenza tuttora esistente tra il M. e la moglie e
della comprovata dissociazione dell’imputato dal sodalizio criminale cui in passato era legato.

Motivi della decisione
1. Il ricorso è inammissibile.
2. I primi cinque motivi di ricorso, esaminabili unitariamente, sono inammissibili.
Pur formalmente deducendo la violazione di legge l’inesistenza di motivazione in punto di elemento
oggettivo e soggettivo dei reati in contestazione, richiamando l’art. 606 c.p.p., lett. b) ed e), e
lamentando la contraddittorietà e la manifesta illogicità della motivazione a seguito di travisamento
della prova, le censure si risolvono, a ben vedere, nella richiesta di una diversa lettura degli elementi
di fatto posti a fondamento della decisione e nell’autonoma scelta di nuovi e diversi criteri di giudizio
in ordine alla ricostruzione e valutazione dei fatti, attività entrambe precluse nel giudizio di
legittimità, non potendo la Corte di cassazione ripetere l’esperienza conoscitiva del giudice del merito,
bensì esclusivamente riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della
decisione impugnata, senza possibilità di verificare l’adeguatezza delle argomentazioni di cui il
giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle
acquisizioni processuali.
3.11 diffuso e argomentato iter motivazionale del giudice, che si presenta logico, coerente e scevro
da contraddizioni dà adeguatamente conto di tutti gli elementi fondanti la condanna dell’imputato.
Esaustivo e immune da vizi è il giudizio reso circa la sussistenza degli elementi oggettivi e soggettivi
dei reati contestati.
La Corte d’appello ha esaminato accuratamente i racconti della vittima formulando il giudizio sulla
sua credibilità intrinseca sulla base della precisione e lucidità del narrato ed ha logicamente e
coerentemente valorizzato le dichiarazioni del teste P., cui la donna aveva confidato le proprie
vicende coniugali, quale riscontro estrinseco dei fatti storici illustrati dalla persona offesa.
Si è, inoltre, soffermata adeguatamente anche sulle ragioni per le quali ha ritenuto maggiormente
credibile quanto dichiarato dalla donna prima del dibattimento individuando logicamente la causa del
contrasto tra le versioni rese nel timore provato dalla donna nei confronti del coniuge con un
ragionamento immune da censure riscontrabili in sede di legittimità.
Quanto al reato di maltrattamenti, la Corte ha rappresentato coerentemente che il giudizio sulla
sussistenza degli elementi oggettivi e soggettivi del reato è stato desunto dalle dichiarazioni della
vittima e dalle dichiarazioni dei testimoni e in parte anche da quanto appurato dagli psicologi; e che
la lettura congiunta dei atti processuali ha indotto a ritenere che sebbene gli episodi di maltrattamenti
descritti nel dettaglio fossero solo tre, la donna era sottoposta a continue minacce e violenze delle
quali l’imputato era perfettamente consapevole.
In relazione alla contestazione di violenza sessuale il collegio coerentemente e logicamente desume
le ragioni per le quali sussistono gli elementi oggettivi e soggettivi del reato; dalle dichiarazioni della
vittima e dalla testimonianza de relato del P. il Collegio, con ragionamento coerente e immune da
censure, evince che la donna era costretta a subire le violenze sessuali del marito alle quali, dopo aver
manifestato invano il suo dissenso, soggiaceva a causa del suo stato di prostrazione e di “sudditanza”
temendo reazioni violente di cui il marito aveva dato prova ogni volta che lo aveva contraddetto anche
in relazione ad episodi futili.
Sul punto va ricordato l’insegnamento di questa Corte secondo cui in tema di violenza sessuale, il
mancato dissenso ai rapporti sessuali con il proprio coniuge, in costanza di convivenza, non ha valore
scriminante quando sia provato che la parte offesa abbia subito tali rapporti per le violenze e le
minacce ripetutamente poste in essere nei suoi confronti, con conseguente compressione della sua
capacità di reazione per timore di conseguenze ancor più pregiudizievoli, dovendo, in tal caso, essere
ritenuta sussistente la piena consapevolezza dell’autore delle violenze del rifiuto, seppur implicito, ai
congiungimenti carnali (C.f.r. Sez. 3 n. 17676 del 14/12/2018 Ud. (dep. 29/04/2019) Rv. 275947 –
01).
4. Manifestamente infondato è anche l’ultimo motivo di ricorso) diretto a contestare la mancata
concessione delle attenuanti generiche.
L’imputato lamenta il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, ma gli elementi
richiamati dalle difese sono stati ampiamente presi in considerazione dalla Corte territoriale, la quale
ha evidenziato come invece la modalità della condotta, la durata e la sua gravità, unitamente ai
precedenti dell’imputato sono ostative alla concessione delle attenuanti richieste.
5. Per le ragioni che precedono, il ricorso va dichiarato inammissibile e il ricorrente deve essere
condannato al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3000,00 da versare alla Cassa
delle Ammende.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al
versamento della somma di Euro 3.000,00 alla Cassa delle Ammende.
Dispone, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2000, n. 196, art. 53, che – a tutela dei diritti o della dignità
degli interessati – sia apposta, a cura della cancelleria, sull’originale della sentenza un’annotazione
volta a precludere, in caso di riproduzione della presente sentenza in qualsiasi forma, l’indicazione
delle generalità e degli altri dati identificativi degli interessi in essa riportati.
Motivazione semplificata