Gelosia e comportamenti ossessivi configurano il reato di stalking

Cass. Pen., Sez. V, sent., 15 giugno 2022, n. 23366 – Pres. Palla, Cons. Rel. Belmonte

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUINTA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. PALLA Stefano – Presidente –
Dott. CATENA Rossella – Consigliere –
Dott. BELMONTE T. Maria – rel. Consigliere –
Dott. CAPUTO Angelo – Consigliere –
Dott. CIRILLO Pierangelo – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
M.R., nato a (OMISSIS);
avverso la sentenza del 30/04/2021 della CORTE di APPELLO di TORNO;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Maria Teresa BELMONTE;
letta la requisitoria del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott.
SERRAO D’AQUINO Pasquale, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.
– Udienza tenutasi ai che sensi del D.L. n. 137 del 28 ottobre 2020, art. 23, comma 8.
Svolgimento del processo
1.Con la sentenza impugnata, la Corte di appello di Torino ha confermato la decisione del G.U.P.
del Tribunale di quella stessa città, che aveva dichiarato M.R. colpevole di atti persecutori ai danni
di A.S., con cui aveva avuto una relazione sentimentale, condannandolo alla pena di giustizia, con
le statuizioni in favore della parte civile.
2.Ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, con il ministero del difensore di fiducia, che svolge
un unico motivo, con il quale denuncia vizi della motivazione nella affermazione di responsabilità.
Sostiene che la sentenza impugnata non ha adeguatamente scrutinato l’evento del reato, omettendo
di replicare alle doglianze dell’appellante, e fornendo una motivazione contraddittoria, laddove ha
individuato nella persona offesa la vittima di atti persecutori, pur dando atto della reciproca
conflittualità e gelosia.
Motivi della decisione
1.II ricorso è inammissibile, vuoi perchè finalizzato a una diversa, quanto inammissibile,
ricostruzione in fatto, sia perchè reiterativo di motivi già proposti dinanzi al giudice dell’appello, e
da questi congruamente vagliati e puntualmente disattesi. Motivi del genere più che specifici, come
richiede l’art. 581 c.p.p., risultano soltanto apparenti, in quanto omettono di assolvere la tipica
funzione di una critica argomentata avverso la sentenza oggetto di ricorso (Sez. U. n. 8825 del
27/10/2016, dep. 2017, Galtelli, Rv. 268822; conf. Sez. 2, n. 42046 del 17/07/2019 Rv. 277710). La
mancanza di specificità del motivo, invero, deve essere apprezzata non solo per la sua genericità,
come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla
decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare
le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di a-specificità, conducente, a mente
dell’art. 591 c.p.p., comma 1 lett. c) all’inammissibilità (ex plurimis, Sez. 5, n. 28011 del 15/02/2013,
Rv. 255568; Sez. 2, n. 42046 del 17/07/2019 Rv. 277710).
2. Omette il ricorrente di confrontarsi con la motivazione della sentenza impugnata che ha ben
spiegato le ragioni per cui la versione dell’imputato – tendente a sminuire i fatti e a ricondurli
nell’ambito di un rapporto sentimentale fortemente conflittuale – sia smentita dagli altri risultati
istruttori. La Corte di appello ha individuato la causa scatenante della condotta dell’imputato nella
asfissiante gelosia dell’uomo, e nel desiderio di possesso manifestatosi attraverso condotte ossessive
e minacce anche di morte fino alla lite con il nuovo compagno della donna, a seguito della quale M.
venne arrestato.
3.Parimenti puntuale lo scrutinio dell’evento del reato, in relazione al quale la sentenza impugnata
ha posto in luce lo stato di ansia, la preoccupazione, la condizione di prostrazione nel quale era
caduta la persona offesa a seguito della condotta petulante, molesta, asfissiante dell’imputato, anche
connotata da angherie, come quando la donna si vide costretta a chiudersi nell’auto per sfuggire alle
minacce del ricorrente, armato di un coltello. D’altro canto, la Corte di appello ha anche dato atto
del cambiamento di abitudini della persona offesa, in tal senso venendo in rilievo il cambio del
numero di utenza cellulare, il trasferimento presso amici e parenti, anche in (OMISSIS), da
(OMISSIS), e finanche la perdita del lavoro, quale conseguenza della condotta dell’imputato che
impediva alla persona offesa di andare a lavorare. Non è superfluo ricordare che, ai fini della
configurabilità del reato di atti persecutori, trattandosi di delitto che prevede eventi alternativi, la
realizzazione di ognuno di essi è idonea ad integrarlo, e che la prova dell’evento non può che essere
ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico, atteso che non può scandagliarsi
diversamente “il foro interno” della vittima. Assumono allora importanza, ai fini della prova, sia le
dichiarazioni della stessa vittima del reato, sia i “comportamenti conseguenti e successivi alla
condotta posti in essere dall’agente e anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta
idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di
luogo e di tempo in cui è stata consumata” (Sez. 5, n. 14391 del 28/02/2012, Rv. 252314).
4.Con tale solida struttura argomentativa il ricorso non si confronta realmente, limitandosi a
sostenere le proprie ragioni difensive in modo incoerente con i risultati dibattimentali, secondo uno
schema deduttivo inammissibile, per le ragioni anzidette, e per la genericità estrinseca derivata dalla
aspecificità (sul tema, cfr., tra le altre, Sez. 2, n. 11951 del 29/1/2014, Lavorato, Rv. 259425; Sez. 5, n.
28011 del 15/2/2013, Sannmarco, Rv. 255568; Sez. 2, n. 19951 del 15/5/2008, Lo Piccolo, Rv. 240109;
vedi, altresì, più di recente, Sez. 2, n. 42046 del 17/7/2019, Boutartour). A fronte di una motivazione
conforme ai criteri fissati dall’art. 192, c.p.p., che impone una valutazione unitaria e non atomistica
della prova, principio cardine del processo penale (cfr. Cass., sez. VI, 28.9.1992, n. 10642, rv. 192157),
le doglianze difensive sul punto (peraltro di natura prevalentemente fattuale), non colgono nel
segno, laddove fanno riferimento alla gelosia della persona offesa e a un suo atteggiamento
ambivalente, e non si rivelano idonee a scardinare la ratio decidendi della sentenza, che ha tratto la
sussistenza del delitto previsto dall’art. 612 bis c.p. da una compiuta ricostruzione della condotta
dell’imputato, prendendo in considerazione la condizione della persona offesa e il contesto di
riferimento.
5.Alla declaratoria di inammissibilità segue per legge la condanna del ricorrente al pagamento delle
spese processuali nonchè, trattandosi di causa di inammissibilità determinata da profili di colpa
emergenti dal ricorso al versamento, in favore della Cassa delle Ammende, di una somma che si
stima equo liquidare in Euro 3000,00.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e
della somma di Euro 3000,00 in favore della Cassa delle Ammende. In caso di diffusione del presente
provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del
2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge.
Conclusione
Così deciso in Roma, il 11 maggio 2022