Il mancato esperimento della mediazione nelle controversie per le quali è prevista come obbligatoria deve essere eccepita non oltre la prima udienza del giudizio di primo grado.

Cass. civ. Sez. III, Sent., 13 dicembre 2019, n. 32797;
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso 6036-2018 proposto da:
F.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA COSSERIA, 2, presso lo studio dell’avvocato
FRANCESCO AMERICO, che lo rappresenta e difende;
– ricorrente –
contro
C.O.;
– intimata –
avverso la sentenza n. 797/2017 della CORTE D’APPELLO di ANCONA, depositata il 22/08/2017;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 30/10/2019 dal Consigliere Dott.
ENRICO SCODITTI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. PEPE Alessandro, che ha concluso
per l’accoglimento del 1 motivo di ricorso assorbiti gli altri;
udito l’Avvocato MUGGIA STEFANO per delega orale.
Svolgimento del processo
1. F.R. convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Pesaro C.O. chiedendo la condanna al
pagamento di Euro 17.532,00, pari a trentasei mensilità dell’ultimo canone corrisposto, a titolo
risarcitorio ai sensi della L. n. 431 del 1998, art. 3, commi 3 e 5, per non avere la convenuta, in
qualità di proprietaria dell’immobile locato all’attore, venduto l’immobile nei dodici mesi previsti
dalla legge nonostante la mancata rinnovazione del rapporto per la volontà della C. di procedere alla
vendita. Si costituì la parte convenuta chiedendo il rigetto della domanda.
2. Il Tribunale adito rigettò la domanda, motivando nel senso che il termine di dodici mesi
decorreva dall’esaurimento della procedura di sfratto.
3. Avverso detta sentenza propose appello il F.. Si costituì la parte appellata chiedendo il rigetto
dell’appello.
4. Con sentenza di data 22 agosto la Corte d’appello di Ancona dichiarò l’improcedibilità della
domanda. Osservò la corte territoriale che il F. aveva omesso ingiustificatamente di partecipare
personalmente alla procedura di mediazione di cui al D.Lgs. n. 28 del 2010, art. 8 e che non era
precluso al giudice di appello rilevare la nullità della sentenza per il difetto di rituale mediazione
non rilevato dal giudice di primo grado.
5. Ha proposto ricorso per cassazione F.R. sulla base di tre motivi.
Motivi della decisione
1. Con il primo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 28 del 2010, art. 5
commi 1 e 1bis, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva il ricorrente che
l’improcedibilità della domanda per mancato esperimento del procedimento di mediazione deve
essere eccepita dal convenuto a pena di decadenza o rilevata d’ufficio dal giudice non oltre la prima
udienza e che né controporte, né tanto meno il giudice di primo grado, avevano sollevato alcuna
eccezione sul punto.
2. Con il secondo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 28 del 2010,
art.5 comma1bis, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva il ricorrente che nessuna
disposizione normativa impone la presenza personale della parte alla procedura di mediazione e che
la volontà delle parti nella procedura era stata espressa per il tramite dei difensori delegati.
3. Con il terzo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 28 del 2010, art.5
comma 2, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva il ricorrente che il giudice di appello,
nel caso ravvisi un’ipotesi di improcedibilità della domanda per mancato e/o errato esperimento
della mediazione, ha facoltà di sanare il vizio rinviando le parti alla mediazione e comunque deve
indagare sulla possibilità di consentire nuovamente la mediazione tenendo conto della natura della
causa, dello stato dell’istruzione e del comportamento delle parti.
4. Il primo ed il terzo motivo, da valutare unitariamente in quanto connessi, sono fondati.
Il D.Lgs. n. 28 del 2010, art. 5 comma 1-bis, prevede quanto segue: “chi intende esercitare in
giudizio un’azione relativa a una controversia in materia di condominio, diritti reali, divisione,
successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del
danno derivante da responsabilità medica e sanitaria e da diffamazione con il mezzo della stampa o
con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari, è tenuto, assistito
dall’avvocato, preliminarmente a esperire il procedimento di mediazione ai sensi del presente
decreto ovvero i procedimenti previsti dal D.Lgs. 8 ottobre 2007, n. 179, e dai rispettivi regolamenti
di attuazione ovvero il procedimento istituito in attuazione dell’art. 128-bis del testo unico delle
leggi in materia bancaria e creditizia di cui al D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385, e successive
modificazioni, ovvero il procedimento istituito in attuazione dell’art. 187-ter del Codice delle
assicurazioni private di cui al D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, per le materie ivi regolate.
L’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda
giudiziale. A decorrere dall’anno 2018, il Ministro della giustizia riferisce annualmente alle Camere
sugli effetti prodotti e sui risultati conseguiti dall’applicazione delle disposizioni del presente
comma. L’improcedibilità deve essere eccepita dal convenuto, a pena di decadenza, o rilevata
d’ufficio dal giudice, non oltre la prima udienza. Il giudice ove rilevi che la mediazione è già
iniziata, ma non si è conclusa, fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all’art.
6. Allo stesso modo provvede quando la mediazione non è stata esperita, assegnando
contestualmente alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione della domanda di
mediazione. Il presente comma non si applica alle azioni previste dagli artt. 37, 140 e 140-bis del
codice del consumo di cui al D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, e successive modificazioni”.
Come risulta evidente dalla disposizione, l’improcedibilità deve essere eccepita dal convenuto, a
pena di decadenza, o rilevata d’ufficio dal giudice, non oltre la prima udienza del giudizio di primo
grado. In tal senso è l’orientamento di questa Corte (Cass. 13 novembre 2018, n. 29017; 13 aprile
2017, n. 9557; 2 febbraio 2017, n. 2703). In mancanza della tempestiva eccezione del convenuto,
ove il giudice di primo grado non abbia provveduto al relativo rilievo d’ufficio, è pertanto precluso
al giudice di appello rilevare l’improcedibilità della domanda. Nel caso di specie sono mancati alla
prima udienza del giudizio di primo grado sia l’eccezione della parte che il rilievo d’ufficio da parte
del giudice.
Come affermato da Cass. 30 ottobre 2018 n. 27433, nello stadio d’appello è prevista solo una facoltà
del giudice di creare la condizione di procedibilità alla luce di una valutazione discrezionale. Viene
infatti stabilito dall’art. 5, comma 2 che “il giudice, anche in sede di giudizio di appello, valutata la
natura della causa, lo stato dell’istruzione e il comportamento delle parti, può disporre l’esperimento
del procedimento di mediazione; in tal caso, l’esperimento del procedimento di mediazione è
condizione di procedibilità della domanda giudiziale anche in sede di appello”.
5. L’accoglimento di primo e terzo motivo determina l’assorbimento del secondo motivo.
P.Q.M.
accoglie il primo ed il terzo motivo del ricorso con assorbimento del secondo motivo; cassa la
sentenza in relazione ai motivi accolti; rinvia alla Corte di appello di Ancona in diversa
composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.
Così deciso in Roma, il 30 ottobre 2019.
Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2019

Il diritto dei minori al mantenimento del “tenore di vita” nonostante la crisi coniugale.

Cass. civ. Sez. VI – 1, Ord., 23 gennaio 2020, n. 1562
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
C.T., domiciliata presso la Cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa, per procura
in calce al ricorso, dall’avv. Giuseppe G. D’Angelo che indica per le comunicazioni e notificazioni
relative al processo, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 2, il suo indirizzo di p.e.c.
giuseppe.dangelo.pec.ordineavvocaticatania.it e per il caso di non funzionamento della p.e.c. il fax
n. 095/538268;
– ricorrente –
nei confronti di:
M.F.M.M., elettivamente domiciliato in Roma, via Bisagno 14 presso l’avv. Ivan Randazzo,
rappresentato e difeso, per procura speciale allegata al controricorso, dagli avv.ti Salvatore Tringali
e Federica Anzalone che dichiarano di voler ricevere comunicazioni e notifiche al telefax n.
095.534537 e all’indirizzo p.e.c. salvatore.tringali.pec.ordineavvocaticatania.it;
– controricorrente –
avverso la sentenza n. 1821/2017 della Corte di appello di Catania emessa in data 21.9.2017 e
depositata in data 11.10.2017 R.G. n. 433/2016;
sentita la relazione in camera di consiglio del relatore cons. Bisogni Giacinto.
Svolgimento del processo
CHE:
1. Nel giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio fra C.T. e M.F. M.M. si discute allo
stato esclusivamente dell’ammontare dell’assegno in favore del figlio, nato il 28.12.2000 e quindi
attualmente maggiorenne ma non autosufficiente economicamente e convivente con la madre. La
Corte di appello lo ha fissato in 1.100 Euro oltre al 70% delle spese straordinarie accogliendo
parzialmente il gravame proposto da C.T..
2. Ricorre per cassazione la sig.ra C. deducendo con entrambi i motivi di impugnazione la
violazione o falsa applicazione degli artt. 155 e 337 ter c.c. nonché dell’art. 111 Cost., comma 6 in
relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
3. Propone controricorso M.F.M.M..
Motivi della decisione
CHE:
4. Il ricorso è inammissibile perché, quanto al primo motivo, consiste in una mera contestazione
della valutazione di merito della Corte di appello che alla luce di una valutazione ponderata dei
redditi degli ex coniugi, del loro presumibile tenore di vita, della disparità reddituale a favore del
M., delle accresciute esigenze di vita del figlio e dei prevalenti tempi di permanenza del minore
presso la madre ha stabilito in Euro 1.100 mensili l’entità dell’assegno di mantenimento gravante sul
M. elevando la misura fissata dal Tribunale in 900 Euro mensili e gravando il padre anche del 70%
delle spese straordinarie. Va rilevato altresì che nella sua valutazione il giudice del merito non può
ritenersi vincolato dalle statuizioni del giudizio di separazione (in sede di giudizio di modifica delle
condizioni della separazione l’assegno era stato determinato, nel 2014, dalla Corte di appello di
Catania in Euro 1.200 mensili con la previsione della partecipazione ulteriore del M. al 50% delle
spese mediche, scolastiche, sportive, ricreative e straordinarie) né da un criterio di adeguamento
automatico dipendente dall’età e dal miglioramento delle condizioni economiche dei genitori. La
fissazione dell’assegno destinato al mantenimento del figlio, operata dal giudice della cessazione
degli effetti civili del matrimonio, deve essere parametrata sulle effettive e attuali esigenze del figlio
alla luce ovviamente delle circostanze menzionate dalla Corte di appello che attengono in primo
luogo alla condizione economica dei genitori ma non sulla base di una mera corrispondenza
proporzionale e che prescinda dall’effettiva valutazione delle concrete esigenze di vita del minore.
Una valutazione il cui sindacato resta precluso nel giudizio di legittimità se non è basato su una
motivazione inesistente o che trascuri fatti decisivi ai fini della attribuzione e quantificazione del
diritto. Ipotesi che palesemente non ricorre nel caso in esame.
5. Il secondo motivo è anche esso inammissibile perché non vi è contrasto fra la statuizione della
sentenza impugnata relativa alla definizione delle spese straordinarie contenuta nella motivazione
della sentenza impugnata e quella recepita dalla giurisprudenza di legittimità secondo cui, in tema
di mantenimento della prole, devono intendersi spese “straordinarie” quelle che, per la loro
rilevanza, la loro imprevedibilità e la loro imponderabilità esulano dall’ordinario regime di vita dei
figli, cosicché la loro inclusione in via forfettaria nell’ammontare dell’assegno, posto a carico di uno
dei genitori, può rivelarsi in contrasto con il principio di proporzionalità sancito dall’art. 155 c.c. e
con quello dell’adeguatezza del mantenimento, nonché recare grave nocumento alla prole, che
potrebbe essere privata, non consentendolo le possibilità economiche del solo genitore beneficiario
dell’assegno “cumulativo”, di cure necessarie o di altri indispensabili apporti (Cass. n. 9372 del
2012).
6. Va anche richiamata la ordinanza di questa sezione (Cass. civ. sez. VI-1 n. 21273 del 18
settembre 2013) secondo cui a seguito della separazione personale tra coniugi, la prole ha diritto ad
un mantenimento tale da garantire un tenore di vita corrispondente alle risorse economiche della
famiglia ed analogo per quanto possibile a quello goduto in precedenza, continuando a trovare
applicazione l’art. 147 c.c. che, imponendo il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli,
obbliga i genitori a far fronte ad una molteplicità di esigenze, non riconducibili al solo obbligo
alimentare, ma estese all’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario e sociale, all’assistenza
morale e materiale, alla opportuna predisposizione, fin quando l’età dei figli stessi lo richieda, di
una stabile organizzazione domestica, idonea a rispondere a tutte le necessità di cura e di
educazione. Ne consegue che non esiste duplicazione del contributo nel caso sia stabilito un
assegno di mantenimento omnicomprensivo con chiaro riferimento a tutti i bisogni ordinari e,
contemporaneamente, si predisponga la misura della partecipazione del genitore alle spese
straordinarie, in quanto non tutte le esigenze sportive, educative e di svago rientrano tra le spese
straordinarie.
7. Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso consegue la condanna alle spese del presente
giudizio e la presa d’atto in dispositivo dell’applicabilità del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, ai fini
dell’imposizione alla ricorrente del versamento, se dovuto, di ulteriore somma pari a quella versata a
titolo di contributo unificato.
P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del
giudizio di cassazione liquidate in complessivi Euro 3.100, di cui 100 per spese, oltre spese
forfettarie e accessori di legge.
Dispone che in caso di pubblicazione della presente ordinanza siano omesse le generalità e gli altri
elementi identificativi delle parti, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei
presupposti per il versamento, se dovuto, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di
contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13,
comma 1 bis.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 2 luglio 2019.
Depositato in Cancelleria il 23 gennaio 2020

E’ dovuto il risarcimento del danno per l’omissione del nome del coniuge nell’annuncio funebre del marito?

Cass. civ. Sez. VI – 3, Ord., 16 gennaio 2020 n. 797;
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 8328-2018 proposto da:
D.S.A., in proprio e nella qualità di erede di A.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
EMILIO DE’ CAVALIERI 11, presso lo studio dell’avvocato ALDO FONTANELLI, che la
rappresenta e difende unitamente all’avvocato GABRIELE CAPUANO;
– ricorrente –
contro
L.G.F., elettivamente domiciliato in ROMA, CORSO VITTORIO EMANUELE 154, presso lo
studio dell’avvocato VINCENZO SPARANO, rappresentato e difeso dall’avvocato SABATO
PISAPIA;
– controricorrente –
contro
C.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE PARIOLI 54, presso lo studio dell’avvocato
EMANUELA PASCA, rappresentata e difesa dall’avvocato DIEGO DI SOMMA;
– controricorrente –
contro
DE.SA.AR., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CORTE DI
CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato ALFONSO LANDI;
– controricorrente –
contro
M.M.L.;
– intimata –
avverso la sentenza n. 860/2017 della CORTE D’APPELLO di SALERNO, depositata il
18/09/2017;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 12/09/2019 dal
Consigliere Relatore Dott. CIRILLO FRANCESCO MARIA.
Svolgimento del processo
1. D.S.A. e A.M. convennero in giudizio, davanti al Tribunale di Salerno, C.S., De.Sa.Ar., L.G.F. e
M.M.L. e – premesso di aver appreso della morte di D.S.A., rispettivamente padre e marito delle
attrici, solo grazie ad un manifesto funebre curato dai convenuti e affisso in Salerno e Mercato San
Severino, essendo state in quel manifesto escluse dal novero dei parenti – chiesero il risarcimento
dei danni relativi, anche in relazione al fatto che la C. veniva identificata come moglie del defunto
senza esserlo, e che la M. e il L.G. venivano identificati come figlia e genero del medesimo,
omettendo i nomi delle attrici.
Si costituirono in giudizio tutti i convenuti, chiedendo il rigetto della domanda.
Nelle more del giudizio venne a mancare A.M. e la causa fu proseguita dalla figlia D.S.A. anche in
qualità di erede. Il Tribunale rigettò la domanda e condannò l’attrice al pagamento delle spese di
giudizio.
2. La pronuncia è stata appellata dalla D.S. in via principale e da L.G.F. e M.M.L. in via incidentale
e la Corte d’appello di Salerno, con sentenza del 18 settembre 2017, ha rigettato l’appello principale,
ha accolto quello incidentale, ha riformato in parte la sentenza del Tribunale innalzando l’entità
della condanna alle spese del giudizio di primo grado ed ha condannato l’appellante principale al
pagamento delle ulteriori spese del giudizio di secondo grado.
3. Contro la sentenza della Corte d’appello di Salerno ricorre D.S.A. con atto affidato a quattro
motivi.
Resistono C.S., De.Sa.Ar. e L.G.F. con tre separati controricorsi.
M.M.L. non ha svolto attività difensiva in questa sede.
Il ricorso è stato avviato alla trattazione in camera di consiglio, sussistendo le condizioni di cui agli
artt. 375, 376 e 380-bis c.p.c., e la ricorrente e De.Sa.Ar. hanno depositato memorie.
Motivi della decisione
1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e n.
5), violazione e falsa applicazione degli artt. 2 e 22 Cost., dell’art. 6 c.c., degli artt. 130 e 131 c.c. e
dell’art. 132 c.p.c., oltre a omesso esame di un fatto decisivo.
Dopo aver ricordato il rilievo costituzionale da attribuire al diritto al nome, la ricorrente osserva che
la sentenza mancherebbe di motivazione in ordine alla circostanza del possesso di stato da parte di
A.M. e della ricorrente.
2. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e
5), violazione e falsa applicazione degli artt. 130-131 c.c., degli artt. 2043 e 1226 c.c., oltre a
omesso esame di un fatto decisivo.
Sostiene la ricorrente che, al momento della morte del D.S., la C. non era sua moglie, per cui del
titolo di moglie avrebbe potuto fregiarsi solo la madre della ricorrente, perché legalmente separata
ma non divorziata. Vi sarebbe, quindi, una lesione del diritto al nome, con conseguente diritto al
risarcimento del danno, da liquidare anche in via equitativa.
3. I motivi, da trattare congiuntamente, sono, quando non inammissibili, comunque privi di
fondamento.
Premesso che la sentenza, con un accertamento in fatto non più discutibile in questa sede, ha
ritenuto che il manifesto funebre non potesse, di per sé solo, ledere lo status di moglie e di figlia del
defunto in capo alle attrici, i motivi insistono nel sostenere la lesione del diritto al nome ed il
conseguente diritto al risarcimento del danno, ma nulla dicono in ordine all’effettivo pregiudizio
subito e non dimostrano in alcun modo quale danno dovrebbe essere loro risarcito.
Osserva il Collegio che il primo motivo, pur contenendo (formalmente) varie censure, si preoccupa
di argomentare solo quella di violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, senza però considerare che le
circostanze indicate nel motivo sono state comunque valutate dalla Corte d’appello.
Rileva poi il Collegio che l’argomentazione di cui alla p. 10 del ricorso – secondo cui la motivazione
della Corte d’appello sarebbe racchiusa in un rigo e mezzo (va infatti evidenziato che il manifesto,
di per sé solo, non può ritenersi lesivo dello status di moglie e figlia del defunto D.S.) e perciò
inesistente – trascura di considerare che la sentenza d’appello ha affiancato a tale considerazione
l’affermazione per cui restavano “ferme le argomentazioni del giudice di prime cure non superate
dalla censura in esame”.
In questo modo la Corte d’appello ha enunciato una motivazione per relationem, che l’odierna
ricorrente avrebbe dovuto dimostrare di avere adeguatamente censurato già con l’atto di appello
(alla stregua delle indicazioni di cui a Sezioni Unite, sentenza 20 marzo 2017, n. 7074); per cui,
essendo i due motivi di ricorso affatto manchevoli sotto tale profilo, le censure sono anche viziate
da inammissibilità.
4. Con il terzo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5),
violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 c.c., degli artt. 184 e 132 c.p.c., nonché omesso esame
di un fatto decisivo.
La doglianza riguarda la motivazione della sentenza nella parte in cui ha ritenuto rinunciate le
richieste di prova delle attrici in quanto non riproposte in sede di precisazione delle conclusioni in
grado di appello. 4.1. Il motivo è inammissibile, posto che nulla dice né in ordine a quali fossero le
prove non ammesse né, soprattutto, in ordine alla loro decisività ai fini dell’accoglimento della
domanda, per cui la censura risulta inconferente rispetto alla decisione; mentre la presunta
violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), è chiaramente priva di consistenza.
5. Con il quarto motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3),
violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c, contestando la condanna alle spese che la
Corte d’appello ha inasprito rispetto al primo grado.
3.1. Il motivo, del tutto generico nella sua formulazione, è infondato nella sostanza, posto che la
Corte d’appello non ha fatto altro che applicare doverosamente le regole sulla soccombenza.
6. Il ricorso, pertanto, è rigettato.
In considerazione della materia del contendere e dei rapporti esistenti tra le parti, appare equa la
compensazione integrale delle spese del giudizio di cassazione.
Sussistono, tuttavia, le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater,
per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari
a quello dovuto per il ricorso.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e compensa integralmente le spese del giudizio di cassazione.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza delle
condizioni per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo
unificato pari a quello dovuto per il ricorso.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione Civile – 3 della Corte di
cassazione, il 12 settembre 2019.
Depositato in cancelleria il 16 gennaio 2020

Come trasferire un immobile in sede di separazione e divorzio. La parola alle Sezioni Unite.

Corte di Cassazione, 10 febbraio 2020 n. 3089
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA INTERLOCUTORIA
sul ricorso 19396/2017 proposto da:
G.R., e R.I., elettivamente domiciliati in Roma, Piazzale Clodio n. 56, presso lo studio dell’avvocato
Bonaccio Giovanni, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato Cerboni Bajardi
Annunziata, giusta procura in calce al ricorso;
– ricorrenti contro
Trattasi di Ricorso Congiunto;
avverso la sentenza n. 583/2017 della CORTE D’APPELLO di ANCONA, del 18/04/2017;
1
udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 19/09/2019 dal Cons. Dott.
ACIERNO MARIA;
lette le conclusioni del P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. ZENO
Immacolata, che ha chiesto il rigetto del ricorso.
Svolgimento del processo – Motivi della decisione
La Corte d’Appello di Ancona, confermando la pronuncia di primo grado, ha rigettato
l’impugnazione proposta dagli ex coniugi G.R. ed R.I. ed ha affermato che la sentenza di cessazione
degli effetti civili del matrimonio pronunciata su ricorso congiunto delle parti non può contenere
una clausola con la quale si attui un trasferimento immobiliare ma soltanto l’impegno preliminare di
vendita o di acquisto.
A sostegno della decisione è stato affermato che pur potendo i coniugi pattuire trasferimenti di
diritti reali, anche immobiliari, nel quadro delle più generali pattuizioni che accompagnano le
ipotesi di soluzione consensuale della crisi coniugale, tuttavia, lo strumento del trasferimento del
diritto reale attuato direttamente dalle parti differisce profondamente dall’atto pubblico redatto dal
notaio ai sensi della legge notarile in quanto solo l’assistenza di un professionista consente di non
violare il D.L. n. 78 del 2010, art. 19, comma 4, conv. nella L. n. 122 del 2010, che impone a pena
di nullità dell’atto una serie di precise indicazioni (identificazione catastale, riferimento alle
planimetrie depositate in catasto, dichiarazione della conformità allo stato di fatto dei dati catastali e
delle planimetrie). Tali dichiarazioni rese dalle parti nell’atto sotto la loro responsabilità possono
essere sostituite da un’attestazione di conformità rilasciata da un tecnico abilitato alla presentazione
degli atti di aggiornamento catastale. Il notaio prima della stipula deve individuare gl’intestatari
catastali e verificare la loro conformità con le risultanze dei registri immobiliari.
Secondo la Corte territoriale la norma ha espressamente demandato al notaio e non ad altri operatori
il compito della individuazione e della verifica catastale nella fase di stesura degli atti traslativi, così
concentrando, nell’alveo naturale del rogito notarile, il controllo indiretto statale a presidio degli
interessi pubblici coinvolti, senza che tale attività possa essere sostituita da quella di altri operatori
tra i quali il giudice.
Avverso tale pronuncia hanno proposto ricorso congiunto gli ex coniugi. Il P.G. ha depositato
requisitoria scritta chiedendo il rigetto del ricorso. Le parti ricorrenti hanno depositato memoria.
Le parti ricorrenti in premessa hanno precisato che l’accordo di trasferimento immobiliare
costituisce un elemento indispensabile del complessivo e definitivo assetto ai loro interessi. Hanno
rilevato di aver corredato tale atto di relazione tecnica giurata contenente attestazione di conformità
energetica, elettrica, visura e planimetria catastale. Hanno altresì corredato il ricorso della
dichiarazione di obbligo di effettuare a loro spese e cura la trascrizione e/o le richieste di ulteriori
forme di pubblicità immobiliare nonchè di depositare la ricevuta di avvenuta presentazione della
richiesta di pubblicità immobiliare e della nota di trascrizione, esonerando la cancelleria da ogni
responsabilità in merito. Solo in subordine hanno richiesto che l’accordo venisse qualificato come
impegno preliminare, evidenziando l’inutile aggravio di spese che tale soluzione avrebbe
comportato e la necessità di cristallizzare tempestivamente la soluzione concordata. Nel primo
motivo di ricorso viene dedotta la violazione dell’art. 1322 c.c., in relazione all’illegittima lesione
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del loro diritto di raggiungere accordi atipici patrimoniali meritevoli di tutela, evidenziando come
quello di separazione o divorzio ha sicuramente natura negoziale, è meritevole di tutela, ed incontra
il favor legislatoris, come attestato dalla legge sulla negoziazione assistita.
Nel secondo motivo viene dedotta la violazione degli artt. 1362 e 1376 c.c., per non essere stata
rispettata la volontà negoziale delle parti di procedere al trasferimento immobiliare contenuto
nell’accordo. Il giudice di merito avrebbe dovuto prendere atto e rispettare la volontà delle parti
quale espressione chiara di attribuzione a tale trasferimento di immediati effetti traslativi.
Nel terzo motivo viene dedotta la violazione del D.L. n. 78 del 2010, art. 19, nell’interpretazione
fornita dalla Corte d’Appello. La norma al contrario di quel che la Corte ha affermato, ritiene
soddisfatte le finalità di controllo in essa contenute mediante attestazioni di conformità ed
autodichiarazioni. Nella specie tutti questi adempimenti sono stati svolti, peraltro integrati
dall’impegno di effettuare a propria cura e spese la trascrizione ed ogni forma di pubblicità ulteriore
e di depositare in cancelleria entro venti giorni dalla data di deposito del provvedimento la ricevuta
di avvenuta richiesta di trascrizione e successivamente della nota di trascrizione rilasciata
dall’Agenzia del territorio.
La violazione di legge riguarda anche gli artt. 1350 e 2657 c.c., per non aver ritenuto che la
specificazione contenuta nel D.L. n. 78 del 2010, art. 19, relativa all’individuazione prima della
stipula da parte del notaio degli intestatari catastali e la verifica della conformità con le risultanze
dei registri immobiliari riguarda le ipotesi in cui le parti scelgono di rivolgersi ad un notaio ma non
esclude la liceità di effettuare i trasferimenti con scrittura privata autenticata da pubblico ufficiale
autorizzato. La lettura dell’art. 1350 c.c., adottata dalle parti costituirebbe una violazione
dell’autonomia privata. Il verbale di udienza 28 novembre 2016, essendo stato redatto dal
cancelliere nel compimento di attività certificativa quale pubblico ufficiale costituisce atto pubblico
ex art. 2699 c.c..
La soluzione indicata nel provvedimento impugnato, fondata sull’inderogabilità della verifica di
conformità ipocatastale dell’atto compiuta dal notaio, non è univocamente seguita dai giudici di
merito. Si contrappone ad essa, l’opzione della legittimità dell’accordo traslativo, attuato anche
attraverso un ausiliare del giudice, secondo le indicazioni contenute in un albo istituito ad hoc dal
Tribunale, previo accordo con il Consiglio dell’ordine degli avvocati, fissato in un protocollo
comune (così opera il Tribunale di Bologna). E’ interesse delle parti riuscire a predeterminare un
accordo separativo o divorzile che regoli nel modo più completo possibile le conseguenze
economico patrimoniali della decisione d’interrompere e sciogliere il vincolo coniugale, senza
dilatazioni temporali e senza aggravi di spesa dovuti alla stipula successiva del rogito davanti al
notaio.
La norma che ha determinato il contrasto interpretativo, peraltro, si presta a letture contrastanti. Si
tratta del comma 1 bis aggiunto alla L. n. 52 del 1985, art. 29, introdotto dal D.L. n. 78 del 2010,
art. 19, comma 14, convertito nella L. n. 122 del 2010. Il comma recita:
“Gli atti pubblici e le scritture private autenticate tra vivi aventi ad oggetto il trasferimento, la
costituzione o lo scioglimento di comunione di diritti reali su fabbricati già esistenti devono
contenere, per le unità immobiliari urbane, a pena di nullità, oltre all’identificazione catastale, il
3
riferimento alle planimetrie depositate in catasto e la dichiarazione, resa in atti dagli intestatari,
della conformità allo stato di fatto dei dati catastali e delle planimetrie.
La predetta dichiarazione può essere sostituita da un’attestazione di conformità rilasciata da un
tecnico abilitato alla presentazione degli atti di aggiornamento catastale. Prima della stipula dei
predetti atti il notaio individua gli intestatari catastali e verifica la loro conformità con le risultanze
dei registri immobiliari”.
La difformità interpretativa riguarda la funzione del previsto controllo notarile in relazione alla
validità dell’atto. Da un lato si afferma che la norma, nei primi due periodi, stabilisce dei requisiti
dell’atto a pena di nullità ed in particolare la dichiarazione di conformità allo stato di fatto dei dati
catastali, che può essere sostituita, come nella specie, da un’attestazione rilasciata da un tecnico
abilitato. Nell’ultimo periodo è previsto il controllo di conformità dei dati catastali a quelli contenuti
nel registro delle iscrizioni e trascrizioni immobiliari da parte del notaio ma non è prevista la
sanzione di nullità in mancanza di questa ulteriore verifica.
Si aggiunge che la nullità riguarda l’assenza dei requisiti ed ha un contenuto di carattere oggettivo,
essendo rivolta a prevenire e sanzionare atti che non siano conformi allo stato di fatto
dell’immobile, in relazione ad eventuali violazioni della disciplina urbanistica. Ne consegue che la
nullità dell’atto non può essere ancorata ai soggetti che svolgono la funzione di controllo di
conformità, ben potendo la difformità permanere anche dopo l’intervento notarile. E’ necessario, di
conseguenza, che l’atto traslativo contenuto nel verbale di separazione consensuale o nella sentenza
che recepisce le determinazioni divorzili congiunte, sia corredato dei requisiti richiesti dalla legge a
pena di nullità, dovendo assumere l’efficacia di atto pubblico di trasferimento di un bene immobile
ma la verifica che la norma rimette al notaio può essere svolta da un ausiliario del giudice dal
momento che la validità dell’atto deriva esclusivamente dalla conformità alle prescrizioni
normative. Una conclusione diversa sarebbe contraria alla legittima esplicazione dell’autonomia
privata anche in sede di definizione delle condizioni economico patrimoniali conseguenti alla
separazione personale od al divorzio. La giurisprudenza di legittimità ha affermato al riguardo che
gli atti traslativi tra coniugi (ed ex coniugi) possono perfezionarsi non soltanto in sede giudiziale
(nel verbale di separazione giudiziale redatto nel corso dell’udienza ex art. 711 c.p.c., oppure in
quello di comparizione davanti al collegio nella procedura divorzile su domanda congiunta ai sensi
dell’art. 4, comma 16 Legge Divorzio), ma anche in sede stragiudiziale, frequentemente (ma non
solo) in adempimento di un impegno a trasferire assunto in sede giudiziale. (Cass. 17612 del 2018).
Coerenti con queste indicazioni sono gli orientamenti della sezione tributaria in sede
d’interpretazione della L. n. 74 del 1987, art. 19. La norma stabilisce che tutti gli atti, i documenti ed
i provvedimenti relativi al procedimento di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli
effetti civili del matrimonio nonchè ai procedimenti anche esecutivi e cautelari diretti ad ottenere la
corresponsione o la revisione degli assegni di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898, artt. 5 e 6, sono
esenti dall’imposta di bollo, di registro e da ogni altra tassa. Nelle pronunce n. 8104 del 2017 e 7966
del 2019 si è ritenuto che gli atti di trasferimento contenuti nell’atto di separazione consensuale e
nella sentenza di divorzio che recepisce l’accordo tra gli ex coniugi, intervenuti prima dei cinque
anni dall’acquisto dell’immobile, non generano la decadenza dai benefici fiscali della prima casa
perchè la ratio della norma (L. n. 74 del 1987, art. 19) è quella di favorire la complessiva
negoziazione dei rapporti patrimoniali tra i coniugi in occasione della crisi, escludendo che derivino
ripercussioni fiscali sfavorevoli dagli accordi intervenuti in tale sede. In sede di applicazione pratica
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la giurisprudenza di legittimità si è fatta carico della necessità di favorire il ricorso alle soluzioni
concordate anche attraverso incentivi di carattere economico ovvero attraverso la prospettiva di una
seria contrazione dei costi legati al trasferimento concordato.
Infine, una disciplina legislativa ispirata alla medesima ratio è contenuta nella legge sulla
negoziazione assistita, ancorchè non applicabile ai conflitti familiari. Al riguardo si segnala la L. n.
162 del 2014, art. 5, di conv. del D.L. n. 132 del 2014.: “L’accordo che compone la controversia,
sottoscritto dalle parti e dagli avvocati che le assistono, costituisce titolo esecutivo e per
l’iscrizione di ipoteca giudiziale. 2. Gli avvocati certificano l’autografia delle firme e la conformità
dell’accordo alle norme imperative e all’ordine pubblico. 3. Se con l’accordo le parti concludono
uno dei contratti o compiono uno degli atti previsti dall’art. 2643 c.c., per procedere alla
trascrizione dello stesso la sottoscrizione del processo verbale di accordo deve essere autenticata
da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato. 4. Costituisce illecito deontologico per l’avvocato
impugnare un accordo alla cui redazione ha partecipato.
La norma pare escludere la necessità del ricorso all’atto pubblico davanti al notaio.
L’opinione contraria, esaurientemente esposta nel provvedimento impugnato, poggia le basi
sull’indispensabilità ed insostituibilità della funzione del notaio nel controllo relativo alla validità
(ed alla legalità) dell’atto. La natura inderogabile della norma e degli obblighi di conformità ivi
contenuti impone verifiche tecnico-giuridici notevolmente complesse da compiersi esclusivamente
attraverso la capacità professionale e la funzione pubblicistica del notaio. Il controllo del giudice
non può che essere esterno e meramente formale, non potendo estendersi per mancanza del
supporto necessario ai controlli richiesti dalla legge.
Ritiene il Collegio, che, in virtù del rilevante impatto della controversa interpretazione delle norme
rimesse al suo esame, sia necessario affidarne la valutazione alle S.U., trattandosi di questione di
massima di particolare importanza, sia per la novità che per la complessità dei temi prospettati dalle
parti e dal provvedimento impugnato.
P.Q.M.
Trasmette il ricorso al Primo presidente per la eventuale rimessione alle S.U. della questione di
massima di particolare importanza esposta nell’ordinanza interlocutoria.
In caso di diffusione del presente provvedimento si omettano le generalità e gli altri dati
identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 19 settembre 2019.
Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2020

Attribuzione della paternità naturale in base al mero dato biologico

Cass. Civ., Sez. 1 – , Ordinanza n. 32308 del 13/12/2018.
ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1746/2017 proposto da:
B.V. nella qualità di erede di B.F., elettivamente domiciliato in Roma, * presso lo studio dell’avvocato S. G. che lo rappresenta e difende, giusta procura a margine del ricorso;
– ricorrente –
contro
M.M., elettivamente domiciliata in Roma, *, presso lo studio dell’avvocato B. B., rappresentata e difesa dall’avvocato C. L., giusta procura in calce al controricorso;
– controricorrente –
avverso la sentenza n. 1527/2016 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 26/09/2016;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 09/10/2018 dal cons. CAIAZZO ROSARIO.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione
RILEVATO CHE:
B.F. ha proposto appello avverso la sentenza emessa dal Tribunale di Arezzo il 25.1.11 che accolse la domanda d’accertamento della paternità avanzata nei suoi confronti da M.M., che sosteneva di essere nata il (*) da una relazione avuta dal B. con sua madre, M.G..
Al riguardo, l’appellante lamentava anche che: il Tribunale avesse ritenuto provata la sua paternità solo sulla base delle dichiarazioni rese dalla madre della M. e delle ulteriori prove testimoniali assunte, prove peraltro ammesse in violazione di legge; il Tribunale avesse ritenuto rilevante il suo rifiuto di sottoporsi agli accertamenti ematici nell’ambito della ctu genetica disposta dal Tribunale.
Si è costituita l’appellata.
La Corte d’appello di Firenze ha rigettato l’appello, argomentando: che le prove orali, richieste tempestivamente e regolarmente ammesse dal giudice istruttore in primo grado, erano state correttamente utilizzate dal Tribunale; che era stato correttamente applicato l’art. 232 c.p.c., comma 1, – circa l’ingiustificata mancata comparizione dell’appellante ai fini dell’interrogatorio formale-, mentre dal rifiuto di sottoporsi agli accertamenti ematici erano stati tratti legittimi argomenti di prova.
Il B. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi illustrati da memoria.
Resiste la M. con controricorso.

RITENUTO CHE:
Va osservato che nel ricorso viene preliminarmente eccepita l’illegittimità costituzionale dell’art. 269 c.c., per contrasto con l’art. 3 Cost., sotto il profilo dell’ingiustificata disparità del regime giuridico relativo alla maternità e alla paternità naturali. Infatti, il ricorrente ha addotto che, mentre la donna può scegliere di non essere madre abortendo il feto ai sensi della L. n. 194 del 1978, o esercitando, alla nascita del figlio, il proprio diritto di rimanere anonima ai sensi del D.P.R. n. 396 del 2000, art. 30, l’uomo non ha diritto di scegliere di non essere padre, perchè non ha la possibilità di rimanere anonimo e non può sottrarsi all’azione di cui all’art. 269 c.c..
L’eccezione deve essere disattesa per manifesta infondatezza, in condivisione con quanto espresso sul punto dalle pronunce di questa Corte n. 12350 del 18/11/1992, n. 3793 del 15/03/2002 e n. 13880 del 1/06/2017. Invero, le situazioni della madre e del padre, che secondo il ricorrente sarebbero normativamente discriminate con asserita violazione del principio di eguaglianza ex art. 3 Cost., non sono paragonabili, perchè l’interesse della donna a interrompere la gravidanza ai sensi della L. n. 194 del 1978, o a rimanere anonima ai sensi del D.P.R. n. 396 del 2000, non può essere assimilato all’interesse di chi, negando la volontà diretta alla procreazione, pretenda di sottrarsi alla dichiarazione di paternità naturale. Non può pertanto lamentarsi alcuna disparità di trattamento, attesa la ragionevolezza della scelta legislativa di regolare in maniera differenziata situazioni tra loro diverse.
In particolare, circa il riferimento alla normativa sull’interruzione della gravidanza, addotta dal ricorrente quale tertium comparationis, è stato altresì affermato che, in relazione all’art. 269 c.c., che attribuisce la paternità naturale in base al mero dato biologico, senza alcun riguardo alla volontà contraria alla procreazione del presunto padre, è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento all’art. 3 Cost., in ragione della disparità di trattamento che ne risulterebbe in danno dell’uomo rispetto alla donna, alla quale la L. 22 maggio 1978, n. 194, attribuisce la responsabilità esclusiva di interrompere la gravidanza ove ne ricorrano le condizioni giustificative, e ciò in quanto le situazioni poste a confronto non sono comparabili, l’interesse della donna alla interruzione della gravidanza non potendo essere assimilato all’interesse di chi, rispetto alla avvenuta nascita del figlio fuori del matrimonio, pretenda di sottrarsi, negando la propria volontà diretta alla procreazione, alla responsabilità di genitore, in contrasto con la tutela che la Costituzione, all’art. 30, riconosce alla filiazione naturale.
Con il primo motivo del ricorso è stata dedotta la nullità della sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione degli artt. 177 e 189 c.p.c., in relazione all’art. 360, n. 4, per aver la Corte d’appello ammesso le prove testimoniali della parte attrice all’udienza di precisazione delle conclusioni, erroneamente revocando l’ordinanza che aveva fissato la precisazione delle conclusioni, non ostante l’intervenuta decadenza dell’attrice dalle prove testimoniali.
Con il secondo motivo è stata dedotta la nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione degli artt. 232, 183 e 188 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, in quanto il giudice istruttore aveva ritenuto che la mancata comparizione del B., all’udienza fissata per l’interrogatorio formale, avesse comportato l’ammissione dei fatti di causa e che tale mezzo di prova non avrebbe dovuto essere ammesso.
Con il terzo motivo è stata denunziata la nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione degli artt. 118, 258 e 260 c.p.c., avendo la Corte d’appello disposto la prova genetica ed ematologica, erroneamente applicando le norme generali sulla ctu e non invece quelle che disciplinano l’ispezione corporale.
Il primo motivo è infondato alla luce del consolidato orientamento di questa Corte secondo cui nel regime processuale di cui alla L. 26 novembre 1990, n. 353, anche come modificato dalle L. 14 maggio 2005, n. 80, e L. 28 dicembre 2005, n. 263, il giudice, qualora a chiusura dell’udienza di trattazione, in difetto di deduzioni istruttorie, abbia rinviato ad altra udienza per la precisazione delle conclusioni, non può revocare in tale ultima udienza l’ordinanza dapprima pronunciata, ammettendo le prove soltanto in questa sede richieste, in quanto il potere di revoca e modifica delle ordinanze, previsto dall’art. 177 c.p.c., non è esercitabile al fine di rendere inoperante la preclusione istruttoria già verificatasi, della quale neppure il giudice può disporre (Cass., n. 14110/13; n. 16571/02).
Pertanto, nel caso concreto, poichè parte attrice risultava dai verbali di causa avere già tempestivamente formulato le istanze istruttorie nei termini concessi dal giudice istruttore di primo grado, la Corte d’appello ha correttamente ritenuto legittima la revoca implicita del provvedimento di fissazione dell’udienza di precisazione delle conclusioni, attraverso l’ordinanza che ha ammesso i mezzi di prova reiterati.
Il secondo motivo è infondato in quanto, contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, il giudice d’appello ha espressamente rilevato che il Tribunale aveva considerato che la mancata comparizione di B.F., senza giustificato motivo, a rendere l’interrogatorio formale, costituisse elemento di prova liberamente valutabile e non confessione della relazione e del concepimento. La Corte territoriale ha poi legittimamente confermato quella valutazione, irreprensibilmente valorizzandola, al pari del primo giudice, nel contesto della serie di dati probatori concorrenti emersi a carico del B. (prove testimoniali; omessa presentazione all’interrogatorio formale; rifiuto di sottoporsi agli accertamenti ematici).
Il terzo motivo è parimenti infondato. Il ricorrente si duole che la Corte abbia disposto l’esame genetico non con ispezione corporale ex art. 118 c.p.c., ma con c.t.u., senza l’osservanza delle garanzie che le norme processuali pongono a tutela della persona sottoposta ad ispezione.
Va osservato che nei giudizi promossi per la dichiarazione giudiziale di paternità naturale l’esame genetico sul presunto padre si svolge mediante consulenza tecnica c.d. percipiente, ove il consulente nominato dal giudice non ha solo l’incarico di valutare i fatti accertati o dati per esistenti, ma di accertare i fatti stessi. E’ necessario e sufficiente in tal caso che la parte deduca il fatto che pone a fondamento del suo diritto e che il giudice ritenga che l’accertamento richieda specifiche cognizioni tecniche, perchè la consulenza costituisca essa stessa fonte oggettiva di prova (Cass. n. 6155 del 13/03/2009, n. 4792 del 26/02/2013, n. del 2017). Nei giudizi in questione tale mezzo istruttorio rappresenta, dati i progressi della scienza biomedica, lo strumento più idoneo, avente margini di sicurezza elevatissimi, per l’acquisizione della conoscenza del rapporto di filiazione naturale, e con esso il giudice accerta l’esistenza o l’inesistenza di incompatibilità genetiche, ossia un fatto biologico di per sè suscettibile di rilevazione solo con l’ausilio di competenze tecniche particolari (Cass. n. 14462 del 29/05/2008). Al contrario, gli artt. 118, 258 e 260 c.p.c., di cui il ricorrente asserisce la violazione, attengono all’ispezione corporale e sono pertanto estranei all’accertamento tecnico in questione, non costituendo il prelievo ematico (al pari del prelievo di saliva dalla mucosa buccale) un’ispezione corporale, ma un mezzo necessario per l’espletamento della consulenza genetica ed ematologica (Cass. n. 8733 del 09/04/2009; n. 13880/17).
Di conseguenza è infondata la censura di violazione di legge per aver la sentenza impugnata fatto applicazione dell’art. 118 c.p.c., comma 2, in quanto la Corte territoriale, nell’accertare la paternità naturale del B., ha valorizzato il rifiuto di quest’ultimo di sottoporsi alla prova genetica. Invero, nel giudizio diretto ad ottenere la dichiarazione giudiziale della paternità (o maternità) naturale, in tema di prova, se la volontà di sottoporsi al prelievo ematico per eseguire gli accertamenti sul DNA non è coercibile, nulla tuttavia impedisce al giudice di valutare, in caso di rifiuto, sia pur in sè legittimo, ma privo di adeguata giustificazione, il comportamento della parte, ai sensi dell’art. 116 c.p.c.. A tal riguardo è stata ritenuta manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della disposizione di cui all’art. 269 c.c., comma 2, secondo la quale la prova della paternità o maternità naturale può essere data con ogni mezzo, alla luce di un preteso contrasto con l’art. 30 Cost., comma 4, secondo il quale “La legge detta i limiti per la ricerca della paternità” (Cass., n. 8059/97). E’ stato altresì affermato che nel giudizio di disconoscimento della paternità è valutabile, come elemento indiziario di convincimento, non solo il rifiuto della parte di sottoporsi alla disposta prova genetica ed ematologica (il quale è assimilabile al rifiuto di ottemperare all’ordine d’ispezione corporale di cui all’art. 118 c.p.c., comma 2), ma anche la sistematica opposizione avverso l’istanza di detta prova, riconducibile nell’ambito del comportamento processuale di cui all’art. 116 c.p.c., comma 2 (Cass., n. 3094/85; n. 6400/80).
Le spese seguono la soccombenza.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida nella somma di Euro 6200,00 di cui 200,00 per esborsi, oltre alla maggiorazione per il rimborso forfettario delle spese generali e accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati significativi, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 9 ottobre 2018.
Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2018

Separazione: l’obbligo di pagare l’IMU ricade sul coniuge assegnatario anche se l’immobile è di proprietà di terzi

Commissione tributaria regionale Bologna, 10 Gennaio 2020. Pres. Mainini. Est. Morlini.
Fatto
I fatti rilevanti ai fini della decisione sono i seguenti, pacifici tra le parti e comunque provati per tabulas:
F. E. ha concesso in comodato gratuito al figlio M. M. un immobile allo scopo di destinarlo ad abitazione coniugale in vista del matrimonio del figlio stesso con A. A.;
l’immobile è stato effettivamente destinato ad abitazione coniugale da M. M. ed A. A. sino alla loro separazione del 2006;
in sede di separazione l’immobile è stato dal Tribunale assegnato ad A. A.;
la Angioni ha così successivamente iniziato a corrispondere al Comune di Forlì le somme richieste a titolo di IMU;
a partire dall’anno di imposta 2012 e disattendendo la posizione inizialmente assunta dal MEF anche con apposite circolari, il Comune ha però richiesto il pagamento dell’IMU anche alla proprietaria E. (senza peraltro pretendere interessi e sanzioni, in ragione della precedente diversa posizione dell’Ufficio, e decurtando le somme corrisposte dalla Angioni), e detta richiesta di pagamento è stata formulata anche per il 2013 ed il 2014.
Ciò posto, F. E. ha impugnato avanti alla CTP di Forlì gli avvisi di accertamento IMU con riferimento agli anni 2012-2014, eccependo che la richiesta di pagamento era in contrasto con il dettato dell’articolo 4 comma 12 quinques D.L. n. 16/2012 conv. in L. n. 44/2012, così come peraltro almeno inizialmente interpretato dallo stesso Ufficio.
La CTP, aderendo alle difese del Comune, ha rigettato il ricorso, argomentando che la norma in questione, avendo natura eccezionale e di deroga ai principi generali, deve essere interpretata in modo letterale e non estensivo; e quindi, in base al suo dettato letterale, deve ritenersi che essa attribuisca la soggettività passiva IMU al (solo) coniuge assegnatario dell’immobile a seguito di separazione, laddove sia l’altro coniuge ad essere proprietario o comproprietario; ma laddove, come nel caso che qui occupa, il coniuge non assegnatario non sia titolare di un diritto reale sull’immobile, non può essere esclusa la soggettività passiva IMU anche del proprietario che sia comodante e soggetto terzo rispetto alla separazione.
Avverso la sentenza di primo grado ha interposto appello F. E., ribadendo la propria tesi in ordine al fatto che, in base all’articolo 4 comma 12 quinques D.L. n. 16/2012, unico soggetto passivo ai fini IMU deve ritenersi il coniuge assegnatario dell’immobile, indipendentemente da ogni considerazione in ordine al fatto che proprietario sia l’altro coniuge od un terzo.
Costituendosi in giudizio, ha resistito il Comune di Forlì, sul presupposto della correttezza della sentenza di primo grado.
La controversia è stata discussa in pubblica udienza, così come da richiesta dell’appellante.

Diritto
a) Come esposto in parte narrativa, oggetto di causa è la pretesa impositiva del Comune di Forlì concernente un immobile di proprietà della signora E., concesso in comodato gratuito al figlio perché ne facesse la casa coniugale, ma, a seguito della separazione del figlio stesso, assegnato dal Tribunale alla moglie.
Ciò posto, l’appellante ritiene che, sulla base del disposto normativo di cui all’articolo 4 comma 12 quinques D.L. n. 16/2012, e così come peraltro inizialmente ritenuto anche da circolari del MEF, debba ritenersi la esclusiva soggettività passiva ai fini IMU del coniuge separato assegnatario; mentre la sentenza di primo grado ritiene che la norma stessa si applichi solo al caso in cui sia l’altro coniuge non assegnatario ad essere proprietario o comproprietario, non anche al caso in cui proprietario sia un terzo, e ritiene che la norma non possa essere oggetto di applicazione analogica od estensiva.
Tanto premesso, la ricostruzione giuridica effettuata dalla sentenza di primo grado, pur se accuratamente motivata, non può essere condivisa.
Si osserva in proposito che la disposizione normativa in questione recita che “ai soli fini dell’applicazione dell’imposta municipale… l’assegnazione della casa coniugale al coniuge, disposta a seguito di provvedimento di separazione legale, annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, si intende in ogni caso effettuata a titolo di diritto di abitazione”.
Pertanto, il legislatore ha specificamente disciplinato il presupposto impositivo nell’ipotesi di scioglimento del vincolo coniugale, prevedendo che, ai soli fini dell’applicazione dell’imposta municipale sugli immobili, è soggetto passivo del tributo il coniuge a cui viene assegnata la casa coniugale con provvedimento giurisdizionale.
Né può essere accolto il rilievo della CTP secondo il quale, alla luce del tenore letterale della norma, la soggettività passiva del coniuge assegnatario si verificherebbe solo laddove proprietario o comproprietario fosse l’altro coniuge: è infatti facile replicare che detta limitazione non è in alcun modo evincibile sulla base della piana analisi esegetica del testo normativo.
Detto quindi che il tenore letterale della norma non giustifica l’interpretazione restrittiva fornita dalla sentenza qui impugnata, va in ogni caso e comunque evidenziato che non può essere condiviso neppure il successivo snodo argomentativo, e cioè che la norma non può essere oggetto di un’interpretazione estensiva in quanto avente natura eccezionale, essendo tale conclusione risultata espressamente disattesa dalla recente pronuncia di Cass. n. 11416/2019.
Infatti, la Corte di Cassazione, con insegnamento del tutto persuasivo e dal quale non vi è motivo di discostarsi, ha innanzitutto spiegato che “il presupposto per l’applicazione dell’IMU è il medesimo di quello previsto dall’ICI”, id est “il possesso di immobili di cui all’articolo 2 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504”; e che è “necessario che il rapporto che lega il soggetto all’immobile sia qualificato, riconducibile, quindi, alla proprietà, all’usufrutto o ad altro diritto reale di godimento, o ad un’altra situazione giuridica specificatamente stabilita dalla legge come nel caso di locazione finanziarie o concessione di beni demaniali”.
In particolare, con riferimento al caso che qui occupa, “il legislatore ha specificamente disciplinato il presupposto impositivo nell’ipotesi di scioglimento del vincolo matrimoniale, prevedendo che, ai soli fini dell’applicazione dell’imposta municipale sugli immobili, è soggetto passivo del tributo il coniuge a cui viene assegnata la casa coniugale con provvedimento giurisdizionale”; ed in tal modo, “il legislatore ha sancito la traslazione della soggettività passiva dell’IMU dal proprietario all’assegnatario dell’alloggio, cosicché l’imposizione ricade in capo all’utilizzatore” (sottolineatura aggiunta).
Ciò posto, la Corte non solo non ha rinvenuto dei limiti operativi della norma nel caso di assegnazione a uno dei coniugi a seguito di separazione legale, e quindi non ha ritenuto che essa s’applica solo alla situazione in cui comproprietario o proprietario sia il coniuge non assegnatario; ma ha addirittura chiarito che detta norma deve essere “interpretata estensivamente”, includendo nel relativo ambito di applicazione anche le ipotesi riconducibili ad una eadem ratio, e per tali motivi ha concluso nel senso dell’applicabilità anche alle famiglie di fatto.
L’interpretazione estensiva è possibile perché, diversamente da quanto argomentato dalla pronuncia di primo grado, “non trattandosi di norma tributaria disciplinante un’ipotesi di agevolazione o di esenzione, ovvero di norma speciale, non vale per la stessa il divieto di interpretazione analogica nonché di interpretazione estensiva ai sensi dell’art.14 delle disposizioni preliminari del cod. civ.” (sottolineatura aggiunta).
Pertanto ed in conclusione, deve ritenersi che l’interpretazione restrittiva dell’articolo 4 comma 12 quinques D.L. n. 16/20121 seguita dalla sentenza di primo grado, per un verso non sia conforme al contenuto letterale della norma, e per altro verso non sia comunque conforme al canone interpretativo della possibilità di interpretazione estensiva della norma stessa.
b) In ragione di tutto quanto sopra, l’appello va accolto, con conseguente annullamento degli atti originariamente impugnati in primo grado.
Le spese di lite del grado di giudizio vanno integralmente compensate ex art. 15 D.Lgs. n. 546/1992, dovendosi rinvenire le “gravi ed eccezionali ragioni” sia nell’assoluta novità della vicenda trattata, sia nell’oggettiva opinabilità della complessa questione in diritto affrontata.
P.Q.M.
la Commissione Tributaria Regionale di Bologna sez. XI
in accoglimento dell’appello, annulla gli atti originariamente impugnati;
compensa le spese di lite del doppio grado di giudizio.

Le pertinenze della casa coniugale. A chi spetta provarlo?

Cass. civ., sez. VI, ordinanza 14 gennaio 2020, n. 510 – Pres. Genovese., Rel. Pazzi
CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA CIVILE
SOTTOSEZIONE 1
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 12407-2018 proposto da:
C.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEL VIMINALE 43, presso lo studio dell’avvocato
ETTORE MARIA CERASA, rappresentato e difeso dall’avvocato ADALBERTO PALESTINI;
(Ammesso P.S.S. delibera 30/4/2018 Ord. avv. Ancona);
– Ricorrente –
contro
T.F., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA FILIPPO CIVININI 12, presso lo studio
dell’avvocato LUCA SPINGARDI, rappresentata e difesa dall’avvocato IVANA CARDOLA;
– controricorrente –
avverso la sentenza n. 154/2018 della CORTE D’APPELLO di ANCONA, depositata l’08/02/2018;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 15/10/2019 dal
Consigliere Relatore Dott. ALBERTO PAZZI.
Svolgimento del processo
che:
l. il Tribunale di Fermo, del dichiarare lo scioglimento del matrimonio contratto fra T.F. e C.G.,
disponeva, fra l’altro, l’assegnazione alla T. della casa coniugale unitamente alle sue pertinenze,
costituite dai locali posti al piano seminterrato dello stabile;
2. la Corte d’appello di Ancona rigettava l’impugnazione proposta dal C. relativamente al solo capo
della sentenza che disponeva l’assegnazione a favore dell’ex coniuge, oltre che dell’appartamento già
destinato ad abitazione coniugale, anche dell’intera porzione sita al piano interrato dello stabile
abitato dai coniugi;
a questo proposito la corte distrettuale ribadiva l’esistenza di un rapporto pertinenziale fra l’ex
domicilio coniugale e tutti i locali posti al piano interrato, tenuto conto del vincolo di
complementarietà funzionale esistente fra le distinte porzioni immobiliari, in presenza di una scala
interna di collegamento, e della finalizzazione dei vani sottostanti all’utilità del superiore
appartamento;
3. per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso C.G. prospettando due motivi di doglianza,
ai quali ha resistito con controricorso T.F.;
parte controricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..
Motivi della decisione
che:
4.1 il primo motivo di ricorso denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, la
violazione e falsa applicazione dell’art. 817 c.c. e art. 115 c.p.c., con riferimento a un errore di
percezione su una prova decisiva: la corte territoriale, nel ravvisare il requisito oggettivo della
contiguità fra l’appartamento coniugale e i locali interrati dall’esame della planimetria
dell’immobile, sarebbe incorsa in un errore di percezione nell’individuare il contenuto oggettivo
della prova, poichè da tale documento si evinceva chiaramente che solo alcuni dei locali (vale a dire
la cantina/disimpegno censita al subalterno 12 e il garage distinto al subalterno 10) posti al piano
interrato erano contigui alla casa coniugale, mentre gli altri erano separati dalla stessa, per la
presenza di muri divisori con gli altri ambienti e di un accesso esterno, distinto e autonomo;
4.2 il motivo è inammissibile;
la corte territoriale, nel valutare la sussistenza di un vincolo pertinenziale fra casa coniugale e tutti i
vani posti al piano sottostante, ha ravvisato la prova del requisito oggettivo della contiguità all’esito
dell’esame della planimetria presente in atti, che a suo dire attestava tanto la posizione subordinata
dei locali posti al piano interrato, quanto la loro diretta accessibilità mediante una scala di
collegamento interno, potendosi così ritenere che questi ultimi fossero posti al servizio
dell’appartamento sovrastante;
e la percezione di questa diretta e completa accessibilità sarebbe, in tesi di parte ricorrente, erronea
e censurabile in questa sede ex art. 115 c.p.c.;
in effetti la giurisprudenza di questa corte ha ritenuto che mentre l’errore di valutazione in cui sia
incorso il giudice di merito – e che investe l’apprezzamento della fonte di prova come dimostrativa,
o meno, del fatto che si intende provare – non è mai sindacabile in sede di legittimità, l’errore di
percezione, cadendo sulla ricognizione del contenuto oggettivo della prova, qualora investa una
circostanza che abbia formato oggetto di discussione tra le parti (e non un fatto incontroverso, in
quanto in tal caso la censura deve essere promossa ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4), è sindacabile ai
sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione dell’art. 115 del codice cit., norma che vieta
di fondare la decisione su prove reputate dal giudice esistenti, ma in realtà mai offerte (Cass.
9356/2017, Cass. 27033/2018);
la prospettazione dell’odierno ricorrente non è tuttavia sussumibile in questo principio, a giudizio di
questo collegio;
il contenuto della planimetria prodotta dal ricorrente mostra infatti che la scala che conduce
dall’appartamento al piano sottostante giunge a un disimpegno con accesso diretto a una cantina e a
uno dei tre garage, attraverso il quale però, in mancanza di ostacoli di sorta, è possibile accedere a
tutti i locali posti al piano interrato;
nessun errore di percezione può quindi essere predicato, dato che il documento non mostra ostacoli
che impediscano in senso assoluto di raggiungere, dal piede della scala di collegamento interno,
direttamente o indirettamente (vale a dire tramite il passaggio attraverso il primo garage) tutti i
locali posti al piano sottostante;
si tratta pertanto di un apprezzamento in termini di contiguità con l’appartamento sovrastante di uno
stato dei luoghi in cui sono presenti più locali oggettivamente collegati fra loro e con accesso anche
dall’esterno;
una simile valutazione non valorizza affatto elementi immaginari e rientra invece nell’attività di
valutazione delle prove, attraverso la ricostruzione del loro valore dimostrativo, che è insindacabile
in questa sede di legittimità;
5.1 il secondo mezzo lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa
applicazione dell’art. 2697 c.c., in merito all’assoluzione dell’onere della prova, con conseguente
violazione dell’art. 115 c.p.c.: la corte territoriale avrebbe assegnato tutti i locali del piano interrato
alla T. nonostante quest’ultima non avesse mai indicato quali fossero i beni da identificarsi come
pertinenza nè avesse dimostrato se gli stessi fossero a servizio od ornamento della casa coniugale,
venendo meno così all’obbligo di dare prova dei presupposti in fatto del diritto che intendeva far
valere; oltre a ciò la corte distrettuale avrebbe malamente applicato il principio di non contestazione
previsto dall’art. 115 c.p.c., che non poteva operare in presenza di una allegazione non specifica dei
fatti posti a fondamento della domanda;
5.2 la doglianza è inammissibile;
la corte territoriale, dopo aver ricordato che la “relazione pertinenziale tra due cose determina
automaticamente l’estensione alla pertinenza degli atti o rapporti giuridici aventi ad oggetto la cosa
principale, salvo che il rapporto strumentale sia cessato anteriormente all’atto concernente la cosa
principale” ha rilevato che “l’anzidetto automatismo presuntivo sussistente tra bene principale e
bene accessorio non poteva dirsi specificamente e compiutamente interrotto dalla contestazione,
peraltro generica, operata dal comproprietario, che non ha fornito la prova di esclusione del vincolo
pertinenziale o, quanto meno, di una concreta differente destinazione dei beni accessori”;
in questo modo la corte territoriale ha inteso sostenere, una volta ritenuta accertata la natura
pertinenziale dei beni al piano interrato nel senso indicato dalla T. in ragione della loro consistenza
in natura, che era onere dell’appellante dimostrare la cessazione del vincolo pertinenziale onde
evitare l’operare dell’automatismo previsto dall’art. 818 c.c., comma 1, secondo cui la pertinenza
rimane soggetta agli effetti degli atti e dei rapporti giuridici che riguardano la cosa principale;
la corte distrettuale perciò non ha inteso riferirsi alle regole preposte alla dimostrazione
dell’esistenza del vincolo pertinenziale, ma, accertato lo stesso come esistente, ha attribuito
all’appellante, in applicazione dell’art. 2697 c.c., comma 2, l’onere probatorio correlato all’eccezione
di non operatività dell’automatismo previsto dall’art. 818 c.c.;
la doglianza in esame non coglie nè critica la ratio decidendi del punto della decisione impugnato,
soffermandosi sulla disciplina dell’onere probatorio relativo a una questione diversa da quella presa
in esame dalla corte di merito, e risulta così inammissibile, dato che il ricorso per cassazione deve
giocoforza contestare in maniera specifica le ragioni poste a fondamento della pronuncia impugnata
(Cass. 19989/2017);
6. in forza dei motivi sopra illustrati il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile;
le spese – da pagarsi a favore dello Stato D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 133, in conseguenza
dell’ammissione al patrocinio a spese dell’erario della parte risultata vittoriosa – seguono la
soccombenza e si liquidano come da dispositivo.
P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento – da eseguirsi a
favore dello Stato D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, ex art. 133 – delle spese del giudizio di
cassazione, che liquida in Euro 3.100, di cui Euro 100 per esborsi, oltre accessori come per legge e
contributo spese generali nella misura del 15%.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24
dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per
il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a
quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.
In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri titoli identificativi
a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.
Così deciso in Roma, il 15 ottobre 2019.
Depositato in Cancelleria il 14 gennaio 2020

La voltura catastale implica accettazione di eredità

Cass. civ., Sez. VI – 2, Ord., 22 gennaio 2020, n. 1438
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 28792-2018 proposto da:
B.G.B., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CORTE DI
CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato ALBERTO ANTONUCCI;
– ricorrente –
contro
UNICREDIT SPA, in persona del Presidente pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA,
VIALE AMERICA 93, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCA CRIVELLARI, che la
rappresenta e difende unitamente all’avvocato ROBERTO BETTIN;
– controricorrente –
avverso la sentenza n. 1232/2018 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 29/06/2018;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 24/09/2019 dal
Consigliere Relatore Dott. TEDESCO GIUSEPPE.
Svolgimento del processo – Motivi della decisione
La Corte d’appello di Torino ha confermato la sentenza emessa dal giudice di primo grado, il quale,
su domanda di Unicredit creditrice di D.I., deceduta il (OMISSIS), aveva accertato che il convenuto
B.G.B., successibile ex lege in qualità di figlio della de cuius, aveva compiuto atti che importavano
accettazione dell’eredità materna.
La corte d’appello ha innanzitutto condiviso la valutazione del primo giudice circa la concludenza,
agli effetti dell’accettazione tacita, della voltura catastale riferita a immobili compresi nell’eredità.
Essa, al fine di avvalorare ulteriormente le conclusioni, ha aggiunto che il B., a far tempo
dall’apertura della successione, possedeva l’alloggio caduto in successione in Torino, via
(OMISSIS), avendovi trasferito in questo la propria dimora abituale e sostenuto gli oneri
condominiali.
Per la cassazione della sentenza B.G.B. ha proposto ricorso, affidato a un unico complesso motivo,
con il quale censura, per un verso, l’assunto, fatto proprio dalla corte d’appello, secondo cui la
voltura catastale di un immobile ereditario costituisce atto di accettazione tacita dell’eredità, per
altro verso, la ricostruzione dei fatti proposta con la sentenza in ordine all’immissione in possesso,
al pagamento degli oneri condominiali e al trasferimento della residenza anagrafica.
Unicredit S.p.A. ha resistito con controricorso.
Su proposta del relatore, che riteneva che il ricorso potesse essere rigettato per manifesta
infondatezza del ricorso, con la conseguente possibilità di definizione nelle forme di cui all’art. 380-
bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 5), il presidente ha fissato l’adunanza della
camera di consiglio.
La controricorrente ha depositato memoria.
Il ricorso è infondato.
Secondo il consolidato orientamento di questa Corte “L’accettazione tacita di eredità, che si ha
quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone la sua volontà di accettare e che non
avrebbe diritto di compiere se non nella qualità di erede, può essere desunta anche dal
comportamento del chiamato, che abbia posto in essere una serie di atti incompatibili con la
volontà di rinunciare o che siano concludenti e significativi della volontà di accettare; ne consegue
che, mentre sono inidonei allo scopo gli atti di natura meramente fiscale, come la denuncia di
successione, l’accettazione tacita può essere desunta dal compimento di atti che siano al contempo
fiscali e civili, come la voltura catastale, che rileva non solo dal punto di vista tributario, ma anche
da quello civile” (Cass. n. 22317/2014; n. 10796/2009; n. 5226/2002; n. 7075/1999).
D’altronde “l’indagine relativa alla esistenza o meno di un comportamento qualificabile in termini
di accettazione tacita, risolvendosi in un accertamento di fatto, va condotta dal giudice di merito
caso per caso (in considerazione delle peculiarità di ogni singola fattispecie, e tenendo conto di
molteplici fattori, tra cui quelli della natura e dell’importanza, oltrechè della finalità, degli atti di
gestione), e non è censurabile in sede di legittimità, purchè la relativa motivazione risulti immune
da vizi logici o da errori di diritto” (Cass. n. 12753/1999).
A questo proposito si deve aggiungere che la corte di merito non ha fatto discendere l’esistenza di
una tacita accettazione di eredità dall’avvenuta voltura catastale, ma ha considerato l’adempimento
nel complesso delle circostanze di causa. In particolare essa ha posto l’accento sul fatto che il
chiamato viveva nell’immobile e aveva pagato gli oneri condominiali.
In verità il ricorrente nega l’avvenuto pagamento degli oneri condominiali, ma in questo senso la
censura si dirige contro la ricostruzione in fatto della corte d’appello, che in proposito, richiamando
i documenti prodotti da Unicredit, ha analiticamente indicato in pagamenti compiuti.
Al riguardo il ricorrente richiama un diverso documento contenente la diffida ad adempiere da parte
condominio.
In questi termini però, in disparte il fatto che non si descrive il contenuto del diverso documento, è
agevole il rilievo che, di per sè, l’esistenza della diffida non contraddice il pagamento degli oneri
assunto dalla corte di merito.
In quanto al fatto che egli non avrebbe trasferito la propria residenza nell’immobile dopo la morte
della madre, ma già vi risiedeva e vi abitava in precedenza, la circostanza non solo non contraddice
minimamente i rilievi della corte d’appello in ordine al possesso del bene, ma li conferma, non
essendo rilevante, nell’ambito della ricostruzione della corte, che il chiamato già abitasse
nell’immobile e non ne avesse acquisito il possesso in un secondo tempo. A un attento esame i
rilievi della corte in ordine al possesso introducono una circostanza idonea a configurare l’acquisto
dell’eredità da parte del B. non in dipendenza di una tacita accettazione, ma ex lege ai sensi dell’art.
485 c.c. (Cass. n. 11018/2008; n. 16507/2006; n. 4845/2003), essendo incontroverso che il possesso
si è protratto per oltre tre mesi dalla morte senza che il chiamato abbia fatto l’inventario ed essendo
altresì incontroverso che egli avesse consapevolezza sia della devoluzione dell’eredità, sia che il
bene posseduto apparteneva all’eredità medesima (cfr. Cass. n. 2911/1998).
Invero l’art. 485 c.c. si riferisce letteralmente proprio al caso che il chiamato sia già nel possesso dei
beni ereditari a qualsiasi titolo (Cass. n. 6167/2019), senza che ciò voglia dire che, a questi effetti,
sia insignificante il possesso acquisito successivamente. Nel concorso delle condizioni previste
dalla norma l’acquisto ex lege opererebbe ugualmente, ma il trimestre accordato per il compimento
dell’inventario decorrerebbe non dalla apertura della successione, ma dal momento di inizio del
possesso.
Insomma la valutazione della corte è immune da censure, da qualsiasi profilo si consideri la
vicenda.
Il ricorso, pertanto, va rigettato, con addebito di spese.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei
presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di
contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se
dovuto.
P.Q.M.
rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese
del giudizio di legittimità, che liquida in 4.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella
misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge; ai sensi del D.P.R. n.
115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il
versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a
quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di
cassazione, il 24 settembre 2019.
Depositato in Cancelleria il 22 gennaio 2020

Individuazione del genitore più idoneo all’affidamento del figlio minore

Cassazione civile, sez. VI, 04 Novembre 2019, n. 28244. Pres. Genovese. Est. Loredana Nazzicone.
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA CIVILE
SOTTOSEZIONE 1
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 360-2018 proposto da:
S.L., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato G. P.;
– ricorrente –
contro
F.A.;
– intimata –
avverso la sentenza n. 144/2017 della CORTE D’APPELLO di TRENTO, depositata il 26/05/2017;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 24/09/2019 dal Consigliere Relatore Dott. LOREDANA NAZZICONE.
Svolgimento del processo
– che è stato proposto ricorso, sulla base di tre motivi, avverso la sentenza della Corte d’appello di Trento n. 144 del 26 maggio 2017, la quale ha confermato la decisione di primo grado, che aveva disposto l’affido esclusivo alla madre delle due figlie minori e quantificato il contributo dovuto dall’odierno ricorrente per il mantenimento di ciascuna in Euro 350,00 mensili;
– che non svolge difese l’intimata;
– che è stata formulata la proposta per la trattazione ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., avverso cui non sono stati espressi rilievi.

Motivi della decisione
– che i motivi di ricorso possono essere così riassunti:
1) violazione e falsa applicazione dell’art. 337-quater c.c., comma 1, poichè il giudice di secondo grado ha disposto l’affidamento esclusivo delle minori operando un giudizio prognostico sul comportamento dell’odierno ricorrente disancorato da basi solide;
2) nullità della sentenza per assenza di motivazione circa le ragioni che hanno condotto la corte di merito a ritenere che le minori non avrebbero tratto beneficio dal perdurare della relazione con il padre, disponendo, dunque, l’affido esclusivo alla madre;
3) omesso esame di un fatto decisivo, non avendo il giudice di secondo grado considerato le dichiarazioni delle figlie minori dalle quali era emersa l’importanza della figura paterna nelle scelte relative la loro vita;
– che i tre motivi sono inammissibili;
– che la decisione censurata risulta conforme ai principi enunciati da questa Corte, secondo cui “in materia di affidamento dei figli minori, il giudice della separazione e del divorzio deve attenersi al criterio fondamentale (…) rappresentato dall’esclusivo interesse morale e materiale della prole, privilegiando quel genitore che appaia il più idoneo a ridurre al massimo i danni derivati dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo della personalità del minore. L’individuazione di tale genitore deve essere fatta sulla base di un giudizio prognostico circa la capacità del padre o della madre di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione di genitore singolo, giudizio che, ancorandosi ad elementi concreti, potrà fondarsi sulle modalità con cui il medesimo ha svolto in passato il proprio ruolo, con particolare riguardo alla sua capacità di relazione affettiva, di attenzione, di comprensione, di educazione, di disponibilità ad un assiduo rapporto, nonchè sull’apprezzamento della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente che è in grado di offrire al minore. La questione dell’affidamento della prole è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice di merito, il quale deve avere come parametro di riferimento l’interesse del minore e, ove dia sufficientemente conto delle ragioni della decisione adottata, esprime un apprezzamento di fatto non suscettibile di censura in sede di legittimità” (Cass. 14840/2006);
– che, nel caso di specie, contrariamente a quanto ritenuto dalla parte ricorrente, dalla motivazione della decisione gravata si evincono agevolmente le ragioni che hanno indotto il giudice di merito a statuire circa l’affido esclusivo delle minori alla madre (trasferimento in regione diversa e distante da quella di residenza delle minori; mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento; scarsa partecipazione alle scelte inerenti le vite delle figlie; trascuratezza dei propri doveri genitoriali) e dalla stessa, ancora, è agevole riscontrare l’effettiva ponderazione e valutazione, ad opera del giudice, delle dichiarazioni rilasciate dalle figlie il cui esame, pertanto, non può di certo definirsi omesso;
– che, in definitiva, i motivi di ricorso risultano essere intesi tutti a far valere la non rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice di merito al diverso convincimento soggettivo del ricorrente e, in particolare, a “proporre un preteso migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti, ma tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionale valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice” (Cass. 18039/2012), il quale, essendo nel caso di specie compiutamente motivato, non è in questa sede censurabile;
– che, dunque, il ricorso è inammissibile;
– che non occorre provvedere sulle spese.
P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso.
In caso di diffusione del presente provvedimento, sono omesse le generalità e gli altri dati identificativi delle parti, a norma dell’art. 53 D.Lgs. n. 196 del 2003.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 24 settembre 2019.
Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2019

Assegno di divorzio fondato sul criterio del tenore di vita godibile durante il matrimonio

Cassazione civile, sez. I, 11 Dicembre 2019, n. 32398. Pres. Maria Cristina Giancola. Est. Maria Acierno.
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso 29219/2016 proposto da: c. C.M., elettivamente domiciliato in Roma, *, presso lo studio dell’avvocato P. F., che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato P. S., giusta procura a margine del ricorso;
– ricorrente –
contro
M.A., domiciliata in Roma, Piazza Cavour, presso la Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa dall’avvocato C. G. B., giusta procura a margine del controricorso;
– controricorrente –
avverso la sentenza n. 371/2016 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE, depositata il 13/06/2016;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 19/09/2019 dal cons. Dott. ACIERNO MARIA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. ZENO IMMACOLATA, che ha concluso per il rigetto con diversa motivazione della sentenza, in subordine accoglimento ed esame nel merito, con rigetto dell’istanza di C.M.;
udito, per il ricorrente, l’avvocato A. S., con delega, che si è riportato agli atti.
Svolgimento del processo – Motivi della decisione
La corte d’Appello di Trieste ha confermato l’attribuzione e la determinazione dell’assegno divorzile, posto a carico di C.M. ed in favore di M.A., nella misura di Euro 2.000 mensili, così come stabilito dal giudice di primo grado. A sostegno della decisione ha affermato che la beneficiaria ha sessanta anni ed è invalida al 60%. E’ proprietaria di una casa di abitazione dove vive che, conseguentemente, non è produttiva di reddito. L’obbligato ha, invece, ottime capacità patrimoniali costituite da cespiti immobiliari e titoli non paragonabili ai modesti risparmi e al patrimonio immobiliare dell’ex moglie. Il reddito dell’obbligato è di circa 90.000 Euro l’anno. L’assegno viene disposto in relazione al tenore di vita goduto durante il matrimonio grazie alle disponibilità del C. rispetto al quale le deduzioni relative all’inerzia della M. nel reperire attività lavorativa dopo la conclusione del matrimonio non assumono rilievo mentre le altre allegazioni incidono sulla determinazione ma non sull’attribuzione.
Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione C.M.. Ha resistito con controricorso M.A.. La parte ricorrente ha depositato memoria per l’udienza camerale, ove era fissata originariamente la trattazione del ricorso. Il Collegio, tuttavia, in relazione ai mutamenti giurisprudenziali in tema di assegno di divorzio, ha rimesso la causa alla pubblica udienza.
Nel primo motivo, integrato dalle osservazioni contenute nella memoria, è stata dedotta la violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, per l’illegittima applicazione del criterio di attribuzione dell’assegno di vita individuato nel tenore di vita goduto nel matrimonio e per la determinazione di esso in relazione alla durata del vincolo, senza tenere nel debito conto la deliberata mancata attivazione della controricorrente nella ricerca di una nuova attività lavorativa dopo essersi volontariamente dimessa dall’ottima posizione ricoperta in precedenza culminata nel non aver accettato la proposta di lavoro formulata dalla s.p.a. C. con la previsione di uno stipendio di oltre 20.000 Euro netti annui. Ad integrazione del ricorso, nella memoria viene contestata in radice l’applicabilità del predetto criterio essendo intervenuta medio tempore la sentenza n. 17504 del 2017 che ha ancorato l’attribuzione dell’assegno divorzile all’accertamento della non autosufficienza economica della richiedente.
Il criterio attributivo dell’assegno di divorzio censurato dal ricorrente, è fondato, previa valutazione comparativa della situazione economico-patrimoniale e reddituale degli ex coniugi, sull’accertamento del tenore di vita godibile da essi in corso di matrimonio, ovvero sulle potenzialità economiche complessive, individuandosi l’avente diritto nell’ex coniuge che ha una condizione deteriore e che, conseguentemente ha diritto a rimuovere tendenzialmente lo squilibrio verificatosi per effetto del divorzio. Tale parametro opera in funzione dell’attribuzione dell’assegno mentre i criteri indicati dall’art. 5, comma 6 operano in chiave correttiva/riduttiva del suo ammontare.
Tale assetto nomofilattico della norma è, stato, tuttavia, superato dall’arresto delle sezioni unite n. 18287 del 2018, così massimato: Il riconoscimento dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante, e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, applicandosi i criteri equiordinati di cui alla prima parte della norma, i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sulla attribuzione sia sulla quantificazione dell’assegno. Il giudizio dovrà essere espresso, in particolare, alla luce di una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonchè di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età dell’avente diritto.
L’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge richiedente e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive non può fondarsi sul parametro, estraneo agli indicatori contenuti nella norma, del tenore di vita potenziale, ancorchè assunto come limite massimo, ma deve essere tratto dagli espliciti criteri contenuti nella prima parte dell’art. 5, comma 6, ed in particolare dal concreto atteggiarsi dei ruoli endofamiliari nel corso del matrimonio e dall’incidenza del contributo fornito per la conduzione della vita familiare, per la formazione del patrimonio comune e dell’altro coniuge, riconoscendosi all’assegno una funzione in misura pariordinata e concorrente assistenziale, perequativa e compensativa. La comparazione tra le situazioni economico-patrimoniali e reddituali delle parti non costituisce, di conseguenza, come nel pregresso orientamento fondato sul parametro del tenore di vita, il fattore primario dell’attribuzione dell’assegno di divorzio, ben potendo non operare più come elemento determinante in funzione dell’accertamento del diritto, ove gli altri indicatori (la durata, l’età, le ragioni della decisione) ed in particolare la concreta conduzione della vita familiare conducano a ritenere che lo squilibrio fotografato dal quadro comparativo economico-patrimoniale e reddituale non sia stato determinato o favorito dalle scelte comuni cui è stata improntata la vita familiare, da accertarsi anche presuntivamente sulla base del suo effettivo svolgersi, in relazione ai tempi ed ai modi con i quali il contributo degli ex coniugi si è manifestato. Deve, tuttavia, precisarsi, che, secondo il nuovo parametro integrato, anche ove si accerti che lo squilibrio determinatosi con lo scioglimento del vincolo non sia determinato o non sia stato accentuato o favorito dai fattori sopraindicati, perchè fondato su un condizione di preminenza economico-patrimoniale di partenza rimasta immutata, è necessario verificare, se vi sia stato da parte dell’ex coniuge richiedente che abbia svolto un ruolo preminente nella conduzione della vita familiare, un sacrificio delle proprie aspettative professionali e lavorative potendo in tale ipotesi, la contribuzione dell’altro coniuge operare in funzione compensativa, sia in relazione alle potenzialità reddituali ed economiche perdute che all’impossibilità di recuperare il tempo impiegato all’interno del nucleo familiare, in chiave di ripristino della personale capacità professionale e reddituale. Possono, infine, verificarsi situazioni concrete rispetto alle quali risulti indifferente lo squilibrio economico-patrimoniale e reddituale tra gli ex coniugi conseguente allo scioglimento del vincolo ai fini dell’attribuzione dell’assegno di divorzio. Ciò può accadere quando, in sede separativa, vi sia stata una definizione dei rapporti economico patrimoniali che abbia anche tenuto conto degli effetti pregiudizievoli della cessazione del rapporto sulla sfera economico patrimoniale di quello degli ex coniugi che abbia svolto un ruolo preminente nella conduzione della vita familiare, ovvero quando la funzione perequativa e compensativa dell’assegno sia stata preventivamente soddisfatta dalle attribuzioni eseguite da uno dei coniugi nei confronti dell’altro prima dello scioglimento del vincolo (Cass. 21926 del 2019). Si possono, inoltre, rilevare situazioni concrete nelle quali non possono trovare ingresso gli indicatori normativi che concorrono all’attribuzione dell’assegno, in ragione della limitata durata del vincolo o dell’età del richiedente, ancora adeguata all’ingresso nel mercato del lavoro e/o (questa ipotesi statisticamente risulta ancora la meno frequente) del mancato svolgimento di un ruolo determinante o concorrente nella conduzione della vita familiare.
I nuovi criteri attributivi e determinativi dell’assegno di divorzio, in conclusione, non risultano condizionati dall’accertamento del tenore di vita godibile durante il matrimonio, operando lo squilibrio economico patrimoniale (elemento fattuale che non può confondersi con il tenore di vita che costituisce il frutto di un giudizio) esclusivamente come una precondizione fattuale, il cui accertamento risulta imposto dalla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, per potere procedere all’applicazione dei parametri integrati indicati dalle Sezioni Unite in funzione della finalità composita dell’assegno di divorzio. Come già osservato in Cass. 21926 del 2019, infatti, una condizione economico-patrimoniale e reddituale paritaria che non risulti influenzata, positivamente o negativamente dalle scelte di conduzione della vita familiare cristallizzate nel concreto atteggiarsi dei ruoli dei coniugi al suo interno, porta ad escludere il riconoscimento del diritto all’assegno di divorzio, così come condizioni di agiatezza particolarmente elevate.
In conclusione, il motivo merita di essere accolto dal momento che la Corte d’Appello ha fondato il proprio accertamento relativo all’attribuzione dell’assegno di divorzio esclusivamente sul superato criterio del tenore di vita godibile durante il matrimonio, senza verificare l’incidenza in concreto degli indicatori, provenienti dall’art. 5, comma 6, comma 1, così come declinati nella pronuncia delle S.U. n. 18287 del 2018.
Al riguardo, deve rilevarsi che questa Corte ha stabilito proprio in relazione al novum espresso dalle S.U. con la pronuncia sopraindicata che “La cassazione della pronuncia impugnata con rinvio per un vizio di violazione o falsa applicazione di legge che reimposti in virtù di un nuovo orientamento interpretativo i termini giuridici della controversia così da richiedere l’accertamento di fatti, intesi in senso storico e normativo, non trattati dalle parti e non esaminati dal giudice del merito, impone, perchè si possa dispiegare effettivamente il diritto di difesa, che le parti siano rimesse nei poteri di allegazione e prova conseguenti alle esigenze istruttorie conseguenti al nuovo principio di diritto da applicare in sede di giudizio di rinvio”. (Cass. 11178 del 2019).
La sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Trieste in diversa composizione perchè si adegui a principi illustrati e provveda sulle spese processuali del presente giudizio.
P.Q.M.
Accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Trieste in diversa composizione perchè provveda anche sulle spese processuali del presente giudizio.
In caso di diffusione omettere le generalità.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 19 settembre 2019.
Depositato in Cancelleria il 11 dicembre 2019