Il coniuge che, nel corso di un giudizio di separazione in vigenza del regime della comunione dei beni, abbia donato alla figlia le quote societarie, verificatosi lo scioglimento della comunione legale deve restituirle pro quota alla moglie ai sensi dell’art. 192 cod. civ. che disciplina rimborsi e restituzioni.

Cass. civ. Sez. II, 6 marzo 2019, n. 6459
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA CIVILE
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso 29857-2014 proposto da:
P.G.A., elettivamente domiciliato in ROMA, P.ZZA MARTIRI DI BELFIORE 2, presso lo studio dell’avvocatoDOMENICO CONCETTI, rappresentato e difeso dall’avvocato LUIGI REMUS;
– ricorrente –
controE.M.T.A., rappresentata e difesa dall’avvocato FRANCO UGGETTI;
– controricorrente –
avverso la sentenza n. 1257/2013 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA, depositata il 14/11/2013;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 06/11/2018 dal Consigliere Dott. ANTONIO SCARPA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DEL CORE Sergio, il quale ha concluso per l’accoglimento del secondo motivo di ricorso, l’assorbimento del terzo, quarto e quinto motivo ed il rigetto dei restanti motivi.
Svolgimento del processo
P.G.A. ha proposto ricorso articolato in nove motivi contro la sentenza n. 1257/2013 della Corte d’Appello di Brescia depositata il 14 novembre 2013. Resiste con controricorso E.M.T.A..
Con citazione del 9 aprile 2007 E.M.T.A. convenne davanti al Tribunale di Brescia il coniuge P.G.A., dal quale si era separato in forza di sentenza passata in giudicato, chiedendo: la condanna del convenuto al pagamento della somma di Euro 250.000,00, pari al controvalore della metà delle quote societarie della SB Impianti s.r.l., comprese nella comunione legale coniugale e donate dal P. alla figlia con atto del 2 febbraio 2006; la divisione dei mobili presenti nella casa coniugale e dei saldi dei conti correnti intestati al convenuto; ancora, la restituzione dei suoi beni personali. P.G.A., oltre a chiedere di estendere il contraddittorio alla figlia E., contestava le domande dell’attrice e opponeva un proprio controcredito per Euro 270.000,00 per il pagamento di imposte. Il Tribunale di Brescia condannò P.G.A. a pagare a E.M.T.A. Euro 250.000,00, per la metà del valore delle quote della SB Impianti s.r.l., ed Euro 7.757,97, pari alla metà del valore dei mobili di arredo assegnati al convenuto.
La Corte d’Appello di Brescia accolse il gravame formulato da P.G.A. solo sul punto della decorrenza degli interessi dovuti sulla somma di Euro 7.757,97, dovuta a titolo di conguaglio.
E.M.T.A. ha presentato memoria ai sensidell’art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

1. Il primo motivo di ricorso di P.G.A. denuncia la violazione o falsa applicazionedell’art. 102 c.p.c..
La Corte d’Appello di Brescia ha affermato che l’appellante, a sostegno della asserita necessità di integrare il contraddittorio nei confronti della figlia E., avesse unicamente dedotto che la stessa convivesse col padre, sicché doveva valere la presunzione in forza della quale “l’ufficiale giudiziario va a pignorare i beni mobili ritrovati nella casa in cui Tizio ha la propria residenza anagrafica”, senza però censurare il diniego di litisconsorzio motivato dal primo giudice con riguardo alla mancata allegazione che la proprietà di parte dei beni mobili fosse comune.
Il ricorrente adduce, invece, di aver parlato di comproprietà dei beni mobili nella comparsa di risposta del giudizio di primo grado, ed espone di aver ribadito il dato della convivenza tra padre e figlia nella memoria del 24 settembre 2007 e nell’atto di appello.
1.1. Il primo motivo di ricorso, come proposto, rivela una non immediata riferibilità alla ratio decidendi esplicitata dalla Corte d’Appello di Brescia con riguardo alla questione di diritto in oggetto.
Per consolidato orientamento interpretativo di questa Corte, la parte che eccepisca la non integrità del contraddittorio ha l’onere di indicare nominativamente le persone che debbono partecipare al giudizio quali litisconsorti necessari, di provarne l’esistenza e di documentare, altresì, i presupposti di fatto che giustificano l’integrazione, indicando pure gli atti del processo di merito dai quali dovrebbe trarsi la prova dei dati fattuali che giustificano la sua eccezione (cfr., ad es., Cass. Sez. 3, 05/09/2011, n. 18110; Cass. Sez. 2, 10/05/2018, n. 11318; Cass. Sez. 2, 18/11/2013, n. 25810; Cass. Sez. 2, 12/06/2006, n. 13571). Avendo il Tribunale negato la sussistenza della prova della comproprietà in capo ad E., figlia di P.G.A., dei beni mobili oggetto della domanda di divisione, è evidentemente irrilevante il motivo di appello che il medesimo ricorrente aveva formulato invocando una “presunzione” di contitolarità fondata sul presupposto della coabitazione fra i due. Il ricorrente sembra supporre che operi, al fine di dare conforto alla necessità di integrare il contraddittorio nel giudizio di divisione, a normadell’art. 784 c.p.c., la presunzione di proprietà invece disposta in tema di espropriazione mobiliare presso il debitoredall’art. 513 c.p.c.(e dall’art. 621), con riferimento a tutti i beni arredanti la sua casa, presunzione superabile dagli eventuali terzi che li abbiano acquistati e introdotti nella casa con lo strumento processuale dell’opposizione exartt. 619 c.c.e ss.. Quella postadall’art. 513 c.p.c.è, all’evidenza, una presunzione valevole in sede esecutiva (ad es., Cass. Sez. 2, 29/08/1994, n. 7564; Cass. Sez. 3, 09/02/2007, n. 2909).
Trattandosi, nella specie, di beni mobili di arredo della ex casa familiare dei coniugi P.G.A. e E.M.T.A., a dimostrare l’infondatezza della tesi difensiva della presunta comproprietà tra il primo e la figlia convivente E., basta considerare il dispostodell’art. 219 c.c., comma 2, il quale, con riferimento all’ipotesi, appunto, di separazione di beni tra coniugi, sancisce piuttosto in favore di costoro una presunzione semplice di comproprietà se nessuno degli stessi ne dimostri la proprietà esclusiva (cfr. Cass. Sez. 1, 07/07/1998, n. 6589).
2. Il secondo motivo di ricorso di P.G.A. denuncia la violazione o falsa applicazionedell’art. 345 c.p.c..Il ricorrente aveva sostenuto in appello che, venuta meno la comunione legale, a E.M.T.A. non spettasse più alcuna azione exart. 184 c.c.con riferimento alla donazione delle quote sociali, ma tale deduzione era stata ritenuta inammissibilmente svolta soltanto in secondo grado, essendosi il P. difeso davanti al Tribunale nel senso che l’attrice non era contraria alla liberalità e che era incongruo il valore del credito donato. Nel secondo motivo di ricorso, oltre a ribadire che sin dalla comparsa di risposta il convenuto aveva obiettato che ci trovasse ormai di fronte ad una “comunione semplice”, si sostiene che, in ogni caso, una volta venuta meno la comunione legale tra i coniugi per effetto del passaggio in giudicato della separazione giudiziale, non potesse più essere accolta una domanda fondatasull’art. 184 c.c., comma 3.
Il terzo motivo di ricorso di P.G.A. denuncia la violazione o falsa applicazionedell’art. 342 c.p.c..Viene censurato il giudizio di “non chiarezza” espresso dalla Corte di Brescia sul paragrafo dell’atto di gravame intitolato “rinunzia”, nel quale l’appellante evidenziava come E.M.T.A. avesse atteso oltre un anno per promuovere l’azione avversa alla donazione del 2 febbraio 2006, denotando un comportamento abdicativo rispetto alla pretesa exart. 184 c.c..
Il quarto motivo di ricorso deduce la violazione o falsa applicazionedell’art. 345 c.p.c., avendo la Corte d’Appello ritenuto l’inammissibilità per novità della questione dell’annullabilità dell’atto di donazione. Ancora una volta il ricorrente sostiene che i giudici di secondo grado abbiano errato ad ammettere la domanda exart. 184 c.c., comma 3, nell’ambito di una comunione semplice, essendo ormai cessata la comunione legale tra coniugi.
Il quinto motivo di ricorso deduce la violazione o falsa applicazionedell’art. 184 c.p.c..Si sostiene che la Corte d’Appello abbia errato nel considerare non annullabile la donazione, in quanto non avente ad oggetto immobili o mobili registrati, dovendosi, a dire del ricorrente, per la eadem ratio applicare anche alla traslazione di quote sociali la disciplina dell’azione di annullamento, e non già quella di condanna al pagamento di somma equivalente.
2.1. Il secondo, il terzo, il quarto ed il quinto motivo del ricorso di P.G.A. vanno esaminati unitariamente, in quanto connessi, e si rivelano infondati, essendo conforme al diritto il dispositivo adottato dalla Corte di Brescia (ove ha confermato la condanna di P.G.A. a pagare a E.M.T.A. la somma di Euro 250.000,00, pari alla metà del valore delle quote della SB Impianti s.r.l.), pur dovendosi in parte correggere la motivazione sul punto della sentenza impugnata.
Le denunce di violazione degliartt. 342 e 345 c.p.c.non rivelano concreto interesse, in quanto la Corte d’Appello, pur ritenendo la carenza di specificità di alcuni motivi di impugnazione e la novità di alcune eccezioni sollevate dall’appellante, ha comunque deciso nel merito le relative questioni devolute.
In premessa, occorre considerare come sia stato accertato in fatto nei pregressi gradi di merito che la donazione delle quote societarie della SB Impianti s.r.l., effettuata dal P. alla figlia, era avvenuta con atto del 2 febbraio 2006; la sentenza di separazione personale dei coniugi E.M.T.A. e P.G.A. era passata in giudicato il 16 febbraio 2007, così determinandosi lo scioglimento della comunione exart. 191 c.c.(nella formulazione vigente ratione temporis, prima dell’introduzione del nuovo comma 2 ad opera dellaL. 6 maggio 2015, n. 55,art.2); il presente giudizio venne iniziato il 9 aprile 2007.
Come affermato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 311 del 1988, la comunione legale dei beni tra i coniugi, a differenza da quella ordinaria, è una comunione senza quote, nella quale i coniugi sono solidalmente titolari di un diritto avente per oggetto i beni di essa e rispetto alla quale non è ammessa la partecipazione di estranei. Ne consegue che, nei rapporti con i terzi, ciascun coniuge, mentre non ha diritto di disporre della propria quota, può tuttavia disporre dell’intero bene comune, ponendosi il consenso dell’altro coniuge (richiestodall’art. 180 c.c., comma 2 per gli atti di straordinaria amministrazione) come un negozio unilaterale autorizzativo che rimuove un limite all’esercizio del potere dispositivo sul bene e che rappresenta un requisito di regolarità del procedimento di formazione dell’atto di disposizione, la cui mancanza, ove si tratti di bene immobile o di bene mobile registrato, si traduce in un vizio di annullabilità da far valere nei termini fissatidall’art. 184 c.c., comma 2, (cfr. da ultimo Cass. Sez. 2, 31/08/2018, n. 21503). Per ciò che concerne, invece, gli atti di disposizione su beni mobili,l’art. 184 c.c., comma 3, non prevede alcun consenso necessario né alcuna impugnazione, limitandosi la norma a porre a carico del coniuge, che abbia effettuato l’atto in questione, l’obbligo di ricostituire la comunione, ad istanza dell’altro, nello stato in cui era prima del compimento dell’atto, o, qualora ciò non sia possibile, di pagare l’equivalente del bene secondo i valori correnti all’epoca della ricostituzione della comunione, senza stabilire alcuna sanzione di annullabilità o di inefficacia per l’atto compiuto in assenza del consenso del coniuge, atto che resta, pertanto, pienamente valido ed efficace (Cass. Sez. 1, 07/03/2006, n. 4890; Cass. Sez. 1, 19/03/2003, n. 4033). Trattandosi, nella specie, di donazione di quote di partecipazione in una società a responsabilità limitata, non vi è ragione di dubitare, a differenza di quanto propone il ricorrente, che le stesse debbano considerarsi come beni immateriali equiparabili ai beni mobili non iscritti in pubblici registri, per cui ad esse devono applicarsi, a normadell’art. 813 c.c., le disposizioni concernenti i beni mobili, tra cui appuntol’art. 184 c.c., comma 3.
La natura di comunione senza quote della comunione legale dei coniugi permane, tuttavia, sino al momento del suo scioglimento, di cuiall’art. 191 c.c., allorquando i beni cadono in comunione ordinaria (cfr. Cass. Sez. 1, 05/04/2017, n. 8803), sicché non vi è più nemmeno ragione di permanente operativitàdell’art. 184 c.c., comma 3, il quale è volto prioritariamente a reintegrare l’originario stato della comunione. Nel caso in esame, la domanda di pagamento del controvalore della metà delle quote societarie donate fu rivolta da E.M.T.A. il 9 aprile 2007, quando la comunione legale con P.G.A. si era ormai sciolta per effettodell’art. 191 c.c., sicché non ha alcuna rilevanza interrogarsi sulla possibilità, o meno, di rimuovere l’atto di donazione o di rimpiazzare i beni alienati in forma specifica e non per equivalente. Lo scioglimento della comunione apre, invero, la fase di liquidazione della stessa, potendo ciascuno dei coniugi realizzare la propria quota, pari alla metà dei diritti già acquisiti e dei proventi delle attività separate non consumati. In particolare, verificatosi lo scioglimento della comunione legale, come avvenuto nel caso oggetto di lite, trova applicazione in sede di divisione il regime dei rimborsi e delle restituzioni dettatodall’art. 192 c.c.(cfr. Cass. Sez. 1, 15/09/2004, n. 18564). Allorché un coniuge abbia compiuto, in violazione della regola della congiuntività suppostadall’art. 184 c.c., un atto dispositivo di beni della comunione depauperandone il patrimonio, come qui avvenuto con la donazione del P. alla figlia delle quote societarie della SB Impianti s.r.l., lo stesso è obbligato a corrisponderne all’altro coniuge il valore pro quota determinato al momento dello scioglimento della comunione (in quanto da tale momento soltanto diviene esigibile l’obbligo del rimborso, a meno che non fosse stato richiesto anteriormente), salvo che dimostri che l’atto sia stato vantaggioso per la comunione o abbia soddisfatto una necessità della famiglia.
3. Il sesto motivo di ricorso di P.G.A. denuncia la violazione o falsa applicazione degliartt. 99 e 112 c.p.c., nonchédell’art. 718 c.c..Si sostiene l’errore della Corte d’Appello la quale, a fronte di una domanda di attribuzione dei mobili costituenti arredo della casa familiare avanzata dalla E., ha assegnato gli stessi al ricorrente, che non li aveva richiesti.
In appello, il P. aveva sostenuto che la mobilia fosse comodamente asportabile dalla ex casa familiare. Il Tribunale aveva invece sostenuto che tali mobili erano strumentali al godimento dell’appartamento, in quanto componibili o realizzati su misura, e quindi non assoggettabili ad un agevole progetto divisionale.
III. Il sesto motivo di ricorso è infondato.
La disposizione contenutanell’art. 720 c.c., in tema di divisione avente ad oggetto beni immobili indivisibili o non comodamente divisibili caduti in comunione ereditaria, si applica anche allo scioglimento di ogni altro tipo di comunione, per effetto del richiamo contenutonell’art. 1116 c.c..Tale disposizione, secondo cui i beni non comodamente divisibili devono essere compresi con addebito dell’eccedenza nella porzione di uno dei condividenti aventi diritto alla quota maggiore o anche nelle porzioni di più comproprietari se questi ne richiedano congiuntamente l’attribuzione, benché dettata espressamente in materia di divisione immobiliare, stante l’eadem ratio, l’esigenza cioè di conservare l’unità del patrimonio relitto, si reputa operante dalla giurisprudenza anche nella divisione di mobili, come nell’ipotesi di universalità di mobili (Cass. Sez. 2, 04/12/1991, n. 13036; Cass. Sez. 2, 10/03/1976, n. 831). La Corte d’Appello ha confermato la valutazione del primo giudice secondo cui i mobili e gli arredi non erano separabili dall’alloggio già adibito a residenza coniugale, in quanto strumentali al godimento dell’immobile di proprietà P., e non ha perciò dato seguito alla domanda di attribuzione della E. inerente, appunto, ai mobili che risultassero asportabili. Tale accertamento del requisito della non comoda divisibilità dei beni mobili di arredo, per la comprovata esistenza di motivi ostativi, è frutto di apprezzamento di fatto del giudice del merito, incensurabile in sede di legittimità, giacché sorretto da motivazione congrua ed immune da errori di diritto (arg da Cass. Sez. 2, 21/05/2003, n. 7961).
4. Il settimo motivo di ricorso di P.G.A. deduce la violazione o falsa applicazione delD.Lgs. n. 5 del 2003,art.10, comma 2, bis, avendo la Corte d’Appello ritenuto che, a fronte di una prospettazione del tutto generica della “malversazione” addebitata alla E. a pagina 8 della comparsa di risposta di primo grado (ove non si specificavano i vaglia cambiari sottoscritti dall’attrice con la firma del marito, né il loro importo, né le imposte non pagate), non era neppure ipotizzabile una contestazione. Secondo i giudici di appello, non era nemmeno dato comprendere in quale modo la E. avrebbe costretto il marito a pagare le imposte per gli anni ’90, così come mancava ogni distinzione tra gli importi pagati per le cambiali e per le tasse. A tal proposito, il settimo motivo di ricorso richiama i capitoli di prova articolati riguardo a tali circostanze ed insiste sull’erroneità della decisione che non ha considerato incontestate, e dunque provate, le allegazioni in parola.
4.1. Il settimo motivo di ricorso è infondato.
L’invocatoD.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 5,art. 2-bis, vigente ratione temporis, disponeva: “La notificazione dell’istanza di fissazione dell’udienza rende pacifici i fatti allegati dalle parti ed in precedenza non specificamente contestati”.
Dunque, come conferma l’interpretazione più volte ribadita da questa Corte, l’onere di contestazione dei fatti, anche nella disciplina dei procedimenti in materia di diritto societario, doveva coordinarsi con l’allegazione dei medesimi, in quanto l’identificazione del thema decidendum suppone pari oneri per le parti in causa, sicché, a fronte di una generica deduzione da parte dell’attore o del convenuto, la difesa della controparte non può che essere altrettanto generica, e pertanto idonea a far permanere su ciascuno i rispettivi oneri probatori. Peraltro, l’onere di contestazione concerne le sole allegazioni assertive della parte e non certo anche, come suppone il ricorrente, il contenuto dei capitoli della prova testimoniale, posto che da questi ultimi è possibile trarre elementi di prova solo in quanto siano stati ammessi e confermati dal teste (Cass. Sez. 3, 27/06/2018, n. 16908; Cass. Sez. 3, 22/09/2017, n. 22055; Cass. Sez. 3, 19/10/2016, n. 21075; Cass. Sez. 3, 17/02/2016, n. 3023; Cass. Sez. 1, 15/10/2014, n. 21847).
L’interpretazione degli atti destinati a contenere le allegazioni delle parti, onde consentire alle stesse e al giudice di verificare immediatamente, sulla base delle contrapposte difese, quali siano i fatti non contestati e quelli ancora controversi, dà luogo, del resto, ad un giudizio di fatto, nella specie congruamente esplicitato dalla Corte d’Appello di Brescia, la quale ha escluso che P.G.A. avesse allegato puntualmente i fatti costitutivi della propria pretesa di rimborso nei confronti di E.M.T.A., relativa a quanto da quest’ultima abusivamente sottratto alla comunione legale.
Deve infine osservarsi come il settimo motivo di ricorso non provvede a indicare specificamente, trascrivendone il contenuto sia pure soltanto per sintesi, ai sensidell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, gli atti difensivi di E.M.T.A. sulla cui base il giudice di merito avrebbe dovuto ritenere integrata la non contestazione che il ricorrente pretende di ravvisare (cfr. Cass. Sez. 3, 13/10/2016, n. 20637; Cass. Sez. 6 – 1, 12/10/2017, n. 24062; Cass. Sez. 1, 18/07/2007, n. 15961; Cass. Sez. 3, 13/10/2016, n. 20637).
5.L’ottavo motivo di ricorso di P.G.A. denuncia la violazione o falsa applicazionedell’art. 2697 c.c.eart. 115 c.p.c., avendo errato il giudice dl merito a non ammettere le dedotte prove sulle obbligazioni abusivamente contratte dalla E., configurando i relativi pagamenti come atti di liberalità nell’ambito del rapporto coniugale.
5.1. L’ottavo motivo difetta di specifica riferibilità alla decisione impugnata, agli effettidell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4. La Corte d’Appello ha affermato che la stringata esposizione dei fatti da parte nelle difese del P. non consentisse di comprendere in che modo la E. avrebbe costretto il marito a pagare le imposte per gli anni ’90, potendosi tale pagamento giustificare come una liberalità compiuta fra i coniugi in costanza di matrimonio. In tal modo, i giudici del merito hanno ipotizzato che i pagamenti, dei quali il P. domandava il rimborso, potessero giustificarsi anche come eventuali atti di liberalità compiuti durante la vita coniugale, ovvero come esborsi destinati ordinariamente a soddisfare esigenze economiche dell’altro coniuge, e tale ragionamento non può censurarsi in sede di legittimità, come si fa nell’ottavo motivo di ricorso, denunciando una insufficiente giustificazione logica dell’apprezzamento dei fatti della controversia, ovvero prospettando una spiegazione di tali vicende secondo una logica alternativa, sia pur in possibile o probabile corrispondenza alla realtà fattuale.
5. Il nono motivo di ricorso di P.G.A. denuncia la violazione o falsa applicazionedell’art. 244 c.p.c..Il giudice di primo grado, dopo aver ammesso la prova per testimoni con ordinanza del 28 aprile 2010, non aveva assunto la stessa, per poi dichiarare la relativa deduzione inammissibile per genericità. La Corte d’Appello ha sostenuto che l’appellante non avesse speso neppure una parola per contrastare la genericità individuata dal primo giudice. Il ricorrente evidenzia come invece nell’atto di appello, al punto 4, sottoparagrafo 4.2., egli avesse criticato l’assunta genericità dei capitoli di prova, i quali avrebbero reso “compensabili” le somme di cui il P. si diceva creditore.
5.1. Il nono motivo di ricorso va respinto.
La censura contenuta nel ricorso per cassazione relativa alla mancata ammissione della prova testimoniale impone al ricorrente di trascrivere i capitoli di prova, di indicare i testi e le ragioni per le quali essi sono qualificati a testimoniare elementi tutti necessari a valutare la decisività del mezzo istruttorio richiesto – e di allegare la tempestività e ritualità della relativa istanza di ammissione e la fase di merito cui si riferisce (Cass. Sez. 2, 23/04/2010, n. 9748; Cass. Sez. 6 – L, 04/04/2018, n. 8204). Nel nono motivo il ricorrente si limita a trascrivere i capitoli della prova testimoniale dedotta, che, sub b), era volta a dimostrare che “durante gli anni 1986-1989 il sig. P. a fronte di vaglia cambiari ed assegni compilati dall’attrice con firma del deducente, ha sborsato somma pari ad Euro 250.000,00 per rientrarne in possesso”; e, sub c), era volta a dimostrare che “durante gli anni 2004-2005 il premenzionato ha sborsato somma pari ad Euro 20.000,00 all’esattoria per cartelle esattoriali intestate alla sig.ra E. per imposte, contributi evasi relativi agli anni ’90”. Nulla è detto nel nono motivo di ricorso quanto alle persone da interrogare, nè per collocare univocamente nel tempo e nello spazio i fatti da provare alle vicende poste a fondamento delle rispettive domande o eccezioni proposte. Non viene indicato, in particolare, trattandosi di scioglimento di una comunione legale tra coniugi, se i testimoni dovessero deporre su somme da rimborsare perchè prelevate dal patrimonio personale ed impiegate in spese ed investimenti del patrimonio comune, oppure su denaro personale o proventi dell’attività separata del coniuge, o ancora su somme abusivamente attinte dalla comunione per scopi personali. Tali carenze non consentono a questa Corte di apprezzare la decisività della prova per testimoni di cui il ricorrente lamenta la mancata ammissione.
6. Consegue il rigetto del ricorso. La novità e la complessità delle questioni di diritto oggetto di ricorso, la cui decisione ha imposto anche la parziale correzione della motivazione della sentenza impugnata, giustificano la compensazione per intero tra le parti delle spese del giudizio di cassazione.
Sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi dellaL. 24 dicembre 2012, n. 228,art.1, comma 17, che ha aggiunto il comma 1-quater all’art. 13 del testo unico di cui alD.P.R. n. 30maggio 2002, n. 115 – dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione integralmente rigettata.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e compensa tra le parti le spese sostenute nel giudizio di cassazione.
Ai sensi delD.P.R. n. 115 del 2002,art.13, comma 1-quater, inserito dallaL. n. 228 del 2012,art.1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Seconda sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, il 6 novembre 2018.

Il coniuge che provvede al distacco delle utenze nella casa assegnata all’ex moglie commette reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni

Cass. pen. Sez. VI, 27 marzo 2019, n. 13407
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA PENALE
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
P.C., nato a (OMISSIS);
avverso la sentenza del 26/06/2017 della Corte di appello di Perugia;
visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Ersilia Calvanese;
udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Roberto Aniello, che ha concluso chiedendo che la sentenza impugnata sia annullata senza rinvio per prescrizione;
udito il difensore, avv. Leonardo Capri, che ha concluso insistendo nei motivi di ricorso, associandosi in subordine alle richieste del P.G..
Svolgimento del processo
1. Con la sentenza in epigrafe indicata, la Corte di appello di Perugia confermava la sentenza del Tribunale di Terni, che aveva condannato P.C. per il reato di cuiall’art. 393 c.p., così qualificata l’originaria imputazione di cuiall’art. 610 c.p..
Secondo l’imputazione, l’imputato, nell’interrompere con violenza l’erogazione dell’energia elettrica e del gas nell’appartamento ove vivevano la ex moglie e i figli, aveva costretto questi ultimi a stare nell’abitazione senza poter usufruire dei suddetti servizi (in epoca successiva e prossima al (OMISSIS)).
Era stato accertato in particolare che l’imputato, dopo aver intimato più volte all’ex moglie, alla quale era stata assegnata in sede di separazione la abitazione familiare, di volturare la intestazione delle utenze di fornitura, aveva provveduto lui stesso al distacco della fornitura.
Il giudice di primo grado aveva qualificato i fatti nella fattispecie di cuiall’art. 393 c.p., essendo risultato che l’imputato aveva agito arbitrariamente per esercitare un diritto (le utenze erano intestate ad una società della quale era amministratore e in sede in sede di separazione le spese in questione dell’abitazione erano state accollate alla ex moglie).
2. Avverso la suddetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del suo difensore, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti di cuiall’art. 173 disp. att. c.p.p..
2.1. Violazione degliartt. 516, 521 e 522 c.p.p.e vizio di motivazione.
La Corte di appello avrebbe erroneamente escluso che, attraverso la riqualificazione operata dal primo giudice, non sia stato attribuito al ricorrente un fatto diverso da quello contestato.
Nella specie, la modifica ha inciso sulla finalità dell’azione, nell’imputazione originaria diretta ad esercitare violenza per coartare la libertà di determinazione della parte offesa, mentre nella sentenza diretta a tutelare un preteso diritto.
La diversità avrebbe determinato la assoluta incertezza del fatto con menomazione del diritto di difesa.
Il capo di accusa indicava inoltre una condotta direttamente realizzata dal ricorrente, quarto invece era emerso che era stata fatta da altri, venendo il giudice di merito a ravvisare un’ipotesi concorsuale pertanto incompatibile con l’accusa.
2.2. Violazionedell’art. 393 c.p.,artt. 192 e 546 c.p.p.e vizio di motivazione.
Muovendo dalla contestazione iniziale, nella quale difettava l’elemento intenzionale, neppure era configurabile il delitto di cuiall’art. 393 c.p..
L’affermazione di responsabilità dell’imputato sarebbe basata su asserzioni desunte da un unico ed insufficiente indizio ai sensidell’art. 192 c.p.p.- costituito dall’invio del telegramma in cui era intimato il distacco riconducibile al ricorrente – risultando questi assente il giorno del distacco.
La Corte di appello sarebbe incorsa in errore di fatto avendo ritenuto sufficiente tale dato per attribuire al ricorrente la paternità del distacco (la situazione era invero più articolata e complessa, essendo intercorsa una corrispondenza sulla volturazione delle utenze direttamente tra la persona offesa e la società affittuaria dell’intera struttura in cui insisteva anche l’abitazione in questione; e avendo la suddetta società proceduto essa stessa al distacco, per ragioni tecniche, non avendo ricevuto risposta da parte della persona offesa).
In definitiva, rilevata anche la formulazione del capo di imputazione della condotta non in forma concorsuale, all’imputato non poteva essere attribuita la responsabilità del distacco attuato da terzi, se non obliterando un dato probatorio decisivo a discarico.
In ogni caso, non sarebbe configurabile la fattispecie di cuiall’art. 393 c.p., per mancanza dell’arbitrarietà della condotta, in quanto la società affittuaria aveva la necessità doverosa di intervenire a presidio della sicurezza dei luoghi di lavoro con la chiusura delle utenze a fine giornata.
2.3. Violazionedell’art. 192 c.p.p.e vizio di motivazione.
Altro vizio motivazione riguarderebbe la valutazione della attendibilità della deposizione della parte civile, condotta dai giudici di merito non in modo rigoroso alla luce di riscontri obiettivi.
Motivi della decisione
1. Il ricorso è inammissibile per le ragioni di seguito illustrate.
2. Il primo motivo è palesemente infondato.
Secondo un pacifico insegnamento, sussiste la violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza nell’ipotesi in cui tra il fatto contestato e quello ritenuto in sentenza ricorra un rapporto di eterogeneità o di incompatibilità sostanziale per essersi realizzata una vera e propria trasformazione, sostituzione o variazione dei contenuti essenziali dell’addebito nei confronti dell’imputato, posto, così, a sorpresa di fronte ad un fatto del tutto nuovo senza avere avuto nessuna possibilità d’effettiva difesa (tra le tante, ez. U, n. 36551 del 15/07/2010, Carelli, Rv. 248051; Sez. 6, n. 899 del 11/11/2014, dep. 2015, Isola n, Rv. 261925).
Anche a voler tacere della mancanza nel caso in esame di una siffatta trasformazione, appare dirimente rilevare che la derubricazione effettuata dal Tribunale del fatto nella meno grave ipotesi delittuosa di cuiall’art. 393 c.p.era in definitiva null’altro che l’adesione alla tesi difensiva introdotta dallo stesso imputato nel corso del dibattimento, ovvero che la condotta fosse giustificata dallo scopo di tutelare un proprio preteso diritto.
In tale evenienza, la giurisprudenza di legittimità esclude concordemente la ricorrenza della violazionedell’art. 521 c.p.(tra tante, Sez. 2, n. 34969 del 10/05/2013, Caterino, Rv. 25778201; Sez. 6, n. 20118 del 26/02/2010, Faccani, Rv. 247330).
Invero, l’imputato (attraverso il suo esame e la testimonianza di D.G., nonché con la produzione documentale) aveva prospettato come elemento a sua discolpa che non era tenuto al pagamento delle utenze e che l’interruzione era avvenuta per soltanto rimediare all’inerzia della ex moglie, più volte sollecitata ad effettuare la voltura dei contratti. Quindi, in definitiva, che la sua condotta fosse stata attuata nella convinzione di tutelare un preteso diritto.
Tale circostanza, introdotta dall’imputato come esimente della condotta contestata, non poteva, come evidenziato dal Tribunale, rendere tuttavia lecita la sua azione, posto che si versava in ogni caso nella fattispecie di esercizio arbitrario del diritto, ai sensidell’art. 393 c.p..
3. Quanto alla valutazione della prova, il relativo motivo deve ritenersi aspecifico.
La Corte di appello non ha utilizzato, come invece dedotto, la sola circostanza dell’invio del telegramma di diffida per attribuire al ricorrente il distacco delle utenze.
Invero, la Corte di appello ha richiamato da un lato le frasi riferite dalla parte civile e dall’altro la testimonianza dell’ufficiale di p.g., che convergevano plausibilmente nell’attribuire al ricorrente la paternità del distacco delle utenze, ancorché fosse stato assente il giorno in cui fu materialmente eseguito.
In tale prospettiva, risultano assorbite tutte le altre censure che muovono dal dato aspecifico sopra indicato.
4. Le critiche relative alla configurabilità del reato di cuiall’art. 393 c.p.sono palesemente infondate.
Va rammentato infatti che la esigenza della tutela del diritto costituisce il nucleo del suddetto reato e che, pertanto, in relazione ad esso non è applicabile la scriminante dell’esercizio del diritto (per tutte, Sez. 6, n. 25262 del 21/02/2017, S, Rv. 270484), ben potendo l’esercizio di un diritto cosiddetto “contestabile” avvenire ricorrendo all’intervento dirimente del giudice, non essendo consentito legittimare l’autosoddisfazione per il superamento degli ostacoli che si frappongono al concreto esercizio del diritto.
Si ritiene invero legittima la violenza sulle cose solo quando sia esercitata al fine di difendere il diritto di possesso in presenza di un atto di turbativa nel godimento della “res”, sempre che l’azione reattiva avvenga nell’immediatezza di quella lesiva del diritto, non si tratti di compossesso e sia impossibile il ricorso immediato al giudice, sussistendo la necessità impellente di ripristinare il possesso perduto o il pacifico esercizio del diritto di godimento del bene (tra tante, Sez. 5, n. 23923 del 16/05/2014, Demattè, Rv. 260584).
Situazione questa non ricorrente nel caso in esame.
5. In ordine alla valutazione della attendibilità della testimonianza resa dalla parte civile, il motivo si presenta generico, in quanto non correlato alla motivazione della sentenza impugnata.
La responsabilità del ricorrente, per quanto si è osservato in precedenza, non è stata fondata sola sulla sola testimonianza della parte civile.
A parte il dato della avvenuta interruzione, che era stato riferito dalla parte offesa e che non risultata contestato dalla difesa (che aveva soltanto eccepito la legittimità del distacco), per l’accertamento delle altre circostanze, la Corte di appello ha utilizzato la testimonianza della parte civile insieme ad altre fonti di prova.
Pertanto, risultano aspecifici i richiami giurisprudenziali sulla necessità di una rigorosa valutazione della attendibilità testimonianza della parte civile, anche ricorrendo alla ricerca di riscontri (arresti, che riguardano il diverso caso in cui le dichiarazioni della persona offesa, costituita parte civile, siano state poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, Sez. U, n. 41461 del 19/07/2012, Bell’Arte, Rv. 253214).
6. Alla declaratoria di inammissibilità segue, a normadell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed al versamento a favore della Cassa delle Ammende della somma a titolo di sanzione pecuniaria, che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo quantificare nella misura di Euro 2.000.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000 in favore della Cassa delle Ammende.

È procedibile il ricorso nel caso in cui la sentenza e la relata di notifica siano prive dell’attestazione di conformità

Cass. civ. Sez. Unite, 25 marzo 2019, n. 8312
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONI UNITE CIVILI
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso 21805-2017 proposto da:
K.L.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA FEDERICO CONFALONIERI 5, presso lo studio dell’avvocato LUIGI MANZI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato JURGEN KOLLENSPERGER;
– ricorrente –
contro
CASSA RAIFFEISEN OLTRADIGE SOCIETA’ COOPERATIVA, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CIOCIARIA 16, presso lo studio dell’avvocato MONICA DE PASCALI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato PETER PAUL MARSEILER;
– controricorrente –
e contro
R.P., K.L.C., M.E., K.L.V., K.L.R., KO.LU.CH., K.L.K.;
– intimati –
avverso la sentenza n. 85/2017 della CORTE D’APPELLO di TRENTO SEZIONE DISTACCATA DI BOLZANO, depositata il 24/06/2017.
Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/02/2019 dal Consigliere Dott. LUCIA TRIA;
udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato Generale Dott. FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per la procedibilità del ricorso;uditi gli avvocati Gianluca Calderara per delega dell’avvocato Luigi Manzi e Monica De Pascali.

Svolgimento del processo
1. La Corte d’appello di Trento – Sezione distaccata di Bolzano con sentenza n. 85/2017 in data 24 giugno 2017 ha dichiarato inammissibile l’opposizione di terzo ordinaria proposta, dalla Cassa Raiffeisen Oltradige Società Cooperativa nei confronti di K.L.M. in R., avverso la sentenza del medesimo Tribunale n. 952 del 2014, passata in giudicato, ma ha accolto però l’opposizione di terzo revocatoria, cui aveva fatto riferimento la Cassa.
2. Avverso tale pronuncia propone ricorso per cassazione K.M. sulla base di quattro motivi, di cui tre afferenti al merito della controversia – e, in particolare, ai presupposti di applicabilità dell’opposizione di terzo revocatoria – e il quarto relativo alla contestazione della conferma della condanna dei convenuti in solido alla rifusione delle spese del grado, pronunciata dalla Corte d’appello.
3. La Cassa Raiffeisen Oltradige Società Cooperativa resiste con controricorso, mentre gli ulteriori intimati non svolgono attività difensiva, in questa sede.
Ciò in conformità con l’orientamento espresso dall’ordinanza 22 dicembre 2017, n. 30765 della Sesta Sezione (nella composizione stabilita dal par. 4.2. delle tabelle della Corte di Cassazione e, quindi, con particolare valenza nomofilattica), seguita da numerose successive decisioni conformi.
5. Alla luce del dibattito camerale si è rilevato che con la successiva Cass. SU 24 settembre 2018, n. 22438 è stata esclusa l’improcedibilità dell’impugnazione in caso di tempestivo deposito di copia analogica del ricorso per cassazione predisposto in originale telematico e notificato a mezzo PEC senza attestazione di conformità del difensore oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa, se il controricorrente (anche tardivamente costituitosi) depositi copia analogica del ricorso ritualmente autenticata ovvero non abbia disconosciuto la conformità della copia informale dell’originale notificatogliD.Lgs. n. 82 del 2005, ex art. 23, comma 2.
7. Il ricorso è stato assegnato dal Primo Presidente alle Sezioni Unite e discusso all’odierna udienza, previa acquisizione della relazione dell’Ufficio del Massimario.
9. In prossimità dell’udienza entrambe le parti hanno depositato memorie illustrative. La ricorrente, nella propria memoria, ha sostenuto la procedibilità del ricorso, mentre la Cassa controricorrente ha chiesto, in particolare, la dichiarazione di improcedibilità del ricorso per mancato tempestivo deposito della copia autentica della sentenza impugnata (con attestazione di conformità all’originale del Cancelliere e/o del difensore e attestazione di sottoscrizione autografa).

Motivi della decisione
I – Sintesi delle censure.
1. Il ricorso è articolato in quattro motivi.
1.1. Con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione della L. provinciale n. 17 del 2001, art. 24, e conseguente inammissibilità dell’opposizione revocatoria per carenza di interesse ai sensidell’art. 100 c.p.c..
1.2. Con il secondo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 402, comma 2, e dell’art. 405 c.p.c., per omessa indicazione della scoperta del dolo o della collusione, nonché della relativa prova.
1.3. Con il terzo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 402, comma 2, e dell’art. 405 c.p.c., nonché della L. Provinciale n. 17 del 2001, art. 32.
1.4. Con il quarto motivo si denuncia violazione e falsa applicazionedell’art. 91 c.p.c.per avere la Corte territoriale confermato la condanna dei convenuti in solido alla rifusione delle spese del grado, nonostante la disposta riforma del provvedimento di primo grado.
II – Le tre Questioni proposte.
3. Nella descritta situazione, in applicazione dell’interpretazione resa nell’ordinanza 22 dicembre 2017, n. 30765 della Sesta Sezione (nella composizione stabilita dal par. 4.2. delle tabelle della Corte di Cassazione e, quindi, con particolare valenza nomofilattica) cui si sono uniformate numerose successive decisioni, dovrebbe essere dichiarata l’improcedibilità del ricorso, senza che, per evitare tale epilogo, possano avere rilevanza l’avvenuta tempestiva notifica del ricorso (entro il termine di sessanta giorni dalla pubblicazione della sentenza impugnata) e la c.d. “prova positiva di resistenza”, la quale ritiene raggiunto lo scopo di consentire al giudice dell’impugnazione di verificarne la tempestività sin dal deposito del ricorso (Cass. 10 luglio 2013, n. 17066).
Ciò in quanto – si afferma nell’ordinanza di rimessione – la prova positiva di resistenza, con riguardo alla tempestività della notifica del ricorso può consentire di superare la questione della procedibilità del ricorso con riferimento alla relazione di notificazione, ma non rispetto alla sentenza, della quale è presente nel fascicolo soltanto la copia, in formato analogico, notificata in via telematica senza attestazione di conformità, mentre non è presente la copia autentica.
4. Pertanto, nell’ordinanza di rimessione, si sottolinea che il problema centrale da risolvere resta comunque quello di stabilire se, in assenza nel fascicolo di copia autentica della sentenza impugnata, che risulti essere stata notificata a mezzo PEC e tempestivamente depositata agli atti appunto priva dell’attestazione di conformità, senza il disconoscimento da parte del controricorrente della conformità della suddetta copia all’originale telematico, il ricorso debba essere dichiarato improcedibile, in conformità con il suddetto orientamento espresso da Cass. n. 30765 del 2017 o se, invece, debba pervenirsi ad una diversa soluzione sulla base della successiva Cass. SU 24 settembre 2018, n. 22438, ove sono stati indicati i presupposti per la dichiarazione di improcedibilità del ricorso per cassazione notificato come documento informatico nativo digitale e depositato in copia non autenticata, affermandosi importanti principi innovativi al riguardo.
In altri termini, nell’ordinanza di rimessione si ritiene opportuno stabilire se i suddetti principi innovativi affermati dalle Sezioni Unite per il ricorso nativo digitale possano, o meno, trovare applicazione anche nel caso di specie, onde pervenire ad una soluzione del suddetto problema – che rileva nel presente giudizio – che sia idonea ad evitare il manifestarsi di incertezze interpretative su un elemento così significativo come la procedibilità del ricorso per cassazione.
5. A tale ultimo riguardo vengono formulate tre questioni – l’una principale e le altre due connesse.
6. In via principale viene posta la seguente questione:
“se in mancanza del deposito della copia autentica della sentenza, da parte del ricorrente o dello stesso controricorrente, nel termine di venti giorni dall’ultima notificazione del ricorso, il deposito in cancelleria nel suddetto termine di copia analogica della sentenza notificata telematicamente, senza attestazione di conformità del difensoreL. n. 53 del 1994, ex art. 9, commi 1-bis e 1-ter, oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa, comporti l’improcedibilità del ricorso anche se il controricorrente non abbia disconosciuto la conformità della copia informale all’originale notificato o intervenga l’asseverazione di conformità all’originale della copia analogica sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio”.
Tale questione, nell’ordinanza di rimessione, viene qualificata come “di massima di particolare importanza”, avuto riguardo alla necessità di stabilire i rapporti tra gli indicati differenti orientamenti affermatisi, rispettivamente, con riferimento alle due seguenti fattispecie: a) deposito di copia analogica della decisione impugnata con la relata di notificazione avvenuta in forma telematica, senza attestazione di conformità (sulla scorta di Cass. n. 30765 del 2017 cit.); b) procedibilità del ricorso per cassazione notificato come documento informatico nativo digitale sulla base dell’innovativo intervento rappresentato da Cass. SU n. 22438 del 2018. Fattispecie diverse ma tra le quali sono presenti evidenti punti di contatto.
7. Sulla base delle indicate considerazioni e sempre al precipuo fine di evitare il manifestarsi di incertezze interpretative, si formulano, in collegamento con quella principale, le seguenti ulteriori due questioni:
a) “se il deposito in cancelleria nel termine di venti giorni dall’ultima notificazione del ricorso di copia analogica della relazione di notifica telematica della sentenza, senza attestazione di conformità del difensoreL. n. 53 del 1994, ex art. 9, commi 1-bis e 1-ter, oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa, comporti l’improcedibilità del ricorso anche se il controricorrente non abbia disconosciuto la conformità della copia informale della relazione di notificazione o intervenga l’asseverazione di conformità all’originale della copia analogica sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio”;
b) “se ai fini dell’assolvimento dell’onere di deposito della copia autentica della decisione notificata telematicamente nel termine di venti giorni dall’ultima notificazione del ricorso, sia sufficiente per il difensore del ricorrente, destinatario della suddetta notifica, estrarre copia cartacea del messaggio di posta elettronica certificata pervenutogli e dei suoi allegati (relazione di notifica e provvedimento impugnato), ed attestare con propria sottoscrizione autografa la conformità agli originali digitali della copia formata su supporto analogico, o sia necessario provvedere anche al deposito di copia autenticata della sentenza estratta direttamente dal fascicolo informatico”.
7.1. La prima delle suddette questioni ulteriori viene formulata al fine di avere conferma dell’esattezza della tesi – sostenuta anche nell’ordinanza di rimessione – secondo cui i principi enunciati nella sentenza SU n. 22438 del 2018 possano essere agevolmente applicati pure alla copia analogica non asseverata della relazione di notificazione della sentenza avvenuta con modalità telematiche, trattandosi anche in questo caso di un fatto processuale da accertare e nella disponibilità dell’autore della notificazione, titolare del potere di non disconoscere la conformità della copia depositata all’originale.
7.2. L’ultimo quesito appare, invece, prospettato logicamente per l’ipotesi in cui alla questione principale – relativa all’estensibilità del principio di diritto enunciato da Cass. SU n. 22438 del 2018 alla fattispecie della sentenza notificata con modalità telematiche, priva dell’attestazione di conformità all’originale – venga data risposta negativa.
Nel terzo quesito si sottolinea che una simile risposta – basata sull’inapplicabilità dell’asseverazione “ora per allora” alla copia della sentenza notificata telematicamente, data la rilevanza di quest’ultima nel processo quale documento munito di determinati requisiti e non quale fatto da accertare, secondo la configurazione proposta nell’ordinanza di rimessione – potrebbe portare a “riaprire” la questione risolta da Cass. n. 30765 del 2017 cit. nel senso della sufficienza dell’asseverazione della copia del provvedimento notificato, così rivalutando l’orientamento di cui a Cass. 9 novembre 2017, n. 26520, espressamente superato da Cass. n. 30765 del 2017 cit., circa la necessità di provvedere anche al deposito di copia estratta dal fascicolo informatico debitamente autenticata (c.d. “doppia attestazione”).
III – L’iter argomentativo dell’ordinanza di rimessione.
8. Nell’articolata motivazione dell’ordinanza di rimessione, l’elemento maggiormente problematico al fine di dare una risposta affermativa alla prima e principale questione formulata viene indicato nella premessa logico-giuridica secondo cui, anche la motivazione di Cass. SU n. 22438 del 2018 cit., porterebbe a configurare il deposito della copia autentica della sentenza come un requisito di procedibilità avente natura e funzione diverse rispetto al deposito del ricorso notificato in via telematica. Ciò, in quanto:
a) nella sentenza n. 22438 cit. l’attribuzione alla copia analogica del ricorso per cassazione nativo digitale notificato a mezzo PEC privo di attestazione di conformità della stessa efficacia dell’originale è stata disposta sulla base del mancato espresso disconoscimento del controricorrente, in applicazione delD.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82,art.23, comma 2, (Codice dell’Amministrazione Digitale – CAD). E tale norma, riguardante la disciplina della prova, prevede che, attraverso l’idoneità del documento, si possa provare un “fatto processuale” – cioè l’avvenuta effettuazione della notifica e la sua data – il cui accertamento condiziona la procedibilità del ricorso, come risulterebbe confermato anche dall’asseverazione “ora per allora” fino alla trattazione della causa, nelle ipotesi di espresso disconoscimento ovvero di mancato deposito di controricorso da parte dell’intimato (di cui alla sentenza SU n. 22438 del 2018 cit.);
b) nel suddetto caso – nel quale l’improcedibilità è posta a presidio dell’esigenza di tempestivo esercizio del diritto di impugnazione e dell’assenza del vincolo della cosa giudicata formale (come affermato da Cass. SU 16 aprile 2009, n. 9005) – la copia non espressamente disconosciuta ovvero successivamente asseverata “ora per allora” assumerebbe efficacia probatoria del suddetto “fatto processuale” e quindi la condizione di procedibilità verrebbe a ricadere nell’ambito di applicazione del principio del raggiungimento dello scopo, per il quale rilevano anche i comportamenti o gli atti successivi alla scadenza del termine stabilito per il deposito dell’atto (Cass. SU 5 agosto 2016, n. 16598);
c) ma l’applicazione del suddetto principio presuppone “l’inerenza della condizione di procedibilità all’accertamento di un fatto processuale”;
d) tale condizione – secondo il Collegio rimettente – è ravvisabile anche rispetto al deposito della relata di notificazione della sentenza impugnata, quale requisito che attiene parimenti all’esigenza di verificare la tempestività dell’impugnazione e per il quale la norma processuale (art. 369 c.p.c., comma 2), non richiede il deposito in copia autentica. Pertanto, anche per la relata di notifica, il tempestivo deposito in copia semplice sarebbe idoneo a consentire l’operatività del meccanismo del non disconoscimento ovvero della successiva asseverazione “ora per allora” elaborato nella sentenza SU n. 22438 del 2018 cit.;
e) diversamente, il principio di raggiungimento dello scopo non potrebbe trovare applicazione con riferimento al requisito di procedibilità costituito dal tempestivo deposito di copia autentica della decisione impugnata perchè si tratta di un requisito che non inerisce all’accertamento di un “fatto processuale” da provare dall’interessato, come l’attività di notificazione;
f) infatti, la sentenza non è un fatto del processo che deve essere accertato, ma è “l’oggetto del ricorso per cassazione e del quale la legge, proprio per la sua natura di oggetto dell’impugnazione, impone la presenza nel processo nella forma di un documento, la cui funzione documentale deve essere realizzata in termini di certezza giuridica”;
g) in altri termini, nel caso della sentenza la condizione di procedibilità attiene non ad un “fatto processuale” suscettibile di accertamento, ma ad un “documento” da depositare come munito del requisito di copia autentica ed entro il termine perentoriamente stabilito dalla legge (come confermato anche da Cass. SU 2 maggio 2017, n. 10648);
h) il conseguente onere processuale attiene quindi “non alla dimostrazione di quale sia il provvedimento che sia stato notificato e che deve essere impugnato (come indurrebbe a ritenere la sufficienza della copia autentica della copia notificata), ma alla presenza nel processo del provvedimento nella sua entità obiettiva grazie al requisito documentale della copia autentica”;
i) la differenza fra “fatto processuale” (da accertare) e “documento” (in copia autentica) troverebbe la propria ratio nella circostanza che il (mancato) disconoscimento – che presuppone la disponibilità del relativo effetto da parte dell’interessato – è configurabile solo con riferimento alla notificazione perchè solo per essa la conformità dell’atto all’originale è rimessa al destinatario, cui viene riconosciuto il potere di disconoscere o non disconoscere;
I) con riferimento alla sentenza una simile disponibilità non è invece configurabile, perché la verifica di autenticità in questa ipotesi non può essere rimessa alla parte mediante il mancato disconoscimento, visto che diversamente dalla relazione di notificazione qui non ricorre la caratteristica della destinazione dell’atto alla parte, la quale giustifica l’effetto riconducibile al mancato disconoscimento.
9. Prima di analizzare le interessanti argomentazioni dell’ordinanza di rimessione si ritiene opportuno ricordare, sinteticamente, i principi affermati rispettivamente da Cass. 22 dicembre 2017, n. 30765 e da Cass. SU 24 settembre 2018, n. 22438.
IV – Sintesi dei principi affermati da Cass. 22 dicembre 2017, n. 30765.
10. Nel caso esaminato da Cass. n. 30765 del 2017 si poneva la questione delle modalità di deposito di copia autentica della decisione impugnata, con la relata di notificazione, per essere la stessa stata eseguita in via telematica, pur non essendo stati depositati in copia autentica né la sentenza né la relazione di notifica e non essendovi alcuna attestazione di conformità.
11.1. La Corte, nel ricordare (attraverso il richiamo di Cass. SU 16 aprile 2009, n. 9005) i principi fondamentali della materia affermati “in ambiente di ricorso analogico e di norme processuali calibrate su tale forma di atto” (secondo l’espressione usata da Cass. SU n. 22438 cit.) ha sottolineato che:
a)l’art. 369 c.p.c.non consente di distinguere tra deposito della sentenza impugnata e deposito della relazione di notificazione, con la conseguenza che anche la mancanza di uno solo dei due documenti determina l’improcedibilità;
b) l’improcedibilità può essere evitata se il deposito del documento mancante avviene in un momento successivo, purché entro il termine di venti giorni dalla notifica del ricorso per cassazione;
c) invece, l’improcedibilità non può invece essere evitata qualora il deposito avvenga oltre detto termine, in quanto “consentire il recupero dell’omissione mediante la produzione a tempo indeterminato con lo strumentodell’art. 372 c.p.c.vanificherebbe il senso del duplice adempimento del meccanismo processuale;
d) la sanzione della improcedibilità non è applicabile quando il documento mancante sia nella disponibilità del giudice perché prodotto dalla controparte o perché presente nel fascicolo d’ufficio acquisito su istanza della parte (Cass. SU 2 maggio 2017, n. 10648);
e) l’improcedibilità non sussiste quando il ricorso per cassazione risulta notificato prima della scadenza dei sessanta giorni dalla pubblicazione della sentenza e quindi nel rispetto del termine breve per l’impugnazione, perché in tal caso perde rilievo la data della notifica del provvedimento impugnato (Cass. 10 luglio 2013, n. 17066).
La Corte ha quindi precisato che tradizionalmente l’improcedibilità, a differenza di quanto previsto in altre situazioni procedurali, trova la sua ragione nel presidiare, con efficacia sanzionatoria, un comportamento omissivo che ostacola la sequenza di avvio di un determinato processo.
11.2. Con riguardo ai problemi specifici posti dall’applicazionedell’art. 369 c.p.c.quando nel processo di merito la notifica della sentenza di appello sia avvenuta con modalità telematiche, la Corte ha, in primo luogo, confermato il prevalente indirizzo secondo cui, stante l’impossibilità di procedere al deposito telematico nel giudizio in cassazione, è necessario che il difensore provveda ad autenticare la copia del messaggio PEC ricevuto e del provvedimento allegato avvalendosi del potere di autentica di cui allaL. n. 53 del 1994,art.9, comma 1-bis, applicabile “in tutti i casi in cui l’avvocato debba fornire prova della notificazione e non sia possibile fornirla con modalità telematiche”, a norma del comma 1-ter del medesimo art. 9.
D’altro canto, è stato prospettato il valore sanante dell’eventuale deposito della documentazione relativa alla notifica, con l’attestazione di conformità, prodotta dal controricorrente.
E’ stata, invece, esclusa l’inapplicabilità della sanzione dell’improcedibilità per effetto della non contestazione della controparte, in base al tradizionale indirizzo secondo cui “la materia non è nella disponibilità delle parti e l’omissione del deposito deve essere rilevata d’ufficio, come costantemente affermato dalla giurisprudenza della Corte”, non trovando applicazionel’art. 2719 c.c.(visto che “tale regola si applica quando si tratta di attribuire ad un documento efficacia probatoria, da valere tra le parti, mentre non vale quando si devono operare verifiche, quali la tempestività di un atto di impugnazione rispetto ad un termine perentorio e quindi correlativamente la formazione del giudicato, che hanno implicazioni pubblicistiche e non sono nella disponibilità delle parti”) nè il comma 2 dell’art. 23 del CAD, in tema di copia analogica di documento informatico.
11.3. E’ stato quindi enunciato il seguente principio di diritto: “in tema di ricorso per cassazione, qualora la notificazione della sentenza impugnata sia stata eseguita con modalità telematiche, per soddisfare l’onere di deposito della copia autentica della decisione con la relazione di notificazione, il difensore del ricorrente, destinatario della suddetta notifica, deve estrarre copia cartacea del messaggio di posta elettronica certificata pervenutogli e dei suoi allegati (relazione di notifica e provvedimento impugnato), attestare con propria sottoscrizione autografa la conformità agli originali digitali della copia formata su supporto analogico, ai sensi dellaL. n. 53 del 1994,art.9, commi 1-bis e 1ter, e depositare nei termini quest’ultima presso la cancelleria della Corte di cassazione, mentre non è necessario provvedere anche al deposito di copia autenticata della sentenza estratta dal fascicolo informatico”.
11.4. A tale ultimo riguardo, la Corte, reputando sufficiente l’attestazione di conformità del messaggio PEC e del provvedimento allegato che è stato notificato, ha espressamente disatteso l’indirizzo espresso da Cass. n. 26520 del 2017 (rimasto peraltro isolato, ma richiamato nel terzo quesito posto con la presente ordinanza di rimessione), inteso a configurare un “duplice onere di certificazione” a carico del difensore, costituito oltre che dal deposito della copia autenticata di messaggio di trasmissione, relazione di notifica e provvedimento impugnato – pervenuti dalla controparte vittoriosa in appello – anche dall’ulteriore onere di estrazione diretta di una copia analogica della sentenza impugnata ai sensi delD.L. 18 ottobre 2012, n. 179,art.16-bis, comma 9-bis, convertito dallaL. 17 dicembre 2012, n. 221.
5 – Sintesi dei principi affermati da Cass. SU 24 settembre 2018, n. 22438.
12. Nella sentenza n. 22438 del 2018 le Sezioni Unite hanno rimeditato, sia pure parzialmente, il principio enunciato nell’ordinanza del 22 dicembre 2017, n. 30918 della Sesta Sezione civile (nella speciale composizione di cui al par. 41.2. delle tabelle della Corte di cassazione) – secondo cui va dichiarato improcedibile il ricorso predisposto in originale telematico, notificato a mezzo PEC e depositato in cancelleria in copia analogica priva di attestazione di conformità,L. n. 53 del 1994, ex art. 9, commi 1-bis e 1-ter, a nulla rilevando la mancata contestazione della controparte ovvero il deposito di copia del ricorso ritualmente autenticata oltre il termine perentorio di cuiall’art. 369 c.p.c.- per accedere ad un’interpretazione maggiormente improntata a salvaguardare il “diritto fondamentale di azione (e, quindi, anche di impugnazione) e difesa in giudizio (art. 24 Cost.), che guarda come obiettivo al principio dell’effettività della tutela giurisdizionale, alla cui realizzazione coopera, in quanto principio “mezzo”, il giusto processo dalla durata ragionevole (art. 111 Cost.), in una dimensione complessiva di garanzie che rappresentano patrimonio comune di tradizioni giuridiche condivise a livello sovranazionale (art. 47 della Carta di Nizza, art. 19 del Trattato sull’Unione Europea, art. 6 CEDU)”.
12.1. In primo luogo è stato evidenziato che l’esigenza anzidetta è già stata coltivata dalla Corte sia nell’indicata ordinanza n. 30918 del 2017 sia nella successiva sentenza SU 27 aprile 2018, n. 10266 (ad essa conforme) attraverso l’affermazione dell’ammissibilità della formazione digitale del ricorso e del suo deposito in copia analogica autenticata, sulla base di un’interpretazione evolutiva, in consonanza con il valore dell’effettività della tutela giurisdizionale e con il principio di “non discriminazione” (quanto agli effetti giuridici) del documento digitale, espresso dall’art. 46 del regolamento UE n. 910 del 2014 (eIDAS), pur in un contesto quale quello del giudizio di cassazione, in cui l’impianto e lo svolgersi della relativa disciplina processuale è, ancora oggi, ancorato ad una dimensione analogica (ossia cartacea) degli atti e dove, pertanto, non trovano applicazione le regole sul PCT. 12.2. Sulla base di tali premesse, le Sezioni Unite hanno ritenuto di dover compiere un ulteriore intervento nomofilattico, in senso ancor più avanzato, nel solco della strada tracciata da Cass. SU 2 maggio 2017, n. 10648 – che ha escluso la possibilità di applicazione della sanzione della improcedibilità, exart. 369 c.p.c., comma 2, n. 2, al ricorso contro una sentenza notificata di cui il ricorrente non abbia depositato, unitamente al ricorso, la relata di notifica, ove quest’ultima risulti comunque nella disponibilità del giudice perché prodotta dalla parte controricorrente ovvero acquisita mediante l’istanza di trasmissione del fascicolo di ufficio – in applicazione del principio di “strumentalità delle forme” degli atti del processo, siccome prescritte dalla legge non per la realizzazione di un valore in sé o per il perseguimento di un fine proprio ed autonomo, ma in quanto strumento più idoneo per la realizzazione di un certo risultato, il quale si pone come il traguardo che la norma disciplinante la forma dell’atto intende conseguire (in tal senso: Cass. 12 maggio 2016, n. 9772).
È stato, infatti, rilevato che l’applicazione di tale principio consente di effettuare un ragionevole bilanciamento dei molteplici principi e valori in gioco che sono immanenti al “giusto processo” e non possono certamente essere recessivi rispetto alle forme e modalità con le quali viene configurato il processo da parte del legislatore nell’esercizio dell’ampia discrezionalità che gli compete in materia (tra le tante: Corte Cost., sentenze n. 216 del 2013 e n. 243 del 2014).
Si è sottolineato che ovviamente questo vale anche per il processo telematico, tanto più che tale processo è stato concepito come lo strumento più duttile e funzionale per favorire la semplificazione e l’efficienza del sistema giudiziario nel suo complesso.
12.3. In quest’ottica è stata, innanzi tutto, esclusa la sanzione dell’improcedibilità del ricorso notificato a mezzo PEC come originale telematico e depositato in copia analogica priva di attestazione di conformità o con attestazione priva di sottoscrizione autografa (unitamente alle copie dei messaggi PEC, della relata di notifica e della procura) nell’ipotesi in cui il controricorrente, pur se costituitosi tardivamente, abbia depositato copia analogica debitamente autenticata dell’atto ricevuto (come nel caso che era direttamente all’esame della Corte).
Si è precisato che nella suddetta ipotesi – caratterizzata dall’adempimento della controparte che abbia consentito l’attivazione della sequenza procedimentale senza ritardi apprezzabili (“l’esame del fascicolo non può aver luogo se non si è atteso il tempo utile per il deposito del controricorso”: così la citata Cass. SU n. 10648 del 2017) e dall’esibizione del documento “dalla stessa parte interessata a far constare la violazione processuale” (Cass. SU n. 10648 cit. 2017) – la persistente applicazione della sanzione di improcedibilità condurrebbe ad un vulnus dei richiamati parametri normativi (art. 6 CEDU, ma anche art. 47 della Carta UE eart. 111 Cost.) su cui si fonda il “giusto processo” (tra le altre, Cass. SU 11 luglio 2011, n. 15144).
13. – Per le medesime esigenze, le Sezioni Unite hanno ritenuto di dover escludere la sanzione dell’improcedibilità anche per l’ipotesi in cui nella suindicata fattispecie si verifichi il mancato disconoscimento, da parte del controricorrente destinatario della notificazione, della conformità della suddetta copia analogica all’originale telematico, in applicazione delD.Lgs. n. 82 del 2005,art.23, comma 2.
13.1. A tale riguardo si è rilevato che dall’art. 2, comma 6, del CAD (inserito dalD.Lgs. n. 179 del 2016) si trae conferma del fatto che le disposizioni ivi previste si applicano “al processo civile, penale, amministrativo, contabile e tributario, in quanto compatibili e salvo che non sia diversamente stabilito dalle disposizioni in materia di processo telematico” ed anche la giurisprudenza di legittimità ha sottolineato il primario rilievo da attribuire ai principi generali delD.Lgs. n. 82 del 2005e alla normativa connessa per la disciplina degli atti del processo civile redatti in forma di documento informatico (Cass. 10 novembre 2015, n. 22871).
D’altra parte – è stato precisato – la ratio decidendi dell’orientamento tradizionale, richiamato da Cass. n. 30918 del 2017 cit., per negare rilievo alla mancata contestazione della controparte è rappresentata dall’esigenza di escludere dubbi sulla conformità della copia semplice depositata agli atti rispetto all’originale, con la specificazione che a tale esigenza risponde l’accertamento in capo alla Corte e indisponibile per le parti dell’esistenza, o meno, di un ricorso redatto nelle forme previstedall’art. 365 c.p.c.e ciò, dunque, “a prescindere dalla mancata espressa contestazione della controparte che, non essendo mai stata in possesso dell’atto originale, non è in grado di valutare la conformità all’originale della fotocopia”.
Ciò vuol dire che è stato escluso che la certezza della conformità della copia all’originale – che consente “alla Corte la preliminare verifica, senza possibilità di contestazioni, sulla regolarità della costituzione del contraddittorio, nonché sulla sussistenza delle condizioni di ammissibilità e procedibilità dell’impugnazione” (Cass. SU n. 323 del 1976) – possa essere data dalla mancata contestazione di controparte, nella premessa che si tratta di verifica ad essa sottratta (indisponibile), perché riservata (stante la rilevanza pubblicistica degli interessi) alla Corte di cassazione e che comunque la controparte sarebbe impossibilitata ad operare detta valutazione di conformità non essendo in possesso dell’originale del ricorso.
13.2. Le Sezioni Unite hanno rilevato come tali solidi principi formatisi in ambiente di ricorso analogico – non si attaglino al caso esaminato, visto che il destinatario della notifica telematica del ricorso per cassazione predisposto in forma di documento informatico e sottoscritto con firma digitale è in grado di effettuare direttamente la suindicata verifica di conformità.
La Corte ha soggiunto che nel giudizio di cassazione, non essendo ancora operante il sistema del PCT (ad eccezione delle comunicazioni e notificazioni a cura della cancelleriaD.L. n. 179 del 2012, ex art. 16, convertito dallaL. n. 221 del 2012), è necessario estrarre copie analogiche degli atti digitali ed attestarne la conformità, in virtù del potere appositamente conferito al difensore dallaL. n. 53 del 1994,art.6e art.9, commi 1-bis e 1-ter, non essendo possibile dare prova della notificazione in modalità telematica (come invece previsto dal comma 5 dell’art. 19-bis).
13.3. E’ stato comunque sottolineato che – diversamente da quanto affermato da Cass. 28 giugno 2018, n. 17020 – non si può ammettere la notificazione di un ricorso in originale informatico privo di firma digitale perché questo comporterebbe che verrebbe, addirittura, a mancare un originale sottoscritto e a tanto non potrebbe sopperire l’attestazione di conformità della copia analogica del ricorso depositata in luogo dell’originale digitale, visto che tale attestazione postula che l’originale digitale sia stato, a sua volta, ritualmente sottoscritto.
Di qui la conclusione che il vizio di sottoscrizione digitale dell’atto nativo digitale notificato – che è l’originale – assume rilevanza e potrebbe determinare anche la nullità dell’atto, se non fosse possibile aliunde ascriverne la paternità certa, in ragione del principio del raggiungimento dello scopo.
13.4. Dalle suddette premesse le Sezioni Unite hanno desunto che:
a) l’originale del ricorso nativo digitale – in quanto atto processuale – è unico;
b) alla luce di quanto dispone la legge processuale, per relativa validità è necessario che sia sottoscritto con firma (ovviamente) digitale, fatta salva la possibilità di ascriverne comunque la paternità certa, in applicazione del principio del raggiungimento dello scopo;
c) l’atto così formato è, quindi, l’atto che l’avvocato provvede a notificare, a mezzo PEC all’indirizzo PEC, risultante da pubblici registri, della controparte;
d) la parte destinataria della notificazione viene così in possesso proprio dell’originale del ricorso notificato, sottoscritto con firma digitale;
e) ciò significa che il destinatario viene così posto nella condizione di operare una verifica di conformità all’originale (in suo possesso) della copia analogica del ricorso che è stata già depositata in Cancelleria.
13.5. Tutto questo senza determinare “ritardi apprezzabili” (Cass. SU n. 10648 del 2017) nell’attivazione della sequenza procedimentale anche grazie al coinvolgimento della “stessa parte interessata a far constare la violazione processuale”, il cui comportamento concludente, viene così ad esprimere “una saldatura concettuale, in termini di affidamento, nella verifica della condizione di procedibilità, con la condotta asseverativa imposta al notificante” (come auspicato anche da Cass. 20 agosto 2018, n. 20818 e da Cass. SU 11 settembre 2018, n. 22085, che hanno esaminato due fattispecie in cui gli intimati erano rimasti tali). E, allo stesso tempo, viene ad offrire una collaborazione alla Corte di cassazione per un’attività che, nell’attuale fase, non è in grado di effettuare.
13.6. Le Sezioni Unite hanno quindi sottolineato che, nel suddetto contesto, attraverso l’art. 2, comma 6, del CAD, deve essere attribuita “peculiare valorizzazione” all’art. 23, comma 2, dello stesso CAD. Ma tale ultima disposizione va intesa – nell’attuale momento di transizione per il giudizio di cassazione non ancora inserito nel sistema del PCT – come “norma di chiusura”, sul duplice presupposto: a) della impossibilità per la Corte di effettuare la verifica diretta sull’originale nativo digitale; b) della possibilità della parte destinataria dell’atto processuale nativo digitale, debitamente sottoscritto con firma digitale, di poterne operare, o meno, il disconoscimento rispetto alla copia analogica che non sia stata autenticata dal difensore autore dell’atto notificato, in quanto in possesso proprio del suo originale.
Le Sezioni Unite hanno espressamente rilevato che nel descritto contesto – nel quale la regola di verifica della procedibilità del ricorso nativo digitale notificato via PEC non risponde al paradigma originario della disciplina del codice di rito e deve, quindi, misurarsi con la radicalità della sanzione, dell’improcedibilità recatadall’art. 369 c.p.c.secondo i principi di ragionevolezza e proporzionalità che governano la configurazione di impedimenti all’accesso alla tutela giurisdizionale nella sua effettività e, d’altra parte, la Corte di cassazione non può operare le conseguenti verifiche – va superata la configurazione tradizionale sia del suddetto art. 23, comma 2, siadell’art. 2719 c.c., quali norme ritenute applicabili solo al fine di attribuire ad un documento efficacia di prova, da valere tra le parti, senza potervi ricorrere al di fuori dell’ambito probatorio e quando si devono operare verifiche, come quelle relative alla procedibilità del ricorso, che hanno implicazioni pubblicistiche e non sono nella disponibilità delle parti (vedi: Cass. n. 30918 del 2017 e n. 30765 del 2017).
13.7. Infatti, solo attraverso la suddetta differente configurazione, l’art. 23, comma 2, cit. può trovare applicazione anche per la prova della indefettibile tempestività della notificazione, con riguardo al mancato disconoscimento ad opera del controricorrente dei messaggi di PEC e della relata di notifica depositati in copia analogica non autenticata dalla parte ricorrente, così come, mutatis mutandis, la giurisprudenza di questa Corte ha affermato, in più occasioni, in riferimento alla produzione dell’avviso di ricevimento del piego raccomandato contenente la copia dell’atto processuale spedita per la notificazione a mezzo del servizio postale, ai sensidell’art. 149 c.p.c., in applicazionedell’art. 2719 c.c.(Cass. 27 luglio 2012, n. 13439; Cass. 8 settembre 2017, n. 21003).
13.8. Le Sezioni Unite hanno aggiunto, infine, che il recupero della condizione di procedibilità della sola copia analogica del ricorso (notificato come documento informatico nativo digitale) tramite l’asseverazione “ora per allora” (secondo l’espressione utilizzata nella presente ordinanza interlocutoria) può intervenire sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio, purchè almeno la copia semplice sia stata tempestivamente depositata.
Inoltre, le Sezioni Unite hanno aggiunto che è stata così configurata “una fattispecie a formazione progressiva”, che si esaurisce in un lasso temporale reputato proporzionato e ragionevole, senza “ritardi apprezzabili” nell’attivazione della sequenza procedimentale (vedi: Cass. SU n. 10648 del 2017 alla quale si può fare ricorso anche in altri casi, ove se ne presenti l’eventualità.
13.9. E si è precisato che la suddetta eventualità può verificarsi nei seguenti casi:
a) deposito tardivo del controricorso da parte del destinatario della notificazione a mezzo PEC del ricorso nativo digitale senza disconoscimento della conformità all’originale della copia analogica informe del ricorso (tempestivamente depositata): in questo caso può trovare applicazione lo stesso principio che regola il caso del controricorrente tempestivamente costituitosi e che non abbia operato il disconoscimento ai sensi dell’art. 23, comma 2, del CAD;
b) se il destinatario della notificazione a mezzo PEC del ricorso nativo digitale sia rimasto solo intimato. In questo caso il ricorrente potrà depositare, in baseall’art. 372 c.p.c.(e senza necessità di notificazione ai sensi del comma 2 dello stesso art. 372), l’asseverazione di conformità all’originale (L. n. 53 del 1994, ex art. 9) della copia analogica informe del ricorso (tempestivamente depositata) sino all’udienza di discussione (art. 379 c.p.c.) o all’adunanza in camera di consiglio (artt. 380-bis e 380 ter c.p.c.); in difetto, il ricorso sarà dichiarato improcedibile;
c) se il destinatario della notificazione a mezzo PEC del ricorso nativo digitale depositi il controricorso e disconosca la conformità all’originale della copia analogica informe del ricorso (tempestivamente depositata), sarà onere del ricorrente, nei termini anzidetti (sino all’udienza pubblica o all’adunanza di camera di consiglio), depositare l’asseverazione di legge di conformità della copia analogica all’originale notificato; in difetto, il ricorso sarà dichiarato improcedibile;
d) se vi siano più destinatari della notificazione a mezzo PEC del ricorso nativo digitale e non tutti depositino controricorso, in assenza di disconoscimento ex art. 23, comma 2, CAD, il ricorrente – posto che detto comportamento concludente ex lege impegna solo la parte che lo pone in essere – sarà onerato di depositare (ove abbia già tempestivamente depositato la copia analogica informe del ricorso), nei termini sopra precisati (sino all’udienza pubblica o all’adunanza di camera di consiglio), l’asseverazione di cui allaL. n. 53 del 1994,art.9; in difetto, il ricorso sarà dichiarato improcedibile.
In sintesi, le Sezioni Unite hanno stabilito che, ove il destinatario della notifica del ricorso rimanga solo intimato (ovvero, nell’ipotesi di più destinatari, allorché anche uno solo rimanga intimato), il ricorrente potrà depositare l’attestazione di conformità sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio, così come il medesimo ricorrente sarà tenuto a fare anche nell’ipotesi di disconoscimento della conformità da parte del controricorrente. Di conseguenza, in tali ipotesi, per evitare l’improcedibilità il ricorrente dovrà attivarsi e depositare l’attestazione di conformità entro i predetti termini.
13.10. In esito all’esposto percorso motivazionale, nel cui ambito sono stati valorizzati anche i precedenti arresti in tema di deposito del ricorso in copia semplice (Cass. SU 2 febbraio 1976, n. 323 e Cass. 26 giugno 2008, n. 17534), è stato attribuito specifico rilievo al presupposto, indefettibile, della iniziale tempestività (nei venti giorni stabilitidall’art. 369 c.p.c.) del deposito del ricorso, seppure in copia semplice purché l’originale sia ritualmente sottoscritto (fatta salva la possibilità di ascriverne comunque la paternità certa, in applicazione del principio del raggiungimento dello scopo), visto che solo tale tempestività può consentire che il procedimento inteso ad acquisire certezza circa la conformità della copia all’originale possa intervenire anche oltre il termine anzidetto.
In definitiva, le Sezioni Unite hanno inteso adottare un’interpretazione ispirata ad esigenze di effettività della tutela, attribuendo rilievo al comportamento delle parti – quantunque successivo alla scadenza del termine di cuiall’art. 369 c.p.c.- onde escludere la sanzione dell’improcedibilità o comunque limitarne l’ambito applicativo, per le suindicate finalità.
VI – Analisi delle argomentazioni dell’ordinanza di rimessione.
14. Ai fini del presente giudizio, deve anche essere evidenziato che preliminarmente le Sezioni Unite, nella sentenza n. 22438 del 2018 cit., hanno precisato di non essere state investite della questione della improcedibilità dell’impugnazione in difetto di attestazione di conformità della copia analogica della sentenza notificata con modalità telematiche, di cui all’ordinanza n. 30765 del 22 dicembre 2017 della Sesta Sezione, sottolineando la diversità di tale fattispecie rispetto a quella esaminata “sebbene possano ravvisarsi punti di contatto”.
Questo è l’unico riferimento, contenuto nella sentenza SU n. 22438 del 2018 cit., alla suddetta ordinanza e alla problematica in essa affrontata.
15. Quanto poi alla configurazione proposta nell’ordinanza di rimessione, va osservato che, nella sentenza n. 22438 cit., a proposito della formazione digitale del ricorso e del suo deposito in copia analogica non autenticata, si afferma che si tratta di “atto ed attività processuali che, di certo, non trovano immediata corrispondenza nel paradigma segnato dal combinato dispostodell’art. 365 c.p.c.eart. 369 c.p.c., comma 1, ossia di norme la cui originaria formulazione non è stata mai interessata da modifiche legislative dall’epoca, ormai risalente, della promulgazione del codice di rito”.
Le Sezioni Unite hanno anche sottolineato la rilevanza – come atto processuale – dell’originale del ricorso nativo digitale sottoscritto con firma (ovviamente) digitale, che l’avvocato provvede a notificare, a mezzo PEC, all’indirizzo PEC, risultante da pubblici registri, della controparte, la quale entrando così in possesso dell’originale del ricorso notificato sarà posta nella condizione di operare una verifica di conformità all’originale (in suo possesso) della copia analogica del ricorso che è stata già depositata in Cancelleria.
Inoltre, come si è detto, all’art. 23, comma 2, del CAD, le Sezioni Unite, sulla base dell’art. 2, comma 6, del CAD, hanno attribuito il ruolo di norma-cardine, idonea ad operare anche per verifiche, come quelle relative alla procedibilità del ricorso, che hanno implicazioni pubblicistiche e tradizionalmente non sono nella disponibilità delle parti, con una significativa evoluzione rispetto al precedente indirizzo secondo cui l’art. 23 cit., al pari di quelladell’art. 2719 c.c., si ritenevano applicabili solo al fine di attribuire ad un documento efficacia probatoria, da valere tra le parti (vedi: Cass. n. 30918 del 2017 e n. 30765 del 2017), indirizzo cui sembra riferirsi l’attuale ordinanza di rimessione, laddove in essa si sostiene che il suddetto art. 23, comma 2, CAD. è una norma riguardante la disciplina della prova che, come tale sarebbe stata intesa dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 22438 del 2018 cit.
16. Ne deriva che non appaiono esservi elementi per desumere che, dalla motivazione della sentenza SU n. 22438 del 2018, si possa evincere l’assunto fondamentale, su cui poggiano le complesse argomentazioni dell’ordinanza di rimessione, rappresentato dalla ritenuta differenza – per natura e funzione – del requisito di procedibilità costituito dal deposito di copia autentica della sentenza rispetto al deposito del ricorso notificato in via telematica.
17. D’altra parte, neppure la letturadell’art. 369 c.p.c., come tradizionalmente interpretato dalla consolidata giurisprudenza di questa Corte, porta a condividere tale assunto visto che da essa si desumono, fra gli altri, i seguenti principi di carattere generale:
a) tradizionalmente, per costante indirizzo di questa Corte, la finalità della prescrizione dell’onere del deposito (di cuiall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2) insieme con il ricorso per cassazione e a pena di improcedibilità dello stesso (ed entro il termine di cui al comma 1 dello medesimo art. 369), della copia autentica della decisione impugnata con la relazione di notificazione (ove questa sia avvenuta), è quella di consentire la verifica della tempestività dell’atto di impugnazione e della fondatezza dei suoi motivi a tutela dell’esigenza pubblicistica (e, quindi, non disponibile dalle parti) del rispetto del vincolo della cosa giudicata formale, essendo il diritto di impugnazione esercitabile soltanto con l’osservanza del cosiddetto termine breve se vi sia stata la notificazione della sentenza (fra le tante: Cass. 6 agosto 2015, n. 16548; Cass. 20 novembre 2002, n. 16385; Cass. 28 ottobre 2000, n. 14240);
b) la copia della decisione impugnata – richiesta con l’attestazione di autenticità “a disciplina e salvaguardia della fedeltà documentale” (Cass. 16 dicembre 2002) – è da comprendere fra gli “allegati” al ricorso e può essere depositata anche separatamente exart. 372 c.p.c.(che consente il deposito autonomo di documenti riguardanti l’ammissibilità del ricorso e può applicarsi estensivamente anche ai documenti concernenti la procedibilità del ricorso stesso), purchè nel termine perentorio di venti giorni dall’ultima notificazione del ricorso stesso (fra le tante: Cass. 30 marzo 2004, n. 6350);
c) deve escludersi la possibilità di applicazione della sanzione della improcedibilità di cuiall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2, al ricorso contro una sentenza notificata di cui il ricorrente non abbia depositato, unitamente al ricorso, la relata di notifica, ove quest’ultima risulti comunque nella disponibilità del giudice perchè prodotta dalla parte controricorrente ovvero acquisita mediante l’istanza di trasmissione del fascicolo di ufficio (Cass. SU n. 10648 del 2017 cit.);
d) infatti, il tenore letteraledell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2, che prescrive a pena di improcedibilità il deposito unitamente al ricorso della “copia autentica della sentenza o della decisione impugnata con la relazione di notificazione, se questa è avvenuta” non consente di distinguere tra deposito della sentenza impugnata e deposito della relazione di notificazione (Cass. SU n. 10648 del 2017 cit.);
e) in continuità con il principio affermato da Cass. SU n. 10648 del 2017 cit. non va applicata la sanzione della improcedibilità nell’ipotesi in cui il ricorrente non abbia depositato, unitamente al ricorso, la copia notificata della sentenza impugnata presente negli atti prodotti dal controricorrente (Cass. SU 16 novembre 2017, n. 27199).
Dai suddetti principi si desume che anche “in ambiente di ricorso analogico e di norme processuali calibrate su tale forma di atto” (secondo la felice espressione usata da Cass. SU n. 22438 cit.) ai fini della procedibilità il ricorso, la decisione impugnata e la relata di notifica (nell’ipotesi di sentenza notificata) sono presi in considerazione sia come atti processuali (ovviamente di valenza diversa) sia con riguardo all’attività rappresentata dal relativo deposito, nella necessaria ricerca di un punto di equilibrio, che consenta di bilanciare la esigenza funzionale di porre regole di accesso alle impugnazioni con quella a un equo processo, da celebrare in tempi ragionevoli, come prescritto, dalla nostra Costituzione e dalla CEDU. 18. Deve essere, inoltre, sottolineato che se la decisione censurata è l’oggetto della impugnazione, il ricorso è l’atto indefettibile – che dà impulso al giudizio di cassazione tanto che è il giorno in cui viene depositato il ricorso ad essere registrato, mentre la sentenza può essere depositata anche dopo (purché nel termine di venti giorni dall’ultima notifica) o addirittura non essere depositata da parte del ricorrente se si tratta di sentenza notificata prodotta dal controricorrente, come si è detto.
19. Comunque, per tutti questi atti contano principalmente due elementi la conformità all’originale e la tempestività del deposito.
Quanto alla conformità all’originale è chiaro che solo per la decisione, che non è un atto di parte, si pone l’esigenza pubblicistica (e, quindi, non disponibile dalle parti) del rispetto del vincolo della cosa giudicata formale (Cass. SU 16 aprile 2009, n. 9005), salva restando la punibilità penale e/o disciplinare (a carico dell’avvocato) di eventuali falsità materiali o ideologiche.
Ma anche del ricorso – come degli atti processuali di parte, in genere – viene salvaguardata la fedeltà documentale, tanto che non solo sono inammissibili successive censure ulteriori e/o diverse da quelle formulate nel ricorso, ma per i casi le più gravi violazioni sul punto sono previste sanzioni disciplinari (per gli avvocati: vedi spec. art. 50 codice deontologico forense) e/o penali.
20. Peraltro, l’ingresso nel giudizio del ricorso e degli atti allegati è condizionato dalla tempestività del relativo deposito, requisito che risponde all’esigenza di razionale gestione del processo di cassazione ma che, nell’ottica dei principi costituzionali, deve essere inteso in modo tale da non collegare la sanzione dell’improcedibilità, che comporta il divieto di accesso al giudice, ad inutili formalismi, contrastanti con le esigenze di efficienza e semplificazione, le quali impongono di privilegiare interpretazioni coerenti con la finalità di rendere giustizia.
21. I medesimi principi sono applicabili – mutatis mutandis – per la valutazione della procedibilità, ai sensidell’art. 369 c.p.c., degli atti processuali (a partire dal ricorso per cassazione) nativi digitali, notificati a mezzo posta elettronica certificata, benché si tratti di una fattispecie che – quanto alle caratteristiche degli atti e alle attività processuali conseguenti – di certo, non trova immediata corrispondenza nel paradigma segnato dal combinato dispostodell’art. 365 c.p.c.eart. 369 c.p.c., comma 1, (vedi: Cass. SU n. 22438 del 2018 cit.).
Va anche considerato che la suddetta fattispecie è assoggettata ad una peculiare disciplina perché il processo telematico non è stato (ancora) esteso dal legislatore al giudizio di cassazione che è tuttora un processo analogico, con la sola eccezione delle comunicazioni e notificazioni da parte delle Cancellerie delle Sezioni civili secondo quanto previsto dal D.M. Giustizia 19 gennaio 2016, emesso ai sensi delD.L. n. 179 del 2012,art.16, comma 10, convertito dallaL. n. 221 del 2012(vedi, per tutte: Cass. n. 30765 del 2017 e Cass. SU n. 22438 del 2018).
Questo impedisce alla Corte di verificare, direttamente e autonomamente, la conformità all’originale nativo digitale della copia analogica del ricorso depositata; di qui la necessità di estrarre copie analogiche (cioè cartacee) degli atti digitali e di adottare una procedura ad hoc. Ma questo – transitorio – impedimento, inserito nel sistema giudiziario nel suo complesso, non può che portare a ritenere che anche per la Corte di cassazione l’applicazione, per ora parziale, del PCT deve comunque corrispondere alla finalità per la quale il PCT è stato concepito, cioè quella di essere lo strumento più duttile e funzionale per favorire la semplificazione e l’efficienza del sistema giudiziario, sempre nel rispetto dei principi costituzionali, UE e CEDU. 22. Le Sezioni Unite nella sentenza n. 22438 del 2018 muovendo da tali premesse – hanno espressamente affermato di voler proseguire sulla strada tracciata da Cass. n. 30918 del 2017 e Cass. SU n. 10266 del 2018 con la finalità di dare una ancora più intensa applicazione ai principi del giusto processo e, in particolare, dalla durata ragionevole (art. 111 Cost.), “in una dimensione complessiva di garanzie che rappresentano patrimonio comune di tradizioni giuridiche condivise a livello sovranazionale (art. 47 della Carta di Nizza, art. 19 del Trattato sull’Unione Europea)” nonché all’art. 6 CEDU, secondo l’indirizzo della giurisprudenza della Corte di Strasburgo, in base al quale il diritto di accesso ad un tribunale (e alla Corte di cassazione), pur prestandosi a limitazioni implicitamente ammesse in particolare per quanto riguarda le condizioni di ammissibilità di un ricorso, viene leso quando la sua regolamentazione cessa di essere utile agli scopi della certezza del diritto e della buona amministrazione della giustizia e costituisce una sorta di barriera che impedisce alla parte in causa di vedere la sostanza della sua lite esaminata dall’autorità giudiziaria competente (vedi, per tutte: Corte EDU, 16 giugno 2015, Mazzoni c. Italia e 15 settembre 2016, Trevisanato c. Italia).
In altri termini le Sezioni Unite hanno voluto evitare qualunque vulnus agli artt. 6 CEDU, 47 della Carta UE e 111 Cost., i quali concorrono ad attribuire il massimo rilievo all’effettività dei mezzi di azione e difesa in giudizio, configurati come diretti al raggiungimento del principale scopo del processo, tendente ad una decisione di merito (Cass. SU 11 luglio 2011, n. 15144).
23. Di conseguenza – e, quindi, nell’intento di privilegiare il principio di “strumentalità delle forme” processuali e i vuoti formalismi – le Sezioni Unite hanno sottolineato la specificità dei principi dettati dal CAD, anche per quanto riguarda la disciplina degli atti del processo civile redatti in ambiente digitale/telematico.
E, in particolare, hanno precisato come le argomentazioni poste a sostegno della tradizionale giurisprudenza di legittimità in materia di procedibilità del ricorso si siano formate “in ambiente di ricorso analogico” sicchè non sono del tutto compatibili “in ambiente di ricorso nativo digitale”.
Nella sentenza n. 22438 cit. è stato, in particolare, evidenziato l’anzidetta incompatibilità è in particolare evidenziata dal fatto che, diversamente da quel che accade in ambiente analogico, nel caso di specie il destinatario della notifica telematica del ricorso per cassazione predisposto in forma di documento informatico e sottoscritto con firma digitale è in grado di effettuare direttamente tale verifica di conformità perché viene in possesso dell’originale dell’atto.
Di qui la conclusione che non dare rilievo a questa situazione che oltretutto si pone in una fase di “transizione” per il giudizio di cassazione – si tradurrebbe in un “vuoto formalismo” privo di ragionevolezza e che, anzi, rischierebbe di allungare i tempi processuali se non addirittura di rendere impossibile il raggiungimento di una decisione sul merito delle censure.
Per le suddette ragioni attraverso il mancato disconoscimento del controricorrente, ai sensi dell’art. 23, comma 2, del CAD ovvero l’asseverazione “ora per allora”, le Sezioni Unite hanno consentito il recupero della condizione di procedibilità anche oltre il termine di venti giorni, ma nei tempi di “non apprezzabile ritardo” pure individuati nella medesima sentenza secondo il “meccanismo a formazione progressiva” ivi indicato (vale a dire fino all’udienza ovvero alla camera di consiglio).
VII – Applicabilità alla presente fattispecie dei principi affermati da Cass. SU n. 22438 del 2018 24. Ne risulta che la ragione principale posta a fondamento della sentenza n. 22438 cit. è quella di garantire una migliore realizzazione dei principi del giusto processo evitando inutili formalismi anche con riguardo alla valutazione della procedibilità del ricorso, nella presente fase caratterizzata da una applicazione solo parziale delle regole del PCT al giudizio di cassazione.
Sulla base di questa premessa è stato ritenuto che non dare rilievo al comportamento del controricorrente destinatario del ricorso al fine di attestare la tempestività del deposito e la conformità dell’atto all’originale avrebbe portato ad una irragionevole violazione dei suddetti principi, derivante dal modo in cui essi vanno intesi “in ambiente di ricorso nativo digitale”, nell’attuale periodo intermedio nel quale non essendo il giudizio di legittimità ancora inserito nel sistema del PCT, la Corte si trova nell’impossibilità di effettuare la verifica diretta sull’originale nativo digitale mentre tale verifica è possibile con un semplice adempimento alla parte destinataria dell’atto processuale nativo digitale, debitamente sottoscritto con firma digitale.
E va sottolineato che se – per dare rilievo al mancato disconoscimento, da parte del controricorrente destinatario della notificazione, della conformità di detta copia all’originale telematico si è fatta applicazione dell’art. 23, comma 2, del CAD, lo si è fatto intendendo tale disposizione – al paridell’art. 2719 c.c.- nel modo innovativo descritto, sulla premessa che – in applicazione del principio di “strumentalità delle forme” degli atti del processo – le regole di accesso al giudizio applicabili al ricorso e gli atti processuali nativi digitali non coincidono con quelle tradizionalmente applicate in ambiente di ricorso analogico.
25. Dall’anzidetta constatazione le Sezioni Unite hanno desunto che, per quel che concerne la procedibilità del ricorso, è necessario un adattamento delle regole applicabili onde evitare che l’applicazione della sanzione dell’improcebilità, sulla base dei principi tradizionali nati “in ambiente di ricorso analogico”, risulti irragionevole o sproporzionata nel diverso “ambiente digitale”.
È stata così trovata una soluzione idonea a favorire la semplificazione e l’efficienza del sistema giudiziario, nel rispetto dei principi costituzionali, UE e CEDU superando, da un lato, inutili formalismi, ma allo stesso tempo tenendo in considerazione l’esigenza funzionale di porre regole di accesso al giudizio di cassazione.
26. I suindicati principi appaiono applicabili – nella presente fase caratterizzata da una applicazione solo parziale delle regole del PCT al giudizio di cassazione – anche all’ipotesi del deposito di copia della decisione impugnata notificata a mezzo PEC, non autenticata ma non disconosciuta dal controricorrente (cui si riferisce la presente ordinanza di rimessione).
Invero per questa ipotesi possono valere, a più forte ragione, le medesime argomentazioni utilizzate dalla sentenza SU n. 22438 del 2018 cit. per superare l’orientamento tradizionale – formulato con riguardo al ricorso analogico e alle norme processuali calibrate per questo tipo di atto – secondo cui è stata esclusa rilevanza alla “non contestazione” del controricorrente in materia di procedibilità del ricorso, per il fatto che questi non era in possesso dell’originale del ricorso.
27. Anche per la verifica di conformità all’originale della decisione impugnata la rilevanza della “non contestazione” del controricorrente è stata tradizionalmente esclusa sul principale assunto secondo cui la materia non è nella disponibilità delle parti e comunque in materia non potessero trovare applicazione nél’art. 2719 c.c.nè il comma 2 dell’art. 23 del CAD (in tema di copia analogica di documento informatico), che si è sempre ritenuto che siano riferibili ad ipotesi in cui si tratta di attribuire ad un documento efficacia probatoria, da valere tra le parti, ma non valgono “quando si devono operare verifiche, quali la tempestività di un atto di impugnazione rispetto ad un termine perentorio e quindi correlativamente la formazione del giudicato, che hanno implicazioni pubblicistiche e non sono nella disponibilità delle parti” (come ricordato da Cass. n. 30765 del 2017 cit., vedi sopra 11.2).
Ebbene, così come è stato rilevato da Cass. SU n. 22438 cit. per la procedibilità del ricorso, tali solidi principi – formatisi in ambiente di ricorso analogico – non si attagliano al caso qui esaminato, visto che in modo analogo a quanto accade per il ricorso nativo digitale notificato via PEC, anche nel caso della sentenza non autenticata notificata per via telematica e poi depositata (in termini) il coinvolgimento del controricorrente – anche sotto forma di “non contestazione” – della conformità della copia notificata all’originale appare del tutto rispondente ai principi del giusto processo perseguiti dalla sentenza n. 22428 del 2018 cit., perché è proprio il controricorrente ad effettuare la notifica.
Né possono nutrirsi dubbi sulla diretta applicabilità del potere di attestazione, ai sensi della L. n. 54 del 1993, art. 9, commi 1-bis e 1-ter, visto che tali disposizioni sono state originariamente intese come dirette al mittente della notificazione e la possibilità di estenderne l’ambito applicativo anche al destinatario della notifica è stata affermata successivamente, valorizzando l’incipit del comma Iter dell’art. 9 cit., secondo cui il potere di attestazione sussiste “in tutti i casi in cui l’avvocato debba fornire prova della notificazione e non sia possibile fornirla con modalità telematiche”.
Pertanto, l’inserimento nel circuito processuale della collaborazione del depositante dell’atto e del controricorrente, ai fini delle verifiche di conformità obiettivamente precluse alla Corte nel presente momento storico, anche nel caso in esame trova piena giustificazione.
28. A ciò può aggiungersi che poiché uno degli interessi prevalenti perseguiti dal legislatore in materia di deposito del ricorso e dei suoi allegati – insieme con la tempestività della relativa procedura – è la salvaguardia della fedeltà documentale e che questo obiettivo ha un ruolo centrale anche con riguardo alla procedura telematica, non può esservi dubbio sul fatto che, essendo la sentenza un atto pubblico, la verifica di conformità – diretta al rispetto del vincolo della cosa giudicata formale, insieme con la tempestività che, in questo caso, viene ad essere affidata alla collaborazione del depositante dell’atto e del controricorrente è da un lato facilitata rispetto al caso del ricorso ma è, d’altra parte, presidiata da incisive sanzioni anche penali.
VIII – Applicabilità dei medesimi principi ad altre fattispecie “in ambiente digitale”.
29. La ritenuta applicabilità dei principi innovativi affermati da Cass. SU n. 22438 del 2018 cit. alla presente fattispecie consente di evitare l’epilogo dell’improcedibilità, che invece sarebbe inevitabile in applicazione dei principi tradizionalmente espressi dalla giurisprudenza (in particolare: Cass. SU n. 9005 del 2009, ma anche Cass. n. 17066 del 2013 e Cass. SU n. 10648 del 2017), a prescindere dalla prova di resistenza (positiva) quanto alla tempestività dell’impugnazione, visto che manca la copia autentica della sentenza, depositata unicamente in copia semplice, come stampa dell’allegato al messaggio PEC. 30. Peraltro, dalla stessa motivazione della sentenza n. 22438 del 2018 cit. si evince chiaramente che le Sezioni Unite hanno inteso i principi ivi affermati come idonei ad avere plurime applicazioni, in quanto fino a quando il PCT non avrà completa applicazione nel giudizio di cassazione il meccanismo del mancato disconoscimento o dell’asseverazione “ora per allora” può consentire alle parti di verificare l’autenticità degli atti e di supplire in modo semplice ed efficace – grazie all’uso dello “ambiente digitale” – offrendo così collaborazione alla Corte al riguardo.
Pertanto, dando seguito a tale indirizzo, si ritiene che la “fattispecie a formazione progressiva” qui delineata – adattandola a quella configurata dalla citata sentenza – sia suscettibile di essere applicata, per analogia, anche a situazioni nelle quali la decisione impugnata sia stata depositata ma non notificata, sempre che ci si trovi in ambiente digitale.
Infatti, ai fini del deposito della decisione in copia autentica, ai sensidell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2, il difensore può giovarsi del potere di autentica a lui espressamente conferito dalD.L. n. 179 del 2012,art.16-bis, comma 9-bis, cit., purché sia rispettata la condizione ivi prevista, vale a dire che egli attesti trattarsi di atto contenuto nel fascicolo informatico di ufficio, perchè originariamente digitale ovvero perché digitalizzato dal cancelliere.
31. A proposito del potere di autenticazione degli avvocati difensori, Cass. 8 novembre 2017, n. 26479 ha affermato che l’ambito del potere di autentica conferito ai difensori ed agli altri soggetti ivi indicati si estende a tutti gli atti e provvedimenti contenuti nel fascicolo informatico, sia perché originariamente depositati in formato digitale sia perché depositati in formato cartaceo e successivamente digitalizzati dal cancelliere, ai sensi delD.M. 21 febbraio 2011, n. 44,art.15, comma 4, senza che l’applicabilità della norma sia da limitare ai soli procedimenti iscritti successivamente al 30 giugno 2014.
32. Ne consegue che i principi affermati da Cass. n. 22438 del 2018 cit. si devono ritenere applicabili anche al procedimento di autenticazione di copia della sentenza, ricorrendone i presupposti e, in particolare, il medesimo meccanismo di collaborazione delle parti, prefigurato dalle Sezioni Unite per giungere all’autenticazione del documento.
Infatti, anche in questo caso, ove la decisione impugnata sia stata predisposta e sottoscritta digitalmente, la Corte di cassazione non potrebbe che prenderne cognizione attraverso il deposito di copia analogica, stante l’impossibilità del deposito telematico, senza che possa predicarsi la necessità che l’attestazione provenga dal cancelliere, poiché l’ordinamento ha espressamente conferito anche al difensore il potere di asseverazione, in aggiunta a quello del cancelliere.
Inoltre, non si ravvisano ragioni che inducano a precludere, pure nella suddetta ipotesi, il recupero della condizione di procedibilità nei tempi di “non apprezzabile ritardo” pure individuati dalle Sezioni Unite secondo il meccanismo a formazione progressiva, vale a dire fino all’udienza ovvero alla camera di consiglio.
33. In altri termini, quando ci si trovi in “ambiente digitale”, anche con riguardo alla decisione impugnata non notificata, appaiono applicabili i medesimi principi innovatori onde restringere l’ambito applicativo della sanzione dell’improcedibilità del ricorso. Pure in questo caso se il difensore deposita una copia semplice, priva di attestazione di conformità ovvero con attestazione non sottoscritta, l’improcedibilità può evitata ove il controricorrente non ne contesti la conformità ovvero il ricorrente provveda ad effettuare l’asseverazione “ora per allora”.
34. Tra le situazioni cui i suddetti principi sono applicabili sono da comprendere le seguenti:
a) sentenza impugnata redatta in formato elettronico e firmata digitalmente, necessariamente inserita nel fascicolo informatico. In questo caso, caratterizzato dal deposito di copia semplice della sentenza, la sanatoria potrà conseguire dalla mancata contestazione ai sensi dell’art. 23, comma 2, CAD ovvero dalla successiva asseverazione, per le medesime ragioni poste a fondamento del meccanismo creato per il ricorso digitale e qui esteso alla sentenza notificata via PEC. Va precisato che la stampa di una sentenza firmata digitalmente normalmente non consente la verifica circa l’effettiva sottoscrizione dell’atto; sicchè anche in questo caso – come nel caso del ricorso predisposto in formato digitale e depositato in copia stampata, analizzato da Cass. SU n. 22438 del 2018 – l’attività di collaborazione delle parti diventa decisiva, visto che alla Corte è precluso l’esame dell’atto originale e la conoscenza è mediata necessariamente dall’attività delle parti, a meno di ricorrere alla certificazione di cancelleria, cui però ormai supplisce il potere di attestazione appositamente conferito al difensore e che non può quindi essere imposta;
b) sentenza impugnata sottoscritta con firma autografa ed inserita nel fascicolo informatico. Pure in questo caso possono valere i medesimi principi, secondo cui l’equiparazione della copia all’originale consegue comunque dalla non contestazione ovvero dalla asseverazione;
c) deposito di provvedimento comunicato dalla Cancelleria a mezzo PEC. In questo caso, occorre distinguere fra l’accertamento della data di comunicazione ai fini della verifica di tempestività dell’atto e il deposito del provvedimento in forma autentica.
Quanto al primo aspetto, poiché nella specie non trattasi di iniziativa della parte, la circostanza può essere verificata ed acquisita di ufficio (vedi: Cass. SU 15 maggio 2018, n. 11850).
Al deposito del provvedimento in forma autentica è applicabile il descritto meccanismo dalla non contestazione ovvero dalla asseverazione, dianzi descritto.
IX – Le soluzioni delle Questioni prospettate nell’ordinanza di rimessione.
35.- Alla luce delle suesposte osservazioni l’esame delle questioni proposte con l’ordinanza di rimessione porta alle seguenti soluzioni:
1) la questione di massima di particolare importanza prospettata in via principale deve essere risolta nel senso che, in ambiente digitale, va esclusa la sanzione della improcedibilità del ricorso nel caso di tempestivo deposito di copia semplice della decisione impugnata e notificata a mezzo PEC, in assenza di disconoscimento da parte del controricorrente ovvero in presenza di asseverazione del ricorrente “ora per allora”, in applicazione dei principi affermati da queste Sezioni Unite nella sentenza n. 22438 del 2018;
2) la prima questione aggiuntiva deve essere risolta nel senso dell’applicabilità dei suindicati principi, a maggior ragione, con riguardo al requisito del deposito della relata attestante la notificazione telematica decisione impugnata;
3) il secondo quesito aggiuntivo è da definire nel senso della incompatibilità logico-giuridica – peraltro, rilevata anche nell’ordinanza di rimessione – della riviviscenza dell’esigenza della c.d. “doppia attestazione”, affermata da Cass. n. 26520 del 2017 ed espressamente disattesa da Cass. n. 30765 del 2017 cit., con la soluzione sub 1). Infatti, il meccanismo del mancato disconoscimento ovvero dell’asseverazione “ora per allora” comporta come conseguenza la sopravvenuta autenticazione della copia semplice depositata: a) nel primo caso per l’equiparazione all’originale prevista dall’art. 23, comma 2, del CAD; b) nel secondo caso, in virtù del potere di autentica esercitato dal difensore. Pertanto, nell’ipotesi di deposito di copia della sentenza notificata telematicamente priva di attestazione ma depositata tempestivamente, se il controricorrente non ne contesti la conformità ovvero il ricorrente provveda all’asseverazione sino all’udienza ovvero alla camera di consiglio, si realizza la condizione dell’autenticazione richiesta della norma (sia pure secondo la “fattispecie a formazione progressiva” prefigurata dalle Sezioni Unite) senza che siano necessari ulteriori incombenti (come la c.d. “doppia attestazione”). Se, invece, il destinatario della notifica del ricorso resta intimato e il ricorrente non provvede al deposito dell’asseverazione, ne deriverà comunque l’improcedibilità, pure in applicazione dei principi espressi da Cass. SU n. 22438 del 2018 cit.
X – Conclusioni.
36. Per le suindicate ragioni il presente ricorso va dichiarato procedibile. L’esame dei motivi del ricorso va rimesso alla Terza Sezione Civile, che provvederà anche alla determinazione delle spese processuali.
37. In conclusione vanno enunciati i seguenti principi di diritto:
1) il deposito in cancelleria, nel termine di venti giorni dall’ultima notifica, di copia analogica della decisione impugnata predisposta in originale telematico e notificata a mezzo PEC priva di attestazione di conformità del difensoreL. n. 53 del 1994, ex art. 9, commi 1-bis e 1-ter, oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa, non comporta l’applicazione della sanzione dell’improcedibilità ove l’unico controricorrente o uno dei controricorrenti (anche in caso di tardiva costituzione) depositi copia analogica della decisione stessa ritualmente autenticata ovvero non abbia disconosciuto la conformità della copia informale all’originale notificatogliD.Lgs. n. 82 del 2005, ex art. 23, comma 2. Invece, per evitare di incorrere nella dichiarazione di improcedibilità, il ricorrente ha l’onere di depositare l’asseverazione di conformità all’originale della copia analogica sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio nell’ipotesi in cui l’unico destinatario della notificazione del ricorso rimanga soltanto intimato (oppure tali rimangano alcuni o anche uno solo tra i molteplici destinatari della notifica del ricorso) oppure comunque il/i controricorrente/i disconosca/no la conformità all’originale della copia analogica non autenticata della decisione tempestivamente depositata;
2) i medesimi principi si applicano all’ipotesi di tempestivo deposito della copia della relata della notificazione telematica della decisione impugnata – e del corrispondente messaggio PEC con annesse ricevute – senza attestazione di conformità del difensoreL. n. 53 del 1994, ex art. 9, commi 1-bis e 1-ter, oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa;
3) il deposito in cancelleria, nel termine di venti giorni dall’ultima notifica, di copia analogica della decisione impugnata redatta in formato elettronico e firmata digitalmente (e necessariamente inserita nel fascicolo informatico) senza attestazione di conformità del difensoreD.L. 18 ottobre 2012, n. 179, ex art. 16-bis, comma 9-bis, convertito dallaL. 17 dicembre 2012, n. 221oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa, non comporta l’applicazione della sanzione dell’improcedibilità ove l’unico controricorrente o uno dei controricorrenti (anche in caso di tardiva costituzione) depositi copia analogica della decisione stessa ritualmente autenticata ovvero non abbia disconosciuto la conformità della copia informale all’originale della decisione stessa. Mentre se alcune o tutte le controparti rimangono intimate o comunque depositino controricorso ma disconoscano la conformità all’originale della copia analogica non autenticata della decisione tempestivamente depositata il ricorrente, per evitare di incorrere nella dichiarazione di improcedibilità, ha l’onere di depositare l’asseverazione di conformità all’originale della copia analogica della decisione impugnata sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio;
4) il deposito in cancelleria, nel termine di venti giorni dall’ultima notifica, di copia analogica della decisione impugnata sottoscritta con firma autografa ed inserita nel fascicolo informatico senza attestazione di conformità del difensoreL. n. 53 del 1994, ex art. 9, commi 1-bis e 1ter, oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa, non comporta l’applicazione della sanzione dell’improcedibilità ove l’unico controricorrente o uno dei controricorrenti (anche in caso di tardiva costituzione) depositi copia analogica della decisione stessa ritualmente autenticata ovvero non abbia disconosciuto la conformità della copia informale all’originale della decisione stessa. Mentre se alcune o tutte le controparti rimangono intimate o comunque depositino controricorso ma disconoscano la conformità all’originale della copia analogica non autenticata della decisione tempestivamente depositata il ricorrente, per evitare di incorrere nella dichiarazione di improcedibilità, ha l’onere di depositare l’asseverazione di conformità all’originale della copia analogica della decisione impugnata sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio;
5) la comunicazione a mezzo PEC a cura della cancelleria del testo integrale della decisione (e non del solo avviso del relativo deposito), consente di verificare d’ufficio la tempestività dell’impugnazione, mentre per quanto riguarda l’autenticità del provvedimento si possono applicare i suindicati principi, sempre che ci si trovi in “ambiente digitale”.

P.Q.M.
La Corte, a Sezioni Unite, dichiara il ricorso procedibile; rinvia alla Terza Sezione Civile per l’esame dei motivi del ricorso nonchè per le spese processuali.

Cancellare un testamento equivale a revocarlo, con le conseguenze di legge.

Cass. civ. Sez. II, 21 marzo 2019, n. 8031
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. MANNA Felice – Presidente –
Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –
Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –
Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –
Dott. SABATO Raffaele – rel. Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 4001-2014 proposto da:
M.G., elettivamente domiciliato in ROMA, V.COLLAZIA 2-F, presso lo studio dell’avvocato FEDERICO
CANALINI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato CESARE BONA;
– ricorrente –
contro
M.E., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE VATICANO 48, presso lo studio dell’avvocato GIORGIO
BENITO MARIELLA, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato LAURA MARIA MUGGIATI;
Z.C., rappresentato e difeso dall’avv. ANTONIO MARIOTTI;
– controricorrenti –
e contro
M.R.;
– intimato – avverso la sentenza n. 45/2014 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il
10/01/2014;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 27/04/2018 dal Consigliere Dott.
RAFFAELE SABATO.
Svolgimento del processo – Motivi della decisione
che:
1. Pronunciando su domanda proposta da G.G. volta a ottenere l’accertamento della propria qualità di
erede di M.M. in base ai testamenti datati 19 aprile 2001 e 30 gennaio 1991, il primo dei quali redatto su
due fogli entrambi sbarrati con dei grandi segni a mò di “x”, disconoscendo altro olografo della de cuius
datato 2 aprile 2002 istitutivo quale erede della di lei sorella M.E. di cui quest’ultima aveva ottenuto
pubblicazione, con sentenza numero 540 del 2008 il tribunale di Voghera, nel contraddittorio di M.E. e
nella contumacia degli altri fratelli della defunta R. e M.G., ha dichiarato carente di legittimazione attiva
G.G. per intervenuta revoca di entrambi testamenti a suo favore, essendo peraltro risultata da
consulenza tecnica grafologica la falsità del testamento a favore di M.E..
2. Con citazione del 26 marzo 2009 M.G., ritenuto dovesse aprirsi la successione legittima, ha
disconosciuto il testamento datato 2 aprile 2002 a favore di M.E. sulla base degli accertamenti svolti nel
precedente giudizio e ha chiesto dichiararsi quest’ultima indegna a succedere, agendo in petizione
ereditaria. M.E. ha eccepito l’intervenuto riconoscimento tacito nell’altro giudizio del testamento a proprio
favore da parte dell’attore, in detto altro giudizio contumace; ha contestato l’utilizzabilità dell’istruttoria
precedentemente svolta, per essersi il previo procedimento chiuso con una sentenza ritenuta di mero
rito; ha chiesto la verificazione del testamento a proprio favore datato 2 aprile 2002 e ha osservato di
essere in possesso anche di altro testamento datato 4 ottobre 1987 sempre a proprio favore, di cui ha
dichiarato di volersi avvalere. Nella contumacia di M.R., è intervenuto in giudizio Z.C., figlio di M.E., il
quale ha azionato testamento datato 2 febbraio 1975 con cui la de cuius gli aveva assegnato i diritti
d’autore sulle proprie opere.
3. Con sentenza non definitiva depositata il 26 ottobre 2010 il tribunale di Voghera ha ritenuto che la
precedente sentenza n. 540 del 2008 non contenesse alcuna statuizione di merito e che non si fosse
verificato il riconoscimento tacito da parte del contumace M.G. del testamento a favore di M.E. datato 2
aprile 2002; che i testamenti del 2 febbraio 1975 e 4 ottobre 1987 prodotti da Z.C. ed M.E. fossero stati
revocati con testamento datato 14 aprile 2001, pur se successivamente barrato e annullato dalla de
cuius; che l’efficacia della revoca di precedenti testamenti contenuta nel testamento del 2001
permanesse ai sensidell’art. 683 c.c.benché lo stesso testamento del 2001 non fosse poi efficace quanto
ai lasciti in esso disposti a seguito dello sbarramento; che quindi, come da separata ordinanza, la
verificazione andasse circoscritta al testamento datato 2 aprile 2002; che, infine, dovesse essere
estromesso dal giudizio Z.C., beneficiario in base a scheda revocata.
4. Avverso detta sentenza non definitiva ha proposto appello M.E., nella contumacia di M.R. e sulla
resistenza di M.G. e Z.C., che hanno proposto appelli incidentali. Con sentenza depositata il 10 gennaio
2014 la corte d’appello di Milano, in riforma della sentenza impugnata, ha dichiarato la reviviscenza ai
sensi degliartt. 681 e 684 c.c.dei testamenti datati 2 febbraio 1975 a favore di Z.C. e 4 ottobre 1987 a
favore di M.E. e, per l’effetto, ha eliminato i capi della sentenza impugnata con cui era stato circoscritto il
procedimento di verificazione al solo testamento datato 2 aprile 2002 ed era stato estromesso dal giudizio
Z.C..
5. A sostegno della decisione la corte territoriale ha considerato:
– che la “sentenza n. 540/2008, a quanto sembra non impugnata”, avrebbe “semplicemente dichiarato
privo di legittimazione attiva” G.G. e nel relativo “processo il predetto testamento… non sarebbe stato
oggetto di verificazione… sempre stando alle affermazioni non smentite delle parti”; giusta la
giurisprudenza “il riconoscimento tacito… opera esclusivamente nel processo in cui… viene a realizzarsi,
esaurendo i suoi effetti nell’ammissione della scrittura come mezzo di prova”;
– che il precettodell’art. 683 c.c., per cui la revoca di testamento precedente con testamento successivo
resta efficace anche quando il secondo è senza effetto per premorienza, incapacità, indegnità o rinunzia
dell’erede o legatario, riferendosi a cause di inefficacia esterne alla volontà del testatore, non potrebbe
essere esteso fino a ritenere che la revoca stessa resti efficace anche in caso di volontaria “cancellazione”
del testamento successivo; per cui in quest’ultimo caso si applicherebbero gliartt. 681 e 684 c.c.in tema
di reviviscenza delle disposizioni originariamente revocate;
– che quindi, per effetto della sbarratura del testamento del 19 aprile 2001, sarebbero suscettibili di
reviviscenza i testamenti datati 2 febbraio 1975 e 4 ottobre 1987, in ordine ai cui rapporti con il
testamento 2 aprile 2002 proseguirebbe il procedimento in primo grado.
6. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione M.G., articolando tre motivi. Hanno resistito
con controricorsi M.E. e Z.C.. Non ha espletato difese M.R.. Tutte le parti costituite hanno depositato
memorie.
1. Con il primo motivo si denuncia la violazione e l’erronea applicazione degliartt. 681 e 683 c.c.,
sostenendosi avere la corte d’appello mal riveduto la statuizione in diritto del tribunale, secondo cui la
normadell’art. 683 c.c. andrebbe interpretata nel senso che l’effetto revocatorio del nuovo testamento
rispetto al precedente resterebbe fermo anche se il nuovo dovesse essere a sua volta revocato dal
testatore.
1.1. Il motivo è infondato.
1.2. Di fronte alla fattispecie in esame, in cui due testamenti sono stati espressamente revocati con il
testamento successivo del 19 aprile 2001, e quest’ultimo è stato ritenuto – dai giudici del merito di primo
e secondo grado – “sbarrato a penna nella sua interezza e… quindi a sua volta revocato” (cfr. sentenza
impugnata p. 8), la corte d’appello ha ritenuto “non condivisibile” l’argomentazione del tribunale secondo
cui troverebbe applicazione nella fattispeciel’art. 683 c.c., applicazione basata sul presupposto della non
tassatività delle ipotesi elencate in detta norma (premorienza, incapacità, indegnità o rinunzia dell’erede
o legatario) in cui la revoca di testamento precedente con testamento successivo resta efficace anche
quando il secondo è senza effetto. Secondo la corte d’appello, a differenza di quanto affermato dal
tribunale,l’art. 683 c.c.si riferisce alle fattispecie “di mancata applicazione del testamento revocante per
ragioni esterne alla volontà del de cuius, mentre… si è verificata la cancellazione… ad opera della stessa
de cuius”. Ad avviso del ricorrente, sarebbe corretta la decisione del tribunale ed errata quella della corte
d’appello.
1.3. In argomento va considerato chel’art. 683 c.c., sotto la rubrica “testamento posteriore inefficace”,
dispone che “la revocazione fatta con un testamento posteriore conserva la sua efficacia anche quando
questo rimane senza effetto perché l’erede istituito o il legatario è premorto al testatore, o è incapace o
indegno, ovvero ha rinunziato all’eredità o al legato”. La dottrina e la giurisprudenza ritengono che
l’individuazione delle ipotesi di inefficacia del testamento posteriore non abbia carattere tassativo: in tal
senso Cass. sez U n. 7186 del 01/07/1993 – considerando applicabile la norma anche all’ipotesi affine di
non venuta in essere della costituenda fondazione istituita come erede – ha recepito il principio
dell’indipendenza della revocazione testamentaria dalla sorte della delazione. La nozione di “inefficacia”
del testamento successivo contemplata nella rubrica dell’art. 683, dunque, sebbene estensibile anche a
ipotesi non previste dalla norma, può però ricorrere solo quando la nuova disposizione attributiva non
abbia effetto per ragioni attinenti all’onorato (così, nella parte narrativa della sentenza, con
apprezzamento però confermato dal giudice di legittimità, Cass. n. 1260 del 07/02/1987), e non in
situazioni diverse (cfr. ad es. Cass. n. 1112 del 14/02/1980 relativa alla nullità dell’atto per vizio di
forma, con ipotesi di salvezza solo se la revoca costituisca un negozio autonomo e distinto rispetto al
nuovo testamento, secondo valutazione del giudice del merito; e Cass. n. 27161 del 16/11/2017,
secondo cui va esclusa la sopravvivenza dell’effetto di revoca in caso di annullamento del nuovo
testamento per incapacità naturale del testatore, sull’argomento che, seppure ex tunc, venga “meno non
già la delazione ma la stessa vocazione, mancando una valida espressione della volontà testamentaria
che possa consentire il riscontro dell’incompatibilità tra vecchie e nuove volontà del de cuius”).
1.4. Per percepire la ragione pregnante per la quale – ad avviso di questa corte e come conformemente
ritenuto dalla corte milanese non si tratta, nel caso di esame, di un “testamento posteriore inefficace”
(nel senso in cui la nozione di inefficacia, accolta nella rubricadell’art. 683 c.c., si ricostruisce giusta
quanto innanzi dal testo della disposizione codicistica), è necessario, come in qualche modo la stessa
corte locale fa intendere, volgere lo sguardo al dato per cui il testamento posteriore è stato, come non è
controverso, “sbarrato a penna nella sua interezza e… quindi a sua volta revocato”. Considerando tale
dato, è evidente l’esigenza di sussumere la fattispecie, dapprima,nell’art. 684 c.c.e, poi,nell’art. 681
c.c.La prima disposizione, sotto una rubrica limitativamente riferita a una sola delle plurime fattispecie ivi
considerate, prescrive che il testamento olografo distrutto, lacerato o cancellato, in tutto o in parte, si
debba considerare in tutto o in parte “revocato”, a meno che si provi che fu distrutto, lacerato o
cancellato da persona diversa dal testatore, ovvero si provi che il testatore non ebbe l’intenzione di
revocarlo. Ne discende che la “cancellazione” si configura – al pari della distruzione (su cui v. ad es. Cass.
n. 27395 del 28/12/2009) come un comportamento concludente avente valore legale, riconducibile in via
presuntiva al testatore come negozio di attuazione. Tale comportamento, però, non è indifferente per il
legislatore anche su altro piano: quello della qualificazione giuridica del comportamento stesso. La stessa
norma invero si preoccupa, su tale piano, di chiarire che il precedente testamento, per effetto della
cancellazione, “si considera… revocato”; di tal che la giurisprudenza afferma che la presunzione legale sia
estesa all’intenzione del testatore di revocare il testamento, mediante atto che non può che qualificarsi,
con i chiarimenti che seguiranno, come revoca tacita (ammessa nei casi, come quello di specie,
espressamente previsti dalla legge – cfr. Cass. n. 27395 del 28/12/2009 cit. e, per profili generali, n.
12098 del 22/11/1995 e n. 17237 del 12/08/2011).
1.5. Se si tratta – come in effetti si tratta – di revoca tacita (al pari delle fattispecie di cui alle disposizioni
codicistiche contermini), si fuoriesce del tutto dal campo applicativodell’art. 683 c.c., non essendo il
testamento “revocato” un testamento “inefficace” nel senso sopra chiarito (tale per vicende afferenti
all’onorato per il venir meno della delazione), trattandosi piuttosto, appunto, di “revocazione” (mediante
cancellazione) di un testamento contenente a sua volta una “revocazione” (nella scheda cancellata), con
la consequenziale applicazione – come rettamente ritenuto dalla corte milanese -dell’art. 681 c.c.in tema
di riviviscenza delle disposizioni revocate, il quale proprio la “revocazione della revocazione” è chiamato a
disciplinare (e la giurisprudenza chiarisce che la norma si riferisce sia alla revoca espressa sia a quella
tacita per ragioni di incompatibilità delle disposizioni testamentarie – cfr. Cass. n. 19915 del 14/11/2012
e n. 1260 del 07/02/1987). Come si è affermato in dottrina, il testamento originariamente revocato, per
effetto della rimozione della revoca, vale con efficacia retroattiva e in via automatica.
1.6. Occorre a questo punto farsi carico dell’obiezione secondo la quale la revoca di un testamento,
espressa o tacita, potrebbe essere revocata soltanto in via espressa con dichiarazione e non mediante
comportamento; a ciò si giungerebbe per il fatto chel’art. 681 c.c.rinvia alle “forme stabilite dall’articolo
precedente” – quelle della revoca espressa – perché possa operarsi la revoca di una revoca. La
conseguenza che da tale assunto si fa derivare è che la distruzione (d’ora in poi facendosi riferimento a
tale ipotesi, pur parificata alla cancellazione, in quanto maggiormente idonea ad argomentare) dell’atto
revocante – qualificata come detto come “revoca tacita” della precedente revoca – non comporterebbe la
reviviscenza delle disposizioni revocate.
1.7. Tale opinione – al pari dell’altra secondo cui sarebbe, invece, possibile, risultando rispettato il dettato
dell’art. 681 cit., la revoca espressa di una revoca tacita insita nella distruzione di un olografo, che
andrebbe semplicemente ricostruito nel suo contenuto – non pare tener conto dell’essenziale differenza
tra la revoca tacita insita nella distruzione del testamento e le altre tipologie di revoca tacita. Come sopra
detto, la distruzione dell’olografo, se operata dal testatore intenzionalmente, elide la riconducibilità
dell’atto distrutto al suo autore (ciò che non è se la distruzione non sia stata intenzionale o sia stata posta
in essere da terzi). Immaginare la revoca di una “distruzione” con un successivo testamento o con atto
ricevuto da notaio in presenza di testimoni, per poi doversi ricostruire aliunde l’atto distrutto, senza
direttamente – invece – dettarsi nuove disposizioni, appare una ipotesi di scuola non ragionevolmente
avuta presente dal legislatore codicistico; analogamente, immaginare che la distruzione di un testamento
revocante lasci in essere la revoca effettuata, in quanto la… distruzione, negozio di attuazione, è priva di
forma espressa è argomento che: a) da un primo punto di vista, è lontano dal senso comune, che invece
che ammette che chi si sia sbagliato, o abbia avuto ripensamenti, possa sopprimere uno scritto
pertinente alla sua esclusiva sfera giuridica e non ne sia fuoriuscito, senza che esso esplichi efficacia
giuridica; b) non è coerente con lo stesso impianto dell’argomento basato sugliartt. 680 e 681 c.c.: se è il
negozio di attuazione in cui si concreta la distruzione (siccome revoca tacita) a essere privo della forma
idonea a revocare la revoca, la prima revoca – ormai documentalmente inesistente – dovrebbe essa
stessa formare oggetto di ricostruzione, mediante idonee prove (ciò che, eventualmente, potrebbe non
esser necessario in ipotesi di cancellazione che lasci leggibile il testo, come nel caso di specie),
ricadendosi così in un’ermeneutica che stride con la ragionevolezza.
1.8. Più logico è allora ritenere, come la stessa lettura nell’ordine delle norme codicistiche suggerisce
(dapprima con la disciplina della revoca espressa, poi con le diverse ed eterogenee tipologie di revoca
tacita), chel’art. 681 c.c.imponga la forma espressa per le sole revoche di revoca diverse dalla
soppressione o alterazione del documento-olografo. Alla distruzione o cancellazione, invece, quale
tipologia sui generis di revoca che, pur essendo tacita, si caratterizza per l’opposta idoneità – pur
contestata in dottrina – a “togliere” la veste documentale alla precedente revoca, il codice dedica una
norma che deve considerarsi speciale, costituita dall’art. 684, significativamente inserita dopo le norme
indicate in ordine alla revoca espressa, e con l’interposizione degli artt. 682 e 683, nonché avvicinata
all’art. 685, in tema di ritiro del testamento segreto; norme tutte relative a revoche tacite. Della predetta
disposizionedell’art. 684 c.c., stante la natura speciale, non è necessario né possibile il coordinamento
con l’art. 681, in quanto lo stessoart. 684 c.c.dispone autonomamente che la distruzione (o cancellazione
del testamento) vale – salvo casi particolari – quale revoca, senza ulteriori considerazioni in tema di forma
del negozio di attuazione (distruzione o cancellazione).
1.9. A tali principi, in sostanza, si è pienamente adeguata la sentenza della corte milanese, per cui la
censura va disattesa.
2. Con un secondo motivo si deduce la violazionedell’art. 2909 c.c., per non aver rilevato la corte
d’appello il giudicato insito nella sentenza n. 540 del 2008, per la quale erano ampiamente decorsi
termini di legge per l’impugnazione e dalla cui motivazione risultava che il testamento datato 19 aprile
2001 avesse di fatto revocato tutti i precedenti testamenti.
Con un terzo motivo si deduce omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sul fatto controverso e
decisivo, indicato nel fatto, accertato con la sentenza n. 540 del 2008, che con il testamento del 19 aprile
2001 M.M. aveva revocato tutte le precedenti disposizioni testamentarie.
2.1. I due motivi possono essere esaminati congiuntamente, in quanto strettamente connessi, in
relazione al riferimento all’accertamento mediante res iudicata operato nella sentenza del 2008 in ordine
all’efficacia del testamento del 2001.
2.2. I motivi sono inammissibili, in quanto non sono pertinenti rispetto al decisum della corte d’appello.
2.3. La sentenza impugnata, infatti, descrive la “sentenza n. 540/2008” come “a quanto sembra non
impugnata”. Si tratta di espressione dubitativa dei giudici d’appello in ordine all’esistenza di un giudicato
(la cui portata è stata peraltro ritenuta di natura processuale); tale statuizione non è stata idoneamente
impugnata, in particolare deducendo e dimostrando il giudicato esterno mediante idonea attestazione; ne
deriva che le censure non sono congruenti rispetto al decisum.
3. Alla p. 15 del ricorso, con una evidenza grafica che la parifica a un motivo di ricorso, la parte ricorrente
svolge una deduzione ai fini dell’ammissibilità del ricorso. Su essa non è necessario svolgere
considerazione, alla luce della ritenuta ammissibilità.
4. In definitiva, il ricorso va rigettato, con condanna del ricorrente alle spese come in dispositivo. Ai sensi
delD.P.R. n. 115 del 2002,art.13, comma 1quater va dato atto del sussistere dei presupposti per il
versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo pari al contributo unificato dovuto per il ricorso a
norma dell’art. 13 cit., comma 1 bis.
P.Q.M.
la corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione a favore delle parti controricorrenti delle
spese del giudizio di legittimità, che liquida per ciascuna in Euro 200 per esborsi ed Euro 3.800 per
compensi, oltre spese generali nella misura del 15% e accessori di legge.
Ai sensi delD.P.R. n. 115 del 2002,art.13, comma 1quater dà atto del sussistere dei presupposti per il
versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo pari al contributo unificato dovuto per il ricorso a
norma dell’art. 13 cit., comma 1 bis.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della seconda sezione civile, il 27 aprile 2018.
Depositato in Cancelleria il 21 marzo 2019

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori:
Presidente: Giorgio LATTANZI;
Giudici: Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano
AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON, Franco MODUGNO, Augusto Antonio
BARBERA, Giulio PROSPERETTI, Giovanni AMOROSO, Francesco VIGANÒ, Luca ANTONINI,
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 16-septies del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179 (Ulteriori
misure urgenti per la crescita del Paese), convertito, con modificazioni, nella legge 17 dicembre 2012, n. 221, inserito
dall’art. 45-bis, comma 2, lettera b), del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90 (Misure urgenti per la semplificazione e
la trasparenza amministrativa e per l’efficienza degli uffici giudiziari), convertito, con modificazioni, nella legge 11
agosto 2014, n. 114, promosso dalla Corte di appello di Milano, nel procedimento vertente tra la Società agricola “In
Carrobbio” e il Banco BPM spa, con ordinanza del 16 ottobre 2017, iscritta al n. 15 del registro ordinanze 2018 e
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 6, prima serie speciale, dell’anno 2018.
Visto l’atto di costituzione del Banco BPM spa, nonché l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei
ministri;
udito nell’udienza pubblica del 19 marzo 2019 il Giudice relatore Mario Rosario Morelli;
udito l’avvocato Cristina Biglia per il Banco BPM spa e l’avvocato dello Stato Gianni De Bellis per il Presidente
del Consiglio dei ministri.
Ritenuto in fatto
1.– Nel corso di un giudizio civile di secondo grado – nel quale la società appellata aveva preliminarmente eccepito
l’inammissibilità del gravame in quanto notificato a mezzo posta elettronica certificata (PEC), l’ultimo giorno utile,
con messaggio inviatole alle ore 21:04 (con ricevute di accettazione e di consegna generate, rispettivamente, alle ore
21:05:29 e alle ore 21:05:32), in fascia oraria quindi (successiva alle ore 21) implicante il perfezionamento della
notificazione «alle ore 7 del giorno successivo» (data in cui l’impugnazione risultava, appunto, tardiva) – l’adita Corte
di appello di Milano, sezione prima civile, ritenutane la rilevanza e la non manifesta infondatezza, in riferimento agli
artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, ha sollevato, con l’ordinanza in epigrafe, questione di legittimità costituzionale
dell’art. 16-septies del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179 (Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese),
convertito, con modificazioni, nella legge 17 dicembre 2012, n. 221, inserito dall’art. 45-bis, comma 2, lettera b), del
decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90 (Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per
l’efficienza degli uffici giudiziari), convertito, con modificazioni, nella legge 11 agosto 2014, n. 114, a norma del
quale «[l]a disposizione dell’articolo 147 del codice di procedura civile si applic[hi] anche alle notificazioni eseguite
con modalità telematiche. Quando è eseguita dopo le ore 21, la notificazione si considera perfezionata alle ore 7 del
giorno successivo».
Secondo la rimettente, la disposizione denunciata – della quale non sarebbe, a suo avviso, possibile (senza
implicarne la sostanziale abrogazione) una interpretazione costituzionalmente adeguata – violerebbe, appunto, l’art. 3
Cost., sotto il profilo, sia del principio di eguaglianza, sia di quello della ragionevolezza, poiché la prevista
equiparazione del “domicilio fisico” al “domicilio digitale” comporterebbe l’ingiustificato eguale trattamento di
situazioni differenti – le notifiche “cartacee” e quelle “telematiche” – considerato anche che, per queste ultime, in
linea di principio, non verrebbe in rilievo (come per le prime) l’esigenza di evitare «“utilizzi lesivi” del diritto
Consulta OnLine – Sentenza n. 75 del 2019 http://www.giurcost.org/decisioni/2019/0075s-19.html
1 di 5 10/04/2019, 09:26
costituzionalmente garantito all’inviolabilità del domicilio» o dell’«interesse al riposo e alla tranquillità».
La disposizione stessa si porrebbe, altresì, in contrasto con gli artt. 24 e 111 Cost., in quanto, nel caso di notifica
effettuata a mezzo PEC, la previsione di un limite irragionevole alle notifiche, l’ultimo giorno utile per proporre
appello, comporterebbe una grave limitazione del diritto di difesa del notificante giacché, «trovandosi a notificare
l’ultimo giorno utile (ex art. 325 cod. proc. civ.) è costretto a farlo entro i limiti di cui all’art. 147 c.p.c., senza poter
sfruttare appieno il termine giornaliero (lo stesso art. 135 [recte: 155] c.p.c. fa riferimento a “giorni”) che dovrebbe
essergli riconosciuto per intero».
2.– In questo giudizio si è costituita, ed ha poi anche depositato memoria integrativa, la società che resiste
all’appello nel giudizio a quo.
Detta società ha preliminarmente eccepito l’inammissibilità della questione, sia per «genericità ed indeterminatezza
del petitum» (non essendone specificato il verso caducatorio o manipolativo), sia per erroneità del presupposto
interpretativo (avrebbe errato la Corte rimettente «nel ritenere rilevante il principio di scissione soggettiva degli effetti
della notifica via p.e.c., venendo invece in rilievo, per l’applicazione dell’art. 16-septies, il diverso principio del
perfezionamento del procedimento notificatorio»).
In subordine, ha contestato, nel merito, la fondatezza della questione, sostenendo, tra l’altro, che l’interesse tutelato
dalla norma sia quello del destinatario e non quello del mittente, per cui, ove si ritenesse perfezionata una notifica
«eseguita» dopo le ore 21, l’interesse di quest’ultimo non sarebbe «meritevole di tutela», giacché è il mittente «in
prima persona responsabile della violazione dell’orario franco», avendo «creato il presupposto tale per cui la notifica
slitti necessariamente al giorno seguente».
3.– È pure intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura
generale dello Stato, che ha concluso per l’inammissibilità o, comunque, per la non fondatezza della sollevata
questione.
Secondo l’Avvocatura, la norma denunciata potrebbe essere, infatti diversamente interpretata, senza che se ne
ponga un problema di «sostanziale abrogazione», non essendovi neppure ostacolo nella sua formulazione letterale.
Essa, infatti, non indicherebbe il soggetto rispetto al quale la notificazione «si considera perfezionata alle ore 7 del
giorno successivo», così consentendo una lettura coerente con il principio della scissione del momento perfezionativo,
che anche per le notifiche telematiche è stato previsto dall’art. 3-bis, comma 3, della legge 21 gennaio 1994, n. 53
(Facoltà di notificazioni di atti civili, amministrativi e stragiudiziali per gli avvocati e procuratori legali), essendo
quindi possibile ritenere che «gli effetti del differimento al giorno dopo operino per il destinatario, ma non per il
notificante». E da ciò, dunque, l’inammissibilità della questione «per non essere stata tentata una interpretazione della
normativa costituzionalmente orientata», ovvero la sua non fondatezza alla luce di una tale esegesi costituzionalmente
adeguata.
Considerato in diritto
1.– Con l’ordinanza di cui si è detto nel Ritenuto in fatto, la Corte di appello di Milano, sezione prima civile – al
fine del decidere sulla eccezione di tardività di un gravame innanzi a sé proposto con atto notificato per via telematica
dopo le ore 21 ed entro le ore 24 dell’ultimo giorno utile (con ricevute di accettazione e di consegna generate,
rispettivamente, alle ore 21:05:29 e alle ore 21:05:32) – ha ritenuto, di conseguenza, rilevante ed ha perciò sollevato,
in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 16-septies del
decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179 (Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese), convertito, con
modificazioni, nella legge 17 dicembre 2012, n. 221, inserito dall’art. 45-bis, comma 2, lettera b), del decreto-legge
24 giugno 2014, n. 90 (Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l’efficienza degli
uffici giudiziari), convertito, con modificazioni, nella legge 11 agosto 2014, n. 114, il quale prevede che «[l]a
disposizione dell’articolo 147 del codice di procedura civile [secondo cui «Le notificazioni non possono farsi prima
delle ore 7 e dopo le ore 21»] si applica anche alle notificazioni eseguite con modalità telematiche. Quando è eseguita
dopo le ore 21, la notificazione si considera perfezionata alle ore 7 del giorno successivo».
Secondo la rimettente, la disposizione denunciata irragionevolmente considererebbe «uguali e, quindi, meritevoli
di essere disciplinate allo stesso modo» due situazioni diverse, quali il domicilio “fisico” e il domicilio “digitale”.
Consulta OnLine – Sentenza n. 75 del 2019 http://www.giurcost.org/decisioni/2019/0075s-19.html
2 di 5 10/04/2019, 09:26
E ciò nonostante che, «per le sue intrinseche caratteristiche, l’indirizzo email cui l’avvocato della parte appellata
riceve la posta elettronica certificata non sia suscettibile degli stessi “utilizzi lesivi” del diritto costituzionalmente
garantito all’inviolabilità del domicilio o all’interesse al riposo e alla tranquillità, [di] cui è invece suscettibile il domicilio “fisico” della parte».
Per di più senza considerare che «quand’anche si ammettesse che colui che riceve una posta elettronica venga leso nel suo diritto al riposo, la semplice estensione del limite d’orario previsto dall’art. 147 c.p.c. alle notifiche a mezzo PEC non bloccherebbe l’inevitabile ricezione dell’email da parte del destinatario con il disturbo che ne consegue», poiché «[l]a PEC, una volta giunta al server dell’appellato, non può essere rifiutata e, quindi, la ricezione dell’email può effettivamente avvenire in ogni momento, ad ogni ora del giorno e della notte, con il sostanziale raggiungimento del domicilio digitale del destinatario anche oltre il formale limite codicistico», non sussistendo un esplicito divieto normativo di notifica a mezzo PEC dopo le ore 21 e prima delle ore 7.
Dal che, appunto, la violazione del principio di uguaglianza e del principio di ragionevolezza ex art. 3 Cost.
Del pari violati, dalla disposizione in esame, sarebbero gli artt. 24 e 111 Cost., per il vulnus, che ne deriverebbe, al diritto di difesa del notificante. Il quale, «infatti, trovandosi a notificare l’ultimo giorno utile (ex art. 325 c.p.c.) è costretto a farlo entro i limiti di cui all’art. 147 c.p.c., senza poter sfruttare appieno il termine giornaliero (lo stesso art. 135 [recte: 155] c.p.c. fa riferimento a “giorni”) che dovrebbe essergli riconosciuto per intero».
2.– È preliminare l’esame delle eccezioni di inammissibilità della questione – a) per «genericità e indeterminatezza del petitum»; b) per suo «erroneo presupposto interpretativo»; c) «per non essere stata tentata una interpretazione della normativa costituzionalmente orientata» − formulate, rispettivamente, le prime due, dalla parte costituita e, la terza, dall’Avvocatura generale dello Stato.
2.1.– Nessuna di tali eccezioni è suscettibile di accoglimento.
Ed invero:
a) letta nella sua interezza, e secondo l’argomentata prospettazione del Collegio a quo, l’ordinanza di rimessione auspica – in modo chiaro ed univoco – una decisione, a rima obbligata, che riconosca al mittente che proceda alla notifica con modalità telematiche l’ultimo giorno utile, «per intero il termine a sua disposizione, fino alla mezzanotte del giorno stesso»;
b) l’asserita erroneità del presupposto interpretativo attiene propriamente al merito e resta quindi estraneo al profilo della ammissibilità della questione;
c) la Corte milanese non ha omesso di verificare la possibilità di una interpretazione adeguatrice (nel senso della scissione soggettiva degli effetti della notificazione), ma l’ha poi ritenuta impraticabile per l’ostacolo, a suo avviso non superabile, ravvisato nella lettera della legge. E ciò anche alla luce della interpretazione del citato art. 16-septies accolta dal giudice della nomofilachia, e consolidatasi in termini di diritto vivente, nel senso che la notifica con modalità telematiche richiesta con il rilascio della ricevuta di accettazione dopo le ore 21 si perfeziona alle ore 7 del giorno successivo, «secondo la chiara disposizione normativa, intesa a tutelare il diritto di difesa del destinatario della notifica senza condizionare irragionevolmente quello del mittente» (così Corte di cassazione, sezione sesta civile, sottosezione terza, ordinanza 31 luglio 2018, n. 20198; nello stesso senso, ex multis, sezione sesta civile – sottosezione L, ordinanza 9 gennaio 2019, n. 393; sezione lavoro, sentenza 30 agosto 2018, n. 21445; sezione terza civile, sentenza 21 settembre 2017, n. 21915; sezione lavoro, sentenza 4 maggio 2016, n. 8886). E, secondo quanto più volte affermato da questa Corte, in presenza di un orientamento giurisprudenziale consolidato, il giudice a quo – se pure è libero di non uniformarvisi e di proporre una diversa esegesi del dato normativo, essendo la “vivenza” di una norma una vicenda per definizione aperta, ancor più quando si tratti di adeguarne il significato a precetti costituzionali – ha alternativamente, comunque, la facoltà di assumere l’interpretazione censurata in termini di “diritto vivente” e di richiederne, su tale presupposto, il controllo di compatibilità con i parametri costituzionali (sentenze n. 39 del 2018, n. 259 e n. 122 del 2017, n. 200 del 2016 e n. 11 del 2015).
3.– Nel merito la questione è fondata.
Il divieto di notifica per via telematica oltre le ore 21 risulta, infatti, introdotto (attraverso il richiamo dell’art. 147 cod. proc. civ.), nella prima parte del censurato art. 16-septies del d.l. n. 179 del 2012, allo scopo di tutelare il Consulta OnLine – Sentenza n. 75 del 2019 http://www.giurcost.org/decisioni/2019/0075s-19.html
3 di 5 10/04/2019, 09:26 destinatario, per salvaguardarne, cioè, il diritto al riposo in una fascia oraria (dalle 21 alle 24) in cui egli sarebbe stato, altrimenti, costretto a continuare a controllare la propria casella di posta elettronica.
Ciò appunto giustifica la fictio iuris, contenuta nella seconda parte della norma in esame, per cui il
perfezionamento della notifica – effettuabile dal mittente fino alle ore 24 (senza che il sistema telematico possa rifiutarne l’accettazione e la consegna) – è differito, per il destinatario, alle ore 7 del giorno successivo. Ma non anche giustifica la corrispondente limitazione nel tempo degli effetti giuridici della notifica nei riguardi del mittente, al quale – senza che ciò sia funzionale alla tutela del diritto al riposo del destinatario e nonostante che il mezzo tecnologico lo consenta – viene invece impedito di utilizzare appieno il termine utile per approntare la propria difesa: termine che l’art. 155 cod. proc. civ. computa «a giorni» e che, nel caso di impugnazione, scade, appunto, allo spirare della mezzanotte dell’ultimo giorno (in questa prospettiva, Corte di cassazione, sezione terza civile, sentenza 31 agosto 2015, n. 17313; sezione lavoro, ordinanza 30 agosto 2017, n. 20590).
La norma denunciata è, per di più, intrinsecamente irrazionale, là dove viene ad inibire il presupposto che ne conforma indefettibilmente l’applicazione, ossia il sistema tecnologico telematico, che si caratterizza per la sua diversità dal sistema tradizionale di notificazione, posto che quest’ultimo si basa su un meccanismo comunque legato “all’apertura degli uffici”, da cui prescinde del tutto invece la notificazione con modalità telematica.
Una differenza, questa, che del resto lo stesso legislatore ha chiaramente colto in modo significativo nel confinante ambito della disciplina del deposito telematico degli atti processuali di parte, là dove, proprio in riferimento alla tempestività del termine di deposito telematico, il comma 7 dell’art. 16-bis del d.l. n. 179 del 2012, inserito dall’art. 51 del d.l. n. 90 del 2014, ha previsto che il «deposito è tempestivamente eseguito quando la ricevuta di avvenuta consegna è generata entro la fine del giorno di scadenza e si applicano le disposizioni di cui all’articolo 155, quarto e quinto comma, del codice di procedura civile».
Anche in tale prospettiva trova dunque conferma l’irragionevole vulnus che l’art. 16-septies, nella portata ad esso ascritta dal “diritto vivente”, reca al pieno esercizio del diritto di difesa – segnatamente, nella fruizione completa dei termini per l’esercizio dell’azione in giudizio, anche nella sua essenziale declinazione di diritto ad impugnare, che è contenuto indefettibile di una tutela giurisdizionale effettiva –, venendo a recidere quell’affidamento che il notificante ripone nelle potenzialità tutte del sistema tecnologico (che lo stesso legislatore ha ingenerato immettendo tale sistema nel circuito del processo), il dispiegamento delle quali, secondo l’intrinseco modus operandi del sistema medesimo, avrebbe invece consentito di tutelare, senza pregiudizio del destinatario della notificazione.
3.1.– L’applicazione della regola generale di scindibilità soggettiva degli effetti della notificazione (sentenze n. 106 del 2011, n. 3 del 2010, n. 318 e n. 225 del 2009, n. 107 e n. 24 del 2004, n. 477 del 2002; ordinanze n. 154 del 2005, n. 132 e n. 97 del 2004) anche alla notifica effettuata con modalità telematiche – regola, del resto, recepita
espressamente dall’art. 3-bis, comma 3, della legge 21 gennaio 1994, n. 53 (Facoltà di notificazioni di atti civili, amministrativi e stragiudiziali per gli avvocati e procuratori legali) − consente la reductio ad legitimitatem della norma censurata.
L’art. 16-septies del d.l. n. 179 del 2012 va pertanto dichiarato costituzionalmente illegittimo nella parte in cui prevede che la notifica eseguita con modalità telematiche la cui ricevuta di accettazione è generata dopo le ore 21 ed entro le ore 24 si perfeziona per il notificante alle ore 7 del giorno successivo, anziché al momento di generazione della predetta ricevuta.
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 16-septies del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179 (Ulteriori misure urgenti per la crescita del paese), convertito, con modificazioni, nella legge 17 dicembre 2012, n. 221, inserito dall’art. 45-bis, comma 2, lettera b), del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90 (Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l’efficienza degli uffici giudiziari), convertito, con modificazioni, nella legge 11 agosto 2014, n. 114, nella parte in cui prevede che la notifica eseguita con modalità telematiche la cui ricevuta di accettazione è generata dopo le ore 21 ed entro le ore 24 si perfeziona per il notificante alle ore 7 del giorno successivo, anziché al momento di generazione della predetta ricevuta.
Consulta OnLine – Sentenza n. 75 del 2019 http://www.giurcost.org/decisioni/2019/0075s-19.html
4 di 5 10/04/2019, 09:26
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 19 marzo 2019.
F.to:
Giorgio LATTANZI, Presidente
Mario Rosario MORELLI, Redattore
Roberto MILANA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 9 aprile 2019.

MATRIMONIO DEL MINORE

Di Gianfranco Dosi

I L’impedimento al matrimonio determinato dalla minore età
L’art. 84 del codice civile1 prescrive che per contrarre matrimonio occorre essere maggiorenni. Una persona minore di età non può, quindi, sposarsi2. Si tratta di un “impedimento” matrimoniale.
La norma in questione prevede però che su istanza dell’interessato (di norma una ragazza minore di età in stato di gravidanza) il tribunale per i minorenni (competenza così individuata dall’art. 38 delle disposizioni di attuazione del codice civile 3) possa autorizzare al matrimonio il minore o la minore che abbia compiuto i 16 anni “accertata la sua maturità psicofisica e la fondatezza delle ragioni addotte”.
Se il minore o la minore che intende sposarsi non ha compiuto i 16 anni non è ammissibile alcuna domanda di autorizzazione al matrimonio. Il matrimonio del minore o della minore che ha compiu¬to sedici anni è quindi possibile solo se autorizzato dal tribunale per i minorenni.
La mancata autorizzazione comporta la possibile impugnazione per nullità del matrimonio (art. 117, secondo comma, c.c.). In sostanza l’impedimento si traduce in una causa di invalidità. Il vizio si sana se l’azione non viene esperita.
L’art. 84 del codice civile1
1 Art. 84 (Età)
I minori di età non possono contrarre matrimonio.
Il tribunale, su istanza dell’interessato, accertata la sua maturità psico-fisica e la fondatezza delle ragioni addot¬te, sentito il pubblico ministero, i genitori o il tutore, può con decreto emesso in camera di consiglio ammettere per gravi motivi al matrimonio chi abbia compiuto i sedici anni.
Il decreto è comunicato al pubblico ministero, agli sposi, ai genitori e al tutore.
Contro il decreto può essere proposto reclamo, con ricorso alla corte d’appello, nel termine perentorio di dieci giorni dalla comunicazione.
La corte d’appello decide con ordinanza non impugnabile, emessa in camera di consiglio. prescrive che per contrarre matrimonio occorre essere maggiorenni. Una persona minore di età non può, quindi, sposarsi2
2 Prima della riforma del 1975 l’età minima per l’uomo era 16 anni per la donna 14 anni. . Si tratta di un “impedimento” matrimoniale.
La norma in questione prevede però che su istanza dell’interessato (di norma una ragazza minore di età in stato di gravidanza) il tribunale per i minorenni (competenza così individuata dall’art. 38 delle disposizioni di attuazione del codice civile 3
3 Art. 38 Disposizione di attuazione del codice civile
Sono di competenza del tribunale per i minorenni i provvedimenti contemplati dagli articoli 84, 90, 330, 332, 333, 334, 335 e 371, ultimo comma, del codice civile. Per i procedimenti di cui all’articolo 333 resta esclusa la competenza del tribunale per i minorenni nell’ipotesi in cui sia in corso, tra le stesse parti, giudizio di separazione o divorzio o giudizio ai sensi dell’articolo 316 del codice civile; in tale ipotesi per tutta la durata del processo la competenza, anche per i provvedimenti contemplati dalle disposizioni richiamate nel primo periodo, spetta al giudice ordinario. Sono, altresì, di competenza del tribunale per i minorenni i provvedimenti contemplati dagli articoli 251 e 317-bis del codice civile. (2)
Sono emessi dal tribunale ordinario i provvedimenti relativi ai minori per i quali non è espressamente stabilita la competenza di una diversa autorità giudiziaria. Nei procedimenti in materia di affidamento e di mantenimento dei minori si applicano, in quanto compatibili, gli articoli 737 e seguenti del codice di procedura civile.
Fermo restando quanto previsto per le azioni di stato, il tribunale competente provvede in ogni caso in camera di consiglio, sentito il pubblico ministero, e i provvedimenti emessi sono immediatamente esecutivi, salvo che il giudice disponga diversamente. Quando il provvedimento è emesso dal tribunale per i minorenni, il reclamo si propone davanti alla sezione di corte di appello per i minorenni.) possa autorizzare al matrimonio il minore o la minore che abbia compiuto i 16 anni “accertata la sua maturità psicofisica e la fondatezza delle ragioni addotte”.
Se il minore o la minore che intende sposarsi non ha compiuto i 16 anni non è ammissibile alcuna domanda di autorizzazione al matrimonio. Il matrimonio del minore o della minore che ha compiu¬to sedici anni è quindi possibile solo se autorizzato dal tribunale per i minorenni.
La mancata autorizzazione comporta la possibile impugnazione per nullità del matrimonio (art. 117, secondo comma, c.c.). In sostanza l’impedimento si traduce in una causa di invalidità. Il vizio si sana se l’azione non viene esperita.
Si discute in dottrina se l’impedimento derivante dalla minore età costituisca una forma di incapacità giuridica (come appare ad alcuni più plausibile essendo carente la capacità a compiere l’atto e l’im¬possibilità di una rappresentanza) o di incapacità di agire (come ritiene la dottrina maggioritaria).
II L’autorizzazione del tribunale per i minorenni al minore o alla minore che ha compiuto sedici anni e i suoi presupposti
L’art. 84 c.c. prevede testualmente che il tribunale per i minorenni debba accertare la “maturità psico¬fisica” della persona minore di età che chiede l’autorizzazione ce “la fondatezza delle ragioni addotte”.
Sono pertanto due i presupposti previsti dalla legge per autorizzare al matrimonio chi ha compiuto i sedici anni: la maturità psico-fisica dell’interessato e le gravi ragioni addotte.
Quanto alla maturità psico-fisica –secondo la giurisprudenza – non devono risultare, a carico del minore o della minore, disturbi di personalità, anomalie del carattere, ovvero patologie della sfera neuro-psichica idonee ad escludere o ridurre in forma significativa le sue capacità intellettive e/o volitive (Trib. Minorenni Caltanissetta, 26 ottobre 2017 dove si afferma che l’autorizzazione va negata solo se si accerta che la volontà del minore è stata condizionata da deficit cognitivi o da altri fattori esterni e quindi che il minore abbia subito un significativo condizionamento della propria sfera intellettiva e/o volitiva).
Nella decisione in questione si afferma che a favore di una lata interpretazione dell’art. 84 c.c. soccorrono i principi contenuti nella Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei minori di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata dall’Italia con la legge 20 marzo 2003 n. 77, e in par¬ticolare quello enunciato dall’art. 3, significativamente intitolato ‘‘Diritto di essere informato e di esprimere la propria opinione nei procedimenti’’: ‘‘Nei procedimenti che lo riguardano dinanzi a un’autorità giudiziaria, al minore che è considerato dal diritto interno come avente una capacità di discernimento vengono riconosciuti i seguenti diritti, di cui egli stesso può chiedere di beneficiare: a) ricevere ogni informazione pertinente; b) essere consultato ed esprimere la propria opinione; c) essere informato delle eventuali conseguenze che tale opinione comporterebbe nella pratica e delle eventuali conseguenze di qualunque decisione’’. La norma richiamata configura in capo al giudice un generalizzato dovere di acquisire, attraverso l’audizione dello stesso minore, il punto di vista di quest’ultimo sull’oggetto del procedimento. L’art. 3 della richiamata Convenzione ha dunque inteso valorizzare al massimo grado l’opinione del minore, cosicché, se essa deve essere in ogni caso acquisita dal giudice ne consegue, con tutta evidenza, che l’opinione del minore deve pure essere adeguatamente considerata dal medesimo giudice ai fini della decisione che dovrà assumere nei riguardi e nell’interesse dello stesso minorenne.
In passato la giurisprudenza aveva affermato che la maturità psichica richiesta dall’art. 84 c.c. non differisce da quella che il legislatore riconosce a chi ha raggiunto la maggiore età: il giudice, pertanto, per accertarla deve soltanto stabilire se il minore o la minore abbia raggiunto quel livello della capacità di comprensione e di valutazione che la generalità dei soggetti raggiunge presunti¬vamente a diciotto anni (Corte d’Appello Bologna Sez. minori, 12 dicembre 1978).
Quanto ai gravi motivi particolare attenzione è stata dedicata in giurisprudenza allo stato di gravi¬danza dell’interessata e alla convivenza more uxorio in atto tra l’istante e l’altro nubendo.
Così si è ritenuto (Trib. Minorenni Napoli, 5 giugno 1995) che lo stato di gravidanza della mi¬nore che intende contrarre matrimonio può costituire grave motivo per l’ammissione della minore stessa al matrimonio prima dei 18 anni, se accompagnato da una sufficiente maturità ed indipen¬denza psicologica dai genitori e dalla sussistenza, in atto, di valide prospettive di una famiglia autonoma. Ugualmente, in passato, Trib. Minorenni Palermo, 17 giugno 1981 ha ritenuto che può essere autorizzata ex art. 84 c. c. alle nozze anticipate la minore che in assai difficili condi¬zioni familiari ed ambientali, con un comportamento equilibrato, responsabile ed oblativo, e con l’intento di assicurare al figlio già concepito lo stato di legittimità, dia prova di avere raggiunto la maturità psicofisica.
Il matrimonio riparatore non è però sempre stato considerato l’esito più adeguato. Così per esem¬pio in passato Tribunale Catania, 2 novembre 1986 ha affermato – negando l’autorizzazio¬ne – che allorché si controverta sull’affidamento della figlia infraquattordicenne, fuggita da casa per andare a convivere con un giovane cui risulti sentimentalmente legata, il giudice non deve privilegiare soluzioni sottese al raggiungimento del matrimonio riparatore, inteso come obiettivo ottimale, che invece non è affatto né l’unica, né la migliore soluzione e non risponde in sé necessa¬riamente all’interesse, presente e futuro, della donna; ma deve ricercare, soprattutto con l’ausilio di qualificati esperti, la soluzione più idonea a garantire un equilibrato, progressivo sviluppo delle potenzialità affettive ed intellettuali della minore, che a quest’ultima consenta di raggiungere la maturità necessaria per adottare, a tempo debito e per ciò consapevolmente, la decisione più ri-spondente al proprio vero interesse, anche in prospettiva futura.
Secondo Trib. Minorenni Torino, 26 marzo 1986 per gravi motivi necessari ai fini del rilascio dell’autorizzazione alle nozze del minore infrasedicenne, devono intendersi non soltanto quelli che interessano sotto il profilo negativo e cioè allo scopo di evitare disagi e sofferenze di rilievo alla coppia, che per di più sia in attesa di un figlio, ma anche quelli che vanno riguardati in senso positivo, quali il desiderio serio, responsabile e consapevole di dare al nascituro un ambiente fami¬liare non solo unito ed affettuoso di fatto, ma anche formalmente riconosciuto dalla collettività ed imperniato su solenni ed anche legalmente vincolanti promesse ed impegni formulati dai nubendi, tanto più che la famiglia fondata sul matrimonio costituisce un valore personale e sociale esplici¬tamente affermato dalla costituzione.
La convivenza more uxorio è stata ritenuta in passato condizione sufficiente per concedere l’au¬torizzazione (Corte d’Appello Bologna Sez. minori, 27/01/1982 secondo cui la convivenza instaurata positivamente dai nubendi da molti mesi è rilevante quale grave motivo ai fini della autorizzazione al matrimonio).
Ugualmente è stata ammessa al matrimonio la minore, prossima al compimento dei diciassette anni, la cui maturità psicofisica è stata provata e che ha allegato la sussistenza di gravi motivi, quali la convivenza “more uxorio” dei nubendi, protrattasi per circa un anno in casa dei genitori della richiedente, l’esistenza provata di un legame affettivo profondo e di un serio, consapevole progetto di vita coniugale, l’impegno costante nel lavoro domestico della minore stessa, ed il valo¬re sociale dell’istituto matrimoniale sanante la pregressa convivenza (Trib. Minorenni Perugia, 31 maggio 1995). Nello stesso senso Corte d’Appello L’Aquila Sez. minori, 16 marzo 1994 che ha ritenuto gravi motivi le conseguenze negative che la convivenza “more uxorio” può compor¬tare “in un piccolo ambiente provinciale, dove tutti si conoscono e dove ancora hanno importanza i valori della famiglia legittimamente costituita”.
Secondo Corte d’Appello Roma Sez. minori, 25 gennaio 1982 la convivenza more uxorio, la gravidanza della donna, l’ambiente di vita dei minori sono gravi motivi idonei ad ammettere un minore al matrimonio.
In ogni caso non sempre la convivenza “more uxorio” dei nubendi è apparsa in giurisprudenza meritevole di autorizzazione al matrimonio del minore. Così per esempio in passato è stata negata l’autorizzazione a contrarre matrimonio allo scopo d’evitare il, pur certo e notevole, disagio colle¬gato alla convivenza alternata dei nubendi presso l’uno o l’altro dei propri genitori (Trib. Mino¬renni Trieste, 13 maggio 1987).
III Il procedimento
Il procedimento per ottenere l’autorizzazione – come si capisce dal testo dell’art. 84 c.c. – è molto semplificato e segue il rito camerale (art. 737 e seguenti c.p.c.).
L’istanza si prone al tribunale per i minorenni del distretto di residenza dell’istante.
L’iniziativa del procedimento deve essere dell’interessato (“Il tribunale, su istanza dell’interes¬sato…”), anche se è poco plausibile che un ragazzo o una ragazza possano di propria iniziativa predisporre e depositare un ricorso in tribunale. In effetti l’art. 84 parla, però, di “istanza” e non di “ricorso” e quindi è sufficiente un semplice impulso (una istanza, appunto). Trattasi di un atto personalissimo e quindi il minore deve e può richiedere l’autorizzazione personalmente. In dottrina si parla di una forma di eccezionale capacità di agire del minore. Trattandosi di volontaria giurisdi¬zione non è previsto l‘obbligo di rappresentanza tecnica da parte di un difensore (art. 82 c.p.c.) e quindi non è neanche ipotizzabile la nomina di un curatore speciale per sanare un inesistente conflitto di interessi in sede processuale (art. 78 ss c.p.c.).
Nella prassi di molti tribunali per minorenni viene richiesto al minore o alla minore che ha compiuto i sedici anni di compilare una istanza – di cui viene messo a disposizione un facsimile – e di allegare alcuni documenti (estratto dell’atto di nascita del minore con indicate le generalità dei genitori; stato di famiglia; certificato di residenza; eventuale dichiarazione di lavoro del partner; eventuale certificato di gravidanza rilasciato da un ginecologo).
Il tribunale, in genere tramite i servizi sociali del territorio, assume informazioni finalizzate all’ac¬certamento della maturità psico-fisica del o della minore e la fondatezza delle ragioni addotte.
Devono essere sentiti il pubblico ministero e i genitori (o il tutore) del o della minore. Non è pre¬visto, quindi, che i genitori di chi chiede l’autorizzazione debbano essere d’accordo: è prescritta soltanto la loro audizione.
Se sussistono i presupposti il tribunale con decreto emesso in camera di consiglio autorizza il ma¬trimonio.
Il decreto è comunicato al pubblico ministero, ai genitori (o al tutore) e all’interessato o interessata (il codice civile parla impropriamente di “sposi”).
Contro il decreto di rigetto può essere proposto reclamo dal minore o dalla minore istante (per motivi di legittimità e di merito) con ricorso alla corte d’appello, nel termine perentorio di dieci giorni dalla comunicazione. Il decorso del termine dalla comunicazione e non dalla notificazione è in sintonia con la natura non bilaterale del procedimento. Anche per il reclamo del minore o della minore l’art. 84 c.c. non prevede l’assistenza del difensore e, quindi, il minore o la minore – ben¬ché la legge sia piuttosto evasiva sul punto – possono accedere alla Corte d’appello personalmente senza l’assistenza tecnica del difensore.
Sembrerebbe ammissibile il reclamo da parte del pubblico ministero (contro, per esempio, il de¬creto che ammette al matrimonio) ma non da parte dei genitori del minore o della minore istante. In dottrina si ammette, comunque, che i genitori possano reclamare contro il decreto del tribunale ma questa eventualità sembra contrastare con la sola funzione consultiva attribuita all’audizione dei genitori. Non vi sono sul punto precedenti editi in giurisprudenza.
La corte d’appello decide con ordinanza non impugnabile, emessa in camera di consiglio.
Il decreto acquista efficacia quando è decorso il termine previsto per il reclamo senza che esso sia stato proposto.
Attesa la natura del procedimento nulla impedisce al minore o alla minore di riproporre l’istanza in caso di mancato accoglimento.
IV Il matrimonio concordatario del minore di età
Il matrimonio canonico è valido se l’uomo ha compiuto i sedici anni e la donna i quattordici4
4 Can. 1083 – §1. L’uomo prima dei sedici anni compiuti, la donna prima dei quattordici pure compiuti, non pos¬sono celebrare un valido matrimonio.
§2. È diritto della Conferenza Episcopale fissare una età maggiore per la lecita celebrazione del matrimonio. , ma le Conferenze episcopali – secondo quanto stabilisce il secondo paragrafo del canone 1183 del codice di diritto canonico – possono fissare una età maggiore per la celebrazione. La Conferenza episco¬pale italiana con delibera del 23 dicembre 1983 n. 105
5 Delibera del 23 dicembre 1983 n. 10. – Per la lecita celebrazione del matrimonio l’età dei nubendi è di 18 anni. Resta riservata ad apposita Istruzione pastorale » della C.E.I. l’indicazione di criteri comuni di valutazione di età inferiore secondo le varie situazioni. ha elevato l’età matrimoniale dei nubendi a diciotto anni.
L’ufficiale dello stato civile deve provvedere, quindi, alla trascrizione dell’atto di matrimonio, tra¬smessogli dal parroco del luogo ove sono state celebrate le nozze, ai fini della rilevanza civile nell’ordinamento dello Stato del matrimonio religioso.
I Patti lateranensi del 1929 permettevano la trascrizione, per gli effetti civili, anche del matrimonio contratto dai minori non autorizzati. Il nuovo Concordato tra Stato italiano e Santa Sede del 1984, ha coordinato, equiparandola, la disciplina concordataria a quella civilistica, stabilendo che, qualo¬ra gli sposi non rispondano ai requisiti della legge civile circa l’età richiesta per la celebrazione, non possa aver luogo la trascrizione del matrimonio religioso (art. 8.1, lett. a, legge 25 marzo 1985, n. 121 Ratifica ed esecuzione dell’accordo con protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modifiche al Concordato lateranense dell’11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede 6
6 8. – 1. Sono riconosciuti gli effetti civili ai matrimoni contratti secondo le norme del diritto canonico, a con¬dizione che l’atto relativo sia trascritto nei registri dello stato civile, previe pubblicazioni nella casa comunale. Subito dopo la celebrazione, il parroco o il suo delegato spiegherà ai contraenti gli effetti civili del matrimonio, dando lettura degli articoli del codice civile riguardanti i diritti ed i doveri dei coniugi, e redigerà quindi, in doppio originale, l’atto di matrimonio, nel quale potranno essere inserite le dichiarazioni dei coniugi consentite secondo la legge civile.
La Santa Sede prende atto che la trascrizione non potrà avere luogo:
a) quando gli sposi non rispondano ai requisiti della legge civile circa l’età richiesta per la celebrazione;
b) quando sussiste fra gli sposi un impedimento che la legge civile considera inderogabile.
La trascrizione è tuttavia ammessa quando, secondo la legge civile, l’azione di nullità o di annullamento non potrebbe essere più proposta. La richiesta di trascrizione è fatta, per iscritto, dal parroco del luogo dove il matri¬monio è stato celebrato, non oltre i cinque giorni dalla celebrazione. L’ufficiale dello stato civile, ove sussistano le condizioni per la trascrizione, l’effettua entro ventiquattro ore dal ricevimento dell’atto e ne dà notizia al parroco. Il matrimonio ha effetti civili dal momento della celebrazione, anche se l’ufficiale dello Stato civile, per qualsiasi ragione, abbia effettuato la trascrizione oltre il termine prescritto. La trascrizione può essere effettuata anche posteriormente su richiesta dei due contraenti, o anche di uno di essi, con la conoscenza e senza l’opposizione dell’altro, sempre che entrambi abbiano conservato ininterrottamente lo stato libero dal momento della cele¬brazione a quello della richiesta di trascrizione, e senza pregiudizio dei diritti legittimamente acquisiti dai terzi. ).
È quindi superata l’incostituzionalità dell’art. 12 della legge 27 maggio 1929, n. 847 (Corte Cost. 2 febbraio 1982, n. 16), nella parte in cui consentiva la trascrizione del matrimonio canonico contratto dal minore non autorizzato.
S’intende che il minore autorizzato dal tribunale per i minorenni a contrarre matrimonio può senz’altro sposarsi secondo il rito concordatario e l’ufficiale di stato civile potrà trascrivere l’atto di matrimonio.
V Il matrimonio all’estero del minore italiano
Secondo quanto prevede espressamente l’art. 115 c.c. “Il cittadino è soggetto alle disposizioni contenute nella sezione prima di questo capo, anche quando contrae matrimonio in paese stranie¬ro secondo le forme ivi stabilite”.
Di conseguenza il minore che ha compiuto i sedici anni e che intende contrarre matrimonio all’estero (dove per esempio risiede o intende sposarsi) deve ugualmente ottenere l’autorizzazione ai sensi dell’art. 84 del codice civile. Ma la chiederà – come si dirà tra breve – all’autorità consolare all’estero.
L’art. 115, richiamando gli artt. 84 ss., conferma quanto disposto in linea generale dall’art. 27 della legge 31 maggio 1995, n. 218 (Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato) il quale prevede che “La capacità matrimoniale e le altre condizioni per contrarre matrimonio sono regolate dalla legge nazionale di ciascun nubendo al momento del matrimonio”.
Nello Stato straniero il minore italiano può scegliere di celebrare il proprio matrimonio con un con¬cittadino, o con uno straniero, dinnanzi all’autorità diplomatica o consolare ai sensi dell’art. 16 del D.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (Ordinamento di stato civile) “secondo le leggi del luogo” che – per quanto sopra detto in merito al contenuto precettivo dell’art. 115 c.c. – non valgono ad escludere l’applicazione dell’art. 84 del codice civile.
Sui poteri consolari, in ordine alla celebrazione del matrimonio all’estero, dispone il D.P.R. 5 gen¬naio 1967, n. 200 il cui articolo 12 (Dispensa dalle pubblicazioni e dagli impedimenti) prescrive che “Il capo di ufficio consolare di I categoria è autorizzato a… dispensare, per cause gravissi¬me, dall’impedimento di cui all’art. 84 Codice civile. Allorché l’autorità consolare non ritenga che sussistano i presupposti per l’esercizio dei poteri di cui al comma precedente, essa trasmette al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma le domande per la riduzione del termine e per la dispensa dalle pubblicazioni ed all’autorità competente, ai sensi degli artt. 107 e 108 del R.D.L. 9 luglio 1939, n. 1238 [previgente Ordinamento di stato civile], le domande per la dispensa dall’impedimento di cui all’articolo 84 Codice civile…”.
In mancanza di norme di coordinamento si deve ritenere che l’autorità consolare può autorizzare il matrimonio del minore italiano all’estero ma se ritiene di non autorizzarlo deve trasmettere l’i¬stanza al Procuratore della repubblica presso il Tribunale di Roma il quale trasmetterà la richiesta al tribunale per i minorenni di Roma per quanto di competenza in ordine all’autorizzazione.
VI Il matrimonio in Italia del minore straniero
Il matrimonio dello straniero in Italia è regolato dall’art. 116 c.c. (nel testo come modificato dall’art. 1 della legge 15 luglio 2009, n. 94 sulla sicurezza pubblica) il quale prescrive al primo comma che “Lo straniero che vuole contrarre matrimonio nella Repubblica deve presentare all’uf¬ficiale dello stato civile una dichiarazione dell’autorità competente del proprio paese, dalla quale risulti che giusta le leggi a cui è sottoposto nulla osta al matrimonio nonché un documento atte¬stante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano” mentre prevede al secondo comma che “Anche lo straniero è tuttavia soggetto alle disposizioni contenute negli articoli 85, 86, 87, numeri 1, 2 e 4,88 e 89”.
Come si vede non viene richiamato l’art. 84 c.c. e quindi il minore straniero che, avendo compiu¬to i sedici anni, intende contrarre matrimonio in Italia non dovrebbe richiedere l’autorizzazione del tribunale per i minorenni. Poiché, tuttavia, il limite del compimento del sedicesimo anno, va considerato un limite di ordine pubblico, anche lo straniero che intende contrarre matrimonio deve rispettarlo (sia pure in assenza di un richiamo espresso nell’art. 116 c.c.). Secondo Trib. minorenni Bologna 9.2.1990 non sarebbe necessaria neanche l’autorizzazione del tribunale per i minorenni. Viceversa secondo Trib. minorenni Roma 19.7.1989 l’autorizzazione sarebbe comunque necessaria.
Quanto al nulla osta dell’autorità straniera va comunque precisato che la mancanza del nulla osta, di per sé, non dovrebbe impedire allo straniero di contrarre validamente matrimonio in Italia, trattandosi in sostanza di una irregolarità, anche se gli ufficiali di stato civile applicano rigorosa¬mente l’art. 116, 1° co., rifiutando di eseguire la pubblicazione, in assenza della documentazione prescritta. Il diniego può essere impugnato davanti al tribunale (ricorso cosiddetto di rettificazione previsto nell’Ordinamento di stato civile). Il Tribunale provvede in camera di consiglio e può ordi¬nare di procedere alla pubblicazione, non costituendo il rilascio del nulla osta, da parte dell’autorità straniera, una condizione per contrarre matrimonio, ma una formalità probatoria da cui si può prescindere (Corte Cost. 30 gennaio 2003, n. 14).
Se l’omessa presentazione del nulla osta dipende dalla mancanza di collaborazione da parte dello Stato straniero il Tribunale può autorizzare la pubblicazione, quando, accertato il contenuto della legge nazionale dello straniero, risulti che sussistono le condizioni che essa stessa prevede per il matrimonio (Trib Treviso 15 aprile 1997; Trib Camerino 12 aprile 1990; Trib. Potenza 30 novembre 1989). Ugualmente il tribunale può autorizzare il matrimonio se risulta che il nulla osta non viene rilasciato in quanto l’autorità straniera ne subordina il rilascio alla conversione all’Islam dell’altro coniuge (Trib. Venezia, 4 luglio 2012; Trib. Taranto 13 luglio 1996; Trib Barcellona Pozzo di Gotto 9 marzo 1995; Trib. Torino 24 febbraio 1992; Trib. Genova 4 aprile 1990).
L’altro presupposto necessario per lo straniero che vuole contrarre matrimonio in Italia è costituito dalla presentazione all’ufficiale dello stato civile di un documento attestante la regolarità del sog¬giorno nel territorio italiano.
VII L’emancipazione del minore che contrae matrimonio
Il minore è di diritto emancipato col matrimonio (art. 391 c.c.). Pertanto con il matrimonio acquista la capacità di agire. Tale capacità, però, non è piena in quanto l’art. 394 del codice (Capacità dell’e¬mancipato) prescrive che “L’emancipazione conferisce al minore la capacità di compiere gli atti che non eccedono l’ordinaria amministrazione” e che “Il minore emancipato può con l’assistenza del curatore riscuotere i capitali sotto la condizione di un idoneo impiego e può stare in giudizio sia come attore sia come convenuto”.
Viceversa “Per gli altri atti eccedenti l’ordinaria amministrazione [indicati nell’art. 374 c.c.7
7 Art. 374 (Autorizzazione del giudice tutelare)
Il tutore non può senza l’autorizzazione del giudice tutelare:
1) acquistare beni, eccettuati i mobili necessari per l’uso del minore, per la economia domestica e per l’ammi¬nistrazione del patrimonio;
2) riscuotere capitali, consentire alla cancellazione di ipoteche o allo svincolo di pegni, assumere obbligazioni, salvo che queste riguardino le spese necessarie per il mantenimento del minore e per l’ordinaria amministrazione del suo patrimonio;
3) accettare eredità o rinunciarvi, accettare donazioni o legati soggetti a pesi o a condizioni;
4) fare contratti di locazione d’immobili oltre il novennio o che in ogni caso si prolunghino oltre un anno dopo il raggiungimento della maggiore età;
5) promuovere giudizi, salvo che si tratti di denunzie di nuova opera o di danno temuto, di azioni possessorie o di sfratto e di azioni per riscuotere frutti o per ottenere provvedimenti conservativi. ] oltre il consenso del curatore, è necessaria l’autorizzazione del giudice tutelare” ma “Per gli atti indicati nell’articolo 3758
8 Art. 375 (Autorizzazione del tribunale)
Il tutore non può senza l’autorizzazione del tribunale:
1) alienare beni, eccettuati i frutti e i mobili soggetti a facile deterioramento;
2) costituire pegni o ipoteche;
3) procedere a divisioni o promuovere i relativi giudizi;
4) fare compromessi e transazioni o accettare concordati.
L’autorizzazione è data su parere del giudice tutelare. l’autorizzazione, se curatore non è il genitore, deve essere data dal tribunale su parere del giudice tutelare. Qualora nasca conflitto di interessi fra il minore e il curatore, è nomi¬nato un curatore speciale a norma dell’ultimo comma dell’articolo 320 L’ultimo comma dell’art. 320 c.c. prevede che “Se sorge conflitto di interessi patrimoniali tra i figli soggetti alla stessa responsabilità genitoriale, o tra essi e i genitori o quello di essi che esercita in via esclusiva la respon¬sabilità genitoriale, il giudice tutelare nomina ai figli un curatore speciale. Se il conflitto sorge tra i figli e uno solo dei genitori esercenti la responsabilità genitoriale, la rappresentanza dei figli spetta esclusivamente all’altro genitore”. ”.
Come si vede gli atti di straordinaria amministrazione sono (per un retaggio storico oggi irragio¬nevole) suddivisi in due categorie: quelli indicati nell’art. 374 (asseritamente meno rischiosi) per i quali è sufficiente il consenso del curatore e l’autorizzazione del giudice tutelare e quelli indicati nell’art. 375 (considerati più rischiosi) per i quali invece l’autorizzazione deve essere data dal tri¬bunale a meno che il curatore non sia il genitore del minore autorizzato al matrimonio (in tal caso ritenendosi sufficiente l’autorizzazione de giudice tutelare).
In verità il curatore del minore autorizzato al matrimonio è per legge l’altro coniuge maggiore di età (Art. 392 c.c.) e solo nel caso in cui entrambi i coniugi fossero minori di età, il giudice tutelare può nominare un unico curatore, scelto preferibilmente fra i genitori.
La legge si preoccupa anche del caso in cui dovesse intervenire una nullità matrimoniale (diver¬sa da quella per violazione dell’art. 84 c.c.) o la separazione o il divorzio e prescrive nell’ultimo comma dell’art. 394 che in tali casi il giudice tutelare debba nominare al minore che era stato autorizzato al matrimonio (e che, s’intende, non abbia nel frattempo raggiunto la maggiore età) come curatore uno dei genitori.
Ci si deve chiedere che cosa avviene se il curatore (cioè, come si è detto, l’altro coniuge o il ge¬nitore del minore) non intende dare il consenso all’atto di straordinaria amministrazione. Per tale ipotesi soccorre l’art. 395 c.c. (rifiuto del consenso da parte del curatore) secondo cui “Nel caso in cui il curatore rifiuta il suo consenso, il minore può ricorrere al giudice tutelare, il quale, se stima ingiustificato il rifiuto, nomina un curatore speciale per assistere il minore nel compimento dell’at¬to, salva, se occorre, l’autorizzazione del tribunale”.
L’art. 393 c.c.10
10 Art. 393 (Incapacità o rimozione del curatore)
Sono applicabili al curatore le disposizioni degli articoli 348, ultimo comma, 350 e 384. prevede le cause di incapacità e di rimozione del curatore facendo rinvio alle cause previste per l’incapacità e la rimozione del tutore in generale.
In chiusura vi è da dire che in caso di inosservanza delle disposizioni che sono state sopra richia¬mate contenute nell’art. 394 c.c. tutti gli atti compiuti possono essere annullati su istanza del minore o sei suoi eredi o aventi causa11
11 Art. 396 (Inosservanza delle precedenti norme)
Gli atti compiuti senza osservare le norme stabilite nell’articolo 394 possono essere annullati su istanza del mi¬nore o dei suoi eredi o aventi causa.
Sono applicabili al curatore le disposizioni dell’articolo 378. .
Il codice si preoccupa anche del caso (in verità più che raro) in cui il minore autorizzato al matri¬monio e quindi emancipato, debba esercitare un’impresa commerciale, prevedendo all’art. 39712
12 Art. 397 (Emancipato autorizzato all’esercizio di un’impresa commerciale)
Il minore emancipato può esercitare un’impresa commerciale senza l’assistenza del curatore, se è autorizzato dal tribunale, previo parere del giudice tutelare e sentito il curatore.
L’autorizzazione può essere revocata dal tribunale su istanza del curatore o d’ufficio, previo, in entrambi i casi, il parere del giudice tutelare e sentito il minore emancipato.
Il minore emancipato, che è autorizzato all’esercizio di una impresa commerciale, può compiere da solo gli atti che eccedono l’ordinaria amministrazione, anche se estranei all’esercizio dell’impresa. che egli possa farlo senza l’assistenza del curatore ma con l’autorizzazione del tribunale.
VIII La nomina eventuale di un curatore per le convenzioni matrimoniali
Il codice civile dopo aver disciplinato il matrimonio del minore prevede all’art. 90 (Assistenza del minore) che “Con il decreto di cui all’articolo 84 il tribunale o la corte d’appello nominano, se le circostanze lo esigono, un curatore speciale che assista il minore nella stipulazione delle conven¬zioni matrimoniali”.
Poiché l’art. 165 c.c. nell’ambito delle norme sul regime patrimoniale della famiglia garantisce al minore- come si dirà tra breve – il diritto personale di stipulare le convenzioni matrimoniali è evi¬dente che la nomina di un curatore assistente del minore non è sempre necessaria ma lo diventa se vi è una situazione di conflitto e di contrapposizione tra il minore e i suoi genitori.
E poiché il minore autorizzato al matrimonio ha già un curatore per legge (articoli 392 e seguenti sopra ricordati) curatore per l’assistenza alle convenzioni matrimoniali sarà, in tal caso, la stessa persona che è curatore per legge.
La nomina del curatore è opportuna, come si è detto, in caso di contrapposizione tra il minore e suoi genitori; contrapposizione che può essere emersa proprio nel corso del procedimento di au¬torizzazione al matrimonio. Si deve però tenere conto del fatto che il curatore in questo caso non assolve alla sua tipica funzione sostitutiva dei genitori – come avviene in tutti i casi in cui la nomina risponde all’esigenza di risolvere un conflitto di interessi tra il minore e i suoi genitori (art. 320, 321 c.c. art. 78 c.p.c.) – ma è opportuna per salvaguardare il minore ammesso a contrarre matrimonio (e che con il matrimonio è emancipato e quindi capace di agire) dalla situazione imbarazzante di dover essere assistito dai suoi genitori che magari non hanno condiviso la sua scelta di sposarsi. Per questo si parla correttamente di contrapposizione o di “conflitto di interessi” improprio.
Il curatore per l’assistenza alla stipula delle convenzioni matrimoniali integra quindi la volontà del minore (senza sostituirsi a lui come farebbe il curatore speciale in sede rappresentanza sostitutiva).
Nell’ambito delle norme sul regime patrimoniale della famiglia all’art. 165 (capacità del minore) si conferma che “il minore ammesso a contrarre matrimonio è pure capace di prestare il consenso per tutte le relative convenzioni matrimoniali, le quali sono valide se egli è assistito dai genitori eser¬centi la responsabilità genitoriale su di lui o dal tutore o dal curatore nominato a norma dell’art. 90”
La nomina è, quindi, eventuale ed è effettuata, anche d’ufficio, dal tribunale per i minorenni (ex art. 38 disp. att. c.c.) o dalla Corte d’appello in caso di reclamo.
IX Il matrimonio contratto in violazione dell’art. 84 c.c.
Il matrimonio che dovesse essere contratto dal minore in violazione dell’art. 84 c.c. e cioè o dal mi¬nore infrasedicenne o da quello ultrasedicenne senza l’autorizzazione del tribunale per i minorenni “può essere impugnato dai coniugi, da ciascuno dei genitori e dal pubblico ministero. La relativa azione di annullamento può essere proposta personalmente dal minore non oltre un anno dal rag¬giungimento della maggiore età. La domanda, proposta dal genitore o dal pubblico ministero, deve essere respinta ove, anche in pendenza del giudizio, il minore abbia raggiunto la maggiore età ovvero vi sia stato concepimento o procreazione e in ogni caso sia accertata la volontà del minore di mantenere in vita il vincolo matrimoniale” (art. 117, secondo comma, c.c.).
La legittimazione attiva è, dunque, più limitata rispetto a quella prevista per i casi di nullità disci¬plinati dalle altre ipotesi dell’art. 117, non essendo, infatti, previsto che possa essere esperita da qualsiasi interessato.
Il minore è legittimato personalmente (senza quindi necessità di rappresentanza in giudizio: Cor¬te App. Roma, 20 aprile 1982) ad impugnare il matrimonio. L’azione può essere proposta solo entro il termine di decadenza di un anno dal raggiungimento della maggiore età: termine che dovrebbe valere ragionevolmente non soltanto per il minore ma anche per tutti gli altri legittimati.
La domanda, proposta dal genitore o dal pubblico ministero, deve essere, però, respinta ove, anche in pendenza del giudizio, il minore abbia raggiunto la maggiore età ovvero vi sia stato con¬cepimento o procreazione e in ogni caso in cui il giudice accerti la volontà del minore di mantenere in vita il vincolo matrimoniale.

Giurisprudenza
Trib. Minorenni Caltanissetta, 26 ottobre 2017 (Nuova Giur. Civ., 2018, 7-8, 1019 nota di Scia)
L’autorizzazione al matrimonio del minore che ha compiuto sedici anni può essere negata solo se sia accertato che la sua volontà non sia libera, ma sia stata condizionata da deficit cognitivi o da altri fattori esterni.
Il minore di anni diciotto, ma maggiore di anni sedici, che risulti maturo e responsabile, può essere autorizzato a sposarsi, ai sensi dell’art. 84 c.c., in quanto tale autorizzazione a sposarsi va negata solo se si accerta che la sua volontà è stata condizionata da deficit cognitivi o da altri fattori esterni.
La valorizzazione della volontà del minore nubendo, alla luce della ratio della Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei minori, impone al giudice di interpretare restrittivamente la nozione di «gravi motivi» di cui all’art. 84 cod. civ., nel senso che l’autorizzazione a contrarre matrimonio anteriormente al conseguimento della mag¬giore età possa essere negata nei soli casi in cui si accerti in concreto che il minore abbia subito un significativo condizionamento della propria sfera intellettiva e/o volitiva, tale da far ritenere che la manifestazione di volontà per conseguire l’autorizzazione a contrarre matrimonio espressa dallo stesso minore sia stata viziata.
Trib. Minorenni Napoli, 5 giugno 1995 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Lo stato di gravidanza della minore non può da solo costituire grave motivo per l’ammissione della minore stessa al matrimonio prima dei 18 anni, se non è accompagnato da una sufficiente maturità ed indipendenza psicologica dai genitori e dalla sussistenza, in atto, di valide prospettive di una famiglia autonoma; non può per ciò essere ammessa, ex art. 84, comma 2, c.c., al matrimonio la minore, pur gravida, che, malgrado abbia raggiunto l’età di 17 anni, non abbia mostrato una sufficiente indipendenza psicologica dalla propria madre, tanto più che i nu¬bendi, non disponendo di una abitazione separata, vivrebbero a casa dei genitori di lei (nella specie, il partner della ragazza prestava, all’epoca del ricorso, servizio militare di leva).
Trib. Minorenni Perugia, 31 maggio 1995 (Dir. Famiglia, 1996, 617 nota di CANONICO)
Può essere ammessa al matrimonio la minore, prossima al compimento dei diciassette anni, la cui maturità psi¬cofisica sia provata e che alleghi la sussistenza di gravi motivi, quali la convivenza “more uxorio” dei nubendi, protrattasi per circa un anno in casa dei genitori della richiedente, l’esistenza provata di un legame affettivo profondo e di un serio, consapevole progetto di vita coniugale, l’impegno costante nel lavoro domestico della minore stessa, ed il valore sociale dell’istituto matrimoniale sanante la pregressa convivenza, avuto riguardo anche al fatto che questa si è svolta ed è in atto in un piccolo centro agricolo.
Corte d’Appello L’Aquila Sez. minori, 16 marzo 1994 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Integrano i gravi motivi, che giustificano la deroga al generale divieto del matrimonio dell’infradiciottenne, le conseguenze negative che la convivenza “more uxorio” può comportare in un piccolo ambiente provinciale, dove tutti si conoscono e dove ancora hanno importanza i valori della famiglia legittimamente costituita.
Trib. Minorenni L’Aquila, 28 gennaio 1994 (Giur. di Merito, 1995, 497 nota di MANERA)
Ricorrono i gravi motivi richiesti dall’art. 84 c.c. qualora vi sia una convivenza in atto tra i nubendi, che già ab¬biano celebrato il matrimonio religioso, ed anche quando la gravidanza si sia interrotta per aborto spontaneo.
Trib. Minorenni Bologna, 9 febbraio 1990 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Il minore straniero può contrarre matrimonio in Italia, senza bisogno di esservi ammesso dal giudice a norma dell’art. 84 c. c., qualora ne abbia la capacità secondo la propria legge nazionale e sempreché abbia compiuto i sedici anni di età, limite di ordine pubblico opponibile al diritto straniero.
Trib. Minorenni Roma, 24 luglio 1989 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
In tema di matrimonio dei minorenni il limite di età fissato dall’art. 84 c. c. è divenuto di ordine pubblico inter¬nazionale.
Trib. Minorenni Roma, 19 luglio 1989 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Ai fini dell’autorizzazione di un minore straniero a contrarre matrimonio ex art. 84 c. c., non rileva che la sua legge nazionale fissi un’età nuziale minima minore rispetto a quella prevista dal cit. art. 84 c. c. italiano, poiché anche in tal caso devono osservarsi comunque le condizioni in tale norma previste, condizioni che, per la loro valenza assoluta d’ordine pubblico internazionale, negano ingresso nello stato a norme estere più permissive; irrilevante, pertanto, è l’ottenimento, ex art. 116 c. c., del nulla osta al matrimonio rilasciato dalle competenti autorità dello stato di origine del nubendo, nulla osta che non può in alcun caso sostituire il provvedimento autorizzativo del tribunale per i minorenni, così come irrilevante è, altresì, la scelta del matrimonio concordata¬rio, che non dispensa il minore straniero dal decreto d’ammissione alle nozze; per le identiche ragioni d’ordine pubblico, attinenti al favor minoris, sarebbe invece applicabile al nubendo straniero non l’art. 84 c. c., ma la sua legge nazionale ove questa preveda, per contrarre matrimonio, un’età minima superiore a quella prevista dalla pertinente normativa italiana.
Trib. Minorenni Trieste, 13 maggio 1987 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Non sussistono i gravi motivi richiesti dalla legge per autorizzare alle nozze il minore infradiciottenne, allorché questi chieda di poter contrarre matrimonio allo scopo d’evitare il, pur certo e notevole, disagio collegato alla di lui convivenza alternata presso l’uno o l’altro dei propri genitori divorziati, nonché allo scopo, al tempo stesso, di non perdere un’eredità promessa dall’ava del fidanzato ma condizionata alla celebrazione del matrimonio.
Tribunale Catania, 2 novembre 1986 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Qualora tra genitori separati si controverta sull’affidamento della figlia infraquattordicenne, fuggita da casa per andare a convivere con un giovane cui risulti sentimentalmente legata, il giudice non deve privilegiare soluzioni sottese al raggiungimento del matrimonio riparatore, inteso come obiettivo ottimale, che invece non è affatto né l’unica, né la migliore soluzione e non risponde in sé necessariamente all’interesse, presente e futuro, della donna; ma deve ricercare, soprattutto con l’ausilio di qualificati esperti, la soluzione più idonea a garantire un equilibrato, progressivo sviluppo delle potenzialità affettive ed intellettuali della minore, che a quest’ultima con¬senta di raggiungere la maturità necessaria per adottare, a tempo debito e per ciò consapevolmente, la decisione più rispondente al proprio vero interesse, anche in prospettiva futura.
Trib. Minorenni Torino, 26 marzo 1986 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Per necessari ai fini del rilascio dell’autorizzazione alle nozze del minore infrasedicenne, devono intendersi non soltanto quelli che interessano sotto il profilo negativo e cioè allo scopo di evitare disagi e sofferenze di rilievo alla coppia, che per di più sia in attesa di un figlio, ma anche quelli che vanno riguardati in senso positivo, quali il desiderio serio, responsabile e consapevole di dare al nascituro un ambiente familiare non solo unito ed affettuo¬so di fatto, ma anche formalmente riconosciuto dalla collettività ed imperniato su solenni ed anche legalmente vincolanti promesse ed impegni formulati coram populo, tanto più che la famiglia fondata sul matrimonio costi¬tuisce un valore personale e sociale esplicitamente affermato dalla costituzione.
Alla stregua delle norme costituzionali a tutela del matrimonio, qualsiasi disposizione limitativa della libertà di contrarre il vincolo nuziale va interpretata ed applicata restrittivamente: ne consegue che può essere autorizzata a contrarre matrimonio la minore infradiciottenne, le cui nozze siano fortemente osteggiate dai genitori a causa di una loro ingiustificata avversione nei confronti del fidanzato, allorché la minore abbia a subire notevoli limi¬tazioni della propria libertà, ad essere sottoposta ad un tenore di vita gravemente condizionante ed a ritrovarsi, dopo la fuga da casa, in stato certo di gravidanza.
Corte d’Appello Roma, 28 maggio 1982 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
È nulla la trascrizione nei registri dello stato civile del matrimonio canonico contratto da un minore ultrasedicen¬ne non ammesso al matrimonio ai sensi dell’art. 84 c. c.
La mancata autorizzazione alla celebrazione del matrimonio per il minore infrasedicenne da parte del competente tribunale per i minorenni (art. 84 c. c.) costituisce la condizione per l’impugnativa della trascrizione del matrimo¬nio canonico ai fini della declaratoria della sua nullità e degli effetti civili che da essa discendono.
Corte cost., 2 febbraio 1982, n. 16 (Giur. It., 1982, I,1, 954 nota di FINOCCHIARO)
E’ illegittimo, per violazione dell’art. 3 cost., l’art. 12 della legge 27 maggio 1929, n. 847 nella parte in cui non dispone che non si faccia luogo alla trascrizione anche nel caso di matrimonio canonico contratto da minore di anni sedici o da minore che abbia compiuto tale età ma non sia stato ammesso al matrimonio ai sensi dell’art. 84 c. c.; conseguentemente, ai sensi dell’art. 27 della legge n. 87 del 1953, deve essere dichiarato costituzio¬nalmente illegittimo anche l’art. 7 stessa legge nella parte in cui non dispone che l’autorità giudiziaria decida sull’opposizione al matrimonio ante nuptias fondata sulla causa indicata nell’art. 84 c. c.
Corte d’Appello Bologna Sez. minori, 27 gennaio 1982 (Dir. Famiglia, 1982, 1280 nota di DE ANGELIS)
La convivenza instaurata positivamente dai nubendi da molti mesi è rilevante quale grave motivo ai fini della autorizzazione al matrimonio.
La convivenza more uxorio, la gravidanza della donna, l’ambiente di vita dei minori sono gravi motivi idonei ad ammettere un minore al matrimonio.
La gravidanza costituisce grave motivo per il matrimonio della minore, avuto riguardo ai pregiudizi correlativi alla condizione di ragazza-madre ed alle esigenze di tutela del nascituro.
Trib. Minorenni Palermo, 1 luglio 1981 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Alla stregua delle norme costituzionali a tutela del matrimonio, qualsiasi disposizione limitativa della libertà di matrimonio va intesa ed applicata restrittivamente; ne consegue che ai fini dell’autorizzazione alle nozze del minore infradiciottenne, essendo attribuito al giudice un potere discrezionale assai limitato, per l’accertamento della maturità psicofisica del minore è sufficiente che vi sia da parte di quest’ultimo la volontà spontanea e con¬sapevole del vincolo, mentre i gravi motivi devono valutarsi con riferimento soprattutto al pregiudizio che per il minore potrebbe derivare dalla mancata o ritardata celebrazione delle nozze (nella specie: la minore, in stato di gravidanza, accudiva ai bisogni della sorella minorata).
Trib. Minorenni Palermo, 17 giugno 1981 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
Può essere autorizzata ex art. 84 c. c. alle nozze anticipate la minore che in assai difficili condizioni familiari ed ambientali, con un comportamento equilibrato, responsabile ed oblativo, e con l’intento di assicurare al figlio già concepito lo stato di legittimità, dia prova di avere raggiunto la maturità psicofisica.
L’avvenuto completamento di tutti i preparativi per la celebrazione della cerimonia nuziale può, in unione ad altri elementi positivi, realizzare l’ipotesi di grave motivo ai sensi dell’art. 84 c. c.
Corte d’Appello Bologna Sez. minori, 12 dicembre 1978 (Pluris, Wolters Kluwer Italia)
La maturità psichica richiesta dall’art. 84 c.c. non differisce da quella che il legislatore riconosce a chi ha raggiunto la maggiore età: il giudice, pertanto, per accertarla deve soltanto stabilire se il minore abbia raggiunto quel livello della capacità di comprensione e di valutazione che la generalità dei soggetti raggiunge presuntivamente a diciotto anni.

Non decade dai benefici fiscali c.d. prima casa il contribuente che, in ottemperanza di un accordo omologato di separazione, provvede a venderla a terzi entro cinque anni dall’acquisto

Cass. civ. Sez. V, 21 marzo 2019, n. 7966
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TRIBUTARIA
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso iscritto al n. 29889/2015 R.G. proposto da:
A.M., elettivamente domiciliata in Roma, via Conca d’Oro n. 190, presso lo studio dell’avv. Diego Perrucca, rappresentata e difesa dall’avv. Fabio Antonio li giusta procura speciale in calce al ricorso;
– ricorrente –
contro
Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;
– resistente –
e contro
Agenzia delle entrate – Direzione Provinciale Ufficio Controlli Perugia, in persona del Direttore pro tempore;
– intimata –
avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale dell’Umbria n. 276/03/15, depositata il 18 maggio 2015.
Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 28 novembre 2018 dal Cons. Nonno Giacomo Maria.
Svolgimento del processo
Che:
1. con sentenza n. 276/03/15 del 18/05/2015 la CTR dell’Umbria ha accolto l’appello proposto dalla Agenzia delle entrate avverso la sentenza n. 251/12/13 della CTP di Perugia, la quale aveva a sua volta accolto il ricorso di A.M. avverso gli avvisi di liquidazione relativi all’anno 2007, con i quali venivano revocate le agevolazioni relative all’acquisto della prima casa;
1.1. come si evince dalla sentenza della CTR e dagli atti delle parti: a) la revoca delle agevolazioni relative all’acquisto della prima casa conseguivano alla vendita della stessa ad un terzo prima del quinquennio, in ragione degli accordi stipulati in sede di separazione consensuale; b) la CTP accoglieva il ricorso proposto dalla A.; c) l’Agenzia delle entrate proponeva appello davanti alla CTR;
1.2. la CTR motivava l’accoglimento dell’appello dell’Agenzia delle entrate evidenziando che “la revoca del beneficio fiscale non contrasta l’intassabilità delle disposizioni cui i coniugi pervengono in occasione della separazione, sia perché la cessione dell’immobile non avviene attraverso l’omologazione della separazione, sia perché non vi è qui tassazione in atto occasionata dalla crisi coniugale, bensì la revoca di un precedente beneficio fiscale”;
2. avverso la sentenza della CTR A.M. proponeva ricorso per cassazione, affidato a due motivi;
3. l’Agenzia delle entrate depositava atto di costituzione al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.
Motivi della decisione
Che:
1. con il primo motivo di ricorso, A.M. deduce violazione e falsa applicazionedell’art. 112 c.p.c., in relazioneall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, evidenziando che la CTR avrebbe omesso di considerare il fatto decisivo che il trasferimento immobiliare è avvenuto in quanto previsto dall’accordo omologato di separazione consensuale tra coniugi;
2. il motivo è inammissibile;
2.1. secondo il noto orientamento delle Sezioni Unite, richiamato anche da parte ricorrente,l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dalD.L. 22 giugno 2012, n. 83,art.54, conv. inL. 7 agosto 2012, n. 134(applicabile ratione temporis) “introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia)” (Cass. S.U. n. 8053 del 07/04/2014);
2.2. nel caso di specie, peraltro, la CTR non omette l’esame del fatto indicato dalla ricorrente, ma dimostra di essere pienamente consapevole della circostanza che il trasferimento immobiliare è previsto nell’accordo di separazione consensuale tra i coniugi (“la CTP accoglieva il ricorso osservando che si trattava di un atto necessario perché facente parte di una delle obbligazioni assunte dai coniugi nell’atto di separazione”) ed esclude espressamente la rilevanza della stessa (“la revoca del beneficio fiscale non contrasta l’intassabilità delle disposizioni cui i coniugi pervengono in occasione della separazione, sia perché la cessione dell’immobile non avviene attraverso l’omologazione della separazione, sia perché non vi è qui tassazione in atto occasionata dalla crisi coniugale”);
3. con il secondo motivo di ricorso si deduce la violazione e/o falsa applicazione dellaL. 6 marzo 1987, n. 74,art.19, in relazioneall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, evidenziando che il regime di esenzione previsto dalla menzionata norma è esteso, per effetto di Corte Cost. 10 maggio 1999, n. 154, anche a tutti gli atti, i documenti ed i provvedimenti relativi al procedimento di separazione personale tra i coniugi e, quindi, anche al trasferimento di immobili in comunione nei confronti dei terzi;
4. il motivo è fondato;
4.1. secondo giurisprudenza da ultimo consolidatasi, che ha innovato rispetto ad un precedente e diverso orientamento (cfr., ad es., Cass. n. 2263 del 03/02/2014), “l’agevolazione di cui allaL. n. 74 del 1987,art.19, nel testo conseguente alla declaratoria di incostituzionalità (Corte Cost., sentenza n. 154 del 1999), spetta per gli atti esecutivi degli accordi intervenuti tra i coniugi in esito alla separazione personale o allo scioglimento del matrimonio, atteso il carattere di “negoziazione globale” attribuito alla liquidazione del rapporto coniugale per il tramite di contratti tipici in funzione di definizione non contenziosa, i quali, nell’ambito della nuova cornice normativa (da ultimo culminata nella disciplina di cui alD.L. n. 132 del 2014,artt.6e12, conv. con modif. nellaL. n. 162 del 2014), rinvengono il loro fondamento nella centralità del consenso dei coniugi” (così Cass. n. 2111 del 03/02/2016);
4.1.1. in specifica applicazione del predetto principio, è stato evidenziato che “in tema di agevolazioni “prima casa”, il trasferimento dell’immobile prima del decorso del termine di cinque anni dall’acquisto, se effettuato in favore del coniuge in virtù di una modifica delle condizioni di separazione, pur non essendo riconducibile alla forza maggiore, non comporta la decadenza dai benefici fiscali, attesa la “ratio” dellaL. n. 74 del 1987,art.19, che è quella di favorire la complessiva sistemazione dei rapporti patrimoniali tra i coniugi in occasione della crisi, escludendo che derivino ripercussioni fiscali sfavorevoli dagli accordi intervenuti in tale sede” (così Cass. n. 8104 del 29/03/2017; conf. Cass. n. 13340 del 28/06/2016; sempre in tema di agevolazioni “prima casa” si veda anche, sotto il diverso profilo della insussistenza dell’intento speculativo, Cass. n. 5156 del 16/03/2016; Cass. n. 22023 del 21/09/2017);
4.2. orbene, ritiene il collegio che il principio espresso da Cass. n. 2111 del 2016 con riferimento ad un trasferimento immobiliare avvenuto all’interno del nucleo familiare è di portata assolutamente generale e, dunque, non può non estendersi anche all’ipotesi per cui è causa, nella quale i coniugi si sono determinati, in sede di accordi conseguenti alla separazione personale, a trasferire l’immobile acquistato con le agevolazioni per la prima casa ad un terzo;
4.2.1. ed, infatti: a) laL. n. 74 del 1987,art.19, dispone in via assolutamente generale l’esenzione dall’imposta di bollo, di registro e da ogni altra tassa degli atti stipulati in conseguenza del procedimento di cessazione degli effetti civili del matrimonio e, a seguito di Corte Cost. n. 154 del 1999, anche del procedimento di separazione personale tra coniugi, senza alcuna distinzione tra atti eseguiti all’interno della famiglia e atti eseguiti nei confronti di terzi; b) la ratio della menzionata disposizione è senza dubbio quella di agevolare la sistemazione dei rapporti patrimoniali tra coniugi a seguito della separazione o del divorzio; c) recuperare l’imposta in conseguenza della inapplicabilità dell’agevolazione fiscale sulla prima casa da parte dell’Erario significherebbe sostanzialmente imporre una nuova imposta su di un trasferimento immobiliare avvenuto in esecuzione dell’accordo tra i coniugi e, pertanto, andare palesemente in senso contrario alla ratio della disposizione, così come definita sub b);
4.2.2. del resto, l’atto stipulato dai coniugi in sede di separazione personale (o anche di divorzio) e comportante la vendita a terzi di un immobile in comproprietà e la successiva divisione del ricavato, pur non facendo parte delle condizioni essenziali di separazione rientra sicuramente nella negoziazione globale dei rapporti tra i coniugi ed è, pertanto, meritevole di tutela, risiedendo la propria causa contrariamente a quanto ritenuto dall’Agenzia delle entrate nella circolare n. 27/E del 21 giugno 2012 – nello “spirito di sistemazione, in occasione dell’evento di separazione consensuale, dei rapporti patrimoniali dei coniugi sia pure maturati nel corso della convivenza matrimoniale” (Cass. n. 16909 del 19/08/2015, in motivazione);
4.2.3. il diverso orientamento espresso da Cass. n. 860 del 17/01/2014, per la quale “l’agevolazione di cui allaL. 6 marzo 1987, n. 74,art.19, per gli atti esecutivi degli accordi intervenuti tra i coniugi, sotto il controllo del giudice, per regolare i loro rapporti patrimoniali conseguenti allo scioglimento del matrimonio o alla separazione personale (…), spetta solo se i soggetti che li pongano in essere siano gli stessi coniugi che hanno concluso i suddetti accordi, e non anche terzi”, deve ritenersi espressione dell’orientamento ormai superato e di cui è espressione Cass. n. 2263 del 2014, più sopra citata;
4.3. la CTR non si è attenuta al superiore principio di diritto, considerando la cessione a terzi dell’immobile in precedenza acquisito con le agevolazioni previste per la “prima casa” ai sensi delD.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, Tariffa Parte Prima, art. 1, Nota 2 bis, comma 1 (IVA ridotta al 4% e imposta sostitutiva al 0,25%), estranea alla riferita negoziazione globale dei rapporti tra coniugi derivanti dalla separazione, con conseguente decadenza della ricorrente dal beneficio;
5. in conclusione, va accolto il secondo motivo di ricorso, rigettato il primo; la sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto e poiché non residuano ulteriori questioni di fatto da esaminare, la causa può essere decisa nel merito, con accoglimento dell’originaria domanda della ricorrente;
5.1. la sostanziale novità della questione e le oscillazioni giurisprudenziali in materia giustificano l’integrale compensazione tra tutte le parti delle spese relative all’intero giudizio.
P.Q.M.
La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso, rigettato il primo; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, accoglie l’originario ricorso della ricorrente; dichiara interamente compensate tra le parti le spese dell’intero giudizio.

La parte, nel primo incontro di mediazione obbligatoria, può farsi sostituire da chiunque e dunque anche dal proprio difensore purché gli sia stata rilasciata una procura speciale sostanziale; il conferimento del potere di partecipare in sostituzione della parte alla mediazione non fa parte dei possibili contenuti della procura alle liti autenticabili direttamente dal difensore

Cass. civ. Sez. III, 27 marzo 2019, n. 8473
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA CIVILE
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso 27762-2017 proposto da:
GAIA ENERGY ENGINEERING SRL, in persona dell’Amministratore Unico e Legale Rappresentante Dott. D.Z.A. , domiciliata ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato CARLO ONESTI giusta procura speciale in calce al ricorso;
– ricorrente –
contro
EUREKA SRL;
– intimata –
avverso la sentenza n. 210/2017 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE, depositata il 25/05/2017;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 06/02/2019 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FRESA Mario, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso;
udito l’Avvocato CARLO ONESTI;
Svolgimento del processo
1.Il giudizio di primo grado.
Nel 2016 Gaia Energy Engineering S.r.l. depositò dinanzi al Tribunale di Udine ricorso exart. 447-bis c.p.c., rappresentando di aver concesso in locazione un’unità immobiliare sita in (OMISSIS) a Eureka S.r.l. e chiedendo la risoluzione del contratto per mancata prestazione del deposito cauzionale, il rilascio dell’immobile e la condanna della controparte alle spese del giudizio. Eureka si costituì in giudizio, eccependo l’avvenuta costituzione, benché solo in corso di causa, del deposito cauzionale e l’improcedibilità della domanda per mancato previo esperimento del tentativo obbligatorio di mediazione previsto dalD.Lgs. n. 28 del 2010e successive modifiche.
Il Giudice assegnò alle parti il termine di 15 giorni per l’avvio della procedura di mediazioneD.Lgs. n. 28 del 2010, ex art. 5, con conseguente differimento dell’udienza di discussione.
Gaia avviava la procedura di mediazione; al primo incontro fissato dall’Organismo di mediazione in data 5/07/2016 parteciparono i soli procuratori delle parti, chiedendo un breve rinvio e successivamente questi comunicavano telefonicamente al mediatore l’impossibilità delle parti di raggiungere un accordo stragiudiziale. Il secondo incontro non ebbe mai luogo (né si fa riferimento, nel ricorso o nella sentenza, all’esistenza di un verbale di mancata conciliazione).
Alla successiva udienza il difensore di Eureka eccepì nuovamente l’improcedibilità della domanda promossa dalla ricorrente sul rilievo che nel procedimento di mediazione non fossero comparse le parti personalmente ma solo i difensori, eccezione alla quale Gaia si oppose.
In sede di precisazione delle conclusioni Gaia, stante l’avvenuta costituzione (benché tardiva) del deposito cauzionale ad opera della controparte, rinunciò alla domanda di risoluzione del contratto e insistette soltanto per ottenere la condanna di Eureka alla rifusione delle spese legali, liquidate in base al principio della soccombenza virtuale.
Il Tribunale dichiarò cessata la materia del contendere, rilevando, in rito, che non si fosse verificata la condizione di procedibilità della domanda di cui alD.Lgs. n. 28 del 2010,art.5, comma 1-bis, con conseguente improcedibilità della domanda attorea. Compensò per intero tra le parti le spese di lite, osservando che “entrambe le domande di parte si sono alfine rivelate inammissibili per ragioni di rito”.
2. L’appello.
Avverso la sentenza n. 1418/2016 del Tribunale di Udine propose appello Gaia, assumendo che la mediazione obbligatoria si fosse effettivamente svolta, avendo le parti legittimamente partecipato al procedimento di mediazione a mezzo dei rispettivi difensori (in particolare asserì che il difensore di Gaia fosse munito di una procura speciale, conferente tutti i poteri per definire e trattare questioni giudiziali e stragiudiziali, e che pertanto lo stesso fosse dotato di rappresentanza formale e sostanziale) e contestando il capo relativo alle spese. Eureka si costituì in giudizio.
La Corte d’appello di Trieste, con la sentenza n. 2010 del 2017 qui impugnata, rigettò l’appello, condannando Gaia al pagamento delle spese del secondo grado di giudizio.
In particolare, il Giudice d’appello affermava che ilD.Lgs. n. 28 del 2010,art.8, prevede la presenza personale delle parti, assistite dal proprio difensore (in tal senso deponendo l’uso della congiunzione “e”, laddove si precisa che il mediatore “invita le parti e i loro avvocati”), atteso che nel primo incontro informativo il mediatore necessita di contatto diretto con le parti sostanziali, al fine di verificare la fattibilità dell’inizio della procedura di mediazione vera e propria; che pertanto, pur potendo la parte farsi rappresentare dal difensore, non sia sufficiente a tal fine una semplice procura speciale alle liti rilasciata exart. 185 c.p.c., contenente i poteri di transigere e conciliare la lite, trattandosi di procura con valenza processuale e non sostanziale, essendo necessaria una procura speciale notarile che conferisca al difensore la rappresentanza sostanziale della parte; che nel caso di specie peraltro, a prescindere dalla partecipazione personale delle parti, dovesse ritenersi che la mediazione non fosse mai iniziata essendovi stato un primo incontro informativo e preliminare, senza discussione di alcuna questione relativa alla controversia, alla sola presenza degli avvocati, mentre all’incontro successivo fissato al 18/07/2016 per lo svolgimento della mediazione in senso stretto nessuna delle parti si era presentata.
3. Il giudizio di legittimità. Avverso la sentenza n. 210/2017 della Corte d’appello di Trieste, pubblicata in data 25/05/2017, propone ricorso per Cassazione, con due motivi, Gaia Energy Engineering S.r.l.
Eureka S.r.l. non ha svolto in questa sede attività difensiva.

Motivi della decisione

Con il primo motivo, la ricorrente deduce la violazione delD.Lgs. n. 28 del 2010,artt.5e8e successive modifiche, nonché degliartt. 185 e 83 c.p.c.Sostiene che la Corte d’appello, soffermandosi sul solo elemento testuale, abbia stravolto la finalità del tentativo di mediazione previsto a pena di improcedibilità della domanda giudiziale dalD.Lgs. n. 28 del 2010,art.8; e che tale articolo non preveda un obbligo di partecipazione personale delle parti al procedimento di mediazione al fine di potersi ritenere soddisfatta la condizione di procedibilità, prevedendo solo che la parte debba essere idoneamente informata sulla possibilità, o necessità, a seconda dei casi, di ricorrere alla procedura di mediazione e sulle agevolazioni fiscali che ne derivano, e che possa consapevolmente scegliere di delegare tale adempimento al proprio avvocato.
Aggiunge che se effettivamente la norma imponesse la presenza personale di entrambe le parti, il convenuto sarebbe arbitro di decidere se e quando consentire il perfezionamento della condizione di procedibilità, potendo lo stesso farsi rappresentare dal proprio difensore anziché presentarsi personalmente.
Evidenzia che, se la sanzione prevista per il comportamento più grave della mancata partecipazione senza giustificato motivo è,D.Lgs. n. 28 del 2010, ex art. 8, la condanna al pagamento del contributo unificato e la possibilità per il Giudice di trarre argomenti di prova dal suddetto comportamento, non potrebbe essere sanzionata con la più grave pena dell’improcedibilità la condotta più lieve della mancata comparizione personale.
Deduce che la Corte d’appello finisca per avallare la tesi da essa stessa respinta laddove afferma che al primo incontro siano comparsi i soli difensori, ma al contempo sostiene (usando peraltro le stesse parole del verbale di intermediazione del 05/07/2016) che “le parti” dichiarano di voler procedere con la mediazione (ciò significando, infatti, che gli avvocati abbiano agito in rappresentanza delle parti); e che non si capisca perché al primo incontro la procedura di mediazione abbia potuto prendere avvio senza la presenza materiale di Gaia ed Eureka ma al successivo incontro fosse necessaria la loro presenza per poter dare atto dell’esito negativo del procedimento exD.Lgs. n. 28 del 2010.
La ricorrente contesta inoltre l’individuazione della fonte normativa della procura rilasciata al proprio avvocatonell’art. 185 c.p.c.rubricato “Tentativo di conciliazione” anzichénell’art. 83 c.p.c.Lamenta infine che, seguendo la tesi ex adverso propugnata, la Corte d’appello avrebbe potuto disporre essa stessa, ai sensi dell’art.5D.Lgs. n. 28 del 2010, l’esperimento della mediazione ex lege.
Con il secondo motivo, deduce, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5), l’omesso esame di un fatto decisivo indicato nella procura speciale alle liti, il cui testo non riproduce, ma che indica come prodotta nel giudizio di cassazione come allegato al ricorso, al n. 5.
La ricorrente deduce che il difensore di Gaia, in virtù della procura speciale notarile rilasciata allo stesso e depositata in giudizio, avesse non solo ricevuto procura per rappresentare Gaia in giudizio, ma gli fossero stati conferiti tutti i poteri di disporre dei diritti materiali di Gaia oggetto della causa, anche nelle procedure stragiudiziali qual è quella di cui alD.Lgs. n. 28 del 2010e quindi che fosse non solo una procura processuale ma contenesse anche il conferimento di poteri sostanziali e che pertanto l’avvocato, munito di una tale procura, fosse legittimato a sostituire la parte nel procedimento di mediazione obbligatoria. Al terzo punto del ricorso, la ricorrente, ad evitare che sulla questione si formi il giudicato, ripropone, fidando nell’accoglimento dei due precedenti motivi, la domanda di condanna alle spese del giudizio di appello dell’avversaria, sulla base della soccombenza virtuale della stessa, con eventuale esame della stessa da parte del giudice del rinvio.
Il ricorso pone per la prima volta a questa Corte la necessità di affrontare alcune questioni in tema di mediazione obbligatoria, introdotta come condizione di procedibilità di una vasta serie di controversie dalD.Lgs. n. 28 del 2010(Attuazione dellaL. 18 giugno 2009, n. 69,art.60, in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali) e successive modifiche.
In particolare, la questione giuridica che il ricorso impone di risolvere è se, nel suddetto procedimento di mediazione, il cui preventivo esperimento è previsto obbligatoriamente, a pena di improcedibilità, per le controversie nelle materie indicate dalD.Lgs. n. 28 del 2010,art.5, comma 1bis, (introdotto dalD.L. 21 giugno 2013, n. 69,art.84, convertito con modificazioni dellaL. 9 agosto 2013, n. 98, dopo che la Corte Cost. con sentenza n. 272 del 2012 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del comma 1 del medesimo articolo) e disciplinato, in particolare, dagli artt. 5 e 8 dello stesso, la parte che propone la mediazione sia tenuta a comparire personalmente davanti al mediatore, affinché il tentativo si possa ritenere compiuto, a pena di improcedibilità dell’azione proposta senza previo esperimento del tentativo di mediazione obbligatoria, o se la stessa possa – e in che modo – farsi sostituire.
Qualora si ammetta che la parte possa farsi sostituire, ovvero che sia un atto delegabile ad altri, occorre individuare i modi e le forme di tale sostituzione, ovvero se possa essere sostituita da chiunque, ed in particolare se possa farsi sostituire anche dal suo avvocato e, qualora si ammetta che possa essere sostituita dal suo avvocato, con quale atto tali poteri possano essere conferiti. Il legislatore con il decreto legislativo menzionato ha cercato di accelerare, se non forzare, la creazione di una cultura di risoluzione alternativa delle controversie, con finalità deflattiva, imponendo per una vasta serie di controversie questa ipotesi di mediazione come obbligatoria, il cui mancato esperimento è stato sanzionato con l’improcedibilità. Dalla lettura delle disposizioni ad essa dedicate, emerge l’adozione di un procedimento deformalizzato che si svolge davanti al mediatore, in cui la miglior garanzia di riuscita era costituita innanzitutto dalla stessa professionalizzazione delle figura del mediatore, e dall’offerta alle parti di un momento di incontro, perché potessero liberamente discutere prima che le rispettive posizioni risultassero irrigidite dalle posizioni processuali assunte e dalle linee difensive adottate, nonché da agevolazioni fiscali. Il successo dell’attività di mediazione è riposto nel contatto diretto tra le parti e il mediatore professionale il quale può, grazie alla interlocuzione diretta ed informale con esse, aiutarle a ricostruire i loro rapporti pregressi, ed aiutarle a trovare una soluzione che, al di là delle soluzioni in diritto della eventuale controversia, consenta loro di evitare l’acuirsi della conflittualità e definire amichevolmente una vicenda potenzialmente oppositiva con reciproca soddisfazione, favorendo al contempo la prosecuzione dei rapporti commerciali.
Quanto alla presenza dell’avvocato, essa originariamente non era neppure prevista; è stata infatti introdotta nell’art. 5 dal comma 1 bis, che prevede che chi intenda esercitare l’azione debba promuovere preventivamente la mediazione obbligatoria assistito dal proprio avvocato. Si può osservare che la novella del 2013, che introduce la presenza necessaria dell’avvocato, con l’affiancare all’avvocato esperto in tecniche processuali che “rappresenta” la parte nel processo, l’avvocato esperto in tecniche negoziali che “assiste” la parte nella procedura di mediazione, segna anche la progressiva emersione di una figura professionale nuova, con un ruolo in parte diverso e alla quale si richiede l’acquisizione di ulteriori competenze di tipo relazionale e umano, inclusa la capacità di comprendere gli interessi delle parti al di là delle pretese giuridiche avanzate.
Non è questa la sede per valutare le probabilità di successo della creazione forzosa di una cultura della mediazione. Occorre prendere atto che la legge impone in una vasta serie di casi, come momento necessario e significativo precedente alla possibilità stessa di introdurre il giudizio, la necessità di esperire la mediazione e sciogliere alcuni nodi del rapporto tra mediazione obbligatoria e giudizio, per individuare quando la condizione di procedibilità possa ritenersi soddisfatta e in particolare se, nel caso di specie, il giudice abbia correttamente ritenuto che l’azione proposta fosse improcedibile (valutazione effettuata ai soli fini della soccombenza virtuale, perché qui la domanda di merito era stata alla fine rinunciata).
Come si è detto, il legislatore ha previsto e voluto la comparizione personale delle parti dinanzi al mediatore, perché solo nel dialogo informale e diretto tra parti e mediatore, conta che si possa trovare quella composizione degli opposti interessi satisfattiva al punto da evitare la controversia ed essere più vantaggiosa per entrambe le parti.
Ha imposto quindi alle parti (o meglio, alla parte che intende agire in giudizio) questo impegno preliminare mediante il quale fida di poter evitare (alle parti, e allo Stato più in generale) un buon numero di controversie, ben più onerose e lunghe rispetto ai tempi della mediazione obbligatoria.
L’art. 8, dedicato al procedimento, prevede espressamente che al primo incontro davanti al mediatore debbano essere presenti sia le parti che i loro avvocati.
La previsione della presenza sia delle parti sia degli avvocati comporta che, ai fini della realizzazione della condizione di procedibilità, la parte non possa evitare di presentarsi davanti al mediatore, inviando soltanto il proprio avvocato.
Tuttavia, la necessità della comparizione personale non comporta che si tratti di attività non delegabile. In mancanza di una previsione espressa in tal senso, e non avendo natura di atto strettamente personale, deve ritenersi che si tratti di attività delegabile ad altri. Laddove, per la rilevanza della partecipazione, o della mancata partecipazione, ad alcuni momenti processuali, o per l’attribuzione di un particolare valore alle dichiarazioni rese dalla parte, la legge non ha ritenuto che la parte potesse farsi sostituire, attribuendo un disvalore, o un preciso significato alla sua mancata comparizione di persona, lo ha previsto espressamente (v.art. 231 c.p.c., sulla risposta all’interrogatorio formale: “La parte interrogata deve rispondere personalmente” e il successivo art. 232 che fa discendere precise conseguenze alla mancata presentazione della parte a rendere interrogatorio): v. Cass. n. 15195 del 2000: “L’interrogatorio formale non può essere reso a mezzo di procuratore speciale atteso che il soggetto cui è deferito deve rispondere ad esso oralmente e personalmente, in baseall’art. 231 c.p.c..
Non è previsto, né escluso che la delega possa essere conferita al proprio difensore.
Deve quindi ritenersi che la parte (in particolare, la parte che intende iniziare l’azione, ma identico discorso vale per la controparte), che per sua scelta o per impossibilità non possa partecipare personalmente ad un incontro di mediazione, possa farsi sostituire da una persona a sua scelta e quindi anche ma non solo – dal suo difensore.
Allo scopo di validamente delegare un terzo alla partecipazione alle attività di mediazione, la parte deve conferirgli tale potere mediante una procura avente lo specifico oggetto della partecipazione alla mediazione e il conferimento del potere di disporre dei diritti sostanziali che ne sono oggetto (ovvero, deve essere presente un rappresentante a conoscenza dei fatti e fornito dei poteri per la soluzione della controversia, come previsto dal progetto della Commissione Alpa sulla riforma delle ADR all’art. 84). Quindi il potere di sostituire a sé stesso qualcun altro per la partecipazione alla mediazione può essere conferito con una procura speciale sostanziale.
Ne consegue che, sebbene la parte possa farsi sostituire dal difensore nel partecipare al procedimento di mediazione, in quanto ciò non è auspicato, ma non è neppure escluso dalla legge, non può conferire tale potere con la procura conferita al difensore e da questi autenticata, benché possa conferirgli con essa ogni più ampio potere processuale.
Per questo motivo, se sceglie di farsi sostituire dal difensore, la procura speciale rilasciata allo scopo non può essere autenticata dal difensore, perché il conferimento del potere di partecipare in sua sostituzione alla mediazione non fa parte dei possibili contenuti della procura alle liti autenticabili direttamente dal difensore.
Perciò, la parte che non voglia o non possa partecipare personalmente alla mediazione può farsi liberamente sostituire, da chiunque e quindi anche dal proprio difensore, ma deve rilasciare a questo scopo una procura sostanziale, che non rientra nei poteri di autentica dell’avvocato neppure se il potere è conferito allo stesso professionista.
Ciò detto, il primo motivo è infondato, il secondo inammissibile laddove tendente ad una diretta interpretazione dell’atto (la procura) da parte della Corte.
La sentenza impugnata si è attenuta infatti ai principi di diritto sopra enunciati.
Ha ritenuto che la presenza della parte sia necessaria davanti al mediatore, e che tuttavia essa potesse essere sostituita, eventualmente anche dall’avvocato.
Ha del pari ritenuto, esaminando la procura notarile rilasciata in favore dell’avvocato Onesti ed oggi prodotta in allegato al ricorso per cassazione, che l’atto di conferimento di potere pur avendo la forma della procura notarile fosse in realtà una semplice, benché ampia, procura alle liti, comprensiva di ogni potere giudiziale e stragiudiziale ed anche del potere di conciliare la controversia (da qui il richiamo correttoall’art. 185 c.p.c.), ma comunque una procura dal valore meramente processuale, che non attribuiva all’avvocato la rappresentanza sostanziale della parte.
C’è poi un altro passaggio motivazionale che merita attenzione.
Lo stesso non è direttamente censurato e quindi, di per sè avrebbe potuto condurre al rigetto del ricorso in quanto la decisione poteva fondarsi su tale autonoma ratio decidendi non impugnata.
Esso consente di esaminare e sciogliere un altro degli interrogativi che la nuova disciplina pone, e dei punti in cui si stanno registrando orientamenti non convergenti nelle ormai numerose sentenze di merito che si sono già occupate della mediazione obbligatoria.
La corte d’appello ha ritenuto che, non essendosi le parti presentate al primo incontro, solamente informativo e preliminare, che si era svolto alla presenza dei soli avvocati, e non avendo mai avuto luogo il secondo incontro, perché le parti avevano comunicato preventivamente e oralmente al mediatore, a mezzo dei rispettivi avvocati, l’impossibilità di pervenire ad un accordo, la mediazione di fatto non si fosse svolta. Ha ritenuto, di conseguenza (ai limitati fini della soccombenza virtuale) che la condizione di procedibilità non si fosse verificata.
La seconda questione da risolvere è dunque quella del quando: quando si può ritenere che il tentativo di mediazione obbligatoria sia utilmente concluso, ai fini di ritenere soddisfatta la condizione di procedibilità? E’ sufficiente che le parti compaiano, assistite dai loro avvocati, per il primo incontro davanti al mediatore o è necessario che si dia effettivo corso alla mediazione. In altri termini, è sufficiente che il futuro attore (o l’attuale attore, come nel nostro caso, qualora le parti siano stata rimesse in mediazione dal giudice, a causa già iniziata) sia fisicamente presente, in proprio o delegando la presenza ad altra persona, e possa, finite la formalità preliminari illustrative delle finalità e delle modalità della mediazione, limitarsi comunicare al mediatore di non aver nessuna intenzione di procedere oltre e di provare a trovare una soluzione, o è necessario che la mediazione sia “effettiva”, che le parti provino quanto meno a discutere per trovare una soluzione, per poi poter dare atto a verbale della impossibilità di addivenire ad una soluzione positiva? Sia l’argomento letterale – il testo dell’art. 8 – che l’argomento sistematico la necessità di interpretare la presente ipotesi di giurisdizione condizionata in modo non estensivo, ovvero in modo da non rendere eccessivamente complesso o dilazionato l’accesso alla tutela giurisdizionale – depongono nel senso che l’onere della parte che intenda agire in giudizio (o che, avendo agito, si sia vista opporre il mancato preventivo esperimento della mediazione e sia stata rimessa davanti al mediatore dal giudice) di dar corso alla mediazione obbligatoria possa ritenersi adempiuto con l’avvio della procedura di mediazione e con la comparizione al primo incontro davanti al mediatore, all’esito del quale, ricevute dal mediatore le necessarie informazioni in merito alla funzione e alle modalità di svolgimento della mediazione, può liberamente manifestare il suo parere negativo sulla possibilità di utilmente iniziare (rectius proseguire) la procedura di mediazione.
In questo senso depongono sia la struttura del procedimento, disciplinata dall’art. 8 e suddivisa in un primo incontro preliminare davanti al mediatore (“Durante il primo incontro il mediatore chiarisce alle parti la funzione e le modalità di svolgimento della mediazione. Il mediatore, sempre nello stesso primo incontro, invita poi le parti e i loro avvocati a esprimersi sulla possibilità di iniziare la procedura di mediazione e, nel caso positivo, procede con lo svolgimento.”) e in uno o più incontri successivi di effettivo svolgimento della mediazione. Solo se le parti gli danno il via per procedere alla successiva fase di discussione, il mediatore andrà avanti, interloquendo con le parti fino a proporre o a far loro proporre una possibile soluzione, altrimenti si arresterà alla fase preliminare (all’esito della quale sono dovute solo le spese, e non anche il compenso del mediatore).
Non andrà in ogni caso avanti, dando atto dell’esito negativo della mediazione, se il potenziale convenuto non compare, o se compare e dichiara di non essere interessato alla mediazione. Di questo comportamento si potrà eventualmente tenere conto nel successivo giudizio, come prevede il comma 4 bis dell’art. 8 (“Dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione, il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio ai sensidell’art. 116 c.p.c., comma 2. Il giudice condanna la parte costituita che, nei casi previsti dall’art. 5, non ha partecipato al procedimento senza giustificato motivo, al versamento all’entrata del bilancio dello Stato di una somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto per il giudizio.”).
Se anche il convenuto compare ed è l’attore che dichiara di non intendere impegnarsi nella mediazione deve ritenersi che il mediatore debba prenderne atto e che l’attività si concluda anche in questo caso al termine dell’incontro preliminare, che la mediazione sia stata esperita e che abbia dato esito negativo, e che quindi la condizione di procedibilità sia soddisfatta.
Quindi, è richiesta l’attivazione del procedimento di mediazione, la scelta del mediatore, la convocazione della controparte; è richiesta oltre la comparizione personale davanti al mediatore (con le possibilità alternative sopra enunciate) e la partecipazione al primo incontro, nel corso del quale la parte riottosa può liberamente convincersi di provare effettivamente e fino in fondo la strada della soluzione alternativa alla controversia. Non può invece ritenersi che al fine di ritenere soddisfatta la condizione di procedibilità sia necessario pretendere dalla parte anche un impegno in positivo ad impegnarsi in una discussione alternativa rispetto al giudizio.
Non costituisce per contro idonea modalità di svolgimento della mediazione la mera comunicazione di aver sondato l’altra parte ed avere concordemente escluso la possibilità di addivenire ad un accordo, perché in questo modo si elude l’onere di comparire personalmente davanti al mediatore e di partecipare al primo incontro.
Nel caso di specie, la corte d’appello ha ritenuto che non si sia arrivati neppure a questa fase, perchè le parti non sono mai comparse, personalmente o idoneamente rappresentate, davanti al mediatore, tant’è che non è stato neppure redatto un verbale negativo.
Il ricorso va complessivamente rigettato. I principi di diritto enunciati possono essere riepilogati come segue:
– nel procedimento di mediazione obbligatoria disciplinato dalD.Lgs. n. 28 del 2010e successive modifiche, è necessaria la comparizione personale delle parti davanti al mediatore, assistite dal difensore;
– nella comparizione obbligatoria davanti al mediatore la parte può anche farsi sostituire da un proprio rappresentante sostanziale, eventualmente nella persona dello stesso difensore che l’assiste nel procedimento di mediazione, purchè dotato di apposita procura sostanziale;
– la condizione di procedibilità può ritenersi realizzata alla termine del primo incontro davanti al mediatore, qualora una o entrambe le parti, richieste dal mediatore dopo essere state adeguatamente informate sulla mediazione, comunichino la propria indisponibilità di procedere oltre.
Nulla sulle spese, in difetto di attività processuale da parte dell’intimata.
Il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, e la ricorrente risulta soccombente, pertanto è gravata dall’obbligo di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis delD.P.R. n. 115 del 2002,art.13, comma 1quater.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso.
Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di cassazione, il 6 febbraio 2019.

La cancellazione del testamento equivale alla revoca tacita dello stesso. Se il testamento cancellato conteneva la revoca di altro precedente, allora rivivono le vecchie diposizioni testamentarie, versandosi in un caso di revocazione della revoca

Cass. civ. Sez. II, 21 marzo 2019, n. 8031
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA CIVILE
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 4001-2014 proposto da:
M.G., elettivamente domiciliato in ROMA, V.COLLAZIA 2-F, presso lo studio dell’avvocato FEDERICO CANALINI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato CESARE BONA;
– ricorrente –
contro
M.E., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE VATICANO 48, presso lo studio dell’avvocato GIORGIO BENITO MARIELLA, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato LAURA MARIA MUGGIATI;
Z.C., rappresentato e difeso dall’avv. ANTONIO MARIOTTI;
– controricorrenti –
e contro
M.R.;
– intimato – avverso la sentenza n. 45/2014 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 10/01/2014;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 27/04/2018 dal Consigliere Dott. RAFFAELE SABATO.
Svolgimento del processo – Motivi della decisione
che:
1. Pronunciando su domanda proposta da G.G. volta a ottenere l’accertamento della propria qualità di erede di M.M. in base ai testamenti datati 19 aprile 2001 e 30 gennaio 1991, il primo dei quali redatto su due fogli entrambi sbarrati con dei grandi segni a mò di “x”, disconoscendo altro olografo della de cuius datato 2 aprile 2002 istitutivo quale erede della di lei sorella M.E. di cui quest’ultima aveva ottenuto pubblicazione, con sentenza numero 540 del 2008 il tribunale di Voghera, nel contraddittorio di M.E. e nella contumacia degli altri fratelli della defunta R. e M.G., ha dichiarato carente di legittimazione attiva G.G. per intervenuta revoca di entrambi testamenti a suo favore, essendo peraltro risultata da consulenza tecnica grafologica la falsità del testamento a favore di M.E..
2. Con citazione del 26 marzo 2009 M.G., ritenuto dovesse aprirsi la successione legittima, ha disconosciuto il testamento datato 2 aprile 2002 a favore di M.E. sulla base degli accertamenti svolti nel precedente giudizio e ha chiesto dichiararsi quest’ultima indegna a succedere, agendo in petizione ereditaria. M.E. ha eccepito l’intervenuto riconoscimento tacito nell’altro giudizio del testamento a proprio favore da parte dell’attore, in detto altro giudizio contumace; ha contestato l’utilizzabilità dell’istruttoria precedentemente svolta, per essersi il previo procedimento chiuso con una sentenza ritenuta di mero rito; ha chiesto la verificazione del testamento a proprio favore datato 2 aprile 2002 e ha osservato di essere in possesso anche di altro testamento datato 4 ottobre 1987 sempre a proprio favore, di cui ha dichiarato di volersi avvalere. Nella contumacia di M.R., è intervenuto in giudizio Z.C., figlio di M.E., il quale ha azionato testamento datato 2 febbraio 1975 con cui la de cuius gli aveva assegnato i diritti d’autore sulle proprie opere.
3. Con sentenza non definitiva depositata il 26 ottobre 2010 il tribunale di Voghera ha ritenuto che la precedente sentenza n. 540 del 2008 non contenesse alcuna statuizione di merito e che non si fosse verificato il riconoscimento tacito da parte del contumace M.G. del testamento a favore di M.E. datato 2 aprile 2002; che i testamenti del 2 febbraio 1975 e 4 ottobre 1987 prodotti da Z.C. ed M.E. fossero stati revocati con testamento datato 14 aprile 2001, pur se successivamente barrato e annullato dalla de cuius; che l’efficacia della revoca di precedenti testamenti contenuta nel testamento del 2001 permanesse ai sensidell’art. 683 c.c.benché lo stesso testamento del 2001 non fosse poi efficace quanto ai lasciti in esso disposti a seguito dello sbarramento; che quindi, come da separata ordinanza, la verificazione andasse circoscritta al testamento datato 2 aprile 2002; che, infine, dovesse essere estromesso dal giudizio Z.C., beneficiario in base a scheda revocata.
4. Avverso detta sentenza non definitiva ha proposto appello M.E., nella contumacia di M.R. e sulla resistenza di M.G. e Z.C., che hanno proposto appelli incidentali. Con sentenza depositata il 10 gennaio 2014 la corte d’appello di Milano, in riforma della sentenza impugnata, ha dichiarato la reviviscenza ai sensi degliartt. 681 e 684 c.c.dei testamenti datati 2 febbraio 1975 a favore di Z.C. e 4 ottobre 1987 a favore di M.E. e, per l’effetto, ha eliminato i capi della sentenza impugnata con cui era stato circoscritto il procedimento di verificazione al solo testamento datato 2 aprile 2002 ed era stato estromesso dal giudizio Z.C..
5. A sostegno della decisione la corte territoriale ha considerato:
– che la “sentenza n. 540/2008, a quanto sembra non impugnata”, avrebbe “semplicemente dichiarato privo di legittimazione attiva” G.G. e nel relativo “processo il predetto testamento… non sarebbe stato oggetto di verificazione… sempre stando alle affermazioni non smentite delle parti”; giusta la giurisprudenza “il riconoscimento tacito… opera esclusivamente nel processo in cui… viene a realizzarsi, esaurendo i suoi effetti nell’ammissione della scrittura come mezzo di prova”;
– che il precettodell’art. 683 c.c., per cui la revoca di testamento precedente con testamento successivo resta efficace anche quando il secondo è senza effetto per premorienza, incapacità, indegnità o rinunzia dell’erede o legatario, riferendosi a cause di inefficacia esterne alla volontà del testatore, non potrebbe essere esteso fino a ritenere che la revoca stessa resti efficace anche in caso di volontaria “cancellazione” del testamento successivo; per cui in quest’ultimo caso si applicherebbero gliartt. 681 e 684 c.c.in tema di reviviscenza delle disposizioni originariamente revocate;
– che quindi, per effetto della sbarratura del testamento del 19 aprile 2001, sarebbero suscettibili di reviviscenza i testamenti datati 2 febbraio 1975 e 4 ottobre 1987, in ordine ai cui rapporti con il testamento 2 aprile 2002 proseguirebbe il procedimento in primo grado.
6. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione M.G., articolando tre motivi. Hanno resistito con controricorsi M.E. e Z.C.. Non ha espletato difese M.R.. Tutte le parti costituite hanno depositato memorie.
1. Con il primo motivo si denuncia la violazione e l’erronea applicazione degliartt. 681 e 683 c.c., sostenendosi avere la corte d’appello mal riveduto la statuizione in diritto del tribunale, secondo cui la normadell’art. 683 c.c. andrebbe interpretata nel senso che l’effetto revocatorio del nuovo testamento rispetto al precedente resterebbe fermo anche se il nuovo dovesse essere a sua volta revocato dal testatore.
1.1. Il motivo è infondato.
1.2. Di fronte alla fattispecie in esame, in cui due testamenti sono stati espressamente revocati con il testamento successivo del 19 aprile 2001, e quest’ultimo è stato ritenuto – dai giudici del merito di primo e secondo grado – “sbarrato a penna nella sua interezza e… quindi a sua volta revocato” (cfr. sentenza impugnata p. 8), la corte d’appello ha ritenuto “non condivisibile” l’argomentazione del tribunale secondo cui troverebbe applicazione nella fattispeciel’art. 683 c.c., applicazione basata sul presupposto della non tassatività delle ipotesi elencate in detta norma (premorienza, incapacità, indegnità o rinunzia dell’erede o legatario) in cui la revoca di testamento precedente con testamento successivo resta efficace anche quando il secondo è senza effetto. Secondo la corte d’appello, a differenza di quanto affermato dal tribunale,l’art. 683 c.c.si riferisce alle fattispecie “di mancata applicazione del testamento revocante per ragioni esterne alla volontà del de cuius, mentre… si è verificata la cancellazione… ad opera della stessa de cuius”. Ad avviso del ricorrente, sarebbe corretta la decisione del tribunale ed errata quella della corte d’appello.
1.3. In argomento va considerato chel’art. 683 c.c., sotto la rubrica “testamento posteriore inefficace”, dispone che “la revocazione fatta con un testamento posteriore conserva la sua efficacia anche quando questo rimane senza effetto perché l’erede istituito o il legatario è premorto al testatore, o è incapace o indegno, ovvero ha rinunziato all’eredità o al legato”. La dottrina e la giurisprudenza ritengono che l’individuazione delle ipotesi di inefficacia del testamento posteriore non abbia carattere tassativo: in tal senso Cass. sez U n. 7186 del 01/07/1993 – considerando applicabile la norma anche all’ipotesi affine di non venuta in essere della costituenda fondazione istituita come erede – ha recepito il principio dell’indipendenza della revocazione testamentaria dalla sorte della delazione. La nozione di “inefficacia” del testamento successivo contemplata nella rubrica dell’art. 683, dunque, sebbene estensibile anche a ipotesi non previste dalla norma, può però ricorrere solo quando la nuova disposizione attributiva non abbia effetto per ragioni attinenti all’onorato (così, nella parte narrativa della sentenza, con apprezzamento però confermato dal giudice di legittimità, Cass. n. 1260 del 07/02/1987), e non in situazioni diverse (cfr. ad es. Cass. n. 1112 del 14/02/1980 relativa alla nullità dell’atto per vizio di forma, con ipotesi di salvezza solo se la revoca costituisca un negozio autonomo e distinto rispetto al nuovo testamento, secondo valutazione del giudice del merito; e Cass. n. 27161 del 16/11/2017, secondo cui va esclusa la sopravvivenza dell’effetto di revoca in caso di annullamento del nuovo testamento per incapacità naturale del testatore, sull’argomento che, seppure ex tunc, venga “meno non già la delazione ma la stessa vocazione, mancando una valida espressione della volontà testamentaria che possa consentire il riscontro dell’incompatibilità tra vecchie e nuove volontà del de cuius”).
1.4. Per percepire la ragione pregnante per la quale – ad avviso di questa corte e come conformemente ritenuto dalla corte milanese non si tratta, nel caso di esame, di un “testamento posteriore inefficace” (nel senso in cui la nozione di inefficacia, accolta nella rubricadell’art. 683 c.c., si ricostruisce giusta quanto innanzi dal testo della disposizione codicistica), è necessario, come in qualche modo la stessa corte locale fa intendere, volgere lo sguardo al dato per cui il testamento posteriore è stato, come non è controverso, “sbarrato a penna nella sua interezza e… quindi a sua volta revocato”. Considerando tale dato, è evidente l’esigenza di sussumere la fattispecie, dapprima,nell’art. 684 c.c.e, poi,nell’art. 681 c.c.La prima disposizione, sotto una rubrica limitativamente riferita a una sola delle plurime fattispecie ivi considerate, prescrive che il testamento olografo distrutto, lacerato o cancellato, in tutto o in parte, si debba considerare in tutto o in parte “revocato”, a meno che si provi che fu distrutto, lacerato o cancellato da persona diversa dal testatore, ovvero si provi che il testatore non ebbe l’intenzione di revocarlo. Ne discende che la “cancellazione” si configura – al pari della distruzione (su cui v. ad es. Cass. n. 27395 del 28/12/2009) come un comportamento concludente avente valore legale, riconducibile in via presuntiva al testatore come negozio di attuazione. Tale comportamento, però, non è indifferente per il legislatore anche su altro piano: quello della qualificazione giuridica del comportamento stesso. La stessa norma invero si preoccupa, su tale piano, di chiarire che il precedente testamento, per effetto della cancellazione, “si considera… revocato”; di tal che la giurisprudenza afferma che la presunzione legale sia estesa all’intenzione del testatore di revocare il testamento, mediante atto che non può che qualificarsi, con i chiarimenti che seguiranno, come revoca tacita (ammessa nei casi, come quello di specie, espressamente previsti dalla legge – cfr. Cass. n. 27395 del 28/12/2009 cit. e, per profili generali, n. 12098 del 22/11/1995 e n. 17237 del 12/08/2011).
1.5. Se si tratta – come in effetti si tratta – di revoca tacita (al pari delle fattispecie di cui alle disposizioni codicistiche contermini), si fuoriesce del tutto dal campo applicativodell’art. 683 c.c., non essendo il testamento “revocato” un testamento “inefficace” nel senso sopra chiarito (tale per vicende afferenti all’onorato per il venir meno della delazione), trattandosi piuttosto, appunto, di “revocazione” (mediante cancellazione) di un testamento contenente a sua volta una “revocazione” (nella scheda cancellata), con la consequenziale applicazione – come rettamente ritenuto dalla corte milanese -dell’art. 681 c.c.in tema di riviviscenza delle disposizioni revocate, il quale proprio la “revocazione della revocazione” è chiamato a disciplinare (e la giurisprudenza chiarisce che la norma si riferisce sia alla revoca espressa sia a quella tacita per ragioni di incompatibilità delle disposizioni testamentarie – cfr. Cass. n. 19915 del 14/11/2012 e n. 1260 del 07/02/1987). Come si è affermato in dottrina, il testamento originariamente revocato, per effetto della rimozione della revoca, vale con efficacia retroattiva e in via automatica.
1.6. Occorre a questo punto farsi carico dell’obiezione secondo la quale la revoca di un testamento, espressa o tacita, potrebbe essere revocata soltanto in via espressa con dichiarazione e non mediante comportamento; a ciò si giungerebbe per il fatto chel’art. 681 c.c.rinvia alle “forme stabilite dall’articolo precedente” – quelle della revoca espressa – perché possa operarsi la revoca di una revoca. La conseguenza che da tale assunto si fa derivare è che la distruzione (d’ora in poi facendosi riferimento a tale ipotesi, pur parificata alla cancellazione, in quanto maggiormente idonea ad argomentare) dell’atto revocante – qualificata come detto come “revoca tacita” della precedente revoca – non comporterebbe la reviviscenza delle disposizioni revocate.
1.7. Tale opinione – al pari dell’altra secondo cui sarebbe, invece, possibile, risultando rispettato il dettato dell’art. 681 cit., la revoca espressa di una revoca tacita insita nella distruzione di un olografo, che andrebbe semplicemente ricostruito nel suo contenuto – non pare tener conto dell’essenziale differenza tra la revoca tacita insita nella distruzione del testamento e le altre tipologie di revoca tacita. Come sopra detto, la distruzione dell’olografo, se operata dal testatore intenzionalmente, elide la riconducibilità dell’atto distrutto al suo autore (ciò che non è se la distruzione non sia stata intenzionale o sia stata posta in essere da terzi). Immaginare la revoca di una “distruzione” con un successivo testamento o con atto ricevuto da notaio in presenza di testimoni, per poi doversi ricostruire aliunde l’atto distrutto, senza direttamente – invece – dettarsi nuove disposizioni, appare una ipotesi di scuola non ragionevolmente avuta presente dal legislatore codicistico; analogamente, immaginare che la distruzione di un testamento revocante lasci in essere la revoca effettuata, in quanto la… distruzione, negozio di attuazione, è priva di forma espressa è argomento che: a) da un primo punto di vista, è lontano dal senso comune, che invece che ammette che chi si sia sbagliato, o abbia avuto ripensamenti, possa sopprimere uno scritto pertinente alla sua esclusiva sfera giuridica e non ne sia fuoriuscito, senza che esso esplichi efficacia giuridica; b) non è coerente con lo stesso impianto dell’argomento basato sugliartt. 680 e 681 c.c.: se è il negozio di attuazione in cui si concreta la distruzione (siccome revoca tacita) a essere privo della forma idonea a revocare la revoca, la prima revoca – ormai documentalmente inesistente – dovrebbe essa stessa formare oggetto di ricostruzione, mediante idonee prove (ciò che, eventualmente, potrebbe non esser necessario in ipotesi di cancellazione che lasci leggibile il testo, come nel caso di specie), ricadendosi così in un’ermeneutica che stride con la ragionevolezza.
1.8. Più logico è allora ritenere, come la stessa lettura nell’ordine delle norme codicistiche suggerisce (dapprima con la disciplina della revoca espressa, poi con le diverse ed eterogenee tipologie di revoca tacita), chel’art. 681 c.c.imponga la forma espressa per le sole revoche di revoca diverse dalla soppressione o alterazione del documento-olografo. Alla distruzione o cancellazione, invece, quale tipologia sui generis di revoca che, pur essendo tacita, si caratterizza per l’opposta idoneità – pur contestata in dottrina – a “togliere” la veste documentale alla precedente revoca, il codice dedica una norma che deve considerarsi speciale, costituita dall’art. 684, significativamente inserita dopo le norme indicate in ordine alla revoca espressa, e con l’interposizione degli artt. 682 e 683, nonché avvicinata all’art. 685, in tema di ritiro del testamento segreto; norme tutte relative a revoche tacite. Della predetta disposizionedell’art. 684 c.c., stante la natura speciale, non è necessario né possibile il coordinamento con l’art. 681, in quanto lo stessoart. 684 c.c.dispone autonomamente che la distruzione (o cancellazione del testamento) vale – salvo casi particolari – quale revoca, senza ulteriori considerazioni in tema di forma del negozio di attuazione (distruzione o cancellazione).
1.9. A tali principi, in sostanza, si è pienamente adeguata la sentenza della corte milanese, per cui la censura va disattesa.
2. Con un secondo motivo si deduce la violazionedell’art. 2909 c.c., per non aver rilevato la corte d’appello il giudicato insito nella sentenza n. 540 del 2008, per la quale erano ampiamente decorsi termini di legge per l’impugnazione e dalla cui motivazione risultava che il testamento datato 19 aprile 2001 avesse di fatto revocato tutti i precedenti testamenti.
Con un terzo motivo si deduce omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sul fatto controverso e decisivo, indicato nel fatto, accertato con la sentenza n. 540 del 2008, che con il testamento del 19 aprile 2001 M.M. aveva revocato tutte le precedenti disposizioni testamentarie.
2.1. I due motivi possono essere esaminati congiuntamente, in quanto strettamente connessi, in relazione al riferimento all’accertamento mediante res iudicata operato nella sentenza del 2008 in ordine all’efficacia del testamento del 2001.
2.2. I motivi sono inammissibili, in quanto non sono pertinenti rispetto al decisum della corte d’appello.
2.3. La sentenza impugnata, infatti, descrive la “sentenza n. 540/2008” come “a quanto sembra non impugnata”. Si tratta di espressione dubitativa dei giudici d’appello in ordine all’esistenza di un giudicato (la cui portata è stata peraltro ritenuta di natura processuale); tale statuizione non è stata idoneamente impugnata, in particolare deducendo e dimostrando il giudicato esterno mediante idonea attestazione; ne deriva che le censure non sono congruenti rispetto al decisum.
3. Alla p. 15 del ricorso, con una evidenza grafica che la parifica a un motivo di ricorso, la parte ricorrente svolge una deduzione ai fini dell’ammissibilità del ricorso. Su essa non è necessario svolgere considerazione, alla luce della ritenuta ammissibilità.
4. In definitiva, il ricorso va rigettato, con condanna del ricorrente alle spese come in dispositivo. Ai sensi delD.P.R. n. 115 del 2002,art.13, comma 1quater va dato atto del sussistere dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo pari al contributo unificato dovuto per il ricorso a norma dell’art. 13 cit., comma 1 bis.

P.Q.M.

la corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione a favore delle parti controricorrenti delle spese del giudizio di legittimità, che liquida per ciascuna in Euro 200 per esborsi ed Euro 3.800 per compensi, oltre spese generali nella misura del 15% e accessori di legge.
Ai sensi delD.P.R. n. 115 del 2002,art.13, comma 1quater dà atto del sussistere dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo pari al contributo unificato dovuto per il ricorso a norma dell’art. 13 cit., comma 1 bis.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della seconda sezione civile, il 27 aprile 2018.

L’attore percepiva come estranei i comportamenti dei soggetti aventi il proprio sesso biologico, il Tribunale lo autorizza ad effettuare le procedure per il mutamento di genere.

Tribunale di Vicenza, 17 gennaio 2019
TRIBUNALE CIVILE DI VICENZA
REPUBBLIC
A ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale di Vicenza, Seconda Sezione Civile, composto dai Magistrati:
Dott.ssa Marina Caparelli – Presidente
Dott.ssa Elena Sollazzo – Giudice
Dott.ssa Giulia Poi – Giudice rel.
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nella causa iscritta al n. 801 del ruolo generale per gli affari
contenziosi dell’anno 2018 promossa con atto di citazione notificato in data
B. M. nato a VICENZA il X, rappresentato e difeso dall’avvocato C. S.
nei confronti di
B. E. B. E.
PUBBLICO MINISTERO, in persona del Procuratore della Repubblica presso il
Tribunale di Vicenza.
In punto: rettificazione dell’attribuzione di sesso ai sensi della legge n.
164/1982.
CONCLUSIONI DELLA PARTE ATTRICE:
“Come da atto di citazione, rinunciando ai termini di cui all’art. 190 c.p.c.”.
CONCLUSIONI DEL P.M.:
“Accoglimento del ricorso”
FATTO E DIRITTO
Con atto di citazione notificato in data 31.1.2018 E 2.2.2018 B. M. ha esposto:
– di essere divorziato e di avere i seguenti figli: B. E. (nato nel 1989) e B.
E. (nato nel 1992); – che, sin dall’età infantile, ha avvertito interesse per il
mondo femminile, assumendo atteggiamenti e condotte tipicamente femminili e
percepiva come estranei i comportamenti dei soggetti aventi il
proprio sesso biologico; -che tale sensazione non si è mai sopita nel
corso del tempo, anche se l’ambiente ristretto in cui è cresciuto e
un’educazione fortemente maschile lo hanno portato ad adeguarsi alle convenzioni
sociali ed al ruolo maschile, portandolo a sposarsi e ad avere due figli; – che,
si è acuita nel corso dello sviluppo fisico, tanto da portarlo ad intraprendere
un percorso dapprima di trattamenti per la depilazione definitiva, passando per
la terapia logopedica per una modulazione femminile della voce ed
all’assunzione del nome “I.”, dal dicembre 2015 presso uno psicologo e
successivamente dall’aprile 2016 sottoponendosi a trattamento ormonale
sostitutivo tutt’ora in corso; – il 20.10.2017 la psicologa e psicoterapeuta
dott.ssa C. ha accertato che il processo del cambio di identità intrapreso dal
sig. B. è molto ben integrato in tutti gli aspetti della personalità, stante il
buon andamento della cura senza riflessi negativi sotto il profilo psicologico e
somatico, nonché che la determinazione del B. nella prosecuzione del processo
intrapreso è irreversibile ed ha accertato l’assenza di patologie psichiatriche
e ha formulato diagnosi di Disforia di Genere, ritenendo quindi opportuna la
rettificazione d anagrafica per un adeguato equilibrio tra psiche e fisico; –
che il 9.10.2017 il medico di base dott.ssa L. B. ha accertato che la terapia
farmacologica intrapresa dal sig. B. hanno dato l’effetto di ridurre la quantità
di ormoni maschili circolanti nel sangue e di aumentare la presenza di quelli
femminili e che gli effetti dei farmaci ormonali risultano ormai evidenti non
solo agli esami del sangue ma anche alla visita medica; – che il 23.11.2017 lo
psicologo e psicoterapeuta dott. M. B. ha accertato l’assenza di patologie
psichiatriche; – ad oggi l’attore si presenta con corpo e sembianze femminili e
attribuzione anagrafica maschile.
Tutto ciò premesso, B. M. chiede di essere autorizzato al trattamento medico
chirurgico necessario ad adeguare i propri caratteri ed organi sessuali da
maschili a femminili; che il Tribunale, contestualmente, disponga la
rettifica del sesso anagrafico da maschile a femminile, attribuendogli il
prenome “I.”, con ordine all’Ufficiale di Stato Civile di rettificare l’atto di
nascita dell’attore.
L’attore è comparso personalmente all’udienza del 6.7.2018 e, sentito dal G.I.,
ha convintamente espresso la propria intenzione di completare il percorso di
cambio di genere ed eventualmente di sottoporsi altresì ad intervento
chirurgico, se suggerito dai medici.
La causa, istruita documentalmente, è stata posta in decisione con rinuncia dei
termini dell’art. 190 c.p.c. Preliminarmente deve essere dichiarata la
contumacia dei convenuti B. E. e B. E..
Nel merito, la domanda è meritevole di accoglimento.
L’art.1 della L. n.164 del 1982 stabilisce che la rettificazione di sesso si
fonda su un accertamento giudiziale, passato in giudicato, che attribuisca ad
una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita “a seguito
d’intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali”. La normativa in parola
attribuisce, infatti, preminente rilevanza al cosiddetto sesso psicologico e
comportamentale, disponendo che il Tribunale provveda a dare l’autorizzazione
all’intervento medico chirurgico, allorché il soggetto che lo richiede, pur
presentando caratteristiche genetiche, anatomiche e
sessuali del proprio sesso anagrafico, abbia manifestato sin dalla tenera età,
una naturale tendenza a comportarsi con se stesso e nella vita di relazione,
come appartenente all’altro sesso.
La l. n. 162 del 1984 non impone, tuttavia, la correzione chirurgica.
Proprio facendo leva sul dato letterale, la Corte di Cassazione e la Corte
Costituzionale hanno recentemente chiarito che l’intervento chirurgico volto
alla modificazione dei caratteri sessuali primari dell’individuo non è da
ritenersi prodromico e dunque necessario, rispetto alla modificazione degli atti
anagrafici.
In particolare, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15138/2015, ha
stabilito che “alla stregua di un’interpretazione costituzionalmente orientata e
conforme alla giurisprudenza della CEDU, dell’art. 1 legge 164 del 1982,
nonché del successivo articolo 3 della medesima legge, attualmente confluito
nell’art. 31 comma 4 del decreto legislativo n. 150 del 2011, per ottenere la
rettificazione del sesso nei registri dello stato civile, deve ritenersi non
obbligatorio l’intervento chirurgico demolitorio e/o modificativo dei caratteri
sessuali anatomici primari. Invero, l’acquisizione di una nuova identità di
genere può essere il frutto di un processo individuale che non ne postula la
necessità, purché la serietà ed univocità del percorso scelto e la
compiutezza dell’approdo finale sia oggetto, ove necessario, di accertamento
tecnico in sede giudiziale”. Ancora la Corte Costituzionale, con la sentenza n.
221/2015 ha così stabilito: La prevalenza della tutela della
Salute dell’individuo sulla corrispondenza tra sesso anatomico
e sesso anagrafico, porta a ritenere il trattamento chirurgico non quale
prerequisito per accedere al procedimento di rettificazione -come prospettato
dal rimettente -, ma come possibile mezzo, funzionale al conseguimento di un
pieno benessere psicofisico. Il diritto all’identità di genere è stato così
riconosciuto come diritto inviolabile che compone il profilo personale e
relazionale della dignità personale e che contribuisce allo sviluppo
equilibrato della personalità degli individui.
Tuttavia, rimane ineludibile un rigoroso accertamento della definitività della
scelta sulla base dei criteri desumibili dai risultati attuali e condivisi dalla
scienza medica e psicologica. Di fatto, B. M. ha effettuato un percorso di
elaborazione sofferta e personale della propria identità di genere, con il
sostegno di trattamenti medici e psicologici e terapie ormonali, che dimostra
come il mutamento di sesso sia una scelta personale tendenzialmente immutabile,
sia sotto il profilo della percezione soggettiva, sia sotto il profilo delle
oggettive mutazioni dei caratteri sessuali secondari (estetico-somatici ed
ormonali). Dalla documentazione dimessa in atti risulta, infatti, che B. M. si è
sottoposto ad approfonditi esami medici psichiatrici dai quali è emersa la
diagnosi di disforia di genere, e quindi la necessità che l’interessato prosegua
e completi il percorso di transizione da uomo a donna, anche attraverso i
necessari interventi chirurgici, la correttezza della terapia ormonale in atto.
Nel corso del giudizio è stato, inoltre, assunto il libero interrogatorio della
parte attrice che ha insistito per l’accoglimento della domanda, dichiarandosi
consapevole delle conseguenze irreversibili dell’operazione che chiede di essere
autorizzato ad effettuare. Risulta inoltre documentato in atti che l’attore non
presenta patologie psichiatriche, né alterazioni della sfera cognitiva, ideativa
ed affettiva, tali da menomare o interferire con le sue capacità critiche, di
giudizio e di scelta.
A. luce di quanto emerge dalla documentazione medica e dalle dichiarazioni rese
dall’interessato in sede di interrogatorio, la prova della serietà ed
univocità del percorso scelto e della conseguente possibilità di riconoscere a
tale percorso – anche prima dell’esecuzione dell’intervento di rettificazione di
attribuzione di sesso, che peraltro è nelle intenzioni dell’attore effettuare –
il crisma della irreversibilità. Risulta pertanto rispettato il
bilanciamento del diritto personale del sig. B. a vedersi riconoscere la propria
identità di genere con l’interesse di natura pubblicistica alla chiarezza nella
identificazione dei generi sessuali e delle relazioni giuridiche.
Ciò premesso, ritiene il Collegio che debba essere autorizzato l’intervento
richiesto e che sia superfluo, in considerazione della completezza delle
indagini effettuate e della durata del periodo di osservazione compiuto,
procedere all’espletamento di apposita CTU. Va altresì riconosciuta, come
richiesto, la rettificazione dell’atto di nascita e di ogni altro atto dello
stato civile, contestualmente all’autorizzazione all’intervento chirurgico.
Va pertanto accolta la domanda di rettificazione dell’atto di nascita e di ogni
altro atto dello stato civile, avanzata da parte attrice, ancor prima ed a
prescindere dalla effettuazione degli interventi chirurgici, che pure il sig. B.
intende affrontare e che, comunque, ha dichiarato di voler effettuare.
Anche la correlata domanda di variazione del prenome deve essere accolta.
Pur in assenza di una apposita previsione normativa nel corpus della legge che
disciplina la rettificazione dell’attribuzione di sesso, deve ritenersi che ciò
sia ammissibile in quanto normale conseguenza della nuova assegnazione, attesa
l’importanza che il nome ha nella individuazione e qualificazione del soggetto
come appartenente all’uno piuttosto che all’altro sesso, e che ciò possa
operarsi con la sentenza di rettificazione.
Ciò è imposto, oltre che da ragioni logiche, anche da ragioni di carattere
sistematico, ossia di non far permanere nell’unico atto di stato civile elementi
che possano dar luogo ad un’equivoca e contraddittoria
interpretazione del carattere sessuale della persona, come appunto un nome
sicuramente maschile (nel nostro caso M.) in soggetto femminile. La
rettificazione dell’atto di stato civile a
seguito della riassegnazione del sesso deve consentire una completa
ridefinizione dei dati anagrafici del soggetto conseguenti a quella
modificazione e non limitarsi alla sola nuova attribuzione del carattere, pena,
oltre alla già ricordata contraddittorietà dell’atto, una valenza di possibilità
discriminatoria o denigratoria del soggetto, sicuramente contraria alla
legge del 1982. Un argomento letterale di conferma di tale interpretazione è
offerto dalla menzione, nell’art. 5 della legge, al fatto che le attestazioni di
stato civile debbono recare la sola indicazione del nuovo sesso e nome, con ciò
facendo chiaramente intendere della possibilità di variazione di questo legata
alla nuova attribuzione senza che si debba chiedere l’avvio di nuove procedure
sicché, data l’assenza di indicazioni di potestà spettanti ad altri organi, che
tutti i nuovi dati debbano essere disposti dal Giudice che procede.
In definitiva, deve disporsi che a B. M. venga attribuito non solo il
nuovo sesso, ma anche il nuovo prenome, dalla stessa indicato, di I., con le
conseguenti variazioni. Nulla va disposto riguardo alle spese di lite, mancando
ogni ragione di soccombenza.
P.Q.M.
Il Tribunale di Vicenza, definitivamente pronunciando, così provvede: a)
autorizza B. M. nato a VICENZA il X, ad effettuare gli interventi medicochirurgici
di adeguamento dei propri caratteri sessuali da uomo a donna; b)
attribuisce a B. M. nato a VICENZA il X, il sesso femminile, nonché il prenome
di “I.” e, per l’effetto, ordina all’Ufficiale dello Stato Civile del Comune di
Vicenza di rettificare l’atto di nascita di parte attrice, nel senso che,
laddove è indicato il sesso maschile sia letto e inteso “sesso femminile” e che
laddove è indicato il nome “M.” sia letto e inteso “I.”; c) dispone che in ogni
atto dello stato civile alla parte attrice sia assegnato il prenome I.”; d)
nulla per le spese.
Vicenza, così deciso in Camera di Consiglio il 17 gennaio 2019