Riconosciuto l’assegno divorzile se c’è stato sacrificio economico e professionale.

Trib. di Verona, sent. del 22 ottobre 2020, est. Marco Nappi Quintilliano
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE ORDINARIO di VERONA
sezione I civile
SENTENZA
nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g R.G., promossa da:
CORNELIO (C. F. ***), rappresentato e difeso dall’avv. GBS come da mandato difensivo in
atti
RICORRENTE
contro
GAIA (C. F.***), rappresentata e difesa dagli avv.ti. BML e AC come da mandato difensivo in
atti
RESISTENTE
con l’intervento ex lege del
PUBBLICO MINISTERO, in persona del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di
Verona
Avente a oggetto: divorzio contenzioso – Cessazione effetti civili del matrimonio.
CONCLUSIONI
All’udienza del 6.2.2020, parte resistente ha precisato le seguenti conclusioni:
“Disporsi che Cornelio corrisponda a Gaia, a titolo di assegno divorzile, l’importo di €
1.400,00 mensili lordi, somma da versarsi, in via anticipata, a mezzo bonifico bancario con
valuta fissa entro il giorno cinque di ogni mese a far data dal mese di novembre 2017 e da
rivalutarsi annualmente secondo gli indici Istat con decorrenza dal mese di novembre 2018.
2. Condannarsi il ricorrente alla rifusione integrale delle spese di lite.
3. Condannarsi il ricorrente alla rifusione integrale delle spese di CTU sostenute pari ad euro
2.000,00 comprensive degli oneri di legge.
Si chiede la concessione dei termini massimi di legge per il deposito di memorie ex articolo
190 CPC.”
In data 11.2.2020, il Pubblico Ministero ha concluso nel seguente modo: “nulla oppone”.
RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE
Con ricorso introduttivo, Cornelio chiedeva la pronuncia di cessazione degli effetti civili del
matrimonio contratto con la moglie, ritenendo sussistenti i relativi presupposti di legge, nonché
l’adozione di ulteriori provvedimenti di carattere economico.
Si costituiva in giudizio la resistente, la quale non si opponeva all’accoglimento della domanda
di cessazione degli effetti civili del matrimonio, mentre contestava la fondatezza delle avverse
domande e chiedeva il riconoscimento di un assegno divorzile per un importo mensile di €
1.400,00.
Sentite le parti all’udienza del 31.1.2019 ed esperito senza esito il tentativo di conciliazione, il
Presidente disponeva la prosecuzione del giudizio, adottando i provvedimenti provvisori e
urgenti risultanti dal verbale dell’udienza predetta.
All’udienza del 23.5.2019, quindi, veniva chiesta la pronuncia parziale di cessazione degli
effetti civili del matrimonio.
Pronunciata la sentenza non definitiva sullo status e istruita la causa, veniva disposto un rinvio
all’udienza del 6.2.2020, per la precisazione delle conclusioni.
Parte resistente precisava quindi le conclusioni così come indicato in epigrafe. Non venivano
invece precisate le conclusioni del ricorrente, avendo il difensore di quest’ultimo rinunciato
precedentemente al mandato difensivo con atto del 31.7.2019.
Ciò brevemente premesso, in questa sede deve essere esaminata unicamente la domanda
relativa all’assegno divorzile reclamato dalla resistente, essendo già intervenuta, come detto, la
pronuncia di cessazione degli effetti civili del matrimonio celebrato tra le parti.
Sul punto, va brevemente ripercorso l’acceso dibattito giurisprudenziale manifestatosi nel corso
degli ultimi anni e culminato nelle note pronunce della Corte di legittimità (cfr. sentenza
dell’10.05.2017, n. 11504 e, da ultimo, sentenza resa a Sezioni Unite dell’11.8.2018).
E invero, con la sentenza n. 11504/2017, la Cassazione aveva precisato che il diritto
all’ottenimento dell’assegno divorzile era condizionato ad una verifica giudiziale che si
articolava necessariamente in due fasi, improntata alla netta distinzione tra criteri attributivi e
determinativi della misura dell’assegno divorzile: una prima fase, concernente l’ “an debeatur”,
informata al principio dell’autoresponsabilità economica di ciascuno dei coniugi, quali
“persone singole”, e il cui oggetto è costituito esclusivamente dall’accertamento volto
all’eventuale riconoscimento del diritto all’assegno divorzile fatto valere dal coniuge
richiedente; una seconda fase, riguardante il “quantum debeatur”, improntata al principio della
solidarietà economica tra i coniugi, che investe soltanto la determinazione dell’importo
dell’assegno stesso.
Secondo tale impostazione, nello specifico, nel procedere alla verifica del profilo dell’an
debeatur, il giudice doveva valutare se la domanda dell’ex coniuge soddisfacesse le condizioni
di legge non con riguardo a “un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di
matrimonio” ma con esclusivo riferimento all’indipendenza o autosufficienza economica dello
stesso, desunta dai principali indici (salvo altri ritenuti rilevanti nell’ambito delle singole
fattispecie) quali il possesso di redditi di qualsiasi specie e/o cespiti patrimoniali mobiliari, le
capacità e possibilità effettive di lavoro personale, la stabile disponibilità di una casa di
abitazione (v: Cass. civ. 22.06.2017, n. 15481; Trib. Venezia, 24 maggio 2017; Tribunale
Milano, sez. IX, 22.05.2017).
Con la citata successiva pronuncia delle Sezioni Unite (sentenza n. 18287/18), da ultimo, la
Cassazione è intervenuta nuovamente nel vivace dibattito sviluppatosi conseguentemente,
talvolta con risvolti di critica al sopra citato ultimo orientamento, evidenziando che entrambi i
criteri in passato adottati (quello parametrato sul tenore di vita, ex Cass. SS.UU. 11490/1990, e
quello rapportato alla autosufficienza economica dei coniugi di cui alla sentenza n.
11504/2017), lungi dal delimitare efficacemente la discrezionalità giudiziale, “sono esposti al
rischio dell’astrattezza e del difetto di collegamento con la effettiva relazione matrimoniale.”
Con riguardo al primo dei due suddetti criteri, la Suprema Corte, invero, ha rilevato come la
preminenza assegnata alla comparazione delle rispettive condizioni patrimoniali dei coniugi sia
foriera, in alcune particolari ipotesi, di rischi di ingiustificata locupletazione di una delle parti.
In relazione al radicale revirement attuato nel 2017, la Corte ha evidenziato invece il carattere
fortemente riduttivo della portata precettiva della norma ex art. 5, comma 6, della l. 898/70,
nella parte in cui questo orientamento rischia di obliterare la considerazione degli indicatori
contenuti nella prima parte di tale norma.
Sulla base di tali argomentazioni, quindi, la Corte ha ritenuto di dover abbandonare la rigida
bipartizione tra criteri attributivi e determinativi, condivisa, sia pur con diverse implicazioni,
dalle precedenti pronunce sopra indicate, ritenendo che il diritto all’assegno divorzile debba
essere subordinato a una valutazione concreta ed effettiva dell’adeguatezza dei mezzi delle parti
e della loro incapacità a procurarseli per ragioni oggettive, fondata in primo luogo sulle
condizioni economico-patrimoniali delle parti e collegata causalmente alla valutazione degli
altri indicatori contenuti nella prima parte dell’art. 5, comma 6 delle legge 898/70, aventi natura
equiordinata; ciò “al fine di accertare se l’eventuale rilevante disparità della situazione
economico-patrimoniale degli ex coniugi all’atto dello scioglimento del vincolo sia dipendente
dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio,
con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione
dell’assunzione di un ruolo trainante endofamiliare, in relazione alla durata, fattore di
cruciale importanza nella valutazione del contributo di ciascun coniuge alla formazione del
patrimonio comune e/o del patrimonio dell’altro coniuge, oltre che delle effettive potenzialità
professionali e reddituali valutabili alla conclusione della relazione matrimoniale, anche in
relazione all’età del coniuge richiedente ed alla conformazione del mercato del lavoro.”
Tale impostazione è stata ritenuta l’unica in grado di salvaguardare la natura “perequativa e
riequilibratrice” propria dell’assegno divorzile, alla stregua del principio di solidarietà che
continua a permeare il vincolo coniugale anche dopo il suo dissolvimento.
In definitiva, secondo tale impostazione ermeneutica, il diritto all’assegno divorzile implica una
indagine sui fattori causali determinativi della diseguaglianza economica tra i coniugi,
dovendosi accertare se tale disparità, all’atto dello scioglimento del vincolo, sia dipendente o
meno dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise dalle parti in costanza
di matrimonio e dai ruoli endofamiliari che ciascun coniuge ha scelto consapevolmente di
attribuirsi. “Ove la disparità abbia questa radice causale e sia accertato che lo squilibrio
economico patrimoniale conseguente al divorzio derivi dal sacrificio di aspettative
professionali e reddituali fondate sull’assunzione di un ruolo consumato esclusivamente o
prevalentemente all’interno della famiglia e dal conseguente contribuito fattivo alla
formazione del patrimonio comune e a quello dell’altro coniuge, occorre tenere conto di
questa caratteristica della vita familiare nella valutazione dell’inadeguatezza dei mezzi e
dell’incapacità del coniuge richiedente di procurarseli per ragioni oggettive.”
Il diritto a tale contributo, quindi, deve originare da una comparazione delle condizioni
economico-patrimoniali dei due coniugi e deve mirare a garantire non già il raggiungimento di
un grado di autonomia economica tale da garantire l’autosufficienza bensì l’ottenimento di “un
livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in
particolare tenendo conto delle aspettative professionali ed economiche eventualmente
sacrificate, in considerazione della durata del matrimonio e dell’età del richiedente”, alla luce
della natura perequativo-compensativo sottesa all’assegno divorzile che discende, a sua volta,
“direttamente dalla declinazione costituzionale del principio di solidarietà”.
Fatte queste necessarie premesse in punto di diritto, nel caso di specie va preliminarmente
rilevato che il rapporto di coniugio si è dipanato per poco più di 36 anni (considerando la data
di celebrazione del matrimonio e quella della separazione personale delle parti) e che da tale
unione sono nate tre figli.
Con riguardo alle condizioni reddituali e patrimoniali delle parti, quindi, la sig.ra Gaia ha dato
atto di svolgere attualmente una attività lavorativa per la quale percepisce l’importo mensile di
€ 430,00, evidenziando di aver lavorato, in costanza di matrimonio, per metà della giornata, e
di essersi conseguentemente potuta più intensamente dedicare all’attività di accudimento della
prole e alle esigenze del nucleo familiare (circostanze non contestate dalla controparte).
La stessa, ancora, ha precisato di aver acquistato l’attuale immobile ove vive, utilizzando le
somme ricavate dalla vendita dell’ex casa coniugale (in regime di comproprietà con il
ricorrente) e quelle derivanti dal disinvestimento dei depositi bancati detenuti unitamente al
medesimo ricorrente in costanza di matrimonio; al riguardo, la sig.ra Gaia ha documentato di
essere attualmente titolare di alcuni titoli azionari, pari a un valore di circa € 52.000,00,
acquistati utilizzando le somme residuate dalle operazioni negoziali appena citate.
In relazione alla situazione del sig. Cornelio, ancora, vanno evidenziate le incongruenze,
riscontrate già dal Presidente nell’ambito dell’udienza presidenziale, esistenti tra l’entità degli
oneri economici assolti dallo stesso e le risultanze delle sue dichiarazioni dei redditi.
Una circostanza che aggrava la non attendibilità della condizione di difficoltà economica del
ricorrente, come paventata dallo stesso, è quella legata all’avvenuto trasferimento integrale
delle quote societarie detenute da quest’ultimo al 100 % (relative a una società avente come
oggetto sociale lo svolgimento di attività di consulenza aziendale), disposto in favore della
sorella, priva di qualunque competenza specifica nel settore in cui opera la suddetta società
(circostanza allegata dalla resistente e in alcun modo contestata dalla controparte).
Sempre il ricorrente, inoltre, risulta essere amministratore della Studio Cornelios.r.l., nonché
componente del consiglio d’amministrazione della B.B. del Società XYZ; il medesimo
ricorrente, al riguardo, ha dichiarato di essere stato assunto da tale società in qualità di
dipendente.
Orbene, nell’ambito della C.T.U., disposta al precipuo scopo di ricostruire l’articolata
situazione patrimoniale del ricorrente medesimo, quest’ultimo ha omesso di depositare
l’analitica documentazione reddituale come richiesta dal Consulente tecnico d’ufficio,
impedendo, conseguentemente, lo svolgimento di qualunque tipo di indagine peritale.
La condotta tenuta dal sig. Cornelio, dunque, si pone in palese contrasto con quanto prescritto
ex art. 5, comma 9, l. divorzio e indicato altresì, in maniera specifica, nel Protocollo di famiglia
siglato da questo Tribunale in data 3.12.2018.
La violazione del dovere di lealtà processuale che la suddetta norma pone a carico di entrambe
le parti, al fine di consentire l’adozione di una pronuncia che sia il più possibile aderente
all’effettiva condizione economica delle stesse, trova una specifica sanzione, per l’ipotesi della
sua inosservanza, nella possibilità per il giudice di trarre dal contegno processuale delle parti
argomenti di prova ex art. 116 c.p.c.
Alla luce di quanto appena precisato, questo Collegio, pertanto, ritiene che vada valorizzata la
persistente assenza in capo alla resistente di redditi che, pur a fronte dei relativi risparmi
personali, siano idonei a garantire alla stessa, in maniera stabile, una piena condizione di
autosufficienza economica (anche considerando la sua età e l’attuale conformazione del
mercato del lavoro, nonché la mancata titolarità di ulteriori beni immobili rispetto a quello
adibito ad abitazione personale), circostanza che delinea una situazione patrimoniale della
sig.ra Gaia non molto dissimile rispetto a quella configuratasi in sede di separazione
consensuale e che aveva indotto la controparte a riconoscere alla moglie l’assegno di
mantenimento attualmente previsto.
Devono altresì essere debitamente considerati il comportamento processuale tenuto dal sig.
Cornelioe sopra specificato, i redditi presumibilmente posseduti da quest’ultimo, nonché il
pacifico e prevalente apporto, rispetto a quello del marito (dedicatosi, come dallo stesso
affermato, a una proficua carriera – cfr. quanto dichiarato nella seconda memoria ex art. 183,
VI. co, c.p.c.), dato dalla resistente alla conduzione del nucleo familiare e, da ultimo, il lungo
lasso temporale in cui si è dipanato il matrimonio, cui deve essere necessariamente ancorata la
misura dell’assegno in esame (cfr. art. 5, comma 6, L. 898/1970).
In definitiva, in aderenza alle coordinate ermeneutiche di cui sopra, ritiene il Collegio che
debba confermarsi quanto statuito in sede d’udienza presidenziale (provvedimento a sua volta
confermativo di quanto previsto nell’ambito del giudizio di separazione), dovendosi quindi
prevedere in capo al sig. Cornelio l’obbligo di corrispondere alla sig.ra Gaia, entro il giorno 5
di ogni mese, l’importo mensile di € 700,00 a titolo di assegno divorzile, importo da
considerarsi al netto delle relative imposte (che graveranno dunque sul ricorrente) e soggetto
alla relativa rivalutazione annuale secondo gli indici ISTAT.
Le spese di lite, stante la soccombenza reciproca delle parti, devono essere integralmente
compensate.
Le spese di C.T.U. invece, tenuto conto del fatto che tale accertamento si è reso necessario per
appurare gli effettivi redditi percepiti dal sig. Cornelio nonché del comportamento assunto
dallo stesso nel corso delle operazioni peritali (che ne ha inficiato il regolare svolgimento),
devono essere poste integralmente a carico di quest’ultimo, con riguardo ai rapporti interni con
la controparte, ferma restando la solidarietà esterna verso il C.T.U.
P.Q.M.
Il Tribunale, definitivamente pronunciando, così dispone:
pone a carico di Giorgio Cornelio l’obbligo di corrispondere in favore di Rina Gaia, entro il
giorno 5 di ogni mese, la somma di € 700,00 a titolo di assegno divorzile, importo da
considerarsi al netto delle relative imposte e soggetto alla relativa rivalutazione annuale
secondo gli indici ISTAT;
dispone che le spese di lite siano integralmente compensate fra le parti;
pone le spese relative alla C.T.U., nei rapporti interni tra le parti, integralmente a carico di
Cornelio, ferma restando la solidarietà esterna verso il C.T.U.
Così deciso nella camera di consiglio del giorno 22.10.2020.
Il Giudice relatore Il Presidente
Marco Nappi Quintiliano Ernesto D’Amico