Il coniuge che rifiuta immotivatamente un lavoro non ha diritto all’assegno di mantenimento

Cass. civ. Sez. VI – 1, 9 marzo 2018, n. 5817
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA CIVILE
SOTTOSEZIONE 1
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 717/2016 proposto da:
B.Y.M., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA DEL CARAVAGGIO 6, presso lo studio dell’avvocato GERARDO TUORTO, rappresentata e difesa dall’avvocato DANIELE CARDENIA;
– ricorrente –
contro
D.C.R.R., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA DELLE IRIS 18, presso lo studio dell’avvocato FILIPPO DE GIOVANNI, che lo rappresenta e difende;
– controricorrente –
avverso la sentenza n. 5837/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 22/10/2015;
udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non partecipata del 15/05/2017 dal Consigliere Dott. FRANCESCO TERRUSI.
Svolgimento del processo
che:
B.Y.M. propone ricorso per cassazione, in due motivi, avverso la sentenza con la quale la corte d’appello di Roma, in controversia relativa alla separazione personale tra la predetta B. e il marito D.C.R., ha rigettato la doglianza relativa alla revoca dell’assegno di mantenimento; l’intimato si è difeso con controricorso;
le parti hanno depositato memoria.

Motivi della decisione

che:
la corte del merito ha disatteso il gravame; affermando (1) che la B. aveva ammesso di aver rifiutato varie proposte di lavoro, di cui aveva peraltro allegato la strumentalità, per non essere stati i colloqui finalizzati a vere assunzioni; (2) che le deduzioni riguardo alla detta strumentalità delle proposte erano rimaste del tutto sfornite di riscontro;
il primo motivo, col quale la ricorrente denunzia la nullità della sentenza e del procedimento, in relazione all’art. 112 c.p.c., per omessa pronunzia su un motivo di gravame, nonché la violazione e falsa applicazione dell’art. 183 c.p.c., comma 6, artt. 115 e 116 c.p.c. per inidoneità dei documenti a fondare il giudizio espresso, è inammissibile giacché: (a) dal ricorso non è minimamente spiegato, in prospettiva di autosufficienza, quale sarebbe stato il motivo oggetto di omissione di pronunzia una volta che dalla sentenza risulta che solo la questione sopra detta, della revoca dell’assegno di mantenimento, era stata consegnata al gravame; (b) la doglianza relativa alla presunta inidoneità dei documenti si risolve in un sindacato di fatto circa l’esito della valutazione probatoria;
il secondo motivo, col quale la ricorrente nuovamente denunzia la nullità della sentenza in relazione all’art. 112 c.p.c., per omessa pronunzia su motivo di gravame, e la violazione e falsa applicazione dell’art. 156 c.c., è in parte inammissibile e in parte manifestamente infondato: il motivo è inammissibile nel riferimento alla violazione dell’art. 112 c.p.c., per difetto di autosufficienza, non essendo riportati gli asseriti ulteriori motivi di gravame che si dice non considerati dalla corte d’appello; ed è manifestamente infondato in relazione all’art. 156 c.c., perché, in tema di separazione personale dei coniugi, l’attitudine al lavoro proficuo dei medesimi, quale potenziale capacità di guadagno, costituisce elemento valutabile ai fini delle statuizioni afferenti l’assegno di mantenimento; tale attitudine del coniuge al lavoro assume in tal caso rilievo se venga riscontrata in termini di effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale e ambientale, e con esclusione di mere valutazioni astratte e ipotetiche (cfr. per tutte Cass. 18547-06; n. 3502-13);
l’impugnata sentenza ha escluso il diritto al mantenimento sul rilievo di essere stata la ricorrente ben in grado di procurarsi redditi adeguati, stante la pacifica esistenza di proposte di lavoro, le quali proposte immotivatamente non erano state accettate;
si tratta di una valutazione in punto di fatto, non censurata sul versante della motivazione e non in contrasto con l’insegnamento di questa Corte;
il ricorso va quindi definito con pronuncia di manifesta infondatezza;
le spese seguono la soccombenza;
peraltro la ricorrente risulta ammessa al patrocinio a spese dello Stato, con conseguente prenotazione a debito del contributo unificato (D.P.R. n. 115 del 2002, art. 131, comma 2); per tale ragione non opera l’art. 13, comma 1-quater, stesso D.P.R..
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese processuali, che liquida in Euro 4.100,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre accessori e rimborso forfettario di spese generali nella percentuale di legge.
Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, su relazione del Cons. Dott. Terrusi (est.), il 15 maggio 2017.
Depositato in Cancelleria il 9 marzo 2018